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    Predefinito L'uguaglianza secondo Ichino

    Che ne pensate di questo intervento di Ichino?

    http://www.pietroichino.it/?p=5510

    IL GRADO DI EFFICIENZA DEI PAESI NON DIPENDE TANTO DALLA LORO RICCHEZZA, QUANTO DALLO STATO DI DISTRIBUZIONE DI QUEST’ULTIMA. PARADOSSALMENTE, UN PAESE RICCO CON UN ALTO LIVELLO DI DISEGUAGLIANZA HA POTENZIALITA’ INFERIORI RISPETTO A QUELLE DI UN PAESE PIU’ POVERO CON UNA PIU’ OMOGENEA DISTRIBUZIONE DEI REDDITI

    Recensione del libro di R. Wilkinson e K. Pickett, The Spirit Level – Why More Equal Societies Almost Always Do Better (Londra, Penguin Books, 2009), a cura di un frequentatore assiduo di questo sito che preferisce mantenere l’anonimato

    Nota esplicativa preliminare - Il dato normalmente utilizzato per misurare la differenza di reddito all’interno dei Paesi è il c.d. indice (o coefficiente) di Gini. E’ un numero compreso tra 0 e 1, dove 0 corrisponde a una situazione di uguaglianza perfetta (cioè al caso - puramente teorico - in cui tutti abbiano lo stesso reddito) e 1 corrisponde a una situazione di totale disuguaglianza (cioè al caso - altrettanto puramente teorico - in cui una persona abbia tutto il reddito, mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo). Il coefficiente èstato sviluppato dallo statistico Italiano Corrado Gini. In proposito vedi i dati comparativi riportati sul sito della United Nations Development Programme (UNDP), dove sono messi a confronto tutti i Paesi del mondo.

