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" Energia. Opportunità e rischi delle risorse petrolifere
di Giuseppe Mancini
Secondo le stime ufficiali del Dipartimento dell’energia americano, nel 2015 l’Africa occidentale fornirà agli Stati Uniti fino al 25% delle loro importazioni totali di greggio (la quota è già oggi del 15%). Gli Stati che s’affacciano sul golfo di Guinea - soprattutto Nigeria e Angola, ma anche Gabon, Guinea equatoriale, Congo-Brazzaville, Camerun e São Tomé e Principe - posseggono infatti riserve petrolifere (soprattutto off-shore) e capacità produttive ingenti, che aumentano a ritmi vertiginosi di anno in anno grazie a un crescente afflusso di investimenti esteri e all’intensificazione dell’attività esplorativa. E’ perciò comprensibile l’interesse sempre maggiore di Washington per questa regione dell’Africa: interesse economico, con il coinvolgimento delle maggiori compagnie petrolifere statunitensi, pronte a investire 35 miliardi di dollari nel prossimo quinquennio; interesse politico, con la visita del segretario di Stato Powell ad Angola e Gabon nello scorso settembre, la prossima apertura di un’ambasciata americana in Guinea equatoriale, la frenetica attività del sottosegretario agli affari africani Walter Kansteiner <http://www.state.gov/p/af>; interesse persino militare, con il progetto di creare una base navale americana, con annesso comando regionale, nello stato insulare di São Tomé e Principe.
Nella strategia americana di diversificazione delle fonti di approvvigionamento per allentare i legami di dipendenza dalle fonti energetiche del golfo Persico , l’Africa occidentale sembra quindi destinata a soppiantare l’area del Caspio come centro degli interessi Usa: costi di trasporto molto inferiori grazie alla relativa vicinanza agli Stati Uniti, una minore instabilità politica, una minore influenza dell’Opec (solo la Nigeria ne fa parte e dietro pressioni americane potrebbe ben presto abbandonarlo), una maggiore ricettività verso gli investimenti stranieri, l’assenza di un concorrente politicamente ed economicamente agguerrito come la Russia. La Francia e TotalFinaElf, infatti, pur sfruttando i legami politico-economici che risalgono all’epoca coloniale, non sono di certo in grado di contrastare le risorse finanziarie di cui dispongono i colossi americani Chevron ed ExxonMobil <http://www.state.gov/p/af> e l’offensiva diplomatica del governo Usa; mentre la posizione dell’Eni, pur se strategicamente rilevante, ha risvolti di natura esclusivamente economica .
I dati sulle potenzialità energetiche dell’Africa occidentale, del resto, sono impressionanti. Le riserve accertate sono oggi pari a 24 miliardi barili: ma il ritmo a cui vengono scoperti nuovi giacimenti fa ritenere agli esperti che in realtà i paesi del golfo di Guinea posseggano più di 100 miliardi di barili di petrolio, più cospicue riserve di gas naturale (soprattutto in Nigeria). Anche la produzione, che oggi si attestata sui 4 milioni di barili quotidiani (cioè, il quantitativo prodotto complessivamente ogni giorno da Messico, Venezuela e Iran), dovrebbe aumentare considerevolmente e raggiungere secondo previsioni molto realistiche i 10 milioni al giorno entro il 2010. Si tratta di risorse rinvenute prevalentemente off-shore, a cui sono da aggiungere quelle del Ciad e della Repubblica centrafricana, che hanno bisogno di oleodotti per raggiungere i porti e da qui il mercato americano.
L’oleodotto Doba-Kribi <http://www.worldbank.org/afr/ccproj>, 1.000 chilometri dagli enormi giacimenti del Ciad al terminale petrolifero camerunese sulla costa atlantica, è il più rilevante progetto in corso di realizzazione: sviluppato da ExxonMobil, Petronas e Chevron e finanziato cospicuamente dalla Banca Mondiale, consentirà la commercializzazione di 225.000 barili di petrolio al giorno. Un altro progetto molto ambizioso, ma di rilevanza tutta africana, è la West African Gas Pipeline, per il trasporto del gas naturale nigeriano attraverso un gasdotto sottomarino nel Benin, nel Togo e nel Ghana: progetto che è sostenuto dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale e riceverà assistenza tecnica dall’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti.
E’ del resto tutta l’Africa <http://www.eia.doe.gov/emeu/cabs/cabsaf.html>, non solo quella occidentale, a puntare sulle infrastrutture per il trasporto ai mercati di petrolio e gas naturale come strumento privilegiato di crescita economica. Si tratta di pipelines già esistenti e di progetti che collegano direttamente paesi produttori e paesi consumatori extra-africani (soprattutto europei), oppure che richiedono la collaborazione di due o più paesi africani. Tra i primi, gli oleodotti e i gasdotti algerini che collegano i giacimenti del Sahara al Mediterraneo; gli oleodotti e gasdotti della Libia, che riforniscono principalmente il mercato italiano; l’oleodotto dalla regione meridionale di Abyei a Port Sudan sul mar Rosso, costruito con capitali anche cinesi, che ha permesso al Sudan di diventare esportatore netto di petrolio nel 1999. Tra i secondi, il progetto di un gasdotto tra Nigeria e Algeria, attraverso Niger e Mali, per commercializzare il gas nigeriano sui mercati europei; il progetto di un oleodotto tra Uganda e Kenya, con appendici in Rwanda, Burundi, Tanzania e Repubblica democratica del Congo, ora però in stallo a causa della mancanza degli investimenti necessari (l’instabilità politica della regione, con confitti a ripetizione, di sicuro non favorisce le attività economiche); l’oleodotto tra Tanzania e Zambia e realizzato congiuntamente dai due paesi; il progetto di pipelines per trasportare derivati del petrolio dal Sudan all’Eritrea, all’Etiopia e al Kenya, nell’ambito del Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale
Tutti questi progetti costituiscono per l’Africa una grande occasione: sia perché permettono di consolidare le iniziative di collaborazione regionale su base economico politica, sia perché determinano il reperimento di quei capitali stranieri indispensabili per il decollo economico di tutto il continente . La speranza è che i proventi dell’industria energetica servano a finanziare progetti di sviluppo con un più ampio coinvolgimento delle popolazioni e non finiscano nei conti all’estero dei satrapi di turno.
12 febbraio 2003




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