Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
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    "Il tuo orecchio non mi percepisce, ma in cuore ti rimbombo; in forma varia esercito crudele potere" Goethe, Faust, parte prima.
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    Predefinito Ricordi amari dell'ausiliaria Alda Paoletti.

    «Dissi a mia madre che dovevo andare al Nord. Volevo restare libera. Fascista e libera. Gli americani, aggiunsi, ci avrebbero trasformato in schiavi. Chiesi ai tedeschi se ci potevano portare con loro. Un comandante rispose di sì: “Abbiamo un debito da saldare con lei perchè ha fatto tanto per i nostri feriti”. Il 14 giugno del 1944 caricai su un camion la mamma, la nonna ottantenne e i fratelli, compresa la mia sorellina di tre anni … Avevo solo diciassette anni».

    Alda Paoletti

    RICORDI AMARI DI SCANDICCI
    Questa testimonianza è dell’ausiliaria Alda Paoletti, classe 1927, in servizio in qualità di interprete presso il Btg. “Montebello”, presa prigioniera a Castellazzo Novarese e -come tutte le ausiliarie che effettuarono il ripiegamento da Vercelli-condotta prima a Novara e da qui a Scandicci.

    In questi giorni in cui si celebra il cinquantenario della creazione del Servizio Ausiliario Femminile, unico esempio nella storia d’Italia di donne in grigioverde, militari a tutti gli effetti e che hanno duramente pagato questo loro servizio alla Patria, ricordo la sorte di alcune di noi, circa trecento, che, forse più fortunate delle altre, pagammo non con la vita ma con il campo di concentramento.

    Infatti, dopo essere state prese prigioniere dai partigiani e portate a Novara, il sedici di maggo fummo caricate su camion americani ed iniziammo un viaggio durato ininterrottamente, senza sosta neppure per i bisogni fisiologici e bersagliate dalle sassate dei nostri fratelli italiani, più di 24 ore; verso le tredici del giorno dopo giungemmo a Coltano, dove però si rifiutarono di accoglierci perché già sovraccarichi di prigionieri; il viaggio terminò verso le ore venti a Scandicci, alla caserma dei “Lupi di Toscana” trasformata nel campo di concentramento denominato U.S.P.W.E. 334.

    Fonte: Italia RSI

    Furono sette mesi estremamente duri, perché venimmo sottoposte alla brutalità gratuita del vincitore che sfogava giornalmente con noi i più bassi istinti di odio di cui l’animo umano è capace. Era una tortura fisica giornaliera, ma ancora peggior della tortura fisica era quella morale. Essere prigionieri dietro il filo spinato è qualcosa che chi non l’ha provato non può capire.
    A questo si aggiungeva la bestialità del comandante del nostro lager, il sergente Gregorio Grillone, oriundo italiano, ma che non perdeva occasione per offendere la nostra italianità.

    Quasi tutte le mattine, all’adunata che precedeva e seguiva la “conta”, dalla sua bocca uscivano insulti contro le donne italiane, che, secondo lui, erano tutte puttane perché andavano a letto perfino con i negri (purtroppo quando uscimmo, ci accorgemmo che in parte aveva ragione), e quando ci ribellavamo alle insolenze, la punizione era il salto del già magrissimo pasto. Qualcuna citava la Convenzione di Ginevra, e allora ci rispondeva che gente come noi era al di fuori di ogni convenzione e quindi lui poteva fare quello che voleva.

    Una volta siamo state tre giorni senza mangiare perché ci fu una vera sommossa. Quella volta non si limitò ad offenderci come al solito, ma accusò i nostri soldati di vigliaccheria e di essere più pronti a scappare che a combattere. Poiché quei “vigliacchi” avevano tenuto inchiodato un esercito cento volte superiore per mesi e mesi combattendo praticamente a mani nude contro i carri armati l’offesa ci sembrò tanto intollerabile che ci avventammo contro di lui..

