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  1. #1
    SENATORE di POL
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    Predefinito Geopolitica del "Petrolio", politiche estere, Occasioni di Sviluppo, Guerra

    da http://www.emporion-online.it

    " Energia. Opportunità e rischi delle risorse petrolifere
    di Giuseppe Mancini

    Secondo le stime ufficiali del Dipartimento dell’energia americano, nel 2015 l’Africa occidentale fornirà agli Stati Uniti fino al 25% delle loro importazioni totali di greggio (la quota è già oggi del 15%). Gli Stati che s’affacciano sul golfo di Guinea - soprattutto Nigeria e Angola, ma anche Gabon, Guinea equatoriale, Congo-Brazzaville, Camerun e São Tomé e Principe - posseggono infatti riserve petrolifere (soprattutto off-shore) e capacità produttive ingenti, che aumentano a ritmi vertiginosi di anno in anno grazie a un crescente afflusso di investimenti esteri e all’intensificazione dell’attività esplorativa. E’ perciò comprensibile l’interesse sempre maggiore di Washington per questa regione dell’Africa: interesse economico, con il coinvolgimento delle maggiori compagnie petrolifere statunitensi, pronte a investire 35 miliardi di dollari nel prossimo quinquennio; interesse politico, con la visita del segretario di Stato Powell ad Angola e Gabon nello scorso settembre, la prossima apertura di un’ambasciata americana in Guinea equatoriale, la frenetica attività del sottosegretario agli affari africani Walter Kansteiner <http://www.state.gov/p/af>; interesse persino militare, con il progetto di creare una base navale americana, con annesso comando regionale, nello stato insulare di São Tomé e Principe.

    Nella strategia americana di diversificazione delle fonti di approvvigionamento per allentare i legami di dipendenza dalle fonti energetiche del golfo Persico , l’Africa occidentale sembra quindi destinata a soppiantare l’area del Caspio come centro degli interessi Usa: costi di trasporto molto inferiori grazie alla relativa vicinanza agli Stati Uniti, una minore instabilità politica, una minore influenza dell’Opec (solo la Nigeria ne fa parte e dietro pressioni americane potrebbe ben presto abbandonarlo), una maggiore ricettività verso gli investimenti stranieri, l’assenza di un concorrente politicamente ed economicamente agguerrito come la Russia. La Francia e TotalFinaElf, infatti, pur sfruttando i legami politico-economici che risalgono all’epoca coloniale, non sono di certo in grado di contrastare le risorse finanziarie di cui dispongono i colossi americani Chevron ed ExxonMobil <http://www.state.gov/p/af> e l’offensiva diplomatica del governo Usa; mentre la posizione dell’Eni, pur se strategicamente rilevante, ha risvolti di natura esclusivamente economica .

    I dati sulle potenzialità energetiche dell’Africa occidentale, del resto, sono impressionanti. Le riserve accertate sono oggi pari a 24 miliardi barili: ma il ritmo a cui vengono scoperti nuovi giacimenti fa ritenere agli esperti che in realtà i paesi del golfo di Guinea posseggano più di 100 miliardi di barili di petrolio, più cospicue riserve di gas naturale (soprattutto in Nigeria). Anche la produzione, che oggi si attestata sui 4 milioni di barili quotidiani (cioè, il quantitativo prodotto complessivamente ogni giorno da Messico, Venezuela e Iran), dovrebbe aumentare considerevolmente e raggiungere secondo previsioni molto realistiche i 10 milioni al giorno entro il 2010. Si tratta di risorse rinvenute prevalentemente off-shore, a cui sono da aggiungere quelle del Ciad e della Repubblica centrafricana, che hanno bisogno di oleodotti per raggiungere i porti e da qui il mercato americano.

    L’oleodotto Doba-Kribi <http://www.worldbank.org/afr/ccproj>, 1.000 chilometri dagli enormi giacimenti del Ciad al terminale petrolifero camerunese sulla costa atlantica, è il più rilevante progetto in corso di realizzazione: sviluppato da ExxonMobil, Petronas e Chevron e finanziato cospicuamente dalla Banca Mondiale, consentirà la commercializzazione di 225.000 barili di petrolio al giorno. Un altro progetto molto ambizioso, ma di rilevanza tutta africana, è la West African Gas Pipeline, per il trasporto del gas naturale nigeriano attraverso un gasdotto sottomarino nel Benin, nel Togo e nel Ghana: progetto che è sostenuto dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale e riceverà assistenza tecnica dall’Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti.

    E’ del resto tutta l’Africa <http://www.eia.doe.gov/emeu/cabs/cabsaf.html>, non solo quella occidentale, a puntare sulle infrastrutture per il trasporto ai mercati di petrolio e gas naturale come strumento privilegiato di crescita economica. Si tratta di pipelines già esistenti e di progetti che collegano direttamente paesi produttori e paesi consumatori extra-africani (soprattutto europei), oppure che richiedono la collaborazione di due o più paesi africani. Tra i primi, gli oleodotti e i gasdotti algerini che collegano i giacimenti del Sahara al Mediterraneo; gli oleodotti e gasdotti della Libia, che riforniscono principalmente il mercato italiano; l’oleodotto dalla regione meridionale di Abyei a Port Sudan sul mar Rosso, costruito con capitali anche cinesi, che ha permesso al Sudan di diventare esportatore netto di petrolio nel 1999. Tra i secondi, il progetto di un gasdotto tra Nigeria e Algeria, attraverso Niger e Mali, per commercializzare il gas nigeriano sui mercati europei; il progetto di un oleodotto tra Uganda e Kenya, con appendici in Rwanda, Burundi, Tanzania e Repubblica democratica del Congo, ora però in stallo a causa della mancanza degli investimenti necessari (l’instabilità politica della regione, con confitti a ripetizione, di sicuro non favorisce le attività economiche); l’oleodotto tra Tanzania e Zambia e realizzato congiuntamente dai due paesi; il progetto di pipelines per trasportare derivati del petrolio dal Sudan all’Eritrea, all’Etiopia e al Kenya, nell’ambito del Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale

    Tutti questi progetti costituiscono per l’Africa una grande occasione: sia perché permettono di consolidare le iniziative di collaborazione regionale su base economico politica, sia perché determinano il reperimento di quei capitali stranieri indispensabili per il decollo economico di tutto il continente . La speranza è che i proventi dell’industria energetica servano a finanziare progetti di sviluppo con un più ampio coinvolgimento delle popolazioni e non finiscano nei conti all’estero dei satrapi di turno.

    12 febbraio 2003

  2. #2
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    " Medio Oriente. Petrolio, Irak e Arabia Saudita
    di Giuseppe Sacco
    http://www.emporion-online.it
    Assolutamente cruciali, nel quadro politico internazionale, le questioni energetiche lo sono diventate da circa trent’anni, cioè da quando i paesi produttori riuscirono a quintuplicare d’un solo colpo il prezzo degli idrocarburi. Oggi, questa centralità dei problemi relativi al mercato mondiale del petrolio e del gas naturale nella politica internazionale ha raggiunto un massimo in quanto l’unica superpotenza mondiale, che ha conquistato un grado di supremazia ed un ruolo “imperiale” mai conosciuto nella storia degli Stati nazionali, rimane invece dipendente dalle importazioni di petrolio per oltre metà del proprio fabbisogno, importazioni che altrettanto determinanti promettono di restare per tutto il futuro prevedibile. Il petrolio, infatti, è assolutamente indispensabile non solo per il funzionamento dell’economia americana, ma per lo stesso carattere della sua società, che non intende in alcun modo cambiare le proprie abitudini alla mobilità individuale e all’automobile. Ma le condizioni in cui avviene l’approvvigionamento dall’estero determinano evidenti problemi politici, dato che il petrolio proviene soprattutto da zone che l’opinione pubblica ed il governo americani percepiscono come assai inquiete e instabili, e addirittura fondamentalmente ostili. Ne consegue una preminenza, nella politica mondiale degli Stati Uniti, degli obiettivi legati a controllo delle fonti e delle linee di trasporto dell’energia .

    Già da prima dell’11 settembre si è venuta così delineando una linea tendente a spezzare il potere dell’Opec e a ridimensionare il ruolo che, sui mercati internazionali dell’energia, ha a lungo svolto l’Arabia Saudita, principale esportatore mondiale e detentore delle massime riserve al mondo . Ciò implicherebbe un forte sconvolgimento del quadro tradizionale in cui viene svolta la politica di approvvigionamento di quasi tutti gli altri paesi industriali, in primo luogo di quelli che hanno rinunciato all’energia atomica, come l’Italia. La strategia tendente a ridurre il potere di Rijad ha trovato nuove ragioni nel fatto che, così come è saudita Osama bin Laden, ben 15 dei 19 terroristi dell’11 settembre erano sudditi del Regno wahhabita. E non si tratta di un fatto casuale, perché l’Arabia appare sempre più chiaramente come la sede in cui più largamente e drammaticamente si incontrano il rigorismo islamico tradizionalista da un lato ed il benessere occidentale dall’altro. Come la società, cioè, in cui si mescolano gli elementi dal cui scontro nascono gli islamici sradicati e “globalizzati” che alimentano le file dell’estremismo terrorista.

    Ma se deve investire la società saudita, ogni “seconda fase” - dopo quella contro i talebani - della lotta contro il terrorismo deve inevitabilmente allargare il campo entro il quale è stato sinora contenuto lo scontro successivo all’attentato alle Torri Gemelle. Nella guerra afgana si era infatti fatta, da tutte le parti in causa, molta attenzione che la lotta contro il terrorismo non diventasse, o sembrasse, né una guerra di religione né una guerra per il petrolio. Queste remore sembrano oggi superate, e l’Occidente si pone chiaramente l’obiettivo di “modernizzare” i regimi islamici più tradizionalisti e di spezzare il loro potere petrolifero . Togliere all’Arabia Saudita il suo ruolo centrale sul mercato del petrolio non è però cosa facile, non solo perché occorre farlo in maniera indiretta - dato che ogni atto di guerra aperta scatenerebbe una crisi energetica internazionale - ma anche perché l’Arabia Saudita non può essere completamente esclusa dai centri di potere che governano i mercati energetici mondiali. Essa detiene infatti quello che gli addetti ai lavori chiamano il swing power. E’ cioè l’unico paese produttore che, in caso di emergenza, può aumentare immediatamente la propria produzione di quasi il 50% del proprio attuale livello di estrazione .