    Il libro The spirit level, di Richard Wilkinson e Kate Pickett [1], è prezioso per chiunque abbia a cuore la politica, la salute e il benessere sociale. Il più grande merito di questo saggio sta nel fornire una spiegazione complessiva a un gran numero di problemi sociali e di salute pubblica, che variano dagli omicidi all’aspettativa di vita, dalla mobilità sociale alle malattie mentali, attraverso la “lente” della disuguaglianza dei redditi. Mentre i problemi sociali e di salute pubblica sono di solito esaminati singolarmente (per esempio: vengono sviluppate direttive specifiche per combattere la dipendenza da alcol e droghe, altre misure vengono introdotte per prevenire le gravidanze delle minorenni, ecc.), Wilkinson e Pickett mostrano come una delle cause principali, e sicuramente comune per una varietà di problematiche sociali, sia la disuguaglianza. Quindi, riducendo la disuguaglianza, si potrebbe attaccare in maniera considerevole un buon numero di problemi di assoluta gravita’. Uno dei vantaggi della crescente massa di prove dei danni inflitti dalla disuguaglianza e’ che traduce in fatti pubblicamente dimostrabili quelli che sono stati spesso valori e convinzioni alla base del pensiero progressista/liberale.
    Le riflessioni offerte in questo libro sono basate su dati comparabili a livello internazionale, raccolti in diversi paesi economicamente sviluppati. Gli autori iniziano mostrando come molti paesi, malgrado siano economicamente ricchi, sperimentano un numero crescente di problemi sociali. Come sostengono gli autori, è un sorprendente paradosso che, al culmine delle conquiste materiali e tecniche dell’uomo, gli abitanti dei paesi “ricchi” siano dominati dall’ansia, inclini alla depressione, preoccupati di come sono visti dagli altri, insicuri delle amicizie, spinti al consumismo e quasi privi di vita sociale. Ancor più paradossalmente, molti studi mostrano come le differenze di reddito medio o di standard di vita tra interi popoli o paesi non siano poi cosi’ rilevanti, mentre le differenze di reddito all’interno di quegli stessi paesi siano di fondamentale importanza.
    Ne deriva un primo punto importante sostenuto dal libro: il successo materiale non solo e’ insufficiente a garantire il “successo sociale” (o “felicità”), ma va considerato in termini relativi anziché assoluti. In altre parole, anche se la povertà e le privazioni sono spesso configurate come assolute, nelle nostre società moderne e ricche dovrebbero essere considerate come relative. Infatti, ciò che davvero conta è l’entità della disuguaglianza nella società di appartenenza.
    Questo è evidente quando si osservano i dati presentati: c’è un chiara correlazione (e, in buona misura, una relazione causale) tra la disuguaglianza e molti problemi, che comprendono: livello di fiducia nella società, malattie mentali (inclusa la dipendenza da alcol e droghe), aspettativa di vita e mortalità infantile, obesità, rendimento scolastico dei giovani, gravidanze di minorenni (problema acuto nelle società anglosassoni), omicidi, popolazione carceraria e mobilità sociale. Anche se la disuguaglianza non è la sola causa di questi problemi, essa è comune a tutti.
    Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, per esempio, malgrado siano tra i più ricchi del mondo, sono tra i più disuguali [2] (insieme al Portogallo), e quasi costantemente in coda nelle graduatorie di tutte le situazioni sopracitate. I crimini violenti, virtualmente sconosciuti in alcune società come I paesi Scandinavi e il Giappone, sono un flagello in altri. Negli Stati Uniti, per esempio, un minore e’ ucciso con un’arma da fuoco ogni tre ore, mentre in Gran Bretagna nei soli due anni 2005 – 2006 è stato registrato un milione di crimini violenti.
    Un altro aspetto interessante che viene dibattuto in questo libro è quello dell’autostima. Anche se, secondo dati recenti, l’autostima e’ cresciuta nei giovani Americani negli ultimi decenni, la loro sicurezza è, in realtà, un meccanismo difensivo di incoraggiamento, un egoismo insicuro che è facilmente scambiato per un’elevata autostima. Non diversamente da Wilkinson e Pickett, infatti, lo psicologo Barry Schwarz ha argomentato che, anche se l’attenzione verso la posizione sociale e i confronti con gli altri non sono una novita’, le molte più scelte generate dalla ricchezza hanno considerevolmente influenzato il nostro ‘orizzonte’ di confronti sociali [3]. Adesso non ci confrontiamo solo con i vicini, ma con un insieme molto più vasto di soggetti. Questo ha prodotto un impatto negativo sull’autostima e il senso di controllo, particolarmente in coloro che sono inclini a tentare di “massimizzare” le loro scelte. In una società in cui sentiamo di dover eccellere, la nostra autostima è probabilmente danneggiata e ciò, a sua volta, impatterà negativamente i nostri sentimenti di fiducia ed empatia verso gli altri. Come sottolineava Alexis de Tocqueville [4] , é probabile che capiamo e fraternizziamo meno con coloro che non percepiamo come nostri pari. A riprova di questo, la percentuale di chi concorda con il giudizio “ci si può fidare della maggior parte delle persone” e’ più elevata nelle società più uguali.
    Un altro argomento importante di questo libro riguarda le pari opportunità, cioè l’idea che chiunque, grazie ai propri meriti e al duro lavoro, può conseguire una miglior posizione sociale o economica, per sé e la propria famiglia. Lungi dal realizzare il “Sogno Americano”, gli Stati Uniti hanno la mobilità più bassa tra gli otto paesi economicamente sviluppati, presi in esame in un recente studio effettuato dagli studiosi della London School of Economics [5]. Come in molti altri studi che concernono l’uguaglianza, la Gran Bretagna si piazza penultima, mentre i paesi Scandinavi hanno il grado più elevato di mobilità sociale e, come prevedibile, registrano insieme al Giappone le migliori prestazioni praticamente in tutte le categorie.
    In questa analisi, l’Italia emerge come una società più uguale dei paesi Anglosassoni (escluso il Canada), ma molto più disuguale della maggior parte dei paesi Occidentali. Ciò si riscontra praticamente per ogni problema considerato. Eccezioni degne di nota sono: benessere dei bambini, malattie mentali e aspettativa di vita, nelle quali l’Italia è superiore alla media; d’altro canto l’Italia va davvero male per quanto riguarda la condizione delle donne e il grado di istruzione.

