Declino dell’industria italiana o bancarotta fraudolenta della borghesia?

“Si ha l’impressione che da qualche anno un cancro di dimensioni mostruose stia divorando il tessuto connettivo dell’industria italiana mentre non è dato scorgere né concrete prospettive di risanamento, né medici in grado di applicare valide terapie”.
Si tratta di un articolo di stringente attualità? No, è un brano tratto da una storia dell’industria italiana, di Valerio Castronovo, edita nel 1980.
E in un altro passo dice:
“Ma c’è soprattutto il pericolo che una navigazione di piccolo cabotaggio lungo le rotte sempre più ardue del commercio estero accentui, da una parte, il divario tecnologico dell’industria italiana, nel settore dei beni strategici a medio-alto contenuto innovativo, e si scontri, dall’altro, con la concorrenza dei nuovi paesi emergenti del Terzo Mondo, in possesso di risorse energetiche e produttori a basso costo di beni di trasformazione”. [1]

La crisi dell’industria italiana non nasce ieri, era già ben chiara oltre 25 anni fa a chi non accettava mistificazioni. C’è stata, tuttavia, una campagna politica perché la cosiddetta opinione pubblica non si rendesse conto di ciò che stava accadendo. Dapprima la grancassa di Craxi, con le sue dichiarazioni sull’Italia, “quinta economia mondiale, che aveva superato l’Inghilterra”, poi la mitologia del “piccolo è bello”, come se le piccole industrie potessero surrogare pienamente la grande industria in crisi; si aggiungeva l’idea che il terziario avanzato fosse la soluzione di tutti i problemi, come se questo potesse esistere nel vuoto, indipendentemente dalla base industriale. Non sono passati molti anni da quando il ministro Tremonti e il governatore della Banca d’Italia Fazio, che devono avere tra le loro letture preferite le vite dei santi, si spingevano fino a sostituire l’analisi economica con l’agiografia, parlando di nuovi miracoli italiani.
Oggi non è più possibile mantenere questi veli, e la questione è sotto gli occhi di tutti. I lavoratori che hanno perso i posti di lavoro hanno imparato sulla propria pelle che si trattava di chiacchiere.
Non si tratta di una crisi solo italiana, anche se nel nostro paese ha toccato punte particolarmente avanzate, perché, dei paesi evoluti, è il più esposto alla concorrenza dei paesi emergenti, come spiegava Castronovo, essendosi impegnato soprattutto nel settore medio basso della produzione.
Prima dell’Euro, si ricorreva spesso alla svalutazione della lira, una forma di dumping mascherato. Le merci italiane diventavano meno care in dollari, mentre le merci importate, a cominciare dal petrolio, aumentavano il loro prezzo in lire. Si trattava di un semplice furto ai danni dei lavoratori e di chiunque avesse un reddito fisso, mentre industriali, commercianti e professionisti si rivalevano aumentando prezzi o tariffe. Tutto ciò divenne assolutamente intollerabile, anche per l’abolizione della scala mobile e la sua sostituzione col meccanismo dell’ “inflazione programmata”, che passerà alla storia come una delle più disgustose spoliazioni ai danni di chi percepisce un salario o una pensione.
Una linea completamente diversa fu quella del capitalismo tedesco, che nel 1969 rivalutò il marco, stimolando i settori ad alta concentrazione capitalistica, l’esportazione di tecnologia avanzata, nonché gli investimenti all’estero. Con ciò, a differenza dell’Italia, la Germania rinunciò a fare concorrenza ai paesi in via di sviluppo nei prodotti a bassa tecnologia, ma esportò macchinari, autoveicoli, componentistica, prodotti elettronici e chimici. [2]
Quando, in qualche parte del mondo, c’è un paese che ha una forte fase di sviluppo industriale (oggi soprattutto Cina e India), paesi come il Giappone e la Germania hanno una ripresa delle esportazioni perché sono in grado di fornire tutti gli impianti necessari. Non bisogna credere, però, che le diverse scelte d’Italia e Germania si possano spiegare esclusivamente sulla base della diversa qualità delle rispettive classi dirigenti, perché l’Italia non avrebbe potuto permettersi una politica di rivalutazione come quella tedesca; la poteva fare solo un paese che non avesse rivali, almeno in Europa, sul piano economico.