    Allo stato attuale, perciò, anche se il coinvolgimento della società saudita nella trama del terrore è molto più stretto che non quello del regime di Bagdad, non è pensabile che il mondo occidentale possa avviare contro l’Arabia un processo di pressioni diplomatico-militari quale quello che dovrebbe portare al cambio di regime a Bagdad, ad una probabile uscita dell’Irak dall’Opec, e a ritmi di produzione del petrolio iracheno tali da compensare - grazie anche ad una fortemente accresciuta produzione russa - un minor flusso di petrolio saudita sui mercati mondiali. E’ vero che alcuni consiglieri strategici del governo americano propongono di favorire, anche con mezzi militari, una separazione della parte orientale del Regno saudita - la costa del Golfo Persico, dove si trovano le risorse petrolifere portatrici di modernità - dalla parte occidentale, cioè dalla costa del Mar Rosso, dove si trovano i Luoghi Santi dell’Islam che incarnano l’immutabile tradizione. Ma, almeno per ora, questa proposta strategica non sembra trovare accoglienza. Da un punto di vista occidentale, il regime attualmente al potere a Rijad appare probabilmente ancora il meno sfavorevole all’Occidente tra quelli possibili , anche se esso lascia gestire all’organizzazione estremista dei wahhabiti due settori importantissimi: e cioè l’educazione e la zakat, cioè i due canali attraverso i quali si formano e si reclutano gli integralisti islamici, e si raccolgono i fondi per opere di carità che si sospetta siano in parte utilizzati per finanziare il terrorismo.

    L’idea di lungo periodo, comunque, è quella di “addomesticare” i sauditi, spezzandone il potere petrolifero ed economico, così come la capacità di influire attraverso strumenti quali l’Opec e l’Organizzazione della Conferenza Islamica sulla politica mondiale. Un cambio di regime in Irak, ed una piena collaborazione della Russia di Putin ai rifornimenti petroliferi mondiali metterebbero in difficoltà il regno saudita, costringendolo ad abbandonare la comoda politica di cedere continuamente al ricatto dei gruppi terroristici, che estorcono finanziamenti in cambio della promessa di risparmiare alcuni paesi dalla loro sanguinosa attività . La famiglia al Saud, che con i suoi ottomila maschi adulti domina oggi la vita politica del regno, verrebbe spinta ad una modernizzazione/liberalizzazione che sconvolgerebbe gli equilibri interni del paese. In altre parole, l’Arabia Saudita sarebbe talmente indebolita da risultare non più temibile, economicamente e politicamente. Verrebbe così posto termine alla fondamentale irrazionalità economica che caratterizza il mercato del petrolio: l’irrazionalità in virtù della quale la regione del Golfo, pur avendo i costi di estrazione più bassi al mondo, non è sfruttata come sarebbe conveniente, e neanche in proporzione alle sue riserve, mentre per ragioni politiche e di sicurezza il mercato viene approvvigionato a partire da paesi dove i costi di estrazione sono di molte volte più elevati.

    9 ottobre 2002

    saccogi@hotmail.it <mailto:saccogi@hotmail.it>
    "

  3. #3
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    Scenari. Politica ed energia nel quadro globale
    di Pierluigi Mennitti
    http://www.emporion-online.it
    La geopolitica dell’energia non è solo uno slogan accattivante e alla moda. E’, di questi tempi, l’essenza stessa del conflitto internazionale che si sintonizza sulla frequenza principale della lotta al terrorismo ma investe in maniera parallela, e non secondaria, la questione dell’approvvigionamento delle risorse energetiche da parte dei paesi sviluppati e di quelli emergenti. Non solo gli Stati Uniti, il Canada e l’Europa occidentale dunque, ma anche i paesi in pieno boom economico dell’Europa centro-orientale, la Russia, i paesi del Sud Est asiatico, infine il gigante cinese, assetato di energia per sostenere il suo incredibile sviluppo economico. La dipendenza di tutte queste aree dal petrolio, attualmente la principale fonte energetica e - secondo accreditati studi di settore - anche quella dei prossimi trent’anni, crea preoccupazioni piuttosto serie, in quanto il principale serbatoio petrolifero del mondo si trova in Medio Oriente, area la più instabile del pianeta, scossa da violente tensioni politiche i cui spasmi hanno prodotto anche la tragedia dell’11 settembre 2001 .

    Da questa situazione emergono due linee di condotta assolutamente parallele per i paesi consumatori. Da un lato intervenire politicamente e/o militarmente in quell’area per evitare che scossoni politici possano pregiudicare l’equilibrio che sinora ha determinato il prezzo del petrolio e le modalità dell’approvvigionamento. Dall’altro attrezzarsi per variare il mix di combustibili, allentando la dipendenza dal petrolio e sfruttando altre fonti energetiche . Per l’Italia questo è un obiettivo imprescindibile, addirittura slegato dalle contingenze politiche in Medio Oriente, dal momento che, per fare un esempio, i costi dell’energia elettrica sono i più alti d’Europa e penalizzano le nostre aziende sul piano della concorrenza internazionale. In due parole, per abbassare la bolletta si deve ricorrere a fonti meno costose del petrolio. Se si aggiunge il peso di una situazione internazionale incandescente ecco che l’opzione della diversificazione diventa un imperativo. E siccome l’Italia ha eliminato con un referendum il nucleare dai propri orizzonti, le opzioni si restringono. Bisognerà, tra l’altro, ricorrere alle nuove tecnologie che rendono una fonte come il carbone spendibile anche sul piano dell’impatto ambientale (il cosiddetto carbone pulito).

    Risalta dunque sempre di più il legame tra politica ed energia. Politiche sono le preoccupazioni legate all’area di maggior produzione del greggio. Politiche sono le reazioni degli Stati consumatori, sia sul piano delle scelte diplomatiche e/o militari, sia su quello delle opzioni energetiche interne. L’energia diventa il punto d’incrocio della geopolitica e della geoeconomia, dunque della vita degli Stati e delle loro relazioni dinamiche, e si affranca da argomentazioni puramente tecniche limitate a una ristretta cerchia di addetti ai lavori. E’ dunque necessario che le opinioni pubbliche abbiano sempre più dimestichezza con questi argomenti e li trattino non come interessi occulti che inquinano le politiche internazionali ma come interessi alla luce del sole, dai quali dipende il benessere nostro e degli altri popoli che vogliono pacificamente sviluppare le proprie economie .

    [...]
    9 ottobre 2002

    pmennitti@hotmail.com <mailtomennitti@hotmail.com>
    "

    Cordiali saluti

  4. #4
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    " Geopolitica. Il grande gioco dell’energia
    di Carlo Jean
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    I Vostri Onori dovrebbero sapere per esperienza che il commercio in Asia deve essere mantenuto e accresciuto sotto la protezione delle armi dei Vostri Onori, e che le armi devono essere pagate con i profitti del commercio, così che non possiamo continuare a commerciare senza guerra, né continuare la guerra senza commerciare.” Così scrisse il Proconsole Olandese delle Indie Orientali ai suoi superiori alla fine del XVI secolo . Oggi le cose sono cambiate, ma non del tutto. Non si cristianizzano più gli Indi americani, ma si vuole convincere tutti i popoli a divenire democratici e liberoscambisti anche quando le loro strutture sociali e le loro culture sono molto differenti da quelle occidentali. Forza militare ed economica sono sempre interdipendenti e correlate: costituiscono l’hard power che sta alla base di ogni geopolitica. Ad esso si è aggiunto, con un peso maggiore che in passato, il potere comunicativo (soft power), che consente di influenzare percezioni e decisioni, di potenziare la propria forza di attrazione e il proprio prestigio, in modo tale che gli altri non si oppongano ai nostri interessi ma siano portati a definire i loro in modo compatibile o convergente con i primi. Tra questi tre tipi di potere esiste una spiccata fungibilità. Essi vanno quindi utilizzati in modo coordinato e coerente, nel quadro di una strategia geopolitica globale. Lo si è visto nella guerra fredda, e oggi lo si vede nella guerra al terrorismo e nel preannunciato attacco all’Irak.

    Dalla geopolitica degli spazi alla geopolitica dei flussi

    Una cosa è però mutata rispetto al passato. Per un complesso di ragioni (globalizzazione, informatizzazione, finanziarizzazione, nuove tecnologie per la produzione della ricchezza e della potenza militare, ecc.) la geopolitica degli spazi è stata sostituita da quella dei flussi. I territori hanno perso gran parte del valore economico e strategico che rivestivano in passato, soprattutto al tempo delle società agricole, ma anche ai tempi della prima rivoluzione industriale. Oggi la ricchezza e la potenza si fondano soprattutto su elementi immateriali, quali la “conoscenza”. Essa determina la competitività, cioè la produttività relativa, i rapporti di potenza e la correlazione delle forze strategiche. Soprattutto dopo la fine della guerra fredda, che ha consentito un rapidissimo aumento dell’interdipendenza globale, la geoeconomia da un lato e la geoinformazione dall’altro si sono sostituiti alla geostrategia come principali aspetti strumentali della geopolitica attuale. Beninteso, la forza militare ha mantenuto la sua importanza, ma viene impiegata per garantire la stabilità della globalizzazione (o occidentalizzazione del mondo che dir si voglia), non più a scopo di conquista . Le colonie non si ricercano più; al contrario, si rifiutano. Gli strumenti della geoeconomia e dell’influenza informativa e comunicativa consentono di ottenere risultati analoghi a quelli che in passato si potevano conseguire solo con la forza militare, ma con costi e rischi minori e con strumenti e metodi molto più accettabili per le opinioni pubbliche occidentali. Da esclusiva, la sicurezza è diventata inclusiva (l’allargamento della Nato, l’integrazione e espansione dell’Ue, non sono che forme di globalizzazione in un quadro regionale).

    Le eccezioni: acqua, petrolio e gas naturale

    Fanno eccezione a questo trend discendente del valore dei territori due fattori di geopolitica tradizionali: da una parte l’acqua - un bene che diventa sempre più raro e quindi più strategico - e dall’altra il petrolio e il gas naturale. Per la prima si sta sviluppando una nuova branca della geopolitica, l’idrogeopolitica, che studia gli impatti politico-economici del controllo e della ripartizione delle risorse idriche, per esempio in Medio Oriente. In questo articolo parleremo del secondo fattore, cioè delle risorse energetiche. Si farà riferimento soprattutto al “grande gioco” per il loro controllo e, di conseguenza, per il controllo del futuro del mondo che è in corso a margine della guerra al terrorismo. Esso si svolge fra la Russia da un lato e l’Arabia Saudita dall’altro, ma arbitri - e assieme attori - ne sono gli Stati Uniti. L’esito di tale competizione determinerà la capacità di Washington di realizzare la full spectrum dominance, che costituisce l’obiettivo della nuova “grande strategia” Usa. Essa rappresenta il superamento definitivo del containment della guerra fredda e lo strumento geostrategico e geoeconomico su cui si baserà il nuovo ordine mondiale e la pax americana. La nuova dottrina dell’attacco “preventivo”, il dibattito in corso negli Usa sull’asse del male e la seconda fase della guerra al terrorismo e le affermazioni contenute nella Nuclear Posture Review del marzo 2002 circa l’avvento della “seconda era nucleare” vanno letti tenendo conto del contesto globale della “guerra per l’energia” .

