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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Attacco a Londra, attacco all'Europa, attacco all'Occidente

    L'attacco a Londra impone all'Europa di guardare in faccia la realtà

    A pagina 6 del quotidiano "La Stampa" di venerdì 8 luglio 2005 è stato pubblicato un articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo...

    " "Il terrorismo è in mezzo a noi"


    E adesso che Londra, proprio l’adorata Londra, e proprio accanto al British Museum, a Trafalgar Square,a King’s Cross, a Aldgate East, e anche nell’Underground che più di ogni altra Metro parla di modernità e democrazia, si è unita alla famiglia delle vittime del grande terrorismo come New York, Madrid, Gerusalemme, Istanbul, è forse l’ora di renderci conto senza pietà che da anni l’indirizzo era scritto sui muri. La si chiamava fra gli esperti di terrorismo come il professor Yoni Figel che ha coniato il termine, «Londonistan» per dire che si sa bene quanto la capitale inglese pulluli di estremismo islamico, e quanto di là si dipartano molte delle trame che, con gangli, covi, denari nel resto d’Europa e altrove, si svolgono nel vecchio continente.
    L’Europa è zeppa di terrorismo che sta qua per colpirci. Da Londra proveniva Richard Reid, il terrorista con le scarpe piene di tritolo che tentò il terrorismo suicida su un aereo. Da Londra, i due terroristi suicidi di Hamas con passaporto britannico che fecero saltare per aria il Mike Club sul lungomare di Tel Aviv. A Londra gli hezbollah sono impegnati in operazioni di intenso reclutamento; a Londra fu arrestato per aver mandato terroristi in Iraq Abderrazak Mahdjab e si è scoperta una rete di traffici con carte di credito rubate per finanziare l’organizzazione; a Londra si è svolto il processo del ricino, dopo che in un appartamento di Woodgreen erano stati trovati materiali (fra cui semi di ricino, botulina, cyanide, solanina, etc) e note in arabo per preparare letali armi chimiche e biologiche. Il capo, Khamel Burgass è stato riconosciuto colpevole di cospirazione a scopo delittuoso, ma i complici sono stati mandati liberi. Da Londra proveniva Cabdullah Ciise arrestato a Milano per l’attacco di Mombasa del novembre 2002 e si sospetta che vi si trovi Mohammed Al Garbuzi, figura centrale nell’attentato di Casablanca del maggio scorso). A Londra in un’altra ventata di liberazioni è stato rilasciato il predicatore Abu Qatada, probabilmente la guida spirituale di Mohammed Atta il leader dei dirottatori delle Torri Gemelle. A Londra il sindaco Ken Livingstone ha promosso e presenziato a un incontro pubblico con lo sceicco Yussuf al Qaradawy, uno dei più pesanti ideologi jihadisti.
    Ognuna delle capitali europee ha lo stesso curriculum, e peggio. L’Inghilterra, il Belgio, la Spagna, la Francia, l’Italia, in cui la presenza terroristica ormai devastante viene descritta bene da Magdi Allam nel suo libro «Viaggio nell’islam radicale». Sono i centri di organizzazione occidentale più fitti, in cui il terrorismo finanziato da casa (Arabia Saudita, Iran etc), si organizza per esportare un flusso ininterrotto di emissari, spesso terroristi suicidi, verso i campi di addestramento e poi verso i luoghi delle operazioni, come l’Iraq. Questo, seguitando sempre ad allargare la rete nei Paesi dell’Est Europeo e nei Balcani, dov’è più facile scivolare inosservati. In Francia, si trova il centro che recluta combattenti ceceni; in Austria, il centro che sovrintende alla comunicazione fra le varie parti; in Germania, l’acquisto di armi da gang criminali. Al Qaeda agisce come generica casa madre, un marchio internazionale, ma si serve di meccanismi sociali, politici e religiosi invece del tutto locali, e ne viene usata.
    Molto spesso i terroristi sono ragazzi alla terza generazione dopo l’immigrazione, talora avevano 13 anni ai tempi dell’11 di settembre. Il loro islamismo estremo è tutto ideologico, la proprietà della lingua e di costumi perfetta, i documenti autentici. Mohammed Atta insegnava architettura ad Amburgo e educati ad Amburgo erano anche gli assassini di Daniel Pearl; tedesco-polacco era Michael Christian Ganczarski, il terrorista dell’attacco di Istanbul dell’aprile 2002. Un esercito di mujaheddin risiede permanente fra noi, in Europa. La moscheizzazione, ovvero l’uso dei luoghi di culto come centri di indottrinamento, è ormai un fenomeno accertato e difficile da combattere senza ferire la libertà religiosa, come difficile in generale è battere il terrore con l’uso delle leggi correnti. La strage di Madrid è avvenuta l’11 di marzo di poco più di un anno fa, e da allora si sono viste parecchie esplosioni, agguati a fuoco, sequestri, rapimenti, decapitazioni.
    Questi eventi sono stati preparati, aiutati dal fatto che vige in Europa la convinzione che alla fin fine il terrorismo sia un fenomeno non così rilevante come vorrebbero Bush e Sharon, che può essere placato, pacificato, con un atteggiamento dialogante, abbandonando gli Usa alla loro guerra e Israele a quella che si vuole illudere sia una rivendicazione puramente territoriale di Hamas e degli Hezbollah, da cui noi europei siamo immuni. La questione della sicurezza nella mente europea è tuttora assai secondaria, le elite non hanno mai saputo o voluto formare nella gente una coscienza della priorità del tema, hanno bloccato i meccanismi di difesa sia istituzionali che legali che culturali per paura di creare razzismo, illegalità, o semplicemente perché convinti di poter domare il fenomeno con misure sociali.
    Invece l’Europa è un gomitolo di terrorismo, e la «geometrica potenza» dell’attacco odierno dimostra quanto esso sa dipanarsi a nostro danno se non lo si combatte con furia e determinazione.
    "

    Shalom

  2. #2
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    Dal Corriere della Sera dell'8 luglio un articolo di Cremonesi...