Entrambi i paesi, oggi, sono in crisi, la Germania per una riduzione del consumo interno, l’Italia anche nelle esportazioni. Per l’ “Economist”, l’ “uomo malato” non è la Germania, ma l’Italia. Questa espressione è di vecchia data, nell’Ottocento indicava l’Impero turco in via di disgregazione.
Assai prima che il giornale inglese desse il suo responso, Luciano Gallino, nel suo “La scomparsa dell’Italia industriale”, aveva formulato la sua diagnosi:
“In poco più di quarant’anni, all’incirca dal 1960, il nostro paese ha perduto o drasticamente ridimensionato la propria capacità produttiva in settori industriali nei quali aveva occupato a lungo un posto di primo piano a livello mondiale. E’ il caso dell’informatica, della chimica, dell’industria farmaceutica. L’Italia è uscita altresì quasi completamente da settori che sembravano avviati ad una forte crescita produttiva all’epoca del boom economico post-bellico, quali l’elettronica di consumo (…). Ciò è avvenuto sebbene i livelli di consumo (…) siano stati in seguito e permangano elevatissimi, come mostra al presente l’eccezionale diffusione di telefoni cellulari e dei DVD, alimentato peraltro unicamente da marchi esteri”.
Resta un’ultima struttura portante della grande industria, l’automobile, cioè la Fiat. Se anche questa dovesse cadere, conclude Gallino, “L’industria manifatturiera italiana avrebbe concluso malamente la sua storia”. [3]
Solo come curiosità citiamo il Riformista, il quale, non avendo nulla a che fare col movimento operaio, sogna un capitalismo che non c’è, fatto d’efficienza e progresso, e non vuole ammettere che, in un paese imperialista, il capitalismo non può essere che parassitario. Perciò rivolge energici rimproveri ai capitalisti, che non saprebbero fare il loro mestiere: “In Italia i soldi ci sono, mancano i capitalisti”. Come se la loro attività consistesse nel produrre benessere per tutti, e non intascare profitti. [4]
Un importante saggio è invece quello di Vladimiro Giacché: “Il calabrone ha perso le ali. Le piccole e medie imprese in crisi”. Lo strano titolo si spiega con una polemica contro un libro di Galimberti e Paolazzi, che paragona l’economia italiana ad un calabrone, cioè ad un insetto che, secondo le leggi della fisica, non dovrebbe volare, e invece vola. (Vedremo in seguito alcuni punti di questo libro). Vladimiro Giacché nega la tesi di Galimberti e Paolazzi, secondo la quale lo sviluppo industriale italiano, per la prevalenza della piccola e media industria e dell’economia del distretto, è una confutazione della concezione marxista sulla inevitabile concentrazione e centralizzazione dei capitali. Mette in rilievo il crollo delle esportazioni, e dimostra che la piccola e media impresa non è autonoma, ma, attraverso contratti di subfornitura, lavora prevalentemente per le grandi imprese, italiane ed estere. Persino per le imprese oltre i 500 addetti, più del 56% del fatturato è stato realizzato vendendo ad altre imprese. L’industria manifatturiera italiana “è un’industria intermedia, inserita in una filiera, a cui a monte e a valle stanno altre imprese”. Siamo un popolo di subfornitori, commenta, questo non impedirebbe alle imprese di crescere, ma il controllo familiare favorisce il nanismo, e i profitti, invece di essere reinvestiti, finiscono nel patrimonio personale dell’imprenditore e della sua famiglia.[5] Basterebbero queste osservazioni a distruggere il mito della superiorità della piccola impresa.