    Innanzitutto, per comprendere “campo di battaglia” e posta in gioco, citiamo alcuni dati attuali e le stime per i prossimi 20 anni circa la produzione e i consumi di idrocarburi. Attualmente, i consumi mondiali si aggirano sui 77 milioni di barili di petrolio al giorno (mbg); si prevede che nel 2020 essi aumenteranno del 60% circa, raggiungendo i 120 mbg. Gran parte dell’aumento dei consumi si verificherà in Asia, in particolare in Cina e in India. I paesi produttori di petrolio - con l’eccezione della Russia e degli Stati Uniti - non ne sono i principali consumatori. A livello mondiale, circa il 50% del petrolio consumato viene importato. Tale proporzione è particolarmente alta in Europa e in Giappone, dove arriva all’80%, ma anche negli Stati Uniti circa il 50% del fabbisogno interno di petrolio viene soddisfatto dalle importazioni. Un blocco delle importazioni di durata superiore a qualche settimana (il massimo periodo assorbibile dagli Usa con le loro riserve strategiche, pur con i recenti aumenti da 600 ad 800 milioni di barili, di fronte ad un’importazione di circa 10 mbg è quindi pari a 60 giorni, tenuto conto che parte di tali riserve saranno impiegate per rifornire il resto del mondo ed evitarne il collasso economico) avrebbe effetti disastrosi sull’economia dei principali consumatori, provocando una recessione mondiale . Tale pericolo è accresciuto - come sottolinea Henry Kissinger - dall’interdipendenza esistente tra le varie economie nazionali. Qualora tale crisi si dovesse verificare a seguito dell’attacco all’Irak, gli Usa vedrebbero messa in discussione la legittimità della loro leadership mondiale. Sicuramente non possono accettare tali effetti collaterali di una seconda guerra del Golfo. Quindi, la strategia che adotteranno sarà finalizzata innanzitutto a ridurli, contraendo al massimo i tempi dell’operazione e soprattutto quelli della preparazione logistica , utilizzando al massimo i nuovi gadgets a disposizione del Pentagono.

    Il ruolo del Medio Oriente

    Attualmente il mercato dei produttori è dominato dal Medio Oriente - e in particolare dall’area del Golfo. Al momento, da esso deriva il 47% delle esportazioni di petrolio mondiali - circa 18 mbg su un totale di 35 mbg - ma esso possiede il 64% delle riserve mondiali di petrolio e il 34% di quelle di gas. Secondo le previsioni del Dipartimento dell’Energia degli Usa, nel 2020 la sua quota di mercato aumenterà fino a raggiungere il 60% di una produzione mondiale complessiva, prevista pari a 66 mbg . Nella regione la “parte del leone” viene fatta dall’Arabia Saudita. Essa domina l’Opec, il cartello dei paesi produttori che regola prezzi e quote di produzione. Lo fa tenendo innanzitutto conto dei suoi interessi, in modo da mantenere inalterata la sua rendita petrolifera, essenziale per mantenere con una politica “paternalistica” il potere della vorace famiglia reale ed evitare rivolte sociali e soprattutto tribali. I proventi sauditi ammontano a 60 miliardi di dollari l’anno e sono raggiungibili - tanto per dare un’idea della correlazione fra prezzi e quantità esportate con 6 mbg a 30 dollari al barile, sia 10 mbg a 17 dollari al barile. Solo Rijad può effettuare tale manovre poiché - come si vedrà in seguito - dispone di una riserva di capacità produttiva immediatamente attivabile di 3 mbg.

    L’economia e il nuovo ordine mondiale dipendono pertanto dal Medio Oriente, regione particolarmente instabile sotto il profilo politico-strategico, la cui volatilità potrebbe aumentare in misura inaccettabile a causa della progressiva radicalizzazione delle popolazioni islamiche. La loro avversione nei riguardi dell’Occidente e i regimi corrotti e inefficienti che esso appoggia (e che chiama “moderati”) è fomentata dalla propaganda effettuata dagli stessi esponenti di tali regimi. Essi scaricano sull’Occidente la responsabilità della difficile situazione in cui versano le masse islamiche, la cui frustrazione viene ulteriormente accresciuta dalla rapida crescita demografica, dalla crisi economica e dall’urbanizzazione, che distrugge le strutture sociali tradizionali . Nessuno dei paesi produttori di petrolio dell’area è sufficientemente stabile, anche perché ai clan e alle tribù sono subentrati, nella funzione di riferimenti identitari delle masse, le scuole e i servizi sociali, che gli attuali regimi hanno praticamente concesso in appalto alle organizzazioni religiose e caritatevoli, spesso controllate dagli elementi più radicali. I regimi hanno creato tale situazione sia per inefficienza, sia per evitare di essere attaccati dalle frange estremiste. Ciò spiega la diffusione di fenomeni come l’islamismo politico o il terrorismo di matrice islamica.

    Quest’ultimo - ormai debellato all’interno del mondo islamico da regimi che sicuramente conoscono molto bene come impiegare la forza - si è rifugiato nel tollerante Occidente. Esso potrà essere sconfitto solo se si distruggeranno le sue capacità di rigenerare gli elementi delle “reti”, che vengono via via distrutti. Ciò è possibile solo isolandole dai loro sostenitori e simpatizzanti: in altri termini, solo “conquistando le menti e i cuori delle masse islamiche”. Ciò significa facilitare la sostituzione degli attuali regimi e l’ascesa al potere di partiti islamici moderati in grado di promuovere la modernizzazione dell’Islam. L’impresa non è affatto facile perché, a dispetto della loro inefficienza, i regimi dell’area sanno però molto bene come mantenere con la forza il controllo del territorio e della popolazione. Inoltre, qualsiasi tentativo di destabilizzazione dei regimi esistenti potrebbe tradursi in un caos generalizzato ed ingovernabile. La sostituzione di Saddam e il riordinamento geopolitico dell’area del Golfo sono ritenuti da molte componenti americane l’occasione buona per debellare il terrorismo e porre le basi di un nuovo ordine mondiale .

    Il ruolo dell’Arabia Saudita

    Sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Arabia Saudita ha rivestito un ruolo essenziale nel mercato mondiale del petrolio, non solo perché ne è di gran lunga il maggiore esportatore mondiale (8,8 mbg all’anno), ma anche perché, soprattutto dagli anni Settanta ad oggi, ha svolto un’azione calmieratrice dei prezzi e quindi stabilizzatrice. Lo ha fatto in stretto coordinamento con Washington, sulla base dell’accordo concluso nel febbraio 1945 tra il re saudita Azis-al-Saud e il Presidente americano Roosevelt, sulla nave da guerra che lo stava riportando negli Stati Uniti dopo la Conferenza di Yalta. Con esso, gli Usa garantivano protezione alla famiglia reale da minacce interne ed esterne, in cambio dei privilegi concessi alle compagnie petrolifere americane riunite nel consorzio Aramco. L’Arabia Saudita accrebbe il suo potere regolatore con la leadership esercitata sul cartello Opec, con iniziative quasi sempre concordate con lo Us Department of Energy.

    L’Arabia Saudita ha quidi svolto finora il ruolo di regolatore, di last resort sia della quantità prodotta sia dei prezzi del petrolio del cartello Opec, avvalendosi per dissuadere gli altri membri dal violare gli accordi di quella specie di “arma nucleare” rappresentata dal fatto che Rijad mantiene in riserva di circa 3 mbg di capacità produttive inutilizzate. Aumentando la produzione, può far crollare i prezzi mondiali del petrolio; limitandola, li mantiene elevati. Evidentemente, il mercato del petrolio è tutt’altro che liberalizzato. Obbedisce ad impulsi politici, che forse oggi stanno divenendo inaccettabili per gli Usa, soprattutto per le lobbies che hanno interesse all’incremento della produzione interna o allo sviluppo dell importazioni dal Canada, dal Messico e dal Venezuela. Contrariamente a quanto talvolta si pensa, i produttori dell’Opec non hanno interesse a un aumento indiscriminato dei prezzi del petrolio. Infatti, esso “ucciderebbe la gallina dalle uova d’oro”, sia perché creerebbe una crisi economica che ridurrebbe i consumi di energia, sia perché indurrebbe a sviluppare fonti alternative di energia, sia perché l’Occidente potrebbe essere indotto a prendere militarmente il controllo dei giacimenti.

    L’accordo americano-saudita del 1945 ha funzionato bene fino agli anni Novanta, nonostante le due crisi petrolifere del 1973 e del 1979. Per inciso, la speculazione al ribasso del prezzo del petrolio fatta dall’Arabia Saudita nel 1985 - anche dietro pressioni degli Usa - provocò il collasso delle compagnie petrolifere sovietiche (che videro le loro esportazioni crollare da 12 a meno di 5 mbg), contribuendo in misura non indifferente alla fine della guerra fredda. A tale riguardo, va ricordato che il costo di estrazione e di trasporto del petrolio è di 1-2 dollari per barile in Arabia Saudita, mentre arriva a 10-12 dollari al barile nella zona artica della Federazione Russa. Va anche ricordato che durante la guerra Iran-Irak e quella del Golfo, l’utilizzazione della riserva saudita evitò una crisi delle economie occidentali.

    Crisi e prezzo del petrolio

    In caso di crisi o di instabilità, il prezzo del petrolio subisce oscillazioni molto forti. Basti osservarne le variazioni in questo periodo, a seconda che l’attacco all’Irak sembri imminente o meno. Quando sono circolate voci di un immediato attacco, il prezzo del greggio è salito a 30 $ al barile; quando sono state smentite, è sceso a 25-27 $ al barile. Il “sovrapprezzo della paura” può quindi essere quantificato in 3-5 $ al barile. Si può anche parlare di un “petrolio di pace”, al prezzo di 22-24 $ al barile, e di un “petrolio di guerra”, a 50$. Secondo lo Sceicco Yamani - “mitico” ex-presidente dell’Opec - in caso di guerra all’Irak il petrolio potrebbe passare a 100$ al barile, qualora il dittatore iracheno attaccasse con armi radiologiche i pozzi kuwaitiani e sauditi e i relativi terminali petroliferi. Sembra che i sauditi prendano sul serio tale minaccia - che a me sembra un po’ fantasiosa - e questo spiegherebbe il mutamento del loro atteggiamento nei confronti della guerra all’Irak. Qualora essa si materializzasse, i paesi importatori non potrebbero soddisfare le loro esigenze energetiche, e quindi si determinerebbe un disastro mondiale. Anche se percezioni tanto pessimistiche sembrano poco condivisibili, occorre tener conto che gli impatti delle variazioni del prezzo del greggio sul Pil sono molto forti. Per esempio, si calcola che un aumento di 10$ del greggio potrebbe provocare una diminuzione di almeno lo 0,5% del Pil statunitense.