    Principali implicazioni
    Anche se l’uguaglianza può essere un tema interessante, alla fine dei conti, non é il denaro che rende felici? Beh, non proprio: diversi indizi fanno ritenere che a determinare la felicità siano molto di più le intense relazioni sociali che i soldi. Come Wilkinson e Pickett dimostrano, sebbene la teoria economica si sia tradizionalmente basata sull’ipotesi che il comportamento umano si potesse spiegare sostanzialmente con un tendenza innata a massimizzare il proprio interesse materiale, una serie di esperimenti ha dimostrato che questo assunto potrebbe essere molto lontano dalla verità. Analogamente, i principi della “teoria dell’agenzia”, i cui pilastri sono costituiti dall’interesse individuale e dall’opportunismo, e che è stata il credo dominante nella ricerca manageriale degli ultimi trent’anni, sono stati largamente screditati dai fallimenti di Ditte come Enron e Parmalat, e dai più recenti disastri planetari dei cosiddetti “mutui subprime” e dei mercati finanziari in tutto il mondo.
    Un’altra implicazione importante di questo libro, poi, é che e’ la gran parte della popolazione ad esser minacciata da una crescente disuguaglianza. In realtà, l’uguaglianza fa bene a tutti, anche ai ricchi. Però, specialmente durante l’attuale recessione e in presenza di livelli insostenibili di debito pubblico, non e’ che un aumento dell’uguaglianza dovra’ corrispondere a una spesa pubblica ancora piu’ ingente? La risposta e’ “no”: come dimostra il Giappone, una maggiore uguaglianza può essere ottenuta attraverso una struttura di salari relativamente piatta e non necessariamente attraverso una tassazione elevata.
    Come questo libro chiaramente mostra, se la disuguaglianza continua a crescere - ed é successo nella maggior parte dei paesi più sviluppati economicamente negli ultimi decenni –, sempre più le nostre società dovranno affrontare gravi problemi di salute e sociali, come malattie mentali, abusi di droghe e crimini, che richiederanno più prigioni e più polizia. Perciò, il messaggio fondamentale per tutti i Governi e i partiti politici è di andare verso una maggiore uguaglianza, attraverso l’integrazione, relazioni industriali più efficaci e la partecipazione di tutti i cittadini alla creazione della prosperità sociale.
    \"La Giustizia è il potere dei senza potere\"
    Vaclav Havel

  2. #2
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    Mi pare un intervento interessante. grazie per il link.

    su wiki c'è anche un interessante grafico di come l'Italia abbia visto dalla 2^ guerra mondiale una diminuzione del coefficiente anche se i dati non sono aggiornatissimi.
    Altro dato importante è che la diseguaglianza sociale quindi l'aumento del coefficiente è direttamente proporzionale alla diminuzione delle aliquote di tassazione. Quindi chi chiede diminuzione delle tasse e sostiene che questo possa avvantaggiare la classe media e i poveri dice qualcosa di storicamente falso.
    Red 5

  3. #3
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    Spero di aver inteso bene il senso di questo 3D...
    ...in ogni caso ho trovato un articolo di Sartori che è abbastanza vicino alle mie convinzioni.

    L'IMPORTANZA DI CREARE RICCHEZZA di GIOVANNI SARTORI
    Corriere della Sera 31/12/08


    L'idea dei soldi come manna
    Il 2009 sarà il primo anno — temo — di una tempesta economica perfetta. Una tempesta perfetta destinata a durare finché non torneremo a capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza.
    Grazie a una scuola che non è più magistra vitae, i giovani non lo sanno di certo. Per loro è come se piovesse dal cielo come la manna. Per loro il denaro ci deve essere e basta. Ma è così, purtroppo, anche per i non-più-giovani. Nell'ottica di quasi tutti la ricchezza c'è, così come c'è l'aria o il mare. Se manca è perché è maldistribuita e perché se la mangiano i ricchi. E nemmeno i ricchi, o quantomeno gli straricchi, ne sanno di più. I Berlusconi del mondo sanno benissimo fare i soldi per sé; ma perché i soldi ci siano, e come e da cosa zampillino, non è un problema che li interessi.