    "
    *ECCO COSA SUCCEDE A CHI STA DALLA PARTE DELL'AMERICA*


    La notizia degli attentati di Londra arriva proprio mentre Mahmud al- Zahar ci sta ricevendo per una lunga intervista nella sua abitazione. «Ecco cosa succede ai Paesi che sostengono gli Stati Uniti. Il governo di Tony Blair ha mandato le sue truppe in Iraq assieme a quelle americane. È vero o no? Non c'è tanto da stupirsi allora se oggi si ritrova gli attentati in casa» , sbotta a caldo il nuovo leader di Hamas, l'organizzazione dell'estremismo islamico palestinese più identificata con gli attentati suicidi in Israele. Poi cerca di puntualizzare: « Non voglio essere frainteso. Io sono contrario agli attentati contro i civili, qualsiasi civile. Ma diciamola tutta: se i soldati inglesi non fossero andati a Bassora o a Bagdad, anche Londra oggi sarebbe stata risparmiata» . Che cosa significa, Hamas è d'accordo gli attentati di Londra? «Non ho mai detto questo. Lo ripeto, in via di principio l'Islam è contrario agli attentati contro i civili. Ma cerco anche di spiegare i motivi degli attentatori. E trovo una risposta molto elementare: esiste nel mondo un vasto movimento popolare che condanna l'egemonia arrogante degli americani. Lo abbiamo visto anche dalle manifestazioni di massa ogni volta che si riuniscono i Paesi del G8. I potenti della Terra, con i governi di Bush e Blair in testa, dovrebbero stare più attenti alla voce dei Paesi più poveri» . Ma non crede che davanti a questo terribile massacro la sua condanna dovrebbe essere più netta? «Mi sarei atteso una condanna più forte dal cosiddetto mondo civilizzato quando il 10 settembre 2003 gli israeliani cercarono di assassinarmi a colpi di missile e uccisero invece mia moglie e uno dei miei figli», risponde secco mostrando la sua abitazione ricostruita di fresco e le foto di quella abbattuta due anni fa. Dalla primavera dell'anno scorso al-Zahar ha preso il posto dei due leader storici di Hamas, lo sceicco Ahmad Yassin e Aziz al Rantisi, uccisi dagli israeliani. E le sue parole sono cariche di risentimento. «Comunque le armi americane o israeliane possono fare ben poco. Perché alla fine l'Islam trionferà. La nostra religione, la nostra cultura, sono destinate ad avere il sopravvento in pochi decenni sulla decadenza dell'Occidente. Tra al massimo mezzo secolo degli Stati Uniti resterà soltanto un vago ricordo ». Tra poche settimane gli israeliani dovrebbero smantellare tutte le colonie ebraiche nella striscia di Gaza. Hamas lancerà nuovi attentati? «Abbiamo detto con chiarezza che non saremo i primi a ricorrere alla violenza, le nostre azioni saranno solo in risposta a quelle israeliane. Faremo di tutto per non disturbare il ritiro israeliano, che se ne vadano al diavolo. Il problema si presenterà dopo, perché nel cuore di ogni palestinese la liberazione di Gaza deve essere congiunta a quella di Gerusalemme e della Cisgiordania» . Significa che siete pronti alla coesistenza pacifica con Israele se si ritira sui confini precedenti la guerra del 1967? « Assolutamente no. Questa potrebbe essere una soluzione temporanea, cinque o dieci anni al massimo. Alla fine tutta la Palestina dovrà tornare a essere islamica. Nel lungo periodo Israele sparirà dalla faccia della Terra » . "


    Shalom

  3. #3
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    dal FOGLIO di venerdì 8 luglio