    L’importanza geopolitica dell’Arabia Saudita è destinata ad aumentare, perché essa dispone di circa un terzo delle riserve mondiali accertate di petrolio. Tutto bene, se i rapporti con gli Usa fossero ancora quelli di un tempo. Invece, essi si sono deteriorati notevolmente . L’accordo del 1945 e la guerra del Golfo hanno comportato un aumento della presenza e della visibilità americane sul territorio saudita, catalizzando contro gli americani tutti i rancori repressi e le frustrazioni dei vari clan del regno e soprattutto dei radicali wahhabiti, un tempo pilastro del regime e oggi sempre più antiamericani. Tale situazione ha determinato crescenti tensioni tra Rijad e Washington, che si è convinta che i sauditi siano ormai troppo inaffidabili per poter svolgere un ruolo tanto cruciale per l’economia globalizzata.

    Dopo l’11 settembre, tali tensioni sono aumentate fino a sfociare in accuse esplicite rivolte ai vari potentati sauditi e alla stessa famiglia reale di finanziare il terrorismo, e agli esponenti wahhabiti di appoggiarlo con la propaganda e con il proselitismo, che ne consente la rigenerazione . Washington - che, giova sottolinearlo è molto meno dipendente dal petrolio del Golfo di quanto lo siano Europa, Giappone e Cina - ha pertanto cercato di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento (cosa del tutto fattibile, in quanto le importazioni dall’Arabia Saudita ammontano a “soli” 1,6 mbg, ossia circa il 15% del totale delle importazioni statunitensi). Ma gli Usa stanno tentando anche di ridurre la dipendenza dell’economia mondiale dall’area del Golfo, anche per diminuirne il potere di ricatto, di cui i sauditi hanno recentemente esagerato, minacciando anche il disinvestimento dei miliardi di dollari che hanno nella Borsa e nei titoli di Stato americani. Quando sono toccati questi tasti, Washington diviene subito meno “spiritosa” del solito!

    Lo scontro tra Russia e Arabia Saudita

    In ciò, gli Usa hanno trovato un importante alleato in Vladimir Putin. Il presidente russo sa bene che l’unica speranza della Federazione è quella di europeizzarsi, e che la strada di Mosca per l’Europa passa per Washington. Inoltre, ha aderito alla politica “anti-saudita” anche a causa delle minacce saudite, risalenti alla fine degli anni Novanta, di scatenare una nuova guerra dei prezzi del petrolio che sarebbe disastrosa per Mosca, dati anche i suoi maggiori costi di estrazione e di trasporto. Quindi, la guerra al terrorismo non contrappone solo gli Usa ad Al-Qaeda, i moderati e gli estremisti islamici, il liberalismo occidentale e il fanatismo orientale, l’Occidente e i “no-global”, ma anche la Russia e l’Arabia Saudita. Sull’esito di tale confronto saranno determinanti le decisioni prese da Washington.

    E’ questo il quadro in cui va letto, sotto il profilo geopolitico, il dibattito sul futuro dell’Irak, paese che possiede le seconde maggiori riserve petrolifere mondiali, anche se la sua produzione è molto inferiore alle sue potenzialità. Le decisioni di Washington non riguardano solo Bagbad, ma l’intera area del Golfo. La politica di Saddam Hussein offre agli Usa un’opportunità per procedere ad un riassetto globale della regione e del mercato del petrolio. La posizione di superiorità geopolitica degli Usa e il loro ruolo di “gendarmi” o garanti della stabilità internazionale non li rende certo disponibili ad accettare che uno Stato come l’Arabia Saudita - che ritengono sempre più instabile ed inaffidabile - detenga il controllo di uno dei fattori centrali dell’ordine mondiale. Inoltre, va considerato che il controllo del Golfo e delle sue risorse petrolifere - anche il Kuwait, l’Iran e gli Emirati possiedono enormi riserve - resta un elemento strategico essenziale per esercitare la leadership mondiale (full spectrum dominance), anche a fronte della rapida crescita economica e militare della Cina e dell’India, che tra qualche decennio potrebbero competere con gli Usa .

    Il grande gioco del petrolio

    Gli attentati dell’11 settembre, la guerra al terrorismo e le prospettive di un prossimo attacco all’Irak di Saddam Hussein, nonché l’atteggiamento adottato dalla Russia, dalla Cina e dall’Iran vanno quindi letti anche tenendo conto di tali fattori. Bush e Putin si sono accordati per accrescere la produzione di petrolio della Russia e contribuire a stabilizzarla, aumentando le importazioni di petrolio russo negli Usa in modo da diminuire la dipendenza statunitense dal Golfo, in particolare dall’Arabia Saudita. Fa parte di questa tendenza anche il progetto di costruire a Murmansk un enorme terminale petrolifero con la capacità di esportare oltre 1 mbg. I bassi fondali degli altri porti petroliferi della Russia spiegano la ridotta percentuale attuale delle esportazioni di quest’ultima verso gli Usa (circa lo 0,5% del totale). Sembra però che il progetto russo-americano sia più globale. Ciò spiega le joint-ventures strategiche ed economiche tra Mosca e Washington nel Caucaso e in Asia Centrale. Spiega anche le affermazioni del professor Illarionov, consigliere di Putin per l’energia, al Convegno dell’Aspen Institute Italia a Firenze all’inizio di luglio 2002 e quelle più recenti da lui fatte sul sostegno russo al soddisfacimento delle esigenze energetiche Usa in caso di guerra all’Irak.

    L’ipotesi che la Russia possa sostituire l’Arabia Saudita nelle sue funzioni di stabilizzatore di last resort dei mercati petroliferi sembra da escludere, per l’entità delle riserve russe che sono solo un sesto di quelle dell’Arabia Saudita. Non è possibile nemmeno che le esportazioni di gas (di cui la Russia detiene il 35% delle riserve mondiali) possano ridurre in modo sostanziale la dipendenza occidentale (oltre che cinese e giapponese) dal petrolio del Golfo. Anche le riserve del Caucaso e dell’Asia Centrale, sono troppo basse. Esse potranno contribuire a rendere più assorbibili eventuali crisi, ma non sostituire la centralità strategica del Golfo. Putin ha dimostrato di stare al gioco, non solo perché il 70% delle entrate dello Stato e un’analoga quota delle esportazioni derivano dai prodotti energetici, ma anche perché un aumento della dipendenza dell’Occidente dalle importazioni energetiche russe significa un suo maggiore coinvolgimento nello sviluppo economico e nella modernizzazione della Russia. Il futuro della Federazione dipende sempre più dai suoi buoni rapporti con l’Occidente. Solo essi le possono consentire di superare le enormi difficoltà economico-sociali che l’affliggono. Questo spiega perché Mosca abbia dato l’assenso allo schieramento di forze americane nel Caucaso e nell’Asia Centrale e anche perché le esportazioni petrolifere russe stiano aumentando costantemente di 0,5 mbg annui dal 1999, nonostante le proteste dell’Opec e dell’Arabia Saudita.

    La convergenza Washington-Mosca

    Il rallentamento della crescita dell’economia mondiale ha costretto l’Opec a diminuire la propria produzione prima di 3,5 mbg e poi, nel gennaio 2002, di altri 1,5 mbg, per evitare un crollo dei prezzi. Per i produttori, il rischio maggiore non è tanto un aumento quanto un crollo dei prezzi del petrolio, che vengono mantenuti artificialmente alti dall’Opec. In un regime di libero mercato, infatti, essi sarebbero inferiori, anche se ciò provocherebbe difficoltà nei paesi con elevati costi di estrazione e di trasporto. Evidentemente, esistono in Occidente non solo forze favorevoli ad una completa liberalizzazione del mercato, ma anche quelle favorevoli ad un cospicuo aumento dei prezzi del petrolio. Il dibattito sull’attacco all’Irak è influenzato anche dall’esistenza di tali interessi . Sostenendo gli Usa, Mosca si è anche presa una rivincita su Rijad per i danni subiti dalla guerra dei prezzi del petrolio del 1985, nonché per gli aiuti dati ai guerriglieri afgani e a quelli ceceni e per la propaganda islamica svolta tra le popolazioni musulmane del Caucaso, dell’Asia Centrale e della stessa Federazione.

    In sostanza, dopo l’11 settembre la convergenza tra Mosca e Washington non è solo politica, ma anche strategica, e sicuramente non solo temporanea. Essa non riguarda solo il terrorismo - nemico di entrambe - ma anche il controllo mondiale dell’energia e quindi la riscrittura della mappa geopolitica e della gerarchia mondiale delle potenze. Le decisioni di Putin determineranno l’effettivo ruolo di Mosca in un nuovo ordine nel Golfo allargato al Vicino Oriente, al Caucaso e all’Asia Centrale. Sia l’Iran, sia la Cina tengono visibilmente conto di questa alleanza di fatto, come dimostrato dalla cautela nei riguardi del preannunciato attacco all’Irak di Saddam. Quest’ultimo è sicuramente motivato dal timore che il dittatore iracheno sviluppi armi di distruzione di massa. Tuttavia, è altrettanto certo che il comportamento di tutti i principali attori coinvolti è influenzato da considerazioni geopolitiche incentrate sul “fattore petrolio”. La guerra contro il terrorismo è divenuta anche una guerra per il controllo mondiale del petrolio .

    9 ottobre 2002
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    Saluti liberali

  5. #5
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    " Equilibri. Il prezzo dello sviluppo
    di Andrea Gumina
    http://www.emporion-online.it
    Da quando ha sperimentato gli shock petroliferi degli Anni Settanta ed Ottanta, l’Occidente ha cominciato a chiedersi in maniera sempre più insistente quale risposta dare alla crescente sete di energia, e come affrancarsi dalla dipendenza dei paesi produttori . Le chiavi di lettura fornite al problema sono state diverse a seconda del periodo storico: oggi, potremmo tuttavia riassumerle in tre grossi filoni.