    L'economia come scienza ha cominciato a deragliare con la sua politicizzazione diciamo di sinistra: una politicizzazione che la induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi. Ed è questa confusione che ha allevato una opinione pubblica graniticamente convinta del fatto che la ricchezza ci sia (come ci sono, che so, le piante), e che il guaio sta in come viene distribuita, cioè maldistribuita.
    Ora, che la distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa, è un fatto. Un fatto che però non autorizza a confondere tra la grandezza della torta e la sua divisione in fette. Perché non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della ricchezza produca ricchezza. Anzi, se la mettiamo così, è più probabile che produca povertà.
    In prospettiva — e la prospettiva ci vuole — fino alla rivoluzione industriale del primissimo Ottocento l'economia è stata prevalentemente agricola, e quindi una economia di sostentamento. Dopo la lunga stagnazione medievale il primo accumulo di ricchezza avviene con il commercio e con le città marinare (per esempio, Venezia) nelle quali è fiorito. Ma la ricchezza prodotta dalla società pre-industriale fu ricchezza da consumare (in palazzi, chiese e, s'intende, in bella vita per i pochissimi che ne disponevano), non ricchezza da accumulare per investimento, e quindi ricchezza in denaro da investire nel processo economico. Pertanto fino alla rivoluzione industriale, che è poi la rivoluzione della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l'uomo è vissuto in grande povertà. Il tepore del benessere si affacciò, nel contesto dello Stato territoriale nel suo complesso, soltanto nel corso dell'Ottocento. Ma sino al Novecento, talvolta inoltrato, l'uomo occidentale non ha conosciuto la società opulenta, la cosiddetta società del benessere. Che da noi è durata soltanto una cinquantina d'anni. Per dire come si fa presto a diventare viziati.
    Come e quando usciremo dalla gravissima recessione nella quale siamo peccaminosamente incappati nessuno lo sa. Il punto da capire sin d'ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se c'è la cosa. Il diritto di mangiare presuppone che ci sia cibo. E il «diritto ai soldi» presuppone che i soldi vengano creati.


    http://www.vivereconlentezza.it/node/1134

  4. #4
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    Moriremo tutti Keynesiani.

    Ricordo a lor signori che questa leggenda della ripartizione più equa emerge tutte le volte che siamo in crisi, per poi essere (la ripartizione della ricchezza) puntualmente ignorata quando tutto si risistema a dovere.

    Tra qualche annetto, quando il sistema capitalistico post-moderno tornerà ai fasti degli anni '90, porteremo in auge, se saremo ancora vivi, questi articoli per valutare il grado di attendibilità di chi tali pretese portò avanti quando tutti ebbero le pezze al fondoschiena.

    Non si sono più i capitalisti di una volta, i falchi reaganiani per intenderci, quelli che se ne battevano le balle dello stato sociale e che, nella loro avidità, sapevano rimanere coerenti con tale avidità. I Mr. Scrooge demodè. Tutti che temono di diventare poveri quando la povertà bussa alla porta di servizio. Se invece sbaglia porta, la povertà, tutti sorridenti a 45 denti, belli bianchi, belli allineati. Pericolo scampato, torniamo a monopolizzare il mercato spacciandolo per libero. E guai chi si azzarda a regolarlo, perché solo i comunisti lo fanno, non i capitalisti statalisti.

    Che gli dei abbiano pietà dei pronipoti di Hume.

  5. #5
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    MarcoGhiotti ha scritto:
    Moriremo tutti Keynesiani.

    Ricordo a lor signori che questa leggenda della ripartizione più equa emerge tutte le volte che siamo in crisi, per poi essere (la ripartizione della ricchezza) puntualmente ignorata quando tutto si risistema a dovere.

    Tra qualche annetto, quando il sistema capitalistico post-moderno tornerà ai fasti degli anni '90, porteremo in auge, se saremo ancora vivi, questi articoli per valutare il grado di attendibilità di chi tali pretese portò avanti quando tutti ebbero le pezze al fondoschiena.