    " VISTO DA ISRAELE
    di Anna Barducci



    Roma. Quando si sente parlare di un attentato,
    di qualsiasi matrice sia, inevitabilmente
    si pensa a Israele. Lo Stato ebraico
    negli ultimi anni d’Intifada, e in tutta la
    sua storia di paese continuamente sotto attacco,
    ha dovuto sviluppare un servizio
    d’intelligence che potesse prevenire l’attuazione
    di attacchi terroristici nel paese.
    Le operazioni militari come Scudo di Difesa
    nei Territori, intrapresa nel marzo 2002
    dopo che in un solo mese i gruppi armati
    avevano ucciso 120 persone, sono servite a
    evitare la morte di altri israeliani.
    Gli obiettivi civili sono il bersaglio più
    facile e colpire loro significa creare un forte
    impatto psicologico sulla popolazione.
    Gli attentati di Madrid provocarono un
    senso di timore tra gli spagnoli: invece che
    un desiderio di reazione forte, ci fu una voglia
    di ritrarsi dalla prima linea della guerra
    al terrorismo. In Israele, attacchi suicidi
    come quello in un bus del 19 agosto 2003
    a Gerusalemme, con un bilancio di 22 morti
    e 135 feriti, rendono invece intransigenti
    sia la popolazione sia il governo a continuare
    la politica di difesa contro i gruppi
    armati. “Non si può comparare la situazione
    in Israele con l’attentato in Gran Bretagna
    – dice al Foglio Eli Karmon, analista
    all’International policy institute for counter-
    terrorism al Centro interdisciplinare di
    Herzliya – Non si può parlare nemmeno di
    un calo di tensione dello stato d’allerta
    delle forze dell’ordine inglesi. Non ci sono
    mai stati attentati di questo tipo nel paese,
    ma soltanto retate di arresti e qualche attacco
    sventato o fallito. Scotland Yard, secondo
    quanto riportato finora, era informata
    di un piano per un grande attacco
    terroristico, che avrebbe sconvolto il paese
    in questo periodo. Il Regno Unito però
    non è mai stato colpito direttamente come
    Israele. Il nostro esercito è continuamente
    sotto stato d’allerta, anche nei momenti di
    tregua, perché sappiamo che un attentato
    potrebbe scoppiare da un momento all’altro,
    nonostante non sempre sia possibile
    prevenirli tutti”.
    I servizi non lavorano sul presente apparente
    Per Yigal Carmon, ex consigliere dell’anti-
    terrorismo per vari premier israeliani,
    colonnello dell’intelligence per venticinque
    anni e presidente del Middle east media research
    institute (Memri), è importante che i
    servizi d’informazione europei possano collaborare
    per prevenire gli attentati. “I servizi
    di sicurezza non lavorano sul presente
    apparente. Può essere anche un periodo di
    calma, ma questo non deve importare o influire
    sul loro operato. Il loro compito è di
    focalizzarsi sulle informazioni dell’intelligence
    o sulla loro mancanza. Quando si ricevono
    dati sicuri, allora si lavora, incentrandosi
    su di essi, quando sono generali si
    cerca di capire che linea seguire – dice Carmon
    – I mezzi di trasporto, come ci insegna
    la storia, sono i target preferiti per portare
    a termine stragi di massa. I media hanno riportato
    che le forze di sicurezza inglesi erano
    a conoscenza già da una settimana che
    un attentato poteva essere attuato. Quello
    che bisogna capire è quale tipo d’informazione
    avevano ricevuto. Se era generale o
    specifica e se permetteva di prendere misure
    di prevenzione o no. Una cosa importante
    è che i media inglesi non hanno ancora
    mostrato alcuna immagine dell’accaduto.
    Una politica giusta, che purtroppo Israele
    ha infranto da tempo. Quando avviene un
    attentato terroristico immediatamente le tv
    isrealiane si precipitano a riprendere e i
    giornalisti fanno domande alla polizia. Involontariamente,
    a volte, accade che gli ufficiali
    lascino trapelare informazioni. In
    questa occasione, l’intelligence britannica
    ha fallito. E’ quindi necessario non fare riprese
    né domande ai servizi di sicurezza e
    lasciare i terroristi nel buio. Non devono sapere
    se sono sulle loro tracce. Quando ero
    il consigliere per l’anti-terrorismo del primo
    ministro ci riunivamo ogni settimana
    per verificare le informazioni dell’intelligence.
    E poi coordinavamo con l’esercito, la
    polizia e le varie forze dell’ordine la risposta
    necessaria per reagire alla minaccia. Dividevamo
    l’intelligence in informazioni contro
    bersagli dentro il paese e target israeliani
    all’estero. A volte, avevamo sessioni ad
    hoc infrasettimanali. La posizione di consigliere
    per l’anti-terrorismo accanto alla figura
    del premier era stata creata per valutare
    i dati dell’intelligence e preparare una
    reazione nazionale militare adeguata”. Negli
    Stati Uniti, l’incarico di principale consigliere
    dell’intelligence per il presidente è
    stato creato dall’Amministrazione Bush.
    L’attuale direttore dell’intelligence nazionale,
    John Negroponte, coordina quindici
    servizi informativi. L’Europa fino a oggi non
    ne ha ancora uno.
    "

    Shalom

  4. #4
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    dal FOGLIO di venerdì 8 luglio