    Da una parte, è emerso sempre più prepotente il problema ambientale : che lo si guardi dal lato dei paesi ricchi, o di coloro che aspirano a livelli di benessere più elevati (i cosiddetti paesi in transizione), l’attuale politica energetica è insostenibile dal punto di vista dell’ecosistema. In particolare, la ricerca di energie “alternative” (solare, eolica, o nucleare a fusione) ha portato a risultati o inattuabili su larga scala (per resa o costo) o assolutamente irraggiungibili nel breve periodo (soprattutto per ragioni tecnologiche, come nel caso della fusione, calda o fredda che sia). Al contempo, l’utilizzo del nucleare a fissione ha subito un brusco - e assolutamente irrazionale - stop dopo i fatti di Chernobyl, mentre l’uso massiccio di risorse fossili incontra ancora forti resistenze: questo, soprattutto nelle aree urbane dei paesi avanzati (per questioni di congestionamento) ed in quelle industriali dei PVS (per le scarse tecnologie a disposizione).

    D’altro lato, il problema dei costi è divenuto cruciale. Il peso della dipendenza dai paesi produttori - in particolare quelli arabi - è diventato un problema di budget, ancor prima che politico. Le bilance commerciali dei paesi ricchi risultano sempre più appesantite dall’approvvigionamento forzato dalle nazioni Opec : le ripercussioni sul costo della vita - anche a fronte di strategie energetiche sbagliate e di una situazione internazionale particolarmente complessa - sono ormai questione di ogni giorno. Le statistiche di Ocse <http://www.oecd.org> e le recenti preoccupazioni della Banca Centrale Europea <http://www.ecb.org>, danno il senso di quanto sia rilevante la problematica “costo di approvvigionamento energetico”.

    Allo stesso tempo, l’attuale metodo di sfruttamento delle risorse a livello planetario - ed in particolar modo lo sfruttamento a fini energetici, con le conseguenti emissioni - comporta un costo economico “indiretto”, che sempre più andrà conteggiato nei bilanci nazionali . Essendo l’ambiente un bene pubblico, difatti, il degradamento delle sue condizioni e il depauperamento delle risorse rappresentano un vero e proprio costo per la comunità (si pensi alle spese di bonifica, o a quelle sanitarie, tanto per fare un esempio), costo che potrebbe essere contenuto, ancora una volta, attraverso una politica energetica più razionale - così come emerge anche dal World Development Report del 2003 della Banca Mondiale <http://www.worldbank.org>.

    Del tutto superato, così come recentemente confermava anche Robbie Gries, presidente dell’American Association of Petroleum Geologist <http://www.aapg.org> - cioè dell’associazione che si occupa di individuare i nuovi siti per combustibili fossili - è invece il problema della durata dell’approvvigionamento. Le ultime proiezioni - stanti anche i perfezionamenti nei sistemi di estrazioni di petrolio, gas e carbone - spostano molto in là, di tre-quattrocento anni, il problema della fine delle risorse fissili sul pianeta. E, peraltro, recenti studi che non assocerebbero la formazione del petrolio e del gas al decadimento dei batteri, minerebbero anche le convinzioni in merito alla non-rinnovabilità di tali risorse naturali.

    Volendo riassumere, il problema di un cambiamento nelle politiche energetiche dei paesi Occidentali, e dell’introduzione - da subito - di paradigmi eco-sostenibili nelle economie in via di sviluppo, è prevalentemente una questione di costi economici ed ambientali . E’ impensabile ipotizzare che, in un mondo dove cresce costantemente il fabbisogno di energia, ed in cui la salvaguardia dell’ecosistema è sempre più all’ordine del giorno, la comunità internazionale continui ad utilizzare in maniera distorta le risorse messe a disposizione. Questo vuol dire, in poche parole: ritorno al nucleare “sicuro” (dagli anni Sessanta ad oggi le tecnologie sono immensamente migliorate, anche se rimane da affrontare il problema delle scorie); abbandono graduale del petrolio e dei suoi derivati, a cominciare dalle aree urbane; utilizzo del carbone “pulito” e del gas nelle centrali termiche; adozione delle fuel cell ad idrogeno nei sistemi di mobilità urbana. Tali soluzioni contribuirebbero ad abbassare drasticamente i costi nei paesi importatori, e le emissioni inquinanti nelle aree più congestionate - specie se accompagnate da adeguate politiche di “risparmio energetico intelligente” (tanto per intenderci, meno domeniche senz’auto e più sistemi di “basso consumo” sugli elettrodomestici o sugli impianti termici).

    Risultato complessivo per le regioni importatrici: drastica riduzione della bolletta elettrica, sensibile vantaggio ambientale. Ma questa, purtroppo, è solo un lato della medaglia. Anche prescindendo dalla necessaria riconversione del settore petrolifero in Occidente, l’adozione di una nuova politica energetica da parte dei paesi ricchi avrebbe degli impatti devastanti sulle economie dei sistemi produttori. Alcuni dati possono dare il senso di quello che si configura come un vero e proprio dilemma per i policy maker mondiali . Prendiamo due “paesi tipo” tra i maggiori esportatori di greggio: l’Arabia Saudita (al primo posto, con 8.806.000 barili al giorno) e il Venezuela (3.219.000 barili al giorno, terzo produttore mondiale). Questi sono due casi tipici di economie che si basano sull’estrazione, la produzione e l’esportazione di combustibile fossile; per di più, questo esempio ci consente di esulare dal solo contesto “arabo”. Tanto per quantificare, le entrate da petrolio costituiscono per l’Arabia Saudita il 40% del prodotto interno lordo, il 90% del valore delle esportazioni e ben il 75% delle entrate che il governo incamera sotto forma di tassazione; la situazione venezuelana è similare, con circa il 35% del Pil, l’80% delle esportazioni e più del 50% delle entrate da imposte.

    A fronte di ciò, ancor oggi queste aree presentano forti scostamenti, in termini di benessere, rispetto ai paesi ricchi: a fronte di una ricchezza media procapite di 36.200 dollari per gli Stati Uniti o di 22.100 per l’Italia, l’Arabia presenta un reddito per abitante di circa 10.500 dollari e il Venezuela di 6.200. Questi numeri, peraltro, non dicono tutto: la varianza interna delle entrate (cioè come il reddito viene distribuito all’interno delle fasce sociali) è fonte di ancora maggiori disuguaglianze. Non sono disponibili dati “ufficiali” per l’Arabia Saudita, ma il caso del Venezuela è emblematico: la percentuale della popolazione sotto la soglia di povertà arriva al 67%, mentre il 10% di famiglie più ricche effettua il 35% dei consumi (dati riferiti all’anno 2000, fonte Cia <http://www.cia.gov/cia/publications/factbook>). A tali drammatici dati, si aggiungerà, entro il 2050, la necessità di un sistema di welfare ad oggi inesistente: gli ultimi dati della Banca Mondiale indicano che il rapporto tra la popolazione non in età da lavoro e quella attiva è destinato a incrementarsi nel corso dei prossimi 50 anni, toccando punte del 60% nei paesi dell’America Latina e di poco inferiori in quelli del Medio Oriente. Quanto oggi incida il greggio sui bilanci statali di questi paesi, rende facile capire l’attuale impossibilità di costruire sistemi di protezione sociale in sua assenza.

    Tutte queste cifre, per dire che il trade-off tra la politica energetica attuale e quella auspicabile, non va solo posto nei termini di risparmio e aria migliore nei paesi più evoluti, ma anche delle rinunce dei paesi produttori e del supporto alla riconversione delle loro economie. La soluzione è complessa, e dovrebbe razionalmente passare per almeno due tappe obbligate. 1) le attuali economie più avanzate dovrebbero gradualmente diminuire l’utilizzo delle energie inquinanti e la loro dipendenza dai paesi produttori, per ragioni economiche dirette (la bolletta) ed indirette (la salute di chi ci abita ed il costo ambientale insopportabile): questo, attraverso una diversificazione delle fonti energetiche, un ritorno al nucleare “sicuro” e modelli di consumo più corretti. Al contempo, esse non possono esimersi dal fornire tecnologie avanzate ai paesi in via di sviluppo, perché la loro marcia verso un’industrializzazione intelligente non abbia un impatto devastante su scala planetaria. 2) i paesi produttori di gas e petrolio dovrebbero essere aiutati a costruire (oggi) sistemi di redistribuzione del reddito “sostenibili”, anche sulla scorta dell’esperienza acquisita nei paesi occidentali. Contemporaneamente, occorrerebbe riorientare le loro esportazioni nei confronti dei PVS (i paesi che in un prossimo futuro avranno proporzionalmente un incremento maggiore nelle richieste di energia a basso costo): questo consentirebbe un phasing-out non traumatico per le aree produttrici, ed ove la cessione di tecnologia avanzata lo consentisse, un livello di emissioni compatibile con l’ecosistema. Infine, sarebbe necessario mutare il mix-produttivo delle loro economie, per diminuire il peso dei prodotti petroliferi.

    La ridefinizione della politica energetica su scala mondiale, rappresenta dunque una questione ben più vasta di una disputa tra ecologisti e “falchi dell’industria”: essa implica piuttosto complesse problematiche politiche ed economiche, tra le quali spiccano il tema dei rapporti tra aree sviluppate e regioni arretrate, dei diritti e delle politiche sociali, della cessione di alta tecnologia e della fiducia nel buon operato dei governi recettori di tali interventi . Quando decideremo di affrontare seriamente questo problema, sarà comunque il caso di tenere in conto il vero dilemma che ci attende: ancora una volta, la strada di una maggiore sostenibilità globale dello sviluppo è l’unica a poter assicurare benefici concreti e di lungo periodo per le nostre economie. Avremo bisogno di molta concretezza e lungimiranza per comprenderlo.

    9 ottobre 2002
    "

  6. #6
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    " Guerra e pace, il grande gioco dell’Occidente
    di Ludovico Incisa di Camerana

    Il 15 febbraio il folklore pacifista ha celebrato i suoi fasti, mobilitando, secondo le cifre ventilate con disinvolta approssimazione dalla stampa, da sei milioni e mezzo a centodieci milioni tra attori e comparse. Le manifestazioni <http://www.peacelink.it/dossier/roma/index.html> hanno occupato le maggiori metropoli occidentali, compresa Sidney e Melbourne nella remota Australia, ma hanno registrato un afflusso minore proprio a Bruxelles, la capitale dell’Europa (trentamila dimostranti) e nelle capitali dei paesi dell’Europa Centrale e Orientale (poche centinaia di manifestanti a Mosca), non hanno infine coinciso con raduni consistenti in Cina, in India e nel Pakistan, nell’America Latina (diecimila partecipanti a Rio, cinquemila all’Avana, ancor meno a Santiago del Cile) e nel Terzo Mondo (salvo il Sud Africa). Fatto sorprendente, nonostante la propensione delle folle arabe e musulmane ad infiammarsi per molto meno, non vi sono state dimostrazioni antiamericane di un certo rilievo né al Cairo, né a Teheran, né ad Algeri, né a Tunisi, né Tripoli, né ad Amman, senza parlare dei centri urbani dell’Arabia Saudita e degli Emirati. In Turchia, il maggior paese musulmano europeo, l’unica marcia in discussione non è una marcia per la pace ma una marcia per la guerra: l’ingresso delle truppe americane che dovrebbero attaccare la frontiera settentrionale irachena.