Una posizione un po’ diversa è sostenuta da Joseph Halevi. La sua critica non si rivolge a Gallino e Giacché, ai quali riconosce di avere messo in luce le forme autoctone della crisi italiana, ma si scaglia contro coloro, giornalisti e politici, che presentano il declino come un fatto assoluto, come un fenomeno esclusivamente italiano. L’insieme dei paesi sviluppati sta perdendo terreno rispetto ai paesi di giovane industrialismo, come Cina, India, Brasile, ed è un fenomeno che doveva essere previsto.
E’ vero che l’Italia, continua Halevi, manca sempre più di grandi imprese di successo, ma neppure il Giappone riesce ad evitare la stagnazione, e riprende fiato solo legandosi al boom cinese. Eppure ha imprese gigantesche, una politica industriale efficientissima, riesce, a differenza di USA ed Inghilterra, a combinare con somma efficacia le attività delle filiali estere con le esportazioni. Nonostante lo spostamento di molte attività all’estero, sa conservare la matrice tecnologica in casa, ma neppure la più perfetta efficienza basta ad evitare le crisi.
Se l’Italia – continua Halevi – nel 2003 aveva il 20% in meno della quota di esportazioni mondiali ottenuta nel 1990, il Giappone ne ha perduto il 27%, la Germania il 22%.
“Il cuore della struttura gerarchica europea è la Germania la cui classe dirigente si trova in una crisi d’orientamento molto profonda. E’ assolutamente impensabile che il capitalismo italiano possa svincolarsi dalla crisi tedesca”
“Il capitalismo tedesco non sta uscendo dalla crisi però impone la sua egemonia in Europa. Sul piano economico tale egemonia si manifesta in un’enorme ripresa delle esportazioni nette che, tra il 2001 ed il 2003, ha frenato un po’ il declino della quota delle esportazioni tedesche sul totale mondiale senza minimamente risollevare il paese dalla stagnazione. (….) La ripresa dell’export tedesco ha radici neomercantilistiche ormai inattaccabili per via dei trattati di Maastricht-Dublino e per via della istituzionalizzazione – attraverso il ruolo della Banca Centrale Europea – dei rapporti gerarchici tra le diverse componenti del capitalismo europeo. Ma la strategia tedesca non solleva né la Germania né l’Europa dalla crisi”.
Poiché niente di serio può venire dalla classe capitalistica italiana – continua Halevi – il gran baccano sul declino italiano viene utilizzato dalla borghesia per proporre patti produttivistici, dopo anni di bassi salari e di tagli della spesa pubblica. I lavoratori non devono cadere in questa trappola.[6]
La crisi recente ha spento gli entusiasmi di tutti quelli che, secondo la moda del momento, magnificavano le piccole imprese, dotate di “maggiore duttilità”, e parlavano di “modello italiano” nello sviluppo economico.
La grande impresa italiana non è stata sconfitta da quella piccola o dai distretti, ma da imprese ancora più grandi, a livello internazionale. In buona parte è stata svenduta. Portiamo solo alcuni esempi:
L’Eni nel 1994 cede il 40% del capitale del “Nuovo Pignone” alla General Electric. Nel 1998 la partecipazione della GE supera il 90%.
Nel 1998 la Finmeccanica cede la maggioranza delle azioni Elsag Bailey al gruppo svizzero svedese ABB-Asea-Brown Boveri, che in seguito giungerà ad avere quasi il 100% del capitale.
Tra il 1998 e il 2000 ci furono una serie di dismissioni a danno dell’Ansaldo, da parte della Finmeccanica. La divisione Ansaldo Sistemi industriali passa alla ASI-Robicon, e il gruppo, di fatto, è controllato dall’americana High Voltage Engineering. L’Ansaldo Ganz e l’Ansaldo Volund sono vendute, rispettivamente, ad ungheresi e danesi. Sorti simili toccano ad altri pezzi della vecchia società.
