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    Arrow OT: gli scioperi nei trasporti pubblici

    Scioperi e ferrovieri
    Lo Scambio non Passa il Confine
    di PIETRO ICHINO


    Chiasso, 20 giugno 2005: la neonata società Ti.Lo. costituita da Trenitalia e dalle Ferrovie svizzere per la gestione dei collegamenti tra Milano e il Canton Ticino stipula il suo primo contratto collettivo con i sindacati elvetici. Milano, 5 luglio 2005: si apre la trattativa con i sindacati italiani; ma questi, appena informati di quanto è stato firmato a Chiasso, abbandonano il tavolo indignati. Perché tanto scandalo? Per una clausola che esclude lo sciopero per tutta la durata del contratto. «È un caso per ora isolato ma gravissimo», denuncia Dario Balotta, segretario della Fit-Cisl lombarda; «un attacco inaudito ai diritti sindacali», secondo un altro sindacalista dei ferrovieri milanesi (vedi il Corriere di sabato scorso). E la direzione aziendale, intimidita da tanto strepito, si affretta a precisare che non era sua intenzione proporre quella clausola anche sul versante italiano. Tutti, dunque, compreso il gestore del servizio, sembrano convinti che la nostra legge proibisca la clausola di rinuncia allo sciopero per la durata del contratto collettivo. Ma le cose stanno davvero così? Niente affatto. Da almeno quarant’anni è pacifico in dottrina e in giurisprudenza che la clausola di pace sindacale è valida anche in Italia, come in tutti gli altri Paesi europei. E nei servizi pubblici dal 1990 essa è addirittura prevista e favorita da un'apposita legge (l’unica questione aperta è se quella clausola vincoli il solo sindacato che la stipula, oppure anche i singoli lavoratori che beneficiano del contratto). Perché dunque i nostri sindacalisti si scandalizzano tanto per una pattuizione che ben potrebbe essere normale da noi come lo è in Svizzera?
    I nostri sindacalisti del settore dei trasporti pubblici si trincerano dietro un inesistente divieto legislativo, per non dover mettere in discussione quella che in realtà è soltanto una loro libera scelta: l'opzione in favore di un sistema di relazioni sindacali nel quale si sciopera in continuazione, prima e dopo gli accordi, per i motivi più svariati (da anni, in Italia, uno o due scioperi al mese, sia nelle ferrovie, sia nei trasporti aerei, sia in quelli municipali). Si potrebbe dunque pensare che i ferrovieri italiani, rafforzati dalla libertà di sciopero gelosamente custodita dai loro sindacalisti ed esercitata assiduamente, godano di un trattamento nettamente migliore rispetto ai ferrovieri svizzeri, i quali invece non scioperano mai e sono quindi maltrattati e conculcati nei loro diritti. Senonché è esattamente il contrario: i ferrovieri svizzeri hanno da cinque a sette settimane di ferie all'anno e le loro retribuzioni sono più che doppie rispetto a quelle degli italiani; per la precisione: un macchinista svizzero guadagna, secondo l'anzianità, da 43.000 a 60.000 euro all'anno.
    È ragionevole pensare che qualsiasi ferroviere italiano cederebbe volentieri il proprio stipendio mensile di 1700 euro (meno le giornate di sciopero) in cambio del trattamento del suo collega svizzero (pur con clausola di tregua, rigorosamente rispettata). Anche i treni italiani viaggerebbero meglio; dunque starebbero meglio tutti i lavoratori italiani; e l'intero Paese non soffrirebbe di questa malattia grave della paralisi ricorrente dei trasporti pubblici, che lo affligge, unico in Europa seguito a distanza dalla sola Francia, e che contribuisce al suo declino.
    Allora: fanno meglio il loro mestiere i sindacalisti svizzeri, che scambiano la promessa del servizio regolare con un ottimo trattamento per i loro rappresentati, o i sindacalisti italiani che considerano la promessa del servizio regolare come un inammissibile «attentato ai diritti sindacali»? Non avremmo tutti da guadagnare, qui in Italia, da un sistema di relazioni sindacali che si proponesse di aumentare gradualmente fino ai livelli svizzeri il trattamento dei ferrovieri e, di pari passo, lo standard di efficienza e regolarità del servizio per i viaggiatori?

    Corriere della Sera

  2. #2
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    Costituzione della Repubblica Italiana
    Art. 1 - L'Italia è una repubblica cattocomunista fondata sul lavoro degli altri. La sovranità appartiene al Vaticano e ai sindacati, che la esercitano nelle forme e nei limiti dei loro conti.
    I-FAVA

  3. #3
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    Predefinito

    Magari fosse comunista... (cattolica no per cairtà) il problema e' che siamo sotto il regime del nano circense che si fa le leggi per se e i suoi amichetti e nega che l'italia sia in recessione... (leggesi berlusca)

 

 

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