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    Predefinito Ma ora liberate l'Italia da questi golpisti.

    di Mario Giordano pg.1 e pg.3 de ilgiornale.it di oggi 26 04 2011

    Se questi sono i liberatori, liberateci dai liberatori.
    Che il 25 aprile fosse diven*tata la festa dell’ideologia ce n’eravamo accorti già da un pezzo, dal momento che ci è sempre riuscito piuttosto diffici*le celebrare la libertà sotto quelle ban*diere rosse, simbolo della peggiore op*pressione che l’uomo abbia mai cono*sciuto.
    Ma adesso, a dirla tutta, stanno persino un po’ esagerando: più che una festa, vogliono solo far la festa a Silvio.

    Non hanno altro pensiero, non hanno altra motivazione che li spinga in piaz*za. Sono dei monomaniaci, degli osses*sionati pronti a calpestare tutto ciò che dovrebbero difendere in questa giorna*ta della memoria, pur di andare contro Silvio.
    Si ricordano le vittime? Loro sono pronti a farne altre.
    Si celebra la demo*crazia? Loro la prenderebbero a sassate.
    i festeggia la fine della guerra civile? Lo*ro la scatenerebbero di nuovo.
    Ormai quello dell’antiberlusconismo è il 25 aprile che nega se stesso, l’ossimoro del*la libertà, la festa dell’assurdo rosso.
    E dunque c’è solo un modo per difender*si: liberarsi dai liberatori.
    Da questi libe*ratori, per lo meno.

    Noi ne abbiamo scelti tre, che sono la summa di questa liberazione tradita e usata come arma della violenza anti-de*mocratica: il politico, l’intellettuale e il ragazzotto.
    Sembra una di quelle canzoni dello «Zecchino d’oro»: il lungo, il corto e il pacioccone.
    Solo che i tre cowboy (ricordate?) non usavano mai le pistole «perché lo sce*riffo non vuole».

    Questi tre, invece, non sembrano altrettanto pacifici.
    Il politico (Di Pietro) approfitta del dì di festa per tornare a paragonare Ber*lusconi ai raìs arabi, invitando le masse alla rivolta.
    L’intellettuale (Giorgio Bocca) dà una copertura ideologica all’operazione,dichiaran*do ufficialmente che «la violenza nel*la vita sociale è necessaria» e che l’unica soluzione possibile è dun*que quella indicata da Asor Rosa, cioè il golpe.
    E il ragazzotto, Simone Cavalcanti, alias Spillo89, già arresta*to per aver tentato di assaltare la casa di Berlusconi e prontamente rilascia*to dal giudice, ieri era di nuovo in piazza in un corteo dove non sono mancati scontri e violenze. In nome della Liberazione, s’intende.
    Serve altro?

    Quando Cavalcanti venne ferma*to ad Arcore, il ministro dell’Interno chiese una condanna esemplare.
    Il magistrato, invece, giudicò il suo comportamento «non grave».
    Ma si*curo:
    non è grave dare l’assalto alla casa di Berlusconi,
    non è grave tirar*gli una statuetta in testa, non è grave scendere in piazza con l’idea di rove*sciarlo in modo violento.
    Ci manche*rebbe: chi abbatte un raìs non è un criminale, al massimo è un eroe. Un liberatore.
    A che servono le parole dei ministri?
    I magistrati sono pronti ad assolvere, il partito dei magistrati pure.
    Il politico Di Pietro ha già dato il suo giudizio definitivo,l’intellettua*le Bocca ha impartito la sua benedi*zione.
    Che aspettate ragazzotti? Avanti,datevi da fare.
    C’è la liberazio*ne, non si può mica andare troppo per il sottile.

    Certo, ci sarebbe un piccolo pro*blema: la maggioranza degli italiani, quelli che votano Berlusconi, che l’hanno eletto e lo sostengono, che non vanno in piazza a tirar statuette ma sono ancora convinti che il loro voto conti qualcosa. Illusi.
    I nuovi li*beratori hanno superato quest’idea.
    C’è anche Bersani con loro: lui che parla sempre di regole e istituzioni
    di*mentica che per la Costituzione a eleggere il presidente della Repubbli*ca è il Parlamento.
    «Berlusconi pun*ta d*ritto al Quirinale e questo fa veni*re i brividi», dice.
    Alla faccia della Car*ta.