Intorno al 2000 la Fiat cede il 51% delle azioni della Fiat Ferroviaria (che produce il Pendolino) alla francese Alstom. Nel 2002 trasforma la Fiat Avio (che produce motori aeronautici per usi commerciali e persino i propulsori dei lanciatori Ariane per l’Agenzia Spaziale Europea) in Avio spa, il cui capitale sarà per il 70% del fondo d’investimento statunitense Carlyle Group.
Alla fine del 2001, oltre il 42% del capitale industriale era in mani straniere, e questa percentuale è destinata a crescere. [7]
La concentrazione e la centralizzazione previste da Marx si sono sviluppate, perciò, non soltanto a livello nazionale (ad es. la Fiat ha divorato tutte le altre imprese dell’automobile in Italia), ma anche e soprattutto a livello internazionale:
“Ora quello che deve essere espropriato non è più il lavoratore indipendente che lavora per sé, ma il capitalista che sfrutta molti operai. Questa espropriazione si compie attraverso la centralizzazione dei capitali. Ogni capitalista ne colpisce molti altri per suo conto”.[8]
Chi non ha ancora capito che il capitalismo avanza sulla base di un’ “espropriazione permanente”, ha una visione idilliaca della nostra società.
Siamo internazionalisti e sappiamo, dal Manifesto di Marx ed Engels, che lo sviluppo del capitalismo toglie, con gran dispiacere dei reazionari, alle industrie le basi nazionali. Chiudere il capitalismo in confini nazionali è impossibile. Lo sviluppo autarchico è un mito. Basti pensare che la Banca Commerciale Italiana, sorta nel 1894 a Milano, e che ebbe un peso decisivo nel finanziamento dello sviluppo industriale italiano, di fatto, era una filiazione del gruppo Bleichröder di Berlino e di alcuni istituti di credito viennesi. Il Credito Italiano era, di fatto, controllato da banche svizzere e tedesche. Non c’è da meravigliarsi se molte industrie italiane sono assorbite da quelle straniere o viceversa. La relazione del governatore della Banca d’Italia dice:
“ All’inizio del 2004 gli addetti di aziende estere controllate da imprese italiane erano saliti a 870 mila, pari al 18% degli occupati dell’industria in Italia; un terzo era impiegato nell’Est Europeo e in Asia”.[9]
Siamo certi che, nei confronti di questi lavoratori, i nostri beneamati industriali esercitano quelle forme di sfruttamento e d’esosità salariale che hanno così ben esperimentato sulla pelle dei lavoratori di casa nostra.
E’ evidente che i governi, di centrosinistra e di centrodestra, che, a parole, fanno gara a chi è più patriottico, e con loro i principi dell’industria, hanno venduto i gioielli dell’industria italiana al capitale estero, o hanno spostato capitali in altri lidi. Questa, però, è una contraddizione interna alla borghesia. Ai lavoratori non interessa se il padrone è un privato o un boiardo di stato, se è italiano o straniero, perché tutti sono avversari di classe, e non si devono fare sconti all’ultraparassitaria borghesia italiana. Non servirebbe a salvare posti di lavoro, ma solo a fornire mezzi per ulteriori speculazioni, per lucrare in borsa o per dare la scalata a qualche società “sorella”. E niente garantisce che l’imprenditore, dopo aver salvato l’azienda grazie alla campagna “patriottica” e ai sacrifici degli operai, non trovi a venderla a maggior prezzo al primo venuto, purché paghi in dollari, euro o yen.
La crisi della grande industria ha posto in luce la piccola e media industria. Coloro che hanno appreso qualche nozione di marxismo da libri o articoli scritti da suoi avversari, e ne hanno, perciò, una visione caricaturale, ritengono che, per Marx, la piccola e media industria avrebbero dovuto sparire rapidamente, Non è così, il processo non è così meccanico. Nei periodi di boom, le piccole e medie industrie si diffondono a macchia d’olio, ovunque sorgono nuove fabbriche. Col sopraggiungere delle crisi, il grande capitale provvede alla “mietitura”, e i “piccoli” sono costretti a cedere per pochi soldi ciò che è costato loro un impegno enorme. Con la ripresa economica si ricomincia da capo, con nuovi protagonisti che non hanno imparato niente dalla negativa esperienza dei predecessori.