    " VISTO DALL'AMERICA
    di Christian Rocca

    Il Foglio ha chiesto ad alcuni analisti ed
    editorialisti americani, conservatori e liberal,
    di commentare l’attacco islamista a
    Londra e di provare a immaginare che cosa
    potrà accadere nel momento in cui il quadro
    sarà più chiaro. Quali possibili reazioni ci dovremmo
    aspettare dai britannici, se la strage
    indica un cambio di strategia dei terroristi e,
    infine, se cambierà la risposta occidentale al
    fondamentalismo islamico. Max Boot, editorialista
    del Los Angeles Times e studioso al
    Council on Foreign Relations, crede che non
    ci sia stato niente di particolarmente nuovo
    nella strategia terrorista a Londra. “Sembra
    tutto molto simile a quanto successo a Madrid”.
    Secondo Boot, “i terroristi volevano fare
    qualcosa del genere da un bel po’ di tempo,
    ma sono sempre stati ostacolati dai servizi
    segreti. Eppure è inevitabile che kamikaze
    così determinati prima o poi ci riescano. Nessuno
    può proteggere adeguatamente un grande
    sistema di trasporto pubblico come quello
    di Londra o di Madrid o di New York o di
    Roma”. Quanto alle reazioni inglesi, Boot
    prevede “una predominante risposta simile
    a quella americana, vale a dire un raddoppio
    della determinazione a sconfiggere il terrorismo,
    a vincere in Iraq e a non cedere ai terroristi”.
    Boot immagina anche “una minoranza
    in Gran Bretagna, e magari un po’ più
    di una minoranza nel resto d’Europa, che
    proverà a riproporre risposte centrate sull’appeasement,
    ovvero sulla pacificazione in
    cambio di qualche concessione. Purtroppo
    non c’è modo di scendere a patti con costoro,
    visto che il loro obiettivo è semplicemente
    quello di creare un califfato globale. Credo
    che ci dovremmo aspettare altri attacchi come
    questi negli Stati Uniti, in Danimarca e in
    Italia, cioè in quei paesi che si sono opposti
    al terrorismo. Il punto sarà capire se l’Europa
    riuscirà a gestire il rapporto con la sua minoranza
    musulmana interna. Fin qui la maggior
    parte dei paesi europei non ha preso misure
    di polizia interna sufficienti, come quelle
    necessarie a chiudere le moschee dove si
    predica la violenza. Sebbene in ritardo, ora
    immagino che ci sarà un giro di vite, ma gli
    europei dovranno trovare il modo di assimilare
    gli immigrati. Potranno imparare qualcosa
    dagli Stati Uniti, anche se non esiste un
    modo veloce, facile e sicuro per riuscirci
    ”.
    Paul Berman: leggete la rivendicazione
    Il saggista liberal Paul Berman, autore di
    “Terrore e Liberalismo” e del prossimo
    “Power and Idealists” (dove sostiene che la
    sinistra pronta a usare la forza per proteggere
    i diritti umani e sconfiggere il totalitarismo
    islamico è la vera erede dei radicali
    degli anni ’60) nota che “la rivendicazione
    dei terroristi ha descritto la strage come
    una risposta alle guerre in Iraq e in Afghanistan.
    Attenzione: non solo in Iraq, ma anche
    in Afghanistan. La stessa cosa dissero
    dopo Madrid. L’idea che l’Iraq e l’Afghanistan
    siano un’unica guerra è molto chiara a
    Bush, Blair e ai loro alleati. E’ chiara alle
    persone comuni come me ed è chiara alle
    cellule di al Qaida in Europa.
    Non è chiara
    soltanto a una parte dell’occidente. Immagino
    che, come successe dopo Madrid, una
    buona parte della gente dirà: ‘Avete visto?
    La guerra in Iraq è stata un errore’. E non
    diranno niente sull’Afghanistan”.
    Un altro liberal come il sociologo Thomas
    Cushman, direttore del Journal of Human Rights
    e autore di “A matter of principle: humanitarian
    arguments for war in Iraq”, crede
    che “gli inglesi, a differenza degli spagnoli,
    non cederanno. Sono abituati all’Ira e sanno
    che cosa fare. La strage contribuirà ad aumentare
    il sostegno per le misure forti che
    Blair deciderà di prendere. Gli altri europei
    invece continueranno a criticare le azioni
    americane. Preferiscono pestare sull’America,
    invece che combattere il terrorismo. Il
    problema è questo. Tanto più che il loro comportamento
    diventa la più importante strategia
    a disposizione di al Qaida. La sinistra continuerà
    a cercare ‘la causa’ del terrorismo e
    sosterrà la tesi che la guerra in Iraq ha creato
    più terroristi. Naturalmente la migliore risposta
    è quella di rafforzare l’attuale strategia
    e di non cedere ai ricatti dei difensori dei
    diritti civili, i quali continuano a non capire
    la situazione di sicurezza in cui viviamo e si
    preoccupano più dei diritti dei sospetti terroristi
    che delle carneficine di innocenti. Il
    problema principale della sinistra è di non
    capire che il potere e la forza devono essere
    usati per proteggere le società liberali. E che
    non sempre sono un male”.
    Secondo Cushman,
    il fatto che i terroristi abbiano scelto di
    attaccare nel giorno in cui il G8 si riuniva per
    risolvere i problemi della povertà “dimostra
    che a loro non importa niente degli oppressi
    e dei deboli. A loro interessa soltanto destabilizzare
    le libertà e la società civile occidentale
    per instaurare la loro regressiva visione
    sociale”.
    "


    Shalom

  5. #5
    Estremista del Welfare
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    Eccoli gli avvoltoi, eccoli i fomentatori.

    Ecco il trionfo della stupidità.

    Son tutti presi a vendere la guerra in iraq a farla ingurgitare.
    In mezzo al sangue.
    E di sangue ne vorrebbero un orgia.
    Mentre delirano di conflitti occidente-islam.

    Nonostante le BUGIE sulle armi di distruzione.
    Nonostante la guerra in Iraq non avesse nulla a che fare con il terrorismo.
    Nonostante la cotruzione di 14 basi permanenti USA in iraq come da vangelo neocons.

    Bin Laden usa l'Iraq per i suoi sporchi scopi.
    Questa gente usa bin laden per i loro sporchi scopi.

    Chi vorrebbe associare i palestinesi nella "guerra al terrorismo" per trovare la soluzione finale.

    Chi vorrebbe una validazione a posteriori della guerra neocoloniale (come da agenda neocons) in iraq.

    E magari preparare il terreno per qualche nuova avventura.

    Il tutto annegato in un brodo nauseabondo di razzismo.
    Chi blatera e vaneggia di conflitto occidente-islam è sostanzialmente razzista.
    E pure sostanzialmente un terrorista che cerca di inserire bombe ideologiche per generare ed alimentare paura e risentimento contro il baubau.
    Il tutto contro ogni ragionevolezza, contro il rispetto dovuto ad ogni individuo qualsivoglia sia la sua etnia o religione, cardine della democrazia.
    Il tutto per coprire e far avvallare precisi obbiettivi geostrategici.