    È tutto così: quando vedono Silvio non capiscono più niente. Maggio*ranza? Democrazia? Consenso po*polare? Macché.
    Ci pensa Giorgio Bocca a spiegare a tutti,in un’intervi*sta generosa e sincera come un buon barbera, come stanno le cose: la maggioranza non conta, quello che conta è la «minoranza intellet*tuale».
    In vino veritas, si capisce: l’im*portante non è ciò che pensa la gen*te, ma ciò che pensano Asor Rosa, Adriano Sofri (che Bocca stima mol*to) e i seguaci di Mao, perché Mao aveva proprio ragione, ci vuole la «ri*voluzione continua». Violenta, s’in*tende, perché si sa che la rivoluzione non è un pranzo di gala. Nemmeno se al posto del barbera ci fosse il baro*lo.

    Il fatto è che, barbera o barolo che sia, l’ubriacatura a questo punto è davvero pericolosa. Contagia tutti, si espande, tracima, unisce le «mino*ranze intellettuali » con i manipoli di esagitati, Asor Rosa e i no global, si conforta della protezione della magi*stratura (chi salva Bocca nell’Italia tutta marcia? Ovvio: i giudici), trova sponda in politici senza radici e gon*fi d’odio che confondono Roma con Il Cairo, i Fori Imperiali con piazza Tahrir.
    Altro che ricordare la fine del*la guerra, qui siamo sul punto di rico*minciarla.

    E se liberazione dev’esse*re, allora, liberiamoci da questi qui prima che sia troppo tardi.
    Se dobbia*mo festeggiare la fine della stagione dell’odio e la vittoria della democra*zia, fermiamo questi odiatori anti*democratici che pretendono persi*no di arrogarsi il diritto di decidere chi ha diritto di ribellarsi e chi no.
    Non ci credete?

    Leggete Bocca. Dice che gli italiani devono ribellarsi, i libi*ci di Bengasi invece no.
    E sapete per*ché? Perché «sono dei brutti ceffi». Proprio così: brutti ceffi.
    Si fossero mai visti allo specchio lui, Di Pietro e Spillo89.

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: Ma ora liberate l'Italia da questi golpisti.

    ma l'autore Mario Giordano non è mica quel tipo imberbe ?
    Ultima modifica di brunik; 26-04-11 alle 14:46
    Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell'Europa siamo noi

  3. #3
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    Predefinito Rif: Ma ora liberate l'Italia da questi golpisti.

    Bocca, il vecchio guru!

    Della Costituzione «me ne frego», Saviano «mi sta sui coglioni», contro Berlusconi «ci vuole la forza».
    Parola di Giorgio Bocca, il Maestro.
    È un po’ quello, il punto.
    Se almeno si potesse spezzare il binomio «antipatico uguale intelligente», rivedere l’equazione per cui quanto più sei cinico e possibilmente pure maleducato, tanto più sarai la nostra guida.
    E invece.
    Bocca è uno che non ha mai smentito, per dire, di aver aderito al Manifesto della razza del 1938, anticamera delle leggi razziali fasciste.
    È lo stesso che nel 1975 sosteneva che le Br fossero una favola raccontata dai servizi segreti.
    Votò Lega «per riconoscenza perché ci stava liberando da Craxi e dalla Dc» ma oggi definisce Bossi un mitomane e i leghisti «il peggio del peggio», si schierò a sinistra ma ora la condanna: «Vergognoso che abbia paura della rivoluzione»...

    Eppure è un trattato come un Guru.
    Dice di noi del Giornale che facciamo «diffamazione dalla prima all’ultima riga». Per fortuna per raccontar di lui basta ciò che di se stesso e dintorni cultural-politici ha confessato in un’intervista pasquale a Lettera43, una lenzuolata come si confà ai Grandi Vecchi, 90 anni e mai che vadano in pensione.

    Me ne frego, ripete, l’espressione gli piace, sarà retaggio del fascio.
    Se ne frega «di quello che fa la sinistra» e se ne frega pure della Costituzione. Anzi: alla sacra carta preferisce le sacre scritture, «nel Vangelo c’è qualcosa di divino che nelle Costituzioni liberali non c’è», e vagli a spiegare che infatti alla Costituzione non si chiede di avere alcunché di divino.
    E però non è che abbia un miglior giudizio per il Padre rispetto ai Padri Costituenti, insomma, «possibile che questo Dio così onnipotente non abbia mai trovato il tempo di manifestarsi?».

    Praticamente un filosofo, a metà fra i dubbi di Sant’Agostino e le certezze di Nietzsche.
    Ma i Maestri, si sa, non si contestano.

    Ci prova l’intervistatrice, quando lo incalza sulla guerra in Libia.
    Quel «povero e spelacchiato» tiranno africano facevamo meglio a lasciarlo al suo posto, noi europei con la fissa della democrazia, e invece siamo andati là a prenderci il suo petrolio.
    Gheddafi stava massacrando la sua popolazione, fa notare la giornalista, ma lui niente: embè?
    «Questo fatto che i popoli abbiano il diritto di ribellarsi è un’invenzione attuale, non è mica detto».
    E allora la Resistenza? Eh, mica è la stessa cosa:
    «Noi combattevamo per la nostra libertà», i ribelli di Bengasi invece «mi sembrano dei brutti ceffi».