La piccola industria non è necessariamente arretrata, spesso s’impegna in campi nuovi, perciò si trova di fronte a grandi difficoltà finanziarie, ed è costretta a vendere i suoi brevetti, impresa e macchinari, a chi, non avendo più l’onere della ricerca, saprà farlo fruttare. Marx più volte ha messo in luce che è proprio il capitalista più gretto e più interessato al guadagno a vincere.
Vedremo adesso alcuni passi significativi del già citato libro di Galimberti–Paolazzi. Ha spunti interessanti, grafici e statistiche, ma ha un difetto di fondo: è scritto nello spirito de “Il Sole- 24 0re” (giornale di cui gli autori sono collaboratori), ed è logico attendersi tirate contro l’autunno caldo, l’ascesa dei salari, la scala mobile, ecc. Non è il caso di rispondere qui a queste eterne polemiche. Un’annotazione soltanto. Gli autori scrivono:
“ L’espressione sintetica della cultura dominante, tutt’altro che sensibile alla creazione di un ambiente favorevole all’impresa, fu lo slogan del “Salario come variabile indipendente”, coniato da Luigi Macario (segretario della Cisl), proprio durante l’autunno caldo”.
Non mettiamo in dubbio le capacità creative del segretario della Cisl di allora – soprattutto confrontandole con quelle dell’attuale banalissimo successore - ma, in questo caso, ci pare che si sia ispirato ad un ben più antico scritto:
“Nella ripartizione fra plusvalore e salario su cui si fonda essenzialmente la determinazione del saggio di profitto, esercitano un’azione decisiva due elementi completamente diversi, forza lavoro e capitale, essi sono funzioni di due variabili indipendenti che si limitano reciprocamente, e dalla loro differenza qualitativa proviene la ripartizione quantitativa del valore prodotto”.[10]
Fatta questa precisazione, vediamo alcuni punti del libro riguardanti i distretti:
“Si può immaginare un distretto come una sorta di grande fabbrica a cielo aperto: Ciascuna impresa può essere considerata come un reparto di quella grande fabbrica. Ma invece di esserci qualcuno che dà gli ordini e organizza l’attività dei reparti, nel distretto è il mercato che coordina, un mercato fatto di concorrenza e collaborazione. C’è concorrenza quando le imprese-reparto sono specializzate nella stessa produzione (per es. cerniere per mobili o tomaie di scarpe); c’è collaborazione tra imprese che svolgono attività diverse (chi produce cerniere e chi le monta sui mobili)”.
“In breve, il distretto funziona attraverso: una continua suddivisione del processo produttivo in singole fasi nelle quali si specializzano le aziende; la creazione, quindi, di un ampio mercato di prodotti semifiniti; la trasmissione e diffusione rapida, attraverso canali informali (amicizie e parentele), di informazioni di mercato e tecniche (….) la continua rigenerazione e rispecializzazione, abbandonando fasi e tipologie di prodotti non più convenienti o non più richieste buttandosi nelle nuove”.[11]
Che cosa è avvenuto, dunque? Il processo di divisione del lavoro, il coordinamento tecnico e la socializzazione del lavoro sono andati avanti, ma non c’è stata la concentrazione della proprietà. Non procedono sempre di pari passo. Agli albori del capitalismo - e, in certi casi, ancora adesso – il mercante, che portava le ordinazioni ai lavoranti a domicilio, non aveva ancora espropriato i lavoranti dei loro strumenti di lavoro. Al contrario, ci sono molte società proprietarie di industrie disparate, prive di ogni coordinamento tecnico e produttivo.
Se lo sviluppo continuerà, e queste imprese saliranno i gradini della borsa, difficilmente potranno difendersi dalle trappole della grande finanza, e la proprietà si concentrerà in un battibaleno.