    Questa relativa indifferenza dei correligionari per la sorte di Saddam Hussein <http://www.lib.ecu.edu/govdoc/iraq.html> ha una spiegazione. Il dittatore iracheno ha sfogato la sua aggressività soprattutto a danno dei suoi vicini musulmani: ha attaccato l’Iran scatenando una guerra durata otto anni, ha collaudato contro i curdi ribelli le sue armi di distruzione di massa, ha invaso il Kuwait. Insomma, costituisce tuttora un pericolo maggiore, anziché per il mondo cristiano e occidentale, per il mondo arabo e musulmano . Del resto la Giordania, che nel 1991 durante la guerra del Golfo, aveva mantenuto buoni rapporti con Bagdad, oggi si guarda bene dal seguire una politica equivoca. Lo stesso Arafat, che allora si era schierato apertamente per Saddam Hussein, cerca di mantenere ben distinta la causa palestinese dalla causa irachena. Quanto a Bin Laden, non si capisce se, dato il sottofondo velenoso del suo proclamato appoggio ai “socialisti” iracheni, abbia preso tale posizione turandosi il naso, secondo la nota espressione di Indro Montanelli, ovvero abbia astutamente cercato di vibrare una coltellata alle spalle di un rivale nella leadership del terrorismo antioccidentale, arruolandolo nelle file di al Qaeda.

    Se Saddam Hussein, a differenza di storici esponenti del fronte terzo-mondista come Nehru o Nasser o Sukarno, non ha amici ed alleati intorno a sé, le ragioni del pacifismo europeo non possono essere collegate al problema della guerra contro l’Irak <http://www.iraqi-mission.org>. L’unica eccezione comprensibile è data dalla Chiesa cattolica, la cui presa di posizione pacifista non risponde ad una assoluta ostilità di principio agli interventi militari (accettati se non invocati nella prima fase della guerra di secessione nell’ex Jugoslavia), ma è motivata essenzialmente dalla difesa dei seicentomila cristiani residenti in quel paese: seicentomila ostaggi in quanto vittime potenziali in caso di guerra, delle persecuzioni e delle ritorsioni del popolo locale, secondo la tragica esperienza subita dagli armeni in Turchia, durante la prima guerra mondiale, dagli assiri in Irak negli anni Venti, dai maroniti libanesi durante una guerra civile durata più di quindici anni.

    A parte il caso della Chiesa, dunque, la strategia pacifista è usata a fini di politica interna per mettere in difficoltà i governi in carica e in politica estera nella contestazione della leadership americana . Per quanto riguarda la politica interna italiana le argomentazioni pacifiste sono contraddette, come affermato con buon senso dal ministro degli Esteri Frattini, dal leader della Lega Bossi e da un osservatore imparziale come Paolo Mieli, dalle circostanze (mancanza di crisma delle Nazioni Unite, segretezza sulle modalità dell’intervento armato) che hanno caratterizzato la guerra del Kosovo, guerra, sia detto incidentalmente, quella sì diplomaticamente evitabile, senza la caparbia ostinazione antiserba di Madeleine Albright, la segretaria di Stato americana, data anche la presenza a Belgrado di un interlocutore forse altrettanto feroce di Saddam, ma certamente più intelligente, come Milosevic.

    Sul piano della politica internazionale sono cominciate le grandi manovre per l’egemonia in Europa. La sfida è stata lanciata dalla Francia: Chirac ha riverniciato per l’occasione quel binomio con la Germania, che ha effettivamente dominato per decenni l’evoluzione della Comunità europea, e ha offerto con Schröder <http://www.uruklink.net/iraqnews/eindex.htm> un rampino a Saddam <> proponendo la presenza in Irak con gli ispettori di truppe delle Nazioni Unite. Invece di prendere la palla al balzo Saddam ha rigettato stoltamente una formula che gli avrebbe permesso di dormire sonni tranquilli fino alla fine dei suoi giorni con un esercito eterogeneo e multicolore di caschi azzurri, vagante con le mete da lui prestabilite per la Mesopotamia. Caduta questa mossa, indubbiamente intelligente, a causa della mancanza d’intelligenza della parte a cui era indirizzata, è rimasta della proposta franco-tedesca la sfida sia agli Stati Uniti sia ai grandi e piccoli soci dell’Unione Europea donde una netta spaccatura sia nella Nato sia nell’Unione Europea.

    Chirac ha aggravato le cose mettendo in causa lo stesso allargamento dell’Unione Europea, trattando i paesi candidati che hanno affiancato l’Italia, l’Inghilterra, la Spagna, la Danimarca e il Portogallo nella reazione all’atto d’imperio dell’asse franco-tedesco, con una mancanza di stile che ha loro ricordato più il vecchio padrone Krusciov che gli ultimi più felpati signori del Patto di Varsavia, i Breznev, gli Andropov, i Cernenko, senza parlare del più che riguardoso Gonciarov. Per riparare ad una mossa sbagliata Chirac ha fatto ricorso ad una manovra classica della diplomazia francese, la diversion à l’Est, l’aggancio alla Russia. Ma un’eventuale triangolazione Francia-Germania-Russia, ammesso che Putin ci stia (e il prezzo da pagare sarà alto), avvicinerà ancora di più agli Stati Uniti i paesi dell’Europa dell’Est, con una netta spaccatura tra una Nato allargata ed un’Unione Europea ristretta. Paradossalmente di fronte a queste prospettive quanto accadrà in Irak avrà un’importanza diretta sul futuro assetto del Medio Oriente, ma un’importanza indiretta ancora maggiore per l’avvenire dell’Europa. Se la guerra in Irak non è ancora cominciata, in Europa una guerra diplomatica, incruenta ma aspra, è già in corso.

    26 febbraio 2003
    "

    Cordiali saluti

  7. #7
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    " Mercati e petrolio in tempo di guerra
    di Michele Bagella

    Le tensioni internazionali di queste ultime settimane legate alle prospettive di guerra all’Irak, spingono gli operatori a cercare di capire cosa accadrà ai mercati azionari e al prezzo del petrolio, e a fare previsioni. Al riguardo sembrano prevalere due orientamenti: negli ambienti finanziari americani c’è chi ritiene che la guerra all’Irak ci sarà, finirà in poche settimane e sarà vinta , e questo esito spingerà le borse verso l’alto; e chi invece prevede tempi molto più lunghi ed è più pessimista al riguardo. Le aspettative sul prezzo del petrolio seguono un po’ lo stesso percorso, c’è chi pensa che le turbolenze saranno contenute perché la guerra sarà breve e l’Occidente recupererà il controllo dei pozzi iracheni, e c’è invece chi ipotizza aumenti più consistenti perché la guerra sarà lunga e complicata. Si tratta in entrambi i casi di previsioni estreme in cui ottimismo e pessimismo si confrontano, dando l’impressione di ispirarsi a visioni che sanno di sapore soprattutto ideologico e di schieramento . L’incertezza va da sé che c’è ed è tanta, ma quando si cerca di tradurla in numero, allora non va bene essere troppo sbrigativi, specie se si tratta di considerare come essa si riflette sulle diverse variabili che influenzano il mercato.

    La caduta dei valori azionari verificatasi nel 2002 è innanzitutto da ricollegare al venir meno della bolla speculativa degli anni precedenti, al ciclo economico basso, e agli scandali finanziari che lo hanno caratterizzato e certamente all’11 settembre <>. Una guerra breve e vittoriosa ridimensionerebbe positivamente quest’ultimo effetto, ma non cancellerebbe le altre ragioni della crisi. Si potranno avere degli indici in salita per qualche settimana ma se non aumenta stabilmente la fiducia degli investitori è probabile che la ripresa non sia duratura. Il punto è questo: quanto conta su tale fiducia l’esito positivo della guerra? Chiaro che una guerra lunga accrescerebbe l’effetto negativo dell’attacco terroristico alle Twin Towers e rimanderebbe a data da destinarsi la comparsa del “toro”, ma non è detto che una guerra breve lo inciti stabilmente, perché per farlo “caricare” è necessario che cambino in positivo le previsioni sui fondamentali delle imprese e sul mercato e si ricostituisca la fiducia da parte degli investitori. Ripetere gli anni ’90 e soprattutto l’euforia finale del decennio non appare probabile, perché non sembrano esserci per ora segnali da parte della economia reale su cui innescare la nuova ondata sia in Europa sia negli Stati Uniti. Il 2003 sarà perciò ancora un anno di corsi volatili anche se la guerra non si facesse, o dovesse terminare presto .

    Le previsioni sul prezzo del petrolio soffrono di analoghe combinazioni di effetti ciclici ed effetti strutturali. Per venirne a capo bisogna ricordare un po’ di storia. Prima del 1973 il petrolio quotava 3 dollari al barile sul mercato internazionale, prezzo che era rimasto stabile per tutto il decennio precedente. All’epoca, il Venezuela come gli altri paesi produttori aumentavano le estrazioni per far crescere gli introiti, e solo dopo la decisione dell’OPEC – l’associazione dei paesi produttori –avvenuta in quell’anno, è stata ridotta la produzione e sono stati aumentati i prezzi. Si è, cioè, avviata una politica di cartello, sostenendo che questa decisione era giustificata dalla previsione di un calo delle riserve naturali previsto per il 2000 in presenza di una domanda crescente, e da un prezzo relativo petrolio/beni industriali decisamente decrescente. Per riequilibrare la ragione di scambio del petrolio e per favorire gli investimenti in fonti di energia alternativa, il prezzo fu portato prima a 13 dollari e poi a prezzi ancora più elevati. Sul mercato libero di Amsterdam, l’arabian light, il migliore petrolio per fare benzine, salì fino a circa 40 dollari agli inizi degli anni ’80. Successivamente il prezzo diminuì, anche perché nel frattempo si erano avviate le estrazioni offshore, prima fuori mercato, e erano stati messi a coltura nuovi campi da paesi come il Messico, e l’Ecuador in America Latina, la Nigeria in Africa e la Norvegia in Europa, mentre altri come il Venezuela nell’area della foce dell’Orinoco avevano avviato lo sfruttamento di nuovi giacimenti. Il risultato è stato che ci si è resi conto che la potenzialità produttiva mondiale era di molto superiore alle previsioni catastrofiche della metà degli anni ’70 e di esaurimento del petrolio non si è più parlato.