    Non si sono più i capitalisti di una volta, i falchi reaganiani per intenderci, quelli che se ne battevano le balle dello stato sociale e che, nella loro avidità, sapevano rimanere coerenti con tale avidità. I Mr. Scrooge demodè. Tutti che temono di diventare poveri quando la povertà bussa alla porta di servizio. Se invece sbaglia porta, la povertà, tutti sorridenti a 45 denti, belli bianchi, belli allineati. Pericolo scampato, torniamo a monopolizzare il mercato spacciandolo per libero. E guai chi si azzarda a regolarlo, perché solo i comunisti lo fanno, non i capitalisti statalisti.

    Che gli dei abbiano pietà dei pronipoti di Hume.
    Toh, per una volta sono perfettamente d'accordo con te heer:
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  6. #6
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    MarcoGhiotti ha scritto:
    Moriremo tutti Keynesiani.

    Ricordo a lor signori che questa leggenda della ripartizione più equa emerge tutte le volte che siamo in crisi, per poi essere (la ripartizione della ricchezza) puntualmente ignorata quando tutto si risistema a dovere.

    Tra qualche annetto, quando il sistema capitalistico post-moderno tornerà ai fasti degli anni '90, porteremo in auge, se saremo ancora vivi, questi articoli per valutare il grado di attendibilità di chi tali pretese portò avanti quando tutti ebbero le pezze al fondoschiena.

    Non si sono più i capitalisti di una volta, i falchi reaganiani per intenderci, quelli che se ne battevano le balle dello stato sociale e che, nella loro avidità, sapevano rimanere coerenti con tale avidità. I Mr. Scrooge demodè. Tutti che temono di diventare poveri quando la povertà bussa alla porta di servizio. Se invece sbaglia porta, la povertà, tutti sorridenti a 45 denti, belli bianchi, belli allineati. Pericolo scampato, torniamo a monopolizzare il mercato spacciandolo per libero. E guai chi si azzarda a regolarlo, perché solo i comunisti lo fanno, non i capitalisti statalisti.

    Che gli dei abbiano pietà dei pronipoti di Hume.
    Màh. La dottrina keynesiana ha dimostrato di funzionare benissimo (checché ne dica certa gentaglia integralista che l'ha bollato come socialista statalista ammazzamercato) nel contesto in cui è stata creata. Stop.
    La nota frase attribuitagli per rispondere a chi gli diceva che nel lungo periodo la sua dottrina poteva rischiare di far saltare l'intero sistema ("nel lungo periodo saremo tutti morti", N.d.A.), però, la dice lunga sul fatto che ripescare Keynes potrebbe non essere proprio l'idea più intelligente della storia. Due fattori, ad esempio, di critica:
    1. l'Italia le politiche keynesiane non se le può permettere, banalmente, perché con politiche parakeynesiane (son buono e non dico altro) siamo indebitati sino al collo ed oltre: abbiamo speso troppo quando non ne avevamo bisogno, emmòsoccazzi, detta alla francese.
    2. le ricette buone settant'anni fa non si sa bene perché e per come, visto che non è che sia rimasto propriamente "tutto uguale", dovrebbero funzionare tuttora.

    Ah, a chi mi dice "buoni tutti a criticare tu cosa proponi", rispondo, molto gentilmente e cortesemente, che non ne ho idea; se avessi la ricetta pronta probabilmente sarei come minimo candidato al Nobel per l'economia.
    In hoc Silvio vinces.

  7. #7
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    La mia ricetta è molto semplice: continuiamo così e poi ci pensa Gaia, oppure si va nello spazio e chi si è visto si è visto.
    In fondo, anche l'intervento umano è naturale. Naturale nel senso di specie naturale che decide autonomamente di intervenire nell'ecosistema. E se l'impatto di tale scelta sia devastante per l'ecosistema stesso, allora vuol dire che abbiamo trovato una specie dal forte impatto immediato. Anche le termiti hanno impatto elevato, così come i batteri delle fosse oceaniche, solo che la tempistica è diversa. Anche i sauropodi devastarono molto probabilmente foreste intere al loro passaggio, ma a quei tempi non c'era nessun genialoide che avrebbe protestato perché "atto naturale".

    Perciò accantonerei questi articoli a verga di equino da parte di chi nei giorni pari è statalista e nei giorni dispari è liberista. Zero ed Infinito esclusi, perché non classificabili.
    L'unica cosa di cui sono particolarmente certo di essere è di far parte della specie umana. Di più non so e non mi cruccio particolarmente. Al momento. Tutto tempo sprecato, e quel poco che ho lo dedico a qualcosa di più costruttivo e divertente.