    MALA TEMPORA CURRUNT

  6. #6
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    " il Giornale del 08/07/2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    Ma il terrorismo ha fallito
    Paolo Guzzanti
    --------------------------------------------------------------------------------

    Se lo scopo del terrorismo è quello di provocare terrore, lo scopo ieri è fallito. A Londra una quarantina di cittadini, uomini e donne, sono morti sventrati, mutilati, bruciati. Altri hanno pianto come si piangeva durante i bombardamenti nazisti. Anche allora i londinesi tiravano fuori i loro morti e li seppellivano, portavano i feriti all'ospedale e confidavano nella Royal Air Force. E ieri il popolo inglese non è stato da meno: l'attacco era atteso, un attacco senza onore, e ognuno ha fatto il suo dovere: la polizia, la sanità, gli investigatori, coloro che hanno bloccato i treni della metropolitana e tutto il personale che ha raccolto morti e feriti, più di settecento, forse mille. Niente panico, niente terrore, il terrorismo ha fallito.
    Ma è la cittadella occidentale che ha inventato il progresso, che tutela la dignità della donna, che ha creato sistemi di governo controllati dalla sovranità popolare ad aver subito ieri un nuovo attacco, stavolta connesso con il G8 così come le bombe di Madrid erano connesse con la campagna elettorale spagnola, sicché i terroristi fecero vincere Zapatero.
    Il Presidente Berlusconi come tutti i leader mondiali ha espresso non soltanto parole di cordoglio e indignazione, ma di fermezza, mentre Tony Blair ripeteva al suo popolo «loro perderanno e noi vinceremo». L'Inghilterra può essere più aggressiva dell'America, dispone di corpi speciali spietati e di una intelligence all'altezza della sua fama. E l'Italia? Inutile fare giri di parole, è già nel mirino: per ora si valuta se una rivendicazione su un sito internet sia attendibile.
    Ma non è questo il punto: l'Italia è sicuramente nella lista dei terroristi. E ieri abbiamo apprezzato il tono di dolore espresso da Berlusconi quando ha detto che si deve essere coscienti del fatto che «anche l'Italia è esposta». Gli inglesi hanno ripetuto che per loro era ovvio che ci sarebbe stato un attentato in Inghilterra e che l'unica domanda sensata riguardava solo il quando.
    Il ministro Pisanu ha dato la notizia in Parlamento con dignità e responsabilità. Le forze d'opposizione hanno pronunciato parole di circostanza, salvo Rutelli che ha detto: non dobbiamo abituarci a subire il terrorismo, ma a combattere il terrorismo.
    Ieri Kofi Annan ha definito il bombardamento di Londra un «crimine contro l'umanità» ma si tratta di una mistificazione politicamente corretta, ovvero ipocrita, perché siamo invece di fronte a un crimine contro la Gran Bretagna e la nostra civiltà occidentale, non contro l'umanità: per questo ci sembra che molto opportunamente il presidente Ciampi abbia parlato di «attacco al cuore dell'Europa». A quell'Europa che si è schierata contro il terrorismo islamico dopo l'undici settembre del 2001 e al fianco degli Stati Uniti. La Spagna di Aznar era in prima linea ed è stata bombardata, la Gran Bretagna lo è tuttora ed è stata colpita.
    L'attacco a Londra ha eccitato le piccole viltà italiane e internet è stata inondata di messaggi che, con il pretesto di deplorare gli attentati, chiedono la fuga italiana dall'Irak, dando per scontato il rapporto causa-effetto tra guerra e attentati.
    A questo proposito merita una citazione Condoleezza Rice secondo la quale non c'è alcuna relazione fra questi attentati e la guerra in Irak, perché «questa storia va avanti da un pezzo» e ricorda gli attentati a Beirut negli anni Ottanta, quello contro il World Trade Center del 1993, le bombe alle sedi diplomatiche di Kenya e Tanzania, fino all'undici settembre a New York e poi a Madrid.
    Tony Blair che ormai si considera il leader dell'Europa, ieri aveva una voce che ci ricordava quella di Winston Churchill: bassa e ringhiante. Nessuno ha piagnucolato a Londra, tutti hanno fatto la loro parte, il G8 continua e la gente è tornata a lavorare senza alcun terrore.
    "

    Shalom

  7. #7
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    Di soluzione finale ne parlano solo gli amici dei razzisti di hamas (che non è nel governo dell'ANP solo perchè LEI ha rifiutato le offerte ......di chi dovrebbe disarmarla, combatterla eccetera).
    " il Giornale del 08/07/2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    E da Londra l'imam annunciò: «Colpiremo Roma»
    Claudia Passa
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    Roma. Madrid, Londra. E poi? Si allarga sotto traccia, nel Vecchio Continente, la metastasi del terrore. E proprio al nostro Paese le più recenti analisi d'intelligence attribuiscono un ruolo importante come area di transito e di raccordo delle cellule dormienti pronte a risvegliarsi. È sui flussi dell'Islam radicale che si vanno concentrando in queste ore gli sforzi dei nostri 007, allertati da nomi e circostanze che proprio l'attacco alla capitale britannica finisce col riportare in primo piano quando tirando le fila delle cellule «in sonno» in Inghilterra collegate alla strage di Atocha si finisce in Italia, in una rete di insospettabili impegnati nel reclutamento e nella logistica.
    Viaggiando sulla rotta Milano-Londra si incrocia il gruppo combattente tunisino costituito a Londra da Seifallah Ben Hassine e Tarek Maraaufi (arrestato in Spagna ma ricercato anche dalla Digos di Genova), attivo sul fronte del reclutamento di combattenti per la Jihad e collegato alla cellula milanese, sospettata di fornire supporto logistico per lo «smistamento» dei terroristi in Europa e nel Maghreb nonché di garantire agli aspiranti martiri alloggio e documenti falsi. Il fulcro della Jihad made in Italy ruota attorno ai salafiti, cui si rifanno i gruppi combattenti della Tunisia e del Marocco. Ai salafiti si riconducono le cellule monitorate da Sismi e Sisde in Lombardia (Milano, Cremona e Parma), in Emilia (Reggio), in Toscana e in Campania. In collegamento con la Gran Bretagna troviamo invece le cellule di Udine, Torino, Venezia, Vicenza, Vercelli e Desio. Tutte affiliate al movimento Takfir Wal Hijra («Anatema ed esilio»), che tra i suoi adepti vantava anche Mohammed Atta, il capo-commando dell'11 settembre. Tutte in contatto con Abu Qatada al Falastini, imam londinese di origini giordane, collegato ad Al Zarkawi, finito in manette lanciando la seguente fatwa: « Roma è la croce, l'Occidente è la croce e i romani sono i padroni della croce. L'obiettivo dei musulmani è l'Occidente. Noi apriremo Roma ». Il messaggio di Qatada, considerato il leader europeo di Al Qaida, fu trovato la prima volta nella moschea di Cremona, in possesso di quel Mohamed Trabelsi che al Belpaese aveva mandato a dire: « Vogliamo colpire l'Italia perché quel cane di Berlusconi appoggia quel cane di Bush ».
    Dopo l'arresto di Qatada, a prenderne le veci quale trait d'union fra le cellule italiane, inglesi e spagnole sarebbe una triade di insospettabili, estranei alla famigerata moschea di Finsbury Park, nella periferia Nord di Londra, dove prima di Qatada aveva lanciato i suoi proclami quell'Abu Hamza (al secolo Mustapha Kamel Mustapha, 47 anni, egiziano, passaporto inglese, arrestato nel 2004 su richiesta degli Usa) che in video esortava i mujaheddin a «preparare le spade e distruggere Roma». Gravato da undici capi d'accusa per terrorismo, Abu Hamza è stato segnalato in contatto con la moschea di viale Jenner a Milano e con alcuni appartenenti alle cellule di Roma e di Torino, oltreché con Zacharias Moussaoui. Ovvero col ventesimo uomo dell'11 settembre 2001.
    "