    Questa è la ragione per cui oggi il problema dell’esaurimento delle fonti non si pone in maniera così drammatica, come fu posto allora, anzi per la verità sembra non porsi per niente. L’aumento del prezzo del petrolio dipenderà dal ciclo della guerra e sarà influenzato dalla limitazione temporale dei rifornimenti provenienti dal Golfo Persico e non dipenderà dalle previsioni di scarsità progressiva come si paventò negli anni ’70. Naturalmente gli effetti negativi in termini di aumento dei costi di produzione si faranno sentire in Europa e in America, ma ancora di più si faranno sentire nei paesi in via di sviluppo, tipo Brasile ed India il cui fabbisogno petrolifero è soddisfatto largamente dalle importazioni. Va da sé che quanto più lunga sarà la guerra tanto più sarà lungo il periodo in cui il prezzo rimarrà alto e tanto più ritarderà la ripresa della economia mondiale e in particolare dell’Europa e degli Stati Uniti prevista nella seconda parte di quest’anno. Per quanto riguarda l’entità, l’aumento già verificatosi sconta in parte le restrizioni di approvvigionamento che vi potrebbero essere nei prossimi mesi, mentre la lunghezza temporale delle stesse potrebbe aggiustarlo verso il basso o verso l’alto in rapporto alla rapidità dell’esito delle operazioni belliche. Le aspettative dei mercati finanziari e del petrolio sono perciò influenzate dalla lunghezza della guerra (se si farà), ma mentre per i mercati esse scontano anche altre ragioni importanti di prudenza da parte degli investitori, per il petrolio esse si fondano sostanzialmente sulle prospettive della durata degli eventi bellici.

    26 febbraio 2003
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    Oro nero. L’epopea delle Sette Sorelle
    di Patrizio Li Donni

    “Bad for oil companies, good for every one else”. Nulla più di questo motto rende meglio l’idea di cosa abbiano rappresentato le grandi compagnie petrolifere nella storia del capitalismo mondiale. Le “majors” del petrolio, per più di un ventennio, tra il 1950 e il 1970, furono padrone assolute del mercato dell’oro nero. L’inglese British Petroleum, il gruppo anglo olandese della Royal Dutch-Shell, e le statunitensi Standard Oil of New Jersey (ora Exxon), la Standard Oil of California, più nota come Chevron, la Mobil, la Gulf e la Texas Oil Company (Texaco) controllarono in quel periodo quasi l’ottanta per cento delle riserve, della produzione e della capacità di raffinazione esistente nel mondo al di fuori degli Stati Uniti, del Canada e dei paesi allora sotto l’ombrello sovietico. Le Sette Sorelle, come le definì Enrico Mattei, controllavano la quasi totalità del petrolio del Golfo Persico e di tutto il Medio Oriente, grazie alle concessioni ottenute nei lontani anni Venti e Trenta. Furono queste compagnie in sostanza a fissare il prezzo internazionale del petrolio, con il meccanismo del posted price, letteralmente prezzo affisso.

    Il prezzo del petrolio veniva cioè fissato sulla base delle previsioni di domanda del greggio di ciascun paese e successivamente comunicato ai paesi produttori. Stabilito il prezzo che doveva consentire a questi stessi paesi un certo ritorno concordato, le compagnie si accollarono il rischio (calcolato) di assorbire le fluttuazioni negative del prezzo reale. Insomma, occorreva soltanto vigilare in modo tale che l’offerta non eccedesse la domanda. Tutto questo fu possibile grazie a due fattori: l’intreccio di partecipazioni nelle grandi concessioni petrolifere e il controllo dell’intera filiera del petrolio, dalla produzione alla commercializzazione del prodotto finito. Le Sette Sorelle insomma determinarono le quantità di greggio da estrarre da ogni singolo paese mediorientale, senza utilizzarne mai l’intera capacità produttiva ma bilanciando le produzioni in modo da non avere mai eccesso di offerta sul mercato. Considerando poi il ciclo virtuoso degli anni del boom economico tra il 1950 ed il 1970, per le Sette Sorelle non ci furono grandi problemi. A spezzare il gioco furono la nascita dell’Opec, (che sostituì però un cartello con un altro cartello), le nazionalizzazioni ed il ritiro delle concessioni. Tuttavia, le riserve accumulate negli anni consentirono alle Sette Sorelle, specie dallo shock petrolifero del ’73 in poi, grandi profitti. Dal 1973 fino al 1981, il prezzo del petrolio aumentò di 12 volte in termini nominali, consentendo alle compagnie non solo di resistere alla crisi ma anche di realizzare enormi guadagni.

    La vera crisi per le compagnie petrolifere si apre nei primi anni Ottanta, per culminare nel contro-shock petrolifero del 1986. La fine delle riserve e la quasi contemporanea apertura delle quotazioni del WTI a New York e del Brent alla Borsa di Londra, con la conseguente fluttuazione del prezzo del petrolio, contribuirono al definitivo tramonto del “sistema” delle Sette Sorelle. Da allora molte sfide si sono aperte, quella del gas soprattutto, iniziata, occorre ricordarlo, da un pioniere come Mattei con il metano di Cortemaggiore, la ricerca di nuovi grandi giacimenti, il problema di ricostituire le riserve, le sfide ambientali, (benzine pulite significano innanzitutto miglior qualità del greggio possibile), sfide tecnologiche, specialmente nell’area del Caspio che si è rivelata molto più difficile del previsto, il progressivo declino di aree ormai già oltre il picco di sfruttamento, come l’Alaska ed il Mare del Nord, le delusioni come il bacino del Terim in Cina che aveva assorbito notevoli investimenti ma che finora hanno dato scarsi risultati. Inoltre, le turbolenze finanziarie dell’Est asiatico, mercato energetico in espansione fino alla crisi del 1996-97, hanno frenato le performance delle compagnie petrolifere, non solo di quelle che venivano chiamate le Sette Sorelle. La conseguenza naturale è stata quella del risparmio e della razionalizzazione, culminata con la riorganizzazione attraverso una fase di concentrazione dei maggiori players mondiali.

    La prima fusione di notevole importanza fu quella tra la Chevron e la Gulf nell’oramai lontano 1983, mentre quella più rilevante nel “sistema” delle compagnie è stata quella recente del 1998, tra la Bp e la Amoco, allora rispettivamente terza e quinta compagnia mondiali del settore. In realtà, si trattò di una acquisizione da parte della Bp verso l’Amoco per una cifra vicina ai 56 miliardi di dollari in azioni della Bp offerte agli azionisti Amoco come concambio. Anche le altre operazioni di fusione hanno seguito l’esempio di Bp–Amoco, nel senso che si è sempre trattato di acquisizioni più che di fusioni, come l’acquisto da parte della Total del 42% della Fina o dell’Opa complessiva da parte della spagnola Repsol sulla argentina YPF, di cui già deteneva il 15 %, o come la fusione tra la Chevron e la Texano e la tra la Mobil e la Exxon. Quest’ultima detiene ora il primato per capitalizzazione di Borsa, è cioè il più grande gruppo petrolifero mondiale con 298 miliardi di dollari seguita dalla ShellRoyal Dutch con 215, i 198 della Bp-Amoco, i 104 della Total Fina ed i 98 della Chevron Texano. Sesta per dimensioni e capitalizzazione di borsa è l’Eni con 54 miliardi di dollari.

    Gran parte delle attenzioni delle compagnie sono rivolte oggi alle aree dell’ex Unione Sovietica, ricche sia di petrolio che di gas naturale, interesse non più secondario per le majors, vista la natura più pulita del gas rispetto al vecchio petrolio. Exxon concentra attualmente i suoi maggiori interessi nell’area del Caspio, soprattutto a Tengiz , mentre ricerca il gas più a nord in territorio russo. Nell’area è presente ancora in Azerbaijan, in Turkmenistan e nelle isole Sakhalin. Una presenza di rilievo la Exxon la ha poi in Kuwait con il progetto di realizzare una pipeline tra i pozzi ripresi a Saddam Hussein con la guerra del ’91, e le terre del Quatar e del Bahrain. La restante parte degli interessi della Exxon sono in Africa, specialmente in Nigeria e Angola, come pure in Algeria, Niger e Chad. Contende infine alla Bp il predominio estrattivo nel Mare del Nord, in cui è presente lungo tutto il versante della costa norvegese. La Chevron invece è stata la prima compagnia a “sbarcare in Kazhakistan nel 1993, anch’essa presente nel supergiant di Tengiz ed a Karachaganack, seconda riserva petrolifera della zona, ed è la compagnia con i maggiori interessi in Arabia Saudita, di cui cura una larga parte della estrazione. Altra presenza importante della Chevron è quella in Indonesia e in Sudamerica, specialmente in Venezuela, Colombia ed Ecuador. Bp e la Shell invece oltre ad essere presenti nel mare del nord, dividono con le altre interessi nell’area delle ex repubbliche sovietiche, in Australia ed in Indocina. Dopo un periodo di ristrutturazione come questo durato circa un decennio, vanno ora ridisegnandosi le nuove strategie dell’energia, legate alle scelte di lungo periodo, come quella per il gas ex sovietico, ma che dipenderanno soprattutto dalla stabilità delle aree, dagli investimenti e dalle direzioni che prenderanno le pipeline che convoglieranno il gas, tenendo ben presente anche l’instabilità che regna nelle zone di tutti i giacimenti e le tensioni con il mondo islamico. Chissà se anche domani potremo ancora dire: Bad for companies, good for every one else.

    24 aprile 2002

    freccia@libero.

  9. #9
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    America Latina. Il serbatoio degli Usa
    di Francesco Riccardo

    Parla spagnolo il quarto esportatore mondiale di petrolio. La recente crisi politica in Venezuela, paese tra l’altro in cui l’insegnamento dell’italiano come seconda lingua è diventato obbligatorio in diverse scuole, ha riportato a galla l’irrisolta questione dell’“oro nero” in America latina. Da Caracas a Buenos Aires, passando per Brasilia, non si contano le iniziative che da decenni sono state promosse da singole ma non piccole nazioni per aprire la “via sudamericana” al petrolio. Un’antica ma ricorrente aspirazione da Nord a Sud del continente, che soltanto nel caso venezolano è stata coronata, almeno in parte, dal successo. Con un milione e quattrocentomila barili di greggio al giorno - più trecentomila da prodotti raffinati - Caracas copre più o meno il quindici per cento della richiesta statunitense. Anche a confronto con le esportazioni verso gli altri Stati latino-americani e verso la stessa Europa risulta evidente il rapporto preminente con l’America, destinataria di quasi il sessanta per cento del petrolio venezolano. Il resto va in Sudamerica (all’incirca il trentancinque per cento), nel Vecchio Continente - neppure il quattro per cento - e in altre zone del pianeta.