    Analisi geopolitica illuminante.
    Che poi anche la guerra partigiana è stata inutile, visto che adesso «siamo un Paese fascista mascherato da democrazia».
    Chiaro che ha ragione l’altro vecchio d’intelletto Asor Rosa, che invoca lo stato di Polizia per mandare a casa Berlusconi.
    Dice Bocca: «La violenza nella vita sociale è necessaria (...) Ci sono periodi di marciume sociale, nella storia delle democrazie, che vanno interrotti col fuoco e con le fiamme».
    La sovranità popolare?
    Balle:
    «Quello che conta sono le minoranze intellettuali, ad esse è affidata la buona democrazia».
    Uno stato di polizia intellettuale, ecco. Sì.
    Oppure si può andare a giocare a bocce.

    di Paola Setti pg.3 de ilgiornale.it 26 04 2011

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Rif: Ma ora liberate l'Italia da questi golpisti.

    Bocca invece deve essere il partigiano che ha vinto la guerra contro i fascisti, quello non è frocio di sicuro
    Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell'Europa siamo noi

  5. #5
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    Predefinito Rif: Ma ora liberate l'Italia da questi golpisti.

    di S. Zurlo pg.3 de ilgiornale.it 26 04 2011

    Di Pietro, il kamikaze...

    ...che non si è accorto che la guerra è finita.

    di Stefano Zurlo pg.3 de ilgiornale.it 26 04 2011

    È come i soldati giapponesi.
    In guerra, anche se la guerra è finita da un pezzo.
    Anzi, da più di mezzo secolo.
    I militari del Sol Levante però erano acquattati nella giungla e nessuno li aveva informati che l’imperatore si era arreso.
    Antonio Di Pietro, invece, ha un bisogno disperato della guerra che non c’è, di un nemico, del nemico.
    Silvio Berlusconi.
    Senza Berlusconi, Di Pietro sparirebbe insieme al suo armamentario di parolone caricate a salve. E allora simula la giungla, immagina devastanti conflitti, configura situazioni da golpe.
    È una caricatura; per esistere, per dimostrare di esserci anche il 25 aprile, a Di Pietro non basta mettersi un fazzoletto al collo, proprio come Berlusconi due anni fa a Onna.
    No, ci vuole qualcuno contro cui urlare slogan.
    E il Cavaliere è perfetto:

    «Oggi invito tutti i cittadini a riflettere sui valori che fondano la nostra Costituzione: la libertà, la dignità e la giustizia. Valori che il Governo Berlusconi e la sua maggioranza screditano ogni giorno con il loro operato. Berlusconi ambisce a tutti i posti, anche a quello di Gesù Cristo».
    Boom! Ma è solo l’inizio.
    Il leader dell’Italia dei valori invita alla mobilitazione generale davanti ai tentativi dell’esecutivo di disinnescare la prossima tornata referendaria: «Questo è un golpe strisciante e non si può festeggiare, come se nulla fosse, la nascita della democrazia mentre c’è chi si sta dando da fare per ucciderla».
    Addirittura?
    Le istituzioni sono in pericolo?
    Per Di Pietro il bambinello della democrazia, che intanto ha compiuto 66 anni e ormai ha i capelli bianchi, può essere ucciso dall’uomo nero di Arcore.
    Che noia. Anzi, che ossessione.
    Il passo avanti è un passo indietro.
    Sostituire l’antifascismo con l’antiberlusconismo, riportare indietro le lancette, tenere in vita artificialmente una guerra che da un pezzo c’è solo nei libri.
    Ci vuole la giungla. Dove entrare armati di una pistola giocattolo.
    Ci vuole un nemico da demonizzare e pure un calendario sui cui segnare le date della fantomatica liberazione:
    «Il prossimo anno liberi da Berlusconi».

    Frase che fra l’altro, ha sempre portato male ai nemici del Cavaliere.
    È dal 1994, da 17 anni, che la gridano, ma i risultati sono sempre quelli che sono.
    Alla fine il Cavaliere è sempre in sella, in Parlamento la maggioranza cresce perfino di questi tempi, le elezioni intermedie sono state vinte dal centrodestra, mentre gli altri leader occidentali collezionavano batoste su batoste.
    Non importa, per Di Pietro non c’è liberazione senza liberarsi da Berlusconi, e il Parlamento, con lui al potere, «è ridotto a un mercato dove i voti si vendono e si comprano alla luce del sole, senza nemmeno più doversi nascondere in qualche angolo buio».
    Cupo. Tenebroso. Apocalittico.