    Che differenza sostanziale c'è fra i deliri di questo capetto islamista fanatico e i post deliranti di poveretti che citano in latino e scrivono in demenziale?
    Shalom

  8. #8
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    il Giornale del 08/07/2005


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    La Cia: «È il perfetto bis di Madrid»
    Alberto Pasolini Zanelli
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    Washington.Per i servizi americani di intelligence il compito è stato questa volta, purtroppo, fin troppo facile. Almeno quello iniziale. Due ore dopo la strage di Londra rimanevano pochi dubbi su chi ne sia stato l'autore. E non solo perché il gesto è stato rivendicato da un gruppo finora sconosciuto che però si richiama espressamente ad Al Qaida ma anche e soprattutto per lo «stile» con cui la sanguinosa operazione è stata condotta. «Ci sono le impronte digitali» dice qualcuno alla Cia, naturalmente senza «firmare» questa sua opinione. Le somiglianze con l'eccidio di Madrid sono impressionanti: la pluralità degli obiettivi tutti però legati al mondo dei trasporti e soprattutto la scelta di una data significativa, carica di valori simbolici. A Madrid la vigilia delle elezioni, adesso a Londra il giorno dell'apertura del G8. Più, naturalmente, la coincidenza con l'indomani della assegnazione alla capitale britannica dei Giochi Olimpici; ma gli esperti concordano nel considerare questa come una coincidenza. È evidente, si spiega, che la catena di attentati era stata preparata accuratamente con una lavoro che forse ha richiesto mesi e su un terreno fra i più difficili, sia per l'efficienza della polizia e del controspionaggio britannici, sia perché che quello sarebbe stato il prossimo bersaglio era dato per scontato.
    La lista nera è stata recitata da Osama Bin Laden in persona, con una sembianza di «graduatoria», che purtroppo adesso, dopo che la «sentenza» è stata eseguita a Londra e a Madrid, potrebbe essere in questo momento capeggiata dall'Italia. Forse sarebbe stato più risonante un atto terroristico compiuto più direttamente vicino ai tredici leader mondiali riuniti a Gleneagles, ma la concentrazione di security laggiù era evidentemente estrema e soprattutto scarseggiavano, in confronto con la metropoli, i bersagli. C'è anche quasi unanimità fra gli esperti nel ritenere che il gesto sia stato in gran parte opera di «manovalanza locale», il che non può sorprendere dal momento che la Gran Bretagna ospita, dopo la Francia, il massimo numero di immigrati musulmani, molti dei quali cittadini del Regno Unito. Questi dati confermerebbero la trasformazione avanzata di Al Qaida in una «confederazione» di cellule terroristiche bene inserite nel tessuto demografico e sociale dei diversi Paesi.
    Il paragone improprio ma rimarchevole che viene avanzato è con le catene di fast food. I singoli McDonald's non sono proprietà di McDonald's, che, in questo caso a pagamento, fornisce il nome e il marchio. Anche nel caso del terrore fondamentalista molto sarebbe lasciato alle iniziative individuali, perché i singoli gruppi sarebbero in gran parte di germinazione spontanea, senza collegamenti diretti o indiretti e in gran parte anzi ignorando l'uno l'esistenza o l'identità dell'altro. Al Qaida fornirebbe soltanto le grandi strategie. In pratica sceglierebbe nel menu delle iniziative concedendo appoggio, consulenza, magari rinforzo e comunque pubblicità a quelle che ritiene più «interessanti».
    Il processo era già avviato prima della strage di Manhattan nel 2001 e della conseguente occupazione americana dell'Afghanistan, quando Bin Laden vi disponeva di basi quasi all'aperto e di campi di addestramento, gli stessi che prima erano stati allestiti nel Sudan. Proprio a proposito della strage delle Torri Gemelle non è mai tramontata la tesi secondo cui anch'essa sarebbe stata elaborata autonomamente dalla cellula annidata in una moschea di Amburgo e poi sottoposta all'approvazione di Bin Laden.
    Ci si chiede allora se sia vero quello che Bush afferma spesso e cioè che «il mondo è più sicuro». Probabilmente lo è l'America, soprattutto per gli sforzi che essa ha compiuto con successo di sorvegliare attraverso la prevenzione le attività di tutti i gruppi sospetti. Negli ambienti dell'intelligence Usa si sottolinea anche che, al di fuori dell'Irak, i casi di terrorismo internazionale sarebbero in diminuzione, addirittura dimezzati, nei confronti, ad esempio, degli anni Ottanta. Ma questo potrebbe non valere per l'Europa, che secondo alcune allarmate previsioni starebbe diventando il nuovo epicentro del terrore fuori dai confini geografici tradizionali dell'Islam.