    Dunque, per gli States, Caracas costituisce la terza fonte d’approvvigionamento dopo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi. Il che spiega, indirettamente, le ragioni politiche dello scarso sviluppo che la politica del petrolio ha avuto, in paragone, sia nel vicino Brasile che soprattutto nella più distante Argentina. Al di là della mancanza di mezzi adeguati e della insufficiente strategia organizzativa, fin dai tempi di Juan Domingo Perón il petrolio è stato visto, e non solo a Buenos Aires, come un sistema di alternativa anche economica al predominio nordamericano sul Continente. In sostanza, la “ripresa” argentina degli anni Sessanta, in qualche modo conseguente pure alla maggiore estrazione dell’oro nero, è stata politicamente percepita come un’occasione di crescita autonoma e orgogliosa dal colosso americano. L’antagonismo, già difficile da sostenere per la disparità di forze ed investimenti economici, ha finito per inaridirsi, invece che svilupparsi, com’è accaduto, sia pure tra mille contraddizioni sociali, in Venezuela. Non diversi risultati ha ottenuto il tentativo argentino di consolidare una propria politica energetica. Il paese ha una risorsa idro-elettrica che in realtà non è stata ancora utilizzata come meriterebbe. E forse oggi la grande e sofferente nazione a sud del cono Sud paga pure questi errori del passato: da una parte l’aver creduto troppo nella possibilità di diventare una potenza totalmente sganciata dalla realtà pan-americana, dall’altra il non aver creduto abbastanza nelle immense capacità di sfruttamento energetico (uranio e gas naturale, oltre al petrolio).

    In parte, ma con meno eccessi, è la strada tentata dal Brasile, che non ha lesinato mezzi per appoggiare la ricerca petrolifera e altri settori variamente strategici. Ma di nuovo si pone, e s’è posto, il dilemma di fondo: come si fa a ricercare, estrarre, trasportare e commercializzare i barili senza o addirittura “in concorrenza” col gigante degli States? E ammesso che l’operazione possa essere industrialmente fattibile e appetibile, come si può essere “alternativi”, se alla fine sarà proprio il mercato nord-americano il destinatario numero uno della produzione e del lavoro sudamericani? Da questo punto di vista il caso del Venezuela è a suo modo esemplare: fra i quattro esportatori del mondo, però non può fare a meno di rivolgersi innanzitutto all’America del Nord, pur rappresentando, il Venezuela, il dieci per cento circa della quota di produzione globale di tutti i paesi produttori del Terzo Mondo (quelli dell’Opec, l’organizzazione con oltre quarant’anni di vita). Il petrolio che parla spagnolo, vende in inglese.

    24 aprile 2002


    Cordiali saluti

  10. #10
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    " Asia centrale. La frontiera del Mar Caspio
    di Giuseppe Mancini

    Con lo smembramento dell’Unione sovietica, si è venuta a creare un’area di profonda instabilità in Asia centrale e nel Caucaso. Immediatamente dopo la loro indipendenza, il Kazakistan, il Kirghizistan, l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Turkmenistan, l’Azerbaigian e la Georgia (oltre alla Cecenia ed al Daghestan, repubbliche della Federazione russa) hanno infatti vissuto ondate di feroci scontri etnici, spaventose crisi economiche, una transizione politico-istituzionale rimasta ben lontana dalla sperata svolta democratica. Inoltre, la scoperta nella zona del mar Caspio di nuovi giacimenti di idrocarburi (petrolio e gas naturale), secondo le prime stime immensi, ha scatenato l’interesse delle potenze regionali. Russia, Turchia, Iran e Cina sono impegnate in una sorta di nuovo “Grande gioco”, rivaleggiando per la conquista di spazi di influenza; tuttavia, esse hanno presto riconosciuto la necessità di forme istituzionalizzate di collaborazione, per neutralizzare gli effetti perversi dell’instabilità, pur se sono molto lontane dal coglierne conseguenze operative. Russia, Iran e Cina condividono poi l’obiettivo di arrestare l’avanzata geopolitica degli Stati Uniti: già attivi attraverso la Turchia, che da buon alleato ne difende a spada tratta gli interessi; già presenti direttamente nello scacchiere mediorientale, dopo la guerra contro l’Irak; ora addirittura attestati in una zona strategicamente dominante come l’Afghanistan, dopo aver scatenato l’offensiva contro il regime dei talebani.

    Il problema fondamentale delle risorse energetiche del mar Caspio è come distribuirle ai mercati, siano essi europei o asiatici: alcuni oleodotti e gasdotti sono in stato di avanzata realizzazione, altri sono stati progettati ma mancano degli indispensabili finanziamenti, molti altri ancora sono stati solo ipotizzati. La prima soluzione è la via settentrionale, preferita dalla Russia: delle nuove pipelines dal Turkmenistan al porto sul mar Nero di Novorossijsk (quella principale attraverso il Caspio, passando per Baku; ma ce n’è una più settentrionale, da Tenguiz); come inconvenienti, il passaggio nella Cecenia devastata dalla guerra civile o nel non meno turbolento Daghestan, il passaggio delle petroliere attraverso i Dardanelli e il Bosforo (la Turchia si oppone). La seconda soluzione è la via occidentale, caldeggiata dalla Turchia, dall’Azerbaigian, dalla Georgia e dagli Stati Uniti: un collegamento tra Baku, Tbilisi e Ceyhan, direttamente nel Mediterraneo (i lavori dovrebbero iniziare a giugno), i cui elevatissimi costi fanno però pensare ad un’operazione prevalentemente geopolitica, per osteggiare le opzioni preferite da Russia e Iran; una pipeline da Baku al porto georgiano di Supsa sul mar Nero, con proseguimento da Burgas (Bulgaria) ad Alexandropulos (Grecia) per evitare gli Stretti, anche in questo caso con costi economici estremamente elevati.

    La terza soluzione è la via orientale: da Aktiubinsk e Tenguiz in Kazakistan direttamente in Cina, la cui espansione economica richiede quantità sempre maggiori di energia. La quarta soluzione è la via sud-orientale, verso i mercati asiatici: da Dauletabad in Turkmenistan a Multan in Pakistan (con probabile prolungamento fino all’India), attraversando l’Afghanistan lungo la direttrice Herat-Kandahar, un progetto caldeggiato da alcuni anni dalla compagnia americana Unocal. La quinta soluzione è la via meridionale, quella più sensata dal punto di vista economico: si tratterebbe soprattutto di collegare i giacimenti del Caspio alla rete di oleodotti e gasdotti già esistente in Iran, favorendo l’esportazione petrolifera dall’isola di Kharg nel golfo Persico; l’ostacolo più grande, nonostante l’entusiasmo mostrato dagli operatori economici (costi di trasporto contenuti, alta professionalità dei quadri e delle maestranze locali), è dato dall’ostracismo degli Stati Uniti nei confronti di Teheran. Una interessante evoluzione della via meridionale è poi data dal sistema degli “swaps”, degli scambi: il petrolio del Caspio verrebbe indirizzato verso le raffinerie dell’Iran settentrionale, attraverso il porto di Neka, mentre uguali quantitativi di greggio iraniano verrebbero esportati dai terminali nel Sud del paese, verso i mercati tradizionali: un sistema efficacissimo per minimizzare i costi.

    Mentre la progettazione degli oleodotti procede comunque abbastanza spedita, è l’esplorazione nel mar Caspio, la ricerca dei giacimenti più redditizi, che va a rilento. L’ostacolo di fondo più complesso è la mancanza di una cornice giuridica entro la quale risolvere le dispute e le controversie. Finché è esistita l’Unione Sovietica, l’unico altro Stato rivierasco esistente era l’Iran: i rapporti tra di loro erano regolati dai trattati del 1921 e del 1940, che sancivano in modo assolutamente chiaro e preciso i limiti delle rispettive sovranità. Con i tre nuovi Stati bagnati dal mar Caspio – Kazakistan, Turkmenistan e Azerbaigian – ancora non si è trovato un accordo: l’Azerbaigian ed il Turkmenistan invocano la creazione di Zone economiche esclusive in base all’estensione delle coste (le loro, ovviamente, sono le più estese), l’Iran auspica uno sfruttamento congiunto (in caso di spartizione, la sua quota sarebbe quella di minori proporzioni, pari al 13%; in subordine, ha chiesto una spartizione al 20% per uno), la Russia cerca una mediazione tra lo sfruttamento congiunto in superficie e in via esclusiva sui fondali (dove si trovano gli idrocarburi), il Turkmenistan ondeggia a seconda delle convenienze politiche del momento.

    Una soluzione condivisa non sembra all’orizzonte, visto che lo scontro, nonostante i continui proclami cooperazionisti, si estende anche alle organizzazioni regionali della zona, ognuna corrispondente ai disegni egemonici delle potenze che la promuovono. L’Organizzazione per la cooperazione economica, con Iran, Turchia, Pakistan e repubbliche dell’Asia centrale (ed in più Azerbaigian e Afghanistan), non ha mai funzionato a causa dell’ostruzionismo di Ankara, forte del suo legame privilegiato con gli Stati Uniti; il Consiglio dei paesi del mar Caspio, la proposta iraniana per forme di cooperazione avanzata tra gli Stati rivieraschi, non ha mai visto la luce, soprattutto per l’opposizione della Russia; Russia che, come strumento di rinnovata penetrazione nella regione, preferisce il Commonwealth degli Stati indipendenti; mentre l’Organizzazione di Shangai per la cooperazione, con Cina, Russia e quattro repubbliche dell’Asia centrale (manca il Turkmenistan), oltre a dar corpo agli interessi geoeconomici delle due maggiori potenze asiatiche soprattutto in campo energetico, è stata pensata anche come barriera contro la progressiva infiltrazione statunitense.

    Ma forse, l’ostacolo davvero insormontabile al pieno sfruttamento delle risorse del Caspio è un altro ancora. Le stime trionfalistiche del 1994, di 300 miliardi di barili di petrolio potenziali (25% delle riserve mondiali) e quantitativi altrettanto imponenti di gas naturali (circa il 12% delle riserve mondiali), potrebbero rivelarsi altamente esagerate, frutto più del tentativo di attrarre risorse finanziarie che non della valutazione di dati attendibili. Più passa il tempo, più le stime vengono riviste al ribasso: come la stima di complessivi 7,8 miliardi di barili immediatamente estraibili di cui ha recentemente parlato il presidente dell’Eni Gian Maria Gros-Pietro, circa un quarto dei valori indicati in origine. Risorse pur sempre ingenti, in grado di assicurare quella diversificazione delle fonti di approvvigionamento che è vitale per la sicurezza energetica, ma non tali da giustificare la competizione geoeconomica e geopolitica scatenatasi negli ultimi anni.

    24 aprile 2002

    giuse.mancini@libero.it
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