Il 20 novembre ricorre il cinquantenario della morte di Benedetto Croce.
Come devono ricordarlo i cattolici? Ecco che cosa scrive del filosofo abruzzese l'editoriale dell'ultimo numero di "Certamen" (in cui mi pare di riconoscere la mano di Piero Vassallo), sotto il titolo "Sul primato della civiltà occidentale":
"Quando la strategia della manipolazione, tramite giornalisti alla Paolo Guzzanti, fa entrare nelle pagine di un autorevole quotidiano la citazione di alcuni "portoghesi" della civiltà occidentale, Bertrand Russel, Benedetto Croce e Woody Allen, e li promuove addirittura al rango di testimoni della superiore civiltà, le vie di Roma e di Kabul si confondono in una notte da avanspettacolo. Passi per Woody Allen, comico surrealista, che alcune volte ha fatto perfino ridere. Ma Bertrand Russel? Il suo pensiero giurassico non fa né ridere né piangere: giace. Croce? Dopo una vita trascorsa a fabbricare le parentesi della disapprovazione storica, è entrato nella nicchia scavata fra i due guanciali della noia e dell'irrilevanza.
La testimonianza a favore dell'Occidente cristiano non può essere affidata ai rottami della storia e ai guitti. la dignità delle culture dipende sempre dalla chiarezza delle distinzioni".
Il crociano Giuseppe Galasso sul "Corriere della Sera" (14 novembre) afferma con sicurezza: "Nessuno discute la parte fondamentale di Croce in oltre mezzo secolo di storia italiana".
Noi cattolici ricordiamo in particolare il "no" ai Patti Lateranensi ("Una Messa vale ben più di Parigi, perché assistere o no a una Messa è una questione di coscienza"), il celebre "Perché non possiamo non dirci cristiani" e il voto contrario all'art.7 della Costituzione, con il quale i Patti Lateranensi venivano inseriti nella legge fondamentale della repubblica.
Ricordiamo insomma il contributo decisivo di Croce a quella dissociazione tra coscienza individuale e obbedienza alla Chiesa che tanti guasti ha provocato in campo cattolico (celebre il suo disprezzo per i modernisti, giunti secondo lui in grave ritardo all'appuntamento della storia, avendo scoperto solo alle soglie del '900 il carattere mitico della religione già individuato dai pensatori del Rinascimento). Tra l'altro Croce era il responsabile italiano di quel movimento della Paneuropa, fondato dal conte Richard Nikolaus Coudenhove-Kalergi, che fu tra le tappe essenziali della costruzione del Nuocvo Ordine Mondiale sinarchico e massonico, passante per l'unificazione europea.
Sul "Perché non possiamo non dirci 'cristiani'" ecco il giudizio di Michele Federico Sciacca ("La Chiesa e la civiltà moderna", ed. Morcelliana, 1948): Croce, scrive Sciacca, "arroga a se stesso e al pensiero moderno l'esclusivo diritto di essere gli interpreti più profondi dell'insegnamento cristiano (lei è crociano, vero, dottor Beccaria?, n.d.r.). Il pensiero moderno (illuministico, laico) si presenta insidiosamente come pensiero cristiano, come la forma più progredita di umanesimo, che ha accolto in sé i migliori elementi del cristianesimo. Infatti, modificata, ma non rigettata, la tesi illuministica di un Rinascimento in antitesi all'oscurantismo cristiano medioevale, esso ha svolto l'altra di un Rinascimento che fonde esperienza cristiana e cultura classica e dà vita alla nuova civiltà, alla civiltà moderna dell'uomo che è creatore del suo mondo, il solo reale, frutto della sua opera, dunque in sé, come mondo umano, autosufficiente. Secondo questa tesi, la civiltà moderna non ha respinto ma inverato il cristianesimo: lo ha liberato da quanto esso aveva di 'mitologico', di 'primitivo' (e cioè di Dio trascendente, della Rivelazione, della dogmatica cattolica, del teocraticismo chiesastico, dell'immortalità personale, eccetera) e lo ha restituito alla sua scoperta essenziale delle realtà della persona libera e autonoma, creatrice del mondo umano e laico della morale, della storia, dell'estetica, della politica, dell'economia. Per conseguenza, il vero cristianesimo, per Benedetto Croce, quello che ha fecondato e feconda la civiltà, è precisamente un cristianesimo senza trascendenza, senza Rivelazione e senza soprannatura: religione laica e puramente razionale dell'uomo autosufficiente e libero nell'uso della sua ragione e della sua incondizionata volontà".
Sviluppando questa tesi, Guido Piovene scrisse. "Un'applicazione integrale del messaggio cristiano avrebbe dato un mondo incolto, noioso, monomaniaco. La storia umana, per fortuna, si è svolta in modo interessante in una sfilata di secoli orientati sul cristianesimo, ma pieno di deroghe e di negazioni feconde, di fertili ritorni alla cultura precristiana, di mescolanze, di dosaggi nella cultura e nel costume". Che è, come ognun vede, pensiero dominante oggi ahimé anche tra le file "cattoliche".




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