    Successe un putiferio: dette ordine alle torrette di guardia di scappucciare le mitragliatrici, chiamò gli MP, e solo allora noi ci calmammo (per forza!). Come punizione ci fu sospeso il cibo per tre giorni. Riuscimmo a sopravvivere solo perché ognuna delle camerate tedesche, che dividevano il lager con noi nell’altra ala, ci dette metà della sua razione per tutti e tre i giorni. Restammo consegnate nelle camerate per lo stesso periodo, ma poiché un gruppo si mise a cantare (era la mia camerata), ci fece uscire, solo noi “colpevoli”, e ci tenne circa due ore in piedi sull’attenti sotto il sole di luglio perché voleva vedere se quelle “fortezze di Mussolini” fossero in grado di resistere. Resistemmo, ma fu dura.

    Un’altra volta, alla solita adunata, ci disse che per noi era arrivato un sacco pieno di posta, ma poiché non ci eravamo comportate bene, lo aveva bruciato. Se si pensa che la maggior parte di noi non sapeva se i suoi familiari fossero vivi o morti, questa era crudeltà morale bella e buona.
    Ad una trasmissione televisiva di “Italia 7″ sui campi di con centramento registrata nel 1993 a Firenze, mi fu chiesto dall’intervistatrice “perché - secondo me - ci fosse tanto accanimento contro di noi”.
    Allora risposi che non lo sapevo, ma poi a forza di riflettere su questa domanda, credo di aver trovato la risposta. Non ci perdonavano il fatto di non riuscire a piegarci, di non riuscire a toglierci la nostra dignità. Era intollerabile per loro che un pugno di donne non si piegasse e non chiedesse pietà, anzi riaffermasse la convinzione della scelta fatta anche dinanzi alla minaccia di deportazione nei campi di cotone dell’Africa. Ci volevano vedere piangenti e imploranti, ma questa soddisfazione non se la sono mai potuta cavare, né con noi né con le “civili” che erano insieme a noi e che non erano tutte fasciste.

    Non riuscivano a capire come in una Italia che si vendeva per una stecca di sigarette o un pezzo di cioccolata potessero esistere persone, e per di più giovani donne, che non accettavano di inginocchiarsi dinanzi al vincitore. lo credo che per loro questa sia stata una vera sconfitta, e devo dire che siamo fiere di aver vinto questa battaglia di dignità e di fermezza morale.
    Molte hanno pagato con danni alla salute i maltrattamenti subiti: una ventina hanno dovuto curari per l’insorgenza della Tbc, altre hanno avuto bisogno di cure psichiatriche, altre ancora, picchiate brutalmente dal Grillone (perché anche di questo si è reso responsabile!) hanno avuto una lunga odissea di ricoveri ed operazioni chirurgiche per rimettere in sesto l’organismo rovinato. Ma non abbiamo mollato. Riuscimmo perfino a mettere su una rivista ed a preparare una grossa festa religiosa per Ferragosto, con Messa cantata ed addobbi all’altare improvvisato sulla tavola. Il prete tedesco che officiava (dopo la partenza di un cappellano militare prigioniero, Don Augusto Sani, ci avevano negato un prete italiano e dovevamo contentarci (lei cappellano militare tedesco), al Dominus Vobiscum nostro un viso rigato di lacrime.
    Ma quello che ci ferì maggiormente, quello anzi che riuscì a ferirci in profondità, non furono i maltrattamenti americani, perchè da un nemico te li puoi aspettare e reagisci con tutta la tua dignità, bensì la visita di un grasso prete che si presentò come inviato dalla Pontificia Commissione di Assistenza e che a noi sfinite e doloranti nel fisico e nell’anima per i maltrattamenti, la fame, la totale ignoranza sulla sorte delle nostre famiglie, ebbe la faccia tosta di dire che dovevamo ringraziare Iddio di poter scontare con queste sofferenze il male che avevamo commesso ed i peccati di cui ci eravamo macchiate, e che, in definitiva, ce lo eravamo meritato.
    Restammo veramente ammutolite, poi cominciò a levarsi un mormorio alquanto minaccioso. Allora, per evitare il peggio, la comandante del gruppo, Teresina, prese la parola e lo rimbeccò duramente, senza però convincerlo, tanto è vero che quella fu la prima e l’ultima visita e i promessi aiuti non arrivarono mai.
    Il 15 settembre fummo trasferite nei locali della Nettezza Urbana a Casellina, e consegnate agli italiani. Lì vivemmo, dimenticate, finché un giornalista - Paolo Bugialli - si accorse di noi ed iniziò una campagna di stampa per la nostra liberazione.
    Il 30 novembre, circa due mesi dopo che Coltano era stato smobilitato, quel “pericolosissimo” gruppo di donne fu finalmente mandato fuori dal recinto per ricominciare a vivere.
    Sono passati quarantanove anni da quel tragico 1945 che insanguinò l’Italia e causò ferite nn ancora rimarginate, ma i ricordi di allora sono ancora vivi nel cuore e nella mente di coloro che lo vissero partecipandovi e conservando intatta la loro dignità ed il loro stile.