  8. #8
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    Davide Policastro ha scritto:
    MarcoGhiotti ha scritto:
    Moriremo tutti Keynesiani.

    Ricordo a lor signori che questa leggenda della ripartizione più equa emerge tutte le volte che siamo in crisi, per poi essere (la ripartizione della ricchezza) puntualmente ignorata quando tutto si risistema a dovere.

    Tra qualche annetto, quando il sistema capitalistico post-moderno tornerà ai fasti degli anni '90, porteremo in auge, se saremo ancora vivi, questi articoli per valutare il grado di attendibilità di chi tali pretese portò avanti quando tutti ebbero le pezze al fondoschiena.

    Non si sono più i capitalisti di una volta, i falchi reaganiani per intenderci, quelli che se ne battevano le balle dello stato sociale e che, nella loro avidità, sapevano rimanere coerenti con tale avidità. I Mr. Scrooge demodè. Tutti che temono di diventare poveri quando la povertà bussa alla porta di servizio. Se invece sbaglia porta, la povertà, tutti sorridenti a 45 denti, belli bianchi, belli allineati. Pericolo scampato, torniamo a monopolizzare il mercato spacciandolo per libero. E guai chi si azzarda a regolarlo, perché solo i comunisti lo fanno, non i capitalisti statalisti.

    Che gli dei abbiano pietà dei pronipoti di Hume.
    Màh. La dottrina keynesiana ha dimostrato di funzionare benissimo (checché ne dica certa gentaglia integralista che l'ha bollato come socialista statalista ammazzamercato) nel contesto in cui è stata creata. Stop.
    La nota frase attribuitagli per rispondere a chi gli diceva che nel lungo periodo la sua dottrina poteva rischiare di far saltare l'intero sistema ("nel lungo periodo saremo tutti morti", N.d.A.), però, la dice lunga sul fatto che ripescare Keynes potrebbe non essere proprio l'idea più intelligente della storia. Due fattori, ad esempio, di critica:
    1. l'Italia le politiche keynesiane non se le può permettere, banalmente, perché con politiche parakeynesiane (son buono e non dico altro) siamo indebitati sino al collo ed oltre: abbiamo speso troppo quando non ne avevamo bisogno, emmòsoccazzi, detta alla francese.
    2. le ricette buone settant'anni fa non si sa bene perché e per come, visto che non è che sia rimasto propriamente "tutto uguale", dovrebbero funzionare tuttora.

    Ah, a chi mi dice "buoni tutti a criticare tu cosa proponi", rispondo, molto gentilmente e cortesemente, che non ne ho idea; se avessi la ricetta pronta probabilmente sarei come minimo candidato al Nobel per l'economia.
    Ai tempi degli studi (e dei cazzeggi) alla facoltà di economia avevo pensato a una regoletta da applicare, ovvero essere keynesiani stretti (scavare buche e riempirle) in tempi di recessione, neokeynesiani (fine tuning) con crescita fino al 2%, biecamente neoliberisti con riforme strutturali impopolari oltre il 2%. Ovvio che la politica non si adatta con la stessa velocità dei numeri. Ci sono di mezzo le ideologie (di tutti i tipi quella mercatista e quella statalista) ad esempio ciò che è bene da noi non può esserlo in Bolivia, con pace e bene di queli contro le privatizzazioni nei Paesi in via di sviluppo (sbagliate) che le vorrebbero impedire qui per gli stessi motivi. E gli economisti americani che pensano di applicare politiche invece super-liberal in Africa. ecc ecc
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  9. #9
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    Ichino va utilizzato per la riforma del pubblico impiego. Sul lavoro è degno dei liberisti.
    Se hai un po di tempo da perdere fai un salto qui:
    www.candidonews.wordpress.com
    Un blog in cui parlare di Politica, Informazione, Televisione, Cinema e tanto altro...

  10. #10
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    Predefinito Re:L'uguaglianza secondo Ichino

    anche il pubblico impiego È lavoro.Le battute vanno bene per un po',ma...

 

 
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