    Shalom

  9. #9
    SENATORE di POL
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    La Stampa del 08/07/2005


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    Blair: i nostri valori sono più forti di quelli dei terroristi assassini

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    «Voglio dirvi poche cose sui terribili eventi occorsi a Londra oggi», annuncia Tony Blair presentandosi in tv a mezzogiorno in punto. Ma se la dichiarazione del premier britannico è breve, parlano anche il volto disfatto dall'angoscia, gli occhi velati da un'emozione che a tratti sembra sovrastarlo, l'espressione sconvolta, i lineamenti contratti. Gli attentati nella capitale sono avvenuti da tre ore, calibrati alla perfezione sull'avvio del G8, come sottolinea Blair. Per inviare un messaggio di intimidazione e morte ai leader dell' Occidente ricco riuniti in un albergo della campagna scozzese, dunque. La riunione proseguirà però come previsto, perché «è desiderio di tutti continuare a discutere gli argomenti che si dovevano discutere».
    Anche in assenza del padrone di casa, che poco dopo rientrerà a Londra a seguire da vicino la crisi più grave per la Gran Bretagna dalla guerra civile d'Irlanda. Blair tornerà a Gleneagles soltanto a tarda sera, sostituito alla guida dei lavori in un primo tempo dallo «sherpa» britannico Michael Jay e, più tardi, dal ministro degli Esteri Jack Straw. Interrompere il summit sarebbe stata una dichiarazione di resa al terrorismo, e dunque si proseguirà anche se in un «clima mesto e completamente trasformato», come dirà poi il cancelliere Schroeder. La scelta è obbligata, per il premier britannico e i colleghi: «E' importante che coloro che si dedicano al terrorismo sappiano che la nostra determinazione a difendere i nostri valori e il nostro modo di vivere sono più forti della loro determinazione a provocare la morte di gente innocente e imporre l'estremismo nel mondo: è un giorno triste per gli inglesi ma non ci faremo dividere, non ci faremo intimidire da chi tenta di utilizzare l'omicidio di persone innocenti per spaventarci», è il sigillo politico di Blair alla tragedia londinese.
    La giornata più lunga del premier britannico, in realtà, era cominciata ventiquattr'ore prima. In modo radioso: accogliendo gli ospiti per il pre-vertice senza nemmeno provare a contenere la gioia per l'assegnazione a Londra delle Olimpiadi 2012. E promettendo con un gigantesco sorriso di giovane invecchiato che, nel duplice ruolo di presidente di turno del G8 e dell'Unione europea, avrebbe condotto in porto tutti i progetti messi a verbale nelle dichiarazioni di programma. Nonostante le vistose perplessità dell'alleato americano George Bush, e la conclamata ostilità del collega francese Jacques Chirac. Poche ore appena e l'angoscia cancella soddisfazione e sorrisi. Tony Blair invecchia all'improvviso: sta scherzando sull'incidente accaduto a Bush la sera prima, il presidente in bicicletta contro un poliziotto finito in ospedale. Con Jacques Chirac ironizza sull'impos sibilità per l'ospite americano di partecipare al Giro di Francia, quando la notizia di quello che secondo le agenzie di stampa potrebbe ancora sembrare un incidente precipita come un meteorite su Gleneagles. Pochi minuti di incertezza e, dietro le quinte del vertice, le ipotesi di una fatalità tragica svaporano: Blair sospende i lavori e riunisce i collaboratori più stretti, sulla riunione degli 8 Grandi calano attesa e angoscia. A mezzogiorno, quando Blair parla in tv al popolo britannico, la situazione è ormai chiara. Ma il premier ancora non azzarda ipotesi sugli autori materiali della serie di attentati. Soltanto nella sua seconda apparizione in tv, alle 17, si riferisce in modo esplicito ai terroristi islamici. E' il secondo importante messaggio politico della giornata: «So che questa gente agisce nel nome dell'Islam ma vorrei dire che la stragrande maggioranza dei musulmani, in Gran Bretagna e altrove nel mondo, è gente perbene», afferma. Meno sgomento rispetto a mezzogiorno ma provato in modo visibile e vistoso. Le ultime parole sembrano quasi una preghiera: «Quando cercheranno di intimidirci non ci faremo intimidire. Quando cercheranno di piegare la nostra volontà e dividerci, la nostra volontà sarà ferma e resteremo uniti. Quando proveranno a cambiare il nostro Paese mostreremo la nostra dignità. I nostri valori dureranno molto più a lungo dei loro».
    "

    Shalom

  10. #10
    MazingaZ
    Ospite

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    A pagina 7 di La Stampa del 2005-07-09, Maurizio Molinari firma un articolo dal titolo «In Moschea»

    Ecco l'articolo:

    «Chi ha alzato troppo la voce e detto cose che possono essere state interpretate male è chiamato a rivedere i propri atteggiamenti». Abdulkarim Khalil, direttore del centro islamico Al-Manaar, sceglie queste parole per far capire ai fedeli del venerdì che dopo gli attacchi terroristici del 7 luglio a Londra nulla sarà più come prima. Chi è inginocchiato sui tappeti della moschea di Acklam Road, un edificio di pochi piani stretto fra un parcheggio e la ferrovia, non ha molti dubbi sul fatto che il riferimento è alla tolleranza assoluta finora avuta dal governo nei confronti di alcuni fra i leader e gruppi islamici più estremisti.
    Anche nella moschea di Finsbury Park, roccaforte degli integralisti a due passi dallo stadio dell’Arsenal, si fa sentire l’impatto degli oltre cinquanta morti e l’imam dice al microfono: «Chiunque ha commesso tali crimini deve essere catturato e punito, uccidere civili è terribile».
    Fino ad ora Londra è stata non solo la città europea più accogliente per i musulmani - ha il maggior numero di moschee dopo Istanbul - ma anche quella che ha garantito rifugio a personaggi come Abu Hamza al-Masri, sotto processo per incitamento al terrorismo dal pulpito di Finsbury Park, ed il siriano Omar Bakri Mohammed, a piede libero pur avendo nel marzo del 2004 preannunciato come «inevitabile» un attacco a Londra da parte di un «gruppo ben organizzato di giovani musulmani che si chiamano Al Qaeda in Europa» ovvero una sigla molto simile all’unica che finora ha rivendicato gli attacchi.
    La tolleranza nei confronti degli fondamentalisti si è spinta fino alla stretta di mano nel 2004 fra il sindaco Ken Livingstone e Yusuf al-Qaradawi, sostenitore degli attacchi kamikaze, senza parlare dei numerosi leader di gruppi come Jihad islamica ed Ansar di cui da anni Egitto ed Algeria chiedono inutilmente l’estradizione. Fra i pochi ad essere stati arrestati c’è Abu Qatada, i cui sermoni furono trovati nell’appartmento di Amburgo usato dai kamikaze dell’11 settembre, ma si tratta di eccezioni perché «fino ad ora aveva tenuto il tacito patto di non aggressione - spiega Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo dell’"Investigative project" - fra il governo e gli integralisti».
    «Londra non interveniva sugli estremisti perché le loro attività erano rivolte contro i governi nei Paesi d’origine - aggiunge Mahaan Abadin, direttore di "Terrorism Monitor" - ma ora tutto è destinato a cambiare».
    Sono gli imam delle moschee i primi a far capire che questa intesa mai scritta sembra destinata a finire nel cestino e di questo si è parlato sui tappeti di Regent’s Park, dove i pareri erano molto discordi. «Gli inglesi ci toglieranno la libertà come già avviene per i nostri fratelli in America e tutto questo per nulla - sono le parole di un sessantenne originario delle isole di Mauritius con una barba che definisce "da fratello di Bin Laden" - perché nessuno sa chi ha commesso in realtà questi attacchi, l’unica cosa che sappiamo è che quando crollarono le Torri Gemelle fra le vittime non si è trovato neanche un ebreo...»
    Teorie cospiratorie e pregiudizi antisemiti sono l’altra faccia delle denunce sulle «ingiustizie del mondo» che un trentenne oppositore di Gheddafi, elenca addebitandole all’America ed ai suoi alleati: «Palestina, Iraq, Afghanistan, Cecenia, Kashmir». «Come possiamo credere a Bush e Blair quando parlano di democrazia in Iraq - si chiede - se poi non si curano dei musulmani oppressi nel resto mondo?» Nella libreria di Regent’s Park per due sterline si può acquistare «Jihad in the Qur'an & Sunnah» ovvero 47 pagine di commenti su parabole come quella di Khalid bin Walid che guidò i fedeli alla vittoria contro un soverchiante numero di romani. Il «capo dei Romani» è descritto nel libello in lingua inglese come il nemico giurato dei mojaheddin ed è difficile non identificarlo con uno dei leader dell’Occidente dei nostri tempi. Il commesso assicura che il pamphlet «si vende bene» ma poco distante un quarantenne vestito all’occidentale ed arrivato per mano al figlio non potrebbe essere più lontano dalla Jihad: «Sono venuto a pregare come ogni venerdì, siamo musulmani e britannici, i killer hanno ferito noi come tutti gli altri cittadini».
    Imbarazzo ed incertezza hanno portato molti a disertare le preghiere del venerdì. «Donne con il chador sono state insultate e i naziskin hanno imbrattato di scritte offensive alcune moschee - racconta Hamza, trentottenne di Tangeri, mentre entra ad Acklam Road - e tutto ciò per colpa di estremisti che uccidendo civili dissacrano il Corano». S’è saputo in serata che nelle ultime ventiquattro ore vi sono stati almeno settanta episodi antimusulmani, il più grave dei quali è stato il lancio di una bottigli incendiaria contro una moschea a Leeds. «Ciò che non capisco - aggiunge Hamza - è come sia possibile colpire coloro con cui viviamo fianco a fianco, se provano così tanto odio questi estremisti se ne vadano in Arabia Saudita».
    Attorno a lui la sparuta processione di uomini vestiti con jalabieh bianche e donne a capo coperto entra nella moschea di Al-Manaar attraversando un imponente schieramento di agenti, simile a quelli che circondano Finsbury Park e Regent’s Park. I fedeli di Al-Maanar sono noti per essere moderati quanto quelli di Finsbury integralisti mentre Regent’s Park è il maggiore luogo islamico cittadino. Per le differenti anime dell’Islam britannico - due milioni di fedeli pari al 4 per cento della popolazione - il giorno seguente agli attacchi sembra segnato dalle lacerazioni che una madre pakistana ha confessato alla radio: «Mia figlia ha sette anni e mi ha detto che non vuole più essere musulmana, non so cosa dirle».

 

 
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