  2. #2
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    Ringrazio la carissima Yggdrasill per aver postato questo toccante contributo riguardante le nostre amate camerate. Queste madri e sorelle, che patirono le stesse pene ed afflizioni di tanti uomini che non si arresero e restarono fedeli alla Patria. Neppure quando furono lasciati soli a morire al fronte per il tradimento di una monarchia vile e compromessa col nemico. Oppure ridotti in fin di vita a marcire in un lurido, ma "democratico", campo di concentramento, financo essere, spesso a guerra finita, barbaramente trucidati/e da cani partigiani servi degli imperialisti americani e comunisti, mentre quest'ultimi si spartivano il mondo preparandoci l'inferno attuale nel quale siamo costretti a (soprav)-vivere.
    Queste sono le donne davanti alle quali ogni uomo dovrebbe fare un serio esame di coscienza e trarre le dovute conclusioni. Con buona pace di chi, farneticando, le vorrebbe relegare con disprezzo al ruolo vergognoso di "riposo del guerriero"... (manco fossero veramente guerrieri...).
    Bellarmino

  3. #3
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    alda paoletti e tutto il saf dovrebbero essere un monito per tutti i beceri maschilisti alla "la donna deve essere educata al riposo del guerriero" che ancora girano nel nostro ambiente.
    io che con lei ho contatti quasi quotidiani posso dire di aver imparato più da lei che da tanti uomini duri e puri e che la sua vicinanza è stata fondamentale per la crescita di tutti i ragazzi e le ragazze della comunità militante la torre.
    un secondo monito dovrebbe andare alle becere femministe sinistroidi, per ricordare loro che solo il fascismo ha dato alle donne pari dignità, avendo equiparato i gradi militari del saf a quelli di tutti gli altri corpi militari maschili, e che nonostante tutto, le ragazze in grigioverde mantenerro una femminilità unica, pure in divisa, e non furono quindi caricature di uomini, ma grandi donne, grandi soldatesse e grandi fasciste.

  4. #4
    Cuore Nero
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    Testo originale scritto da skin_in_agguato
    alda paoletti e tutto il saf dovrebbero essere un monito per tutti i beceri maschilisti alla "la donna deve essere educata al riposo del guerriero" che ancora girano nel nostro ambiente.
    io che con lei ho contatti quasi quotidiani posso dire di aver imparato più da lei che da tanti uomini duri e puri e che la sua vicinanza è stata fondamentale per la crescita di tutti i ragazzi e le ragazze della comunità militante la torre.
    un secondo monito dovrebbe andare alle becere femministe sinistroidi, per ricordare loro che solo il fascismo ha dato alle donne pari dignità, avendo equiparato i gradi militari del saf a quelli di tutti gli altri corpi militari maschili, e che nonostante tutto, le ragazze in grigioverde mantenerro una femminilità unica, pure in divisa, e non furono quindi caricature di uomini, ma grandi donne, grandi soldatesse e grandi fasciste.

    da incorniciare questo post!

 

 

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