    Quando l’antiberlusconismo non basta, ecco che l’ex pm è pronto a dare una mano di antifascismo:
    «La Russa non è un postfascista, ma un fascista, che non ha cambiato idea, ma solo la casacca e sotto la divisa è rimasto quello di trent’anni fa».
    Boom! Boom! La caccia al nemico continua. E l’imperativo è uno solo: restare nella giungla.
    Fuori c’è solo la normalità a cui Di Pietro dovrebbe arrendersi. Senza condizioni.

  6. #6
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    Predefinito Rif: Ma ora liberate l'Italia da questi golpisti.

    certo che questi giornalisti precari del Giornale quando Berlusconi morirà si troveranno senza busta paga dall'oggi al domani.
    Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell'Europa siamo noi

  7. #7
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    Predefinito Rif: Ma ora liberate l'Italia da questi golpisti.

    Citazione Originariamente Scritto da mustang2 Visualizza Messaggio
    Bocca, il vecchio guru!

    Della Costituzione «me ne frego», Saviano «mi sta sui coglioni», contro Berlusconi «ci vuole la forza».
    Parola di Giorgio Bocca, il Maestro.
    È un po’ quello, il punto.
    Se almeno si potesse spezzare il binomio «antipatico uguale intelligente», rivedere l’equazione per cui quanto più sei cinico e possibilmente pure maleducato, tanto più sarai la nostra guida.
    E invece.
    Bocca è uno che non ha mai smentito, per dire, di aver aderito al Manifesto della razza del 1938, anticamera delle leggi razziali fasciste.
    È lo stesso che nel 1975 sosteneva che le Br fossero una favola raccontata dai servizi segreti.
    Votò Lega «per riconoscenza perché ci stava liberando da Craxi e dalla Dc» ma oggi definisce Bossi un mitomane e i leghisti «il peggio del peggio», si schierò a sinistra ma ora la condanna: «Vergognoso che abbia paura della rivoluzione»...

    Eppure è un trattato come un Guru.
    Dice di noi del Giornale che facciamo «diffamazione dalla prima all’ultima riga». Per fortuna per raccontar di lui basta ciò che di se stesso e dintorni cultural-politici ha confessato in un’intervista pasquale a Lettera43, una lenzuolata come si confà ai Grandi Vecchi, 90 anni e mai che vadano in pensione.

    Me ne frego, ripete, l’espressione gli piace, sarà retaggio del fascio.
    Se ne frega «di quello che fa la sinistra» e se ne frega pure della Costituzione. Anzi: alla sacra carta preferisce le sacre scritture, «nel Vangelo c’è qualcosa di divino che nelle Costituzioni liberali non c’è», e vagli a spiegare che infatti alla Costituzione non si chiede di avere alcunché di divino.
    E però non è che abbia un miglior giudizio per il Padre rispetto ai Padri Costituenti, insomma, «possibile che questo Dio così onnipotente non abbia mai trovato il tempo di manifestarsi?».

    Praticamente un filosofo, a metà fra i dubbi di Sant’Agostino e le certezze di Nietzsche.
    Ma i Maestri, si sa, non si contestano.

    Ci prova l’intervistatrice, quando lo incalza sulla guerra in Libia.
    Quel «povero e spelacchiato» tiranno africano facevamo meglio a lasciarlo al suo posto, noi europei con la fissa della democrazia, e invece siamo andati là a prenderci il suo petrolio.
    Gheddafi stava massacrando la sua popolazione, fa notare la giornalista, ma lui niente: embè?
    «Questo fatto che i popoli abbiano il diritto di ribellarsi è un’invenzione attuale, non è mica detto».
    E allora la Resistenza? Eh, mica è la stessa cosa:
    «Noi combattevamo per la nostra libertà», i ribelli di Bengasi invece «mi sembrano dei brutti ceffi».

    Analisi geopolitica illuminante.
    Che poi anche la guerra partigiana è stata inutile, visto che adesso «siamo un Paese fascista mascherato da democrazia».
    Chiaro che ha ragione l’altro vecchio d’intelletto Asor Rosa, che invoca lo stato di Polizia per mandare a casa Berlusconi.
    Dice Bocca: «La violenza nella vita sociale è necessaria (...) Ci sono periodi di marciume sociale, nella storia delle democrazie, che vanno interrotti col fuoco e con le fiamme».
    La sovranità popolare?
    Balle:
    «Quello che conta sono le minoranze intellettuali, ad esse è affidata la buona democrazia».
    Uno stato di polizia intellettuale, ecco. Sì.
    Oppure si può andare a giocare a bocce.

    di Paola Setti pg.3 de ilgiornale.it 26 04 2011

    saluti
    grande Paola Setti...

 

 

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