Stesso discorso si può fare per le medie industrie, comprese quelle che il Rapporto Unioncamere definisce “multinazionali tascabili”. La grande industria italiana, sviluppatasi all’ombra del protezionismo, non appena ha dovuto affrontare, senza più grosse protezioni, il mercato mondiale, è stata sconfitta. Queste industrie non possono rimanere in eterno “tascabili”, o chiudersi in nicchie (le nicchie vanno bene per le statue dei santi, ma guai a quell’imprenditore, o quel politico di sinistra, che pensa di fermarvisi per lungo tempo). Cresceranno, si affermeranno sul mercato, diventando grandi industrie, o saranno divorate da più agguerriti concorrenti. La “catena alimentare” del capitalismo non è meno darwiniana di quella naturale.
Intanto, nella guerra commerciale, continua lo stillicidio dei caduti, degli effetti collaterali, come si dice ora. Il Sole-24 Ore c’informa che il fatturato del settore tessile-abbigliamento-moda ha registrato un calo del 1,4% : “se si somma questa flessione a quella del biennio 2002/2003 (pari al 10%) la moda italiana ha perso valore per circa 5,2 miliardi rispetto al 2001 (…) quasi 24mila posti di lavoro persi nel 2004, oltre 66mila nell’ultimo triennio”. Prada sta già pensando di trasferire in Cina parte della sua produzione.[12]
Per anni ci hanno cullato con l’argomento della creatività italiana. Questa non è un mito, ma ci sono altri paesi che hanno una gran tradizione d’inventiva. Si pensi all’India, che per millenni ha meravigliato popoli lontanissimi con lo splendore dei suoi tessuti. Quando lo sviluppo industriale sarà a buon punto, l’India avrà una sua moda moderna, e avrà prezzi dieci volte inferiori a quelli italiani, non resterà ai grandi sarti italiani che seguire l’esempio di Prada, spostare la produzione in Cina.
E’ la legge della giungla. Il capitalismo è la più instabile delle economie che sia mai apparsa sulla faccia della terra, non ammette nessuna posizione consolidata e definitiva. Se nell’ottocento, l’Inghilterra, con i suoi tessili a basso prezzo, distrusse l’industria artigianale cinese e soprattutto indiana, oggi la rinascita delle due grandi nazioni rende la pariglia, e non solo all’Inghilterra. Guai però al movimento operaio che, per difendere l’industria nazionale, si lega alla propria borghesia. Ne condividerà tutte le sconfitte, e sarà defraudato anche in caso di vittoria. I lavoratori italiani saranno forti se si sentiranno un reparto del proletariato mondiale, saranno deboli e sottomessi se vorranno accodarsi ad una delle fazioni della borghesia, sedicente progressista, che li legherà al carro delle compatibilità e della concertazione.
Non dimentichiamo quello che Marx scrisse a Schweitzer, nel febbraio 1865: “La classe operaia è rivoluzionaria o non è niente”.

Michele Basso
20 giugno 2005

Note:

1. Valerio Castronovo, L’industria italiana dall’Ottocento ad oggi, 1980, pag. 325 e 331.
2) Joseph Halevi, Declino o crisi del capitale. Uno “spauracchio” contro il movimento dei lavoratori.
3) Luciano Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale”, pag. 4-5
4) Il Riformista per Wall Street Italia, In Italia i soldi ci sono, mancano i capitalisti, 20 maggio 2005
5) Vladimiro Giacché, Il calabrone ha perso le ali. Le piccole e medie imprese nella crisi.
6) Joseph Halevi, op. cit.
7) Gallino, op. cit. pag. 67/72
8) Marx, Il Capitale vol.I°, par. 7
9) Banca d’Italia, Assemblea Generale Ordinaria dei partecipanti, Considerazioni finali, l’Economia italiana.
10) Marx, Il Capitale, libro III, cap. 22
11) Galimberti- Paolazzi, Il volo del calabrone, pag. 214/215
12) Il Sole- 24 Ore, In Internet 24/5/2005