PER UN INCONTRO
TRA BLAIR E LA VECCHIA EUROPA
di Francesco Tempestini
Si può sperare, all'indomani delle bombe di Londra, ma tenendo anche conto delle cose dette dal premier inglese come Presidente di turno della UE nelle settimane scorse, in un vero punto di incontro tra Blair e la vecchia Europa? Il leader britannico è indispensabile all'Europa se essa vuole assumere una vera dimensione internazionale e se vuol riprendere su basi di autonomia responsabile un vero rapporto con gli USA. Ma nonostante qualche evidente passo avanti rispetto ai tempi della guerra, il rapporto resta carico di problematicità.
Quella di Blair è una storia di successo, alla guida di un grande paese che a differenza dei campioni continentali sta vincendo la sfida della modernizzazione solidale e che ha scelto, pur pagandone un prezzo alto, di non rompere il rapporto con gli USA, considerandolo un bene indisponibile. Per queste ragioni si tratta di un leader che l'aristocrazia europea ha sempre respinto ma con il quale, finito lo chiracchismo, è costretta a venire a patti. Se ne potrà ricavare qualcosa di positivo per riprendere il cammino dell'integrazione? Mi pare che il ragionamento di Blair sia che per superare la crisi non basta rafforzare le istituzioni europee, esse da sole non offrono una garanzia sufficiente: non è vero che l'Europa cresce solo perché crescono le sue istituzioni, cresce in funzione delle politiche che riuscirà a darsi. «Quando ci si trova di fronte a cambiamenti di tale portata - ha detto Blair a Strasburgo - i moderati debbono dare prova di leadership, in caso contrario sono gli estremisti che iniziano a far presa nel processo politico». É l'idea di un centro per l'Europa capace di respingere l'insidia di una sinistra corporativa e protezionistica in nome della lotta alla globalizzazione e l'attacco di un populismo nazionalista alleato oggettivamente delle posizioni più liberiste che negano il progetto europeo. Credo che il centrosinistra che deve riorientare la propria politica europea dovrebbe discutere di queste posizioni a fondo.
Cominciamo dalla questione istituzionale, tema da sempre classicamente divisivo tra Europa e Labour. Ma è ancora così? Forse è un approccio vecchio: lo stallo istituzionale non sta dentro quella contrapposizione e semmai può venire in soccorso il vecchio metodo funzionalista il cui postulato è che per rilanciare il processo di integrazione bisogna fare affidamento su politiche efficaci e concrete. Centralità delle politiche di modernizzazione quindi che, come è noto, non ci indica solo Blair. Le abbiamo trovate in tanti approfondimenti purtroppo disattesi da Delors a Sapir. Partono tutti dall'idea che la mancata crescita dipende dalle mancate riforme e che l'economia sociale di mercato non è un modello senza futuro se affronta la sfida dell'efficienza e della concorrenza. Nulla di ideologico o di "liberista" ma un quadro che deriva dall'osservazione della realtà europea: è vero che la stabilità è lasciata a Bruxelles e la crescita è demandata ai governi, ma è anche vero che i governi, nel mentre declamano la stabilità, se ne fanno scudo, la usano come alibi per la mancanza di coraggio e di coerenza delle loro politiche nazionali. Per far questo, sostiene Blair, occorrono politiche di centro che uniscano le forze non estreme. É un'analisi che sconta la caduta verticale degli attuali attori politici europei: la crisi dei partiti europei è evidente, la loro egemonia si è venuta consumando e non è un caso che la crisi investe anzitutto il sistema politico francese. C'è un lavoro da fare perciò partendo dal centro, intendendo per centro anche il luogo dove può nascere una nuova leadership europea, un lavoro creativo da sviluppare in modo pragmatico senza modelli precostituiti. Un lavoro utile anche per far ritrovare la rotta ai riformisti italiani: partendo da qui e non dai paralizzanti e spesso ingestibili "riferimenti" europei.




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