Due articoli apparsi su Liberazione di oggi:

Intervista a Pedro Hernandez, economista del petrolio
«Le multinazionali del greggio non fuggono
dal Venezuela chavista. Ecco perché»


di Angela Nocioni
[nostra inviata ]
Caracas

Pedro Hernandez è un
economista del petro-
lio. Sessanta anni. Di
sinistra, ma non chavista. In
eterna polemica con il gover-
no venezuelano che accusa di
«esasperante burocratismo».
Ha studiato in ogni sua piega
Pdvsa, la mastodontica im-
presa statale del greggio. Rac-
conta come le multinazionali
del petrolio, lungi dal fuggire a
gambe levate dal Venezuela
della rivoluzione bolivariana,
stiano realizzando a Caracas
nuovi investimenti a lungo
termine. «Il governo Chavez
garantisce governabilità, gli
investitori stranieri lo sanno e
non hanno nessuna intenzio-
ne di perdere la gallina dalle
uova d'oro».
Pdvsa sta funzionando a
pieno ritmo,come sostiene il
governo, o è paralizzata da
incompetenza e corruzione
come sostiene l'opposizio-
ne?
Sono stati recuperati i livelli
produttivi precedenti alla ser-
rata dell'impresa nel dicem-
bre 2002. Ma il problema fon-
damentale dell'industria del
petrolio è un altro e il Vene-
zuela non lo affronta. Sono
novanta anni che i Paesi Opec
estraggono petrolio come se
fosse infinito. Tutti i campi pe-
troliferi, venezuelani e me-
diorientali ad eccezione di
quelli iracheni, sono campi
vecchi. Le riserve inVenezuela
ci sono, ma il ritmo con cui le
stanno sfruttando è insoste-
nibile per la maggior parte dei
nostri giacimenti. Siamo di
fronte a un'emergenza per lo
sfinimento naturale dei pozzi.
La catastrofe ecologica di Ma-
racaibo ne è la prova: non si
può mantenere una politica
irrazionale di sfruttamento
delle risorse senza pagarne le
conseguenze. Il problema di

Pdvsa non è solo un problema
di buoni o cattivi gestori, è un
problema strutturale.
Entro il 31 dicembre an-
dranno in porto una trentina
di "patti operativi" tra lo Sta-
to venezuelano e alcune im-
prese petrolifere straniere.
Di cosa si tratta?
Della privatizzazione stri-
sciante dei giacimenti. In pas-
sato molti campi venezuelani
sono stati dati in concessione
a imprese straniere perché lo-
ro li sfruttassero al posto no-
stro, visto l'alto costo d'utiliz-
zo, vendendoci poi a prezzi
concordati il petrolio estratto.
Teoricamente si sarebbe do-
vuto trattare di campi margi-
nali. Tanto marginali, invece,
non si sono rivelati: assicura-
no un milione di barili al gior-
no. Questo è il business: le
compagnie estraggono petro-
lio con un costo di nove dollari
al barile comprese le imposte
e ce lo vendono a 20, 25 dolla-
ri. Il governo considera scan-
daloso questo meccanismo
che arricchisce le multinazio-
nali grazie allo sfruttamento
del nostro petrolio, ma con
queste stesse multinazionali
sta formando imprese miste.
E' la politica del capitale pe-
trolifero internazionale che
decide in materia, non Cha-
vez. Semplificando, questa è
l'emergenza: dal 2000 al 2004
sono stati consumati 150mila
milioni di barili di petrolio nel
mondo. E sono stati trovati
nuovi giacimenti per un totale
di 10mila milioni di barili. In
altre parole, abbiamo consu-
mato il 15% delle riserve a di-
sposizione. Le riserve di pe-
trolio delle grandi compa-
gnie, cominciando dalla
Shell, sono state falsificate.
Anche le riserve dell'Opec so-
no false, non è vero che i Paesi
produttori possono garantire
greggio fino al 2030. L'Opec ha
falsificato le cifre nell'85
quando si è indebitata. Per ri-
negoziare il debito con le ban-
che si è inventata riserve che
non aveva. In questa situazio-
ne d'urgenza, le grandi com-
pagnie comprano riserve do-
ve è possibile o impongono
imprese miste nei Paesi pro-
duttori per diventare proprie-
tarie almeno in parte dei gia-
cimenti. Il caso più emblema-
tico di questa politica in Ame-
rica latina, in questo momen-
to, è Repsol. Il 30 marzo ha fir-
mato con il Venezuela la costi-
tuzione di un'impresa mista
attraverso cui è diventata so-
cia al 49% di vari giacimenti.
In base ai vecchi contratti, le
mancavano da un minimo di
7 a un massimo di 11 anni per
la scadenza degli accordi che
prevedono lo sfruttamento di
quei giacimenti. Con gli ac-
cordi firmati il 30 marzo si tra-
sforma in socia al 49% per 40
anni. Prima si limitava a ven-
dere servizi, ora è in parte pro-
prietaria delle riserve. Con
700 milioni di dollari si è presa
un campo che ha 1500 milioni
di riserve. L'affare è solo appa-
rentemente con il capitale
spagnolo, perché Repsol è in
mano alla finanza anglosas-
sone. E' la punta di lancia del
capitalismo nordamericano
in Europa. La banca dei Rock-
feller e la Exxon Mobil hanno
investimenti enormi in Re-
psol. E' per questo che la giun-
ta direttiva Repsol ha deciso
che per una fusione con altre
imprese è necessario, da
adesso in poi, il consenso del
75% degli azionisti: è stata una
misura tutelativa voluta dagli
spagnoli perché sanno che il
71% dell'impresa non è loro.
Negli ultimi mesi, con la
crisi boliviana in corso,è cre-
sciuta la domanda di gas. Il
Venezuela è in grado di au-
mentare l'offerta?
Abbiamo l'8% delle riserve
mondiali di gas. Per la mag-
gior parte si tratta di gas asso-
ciato, non di gas libero: non si
può ottenere gas senza
estrarre petrolio. Non può es-
sere esportato perché ci serve
per l'industria petrolifera.
Chevron Texaco e Repsol ci
chiedono di inviarne una
quota in California. Il gasdot-
to che stiamo facendo in Co-
lombia, montato da Chevron
Texaco ma pagato dal Vene-
zuela, serve a portare gas in
California. Lo Stato motore
dell'economia americana è
sull'orlo della crisi energeti-
ca. Entro il 2007 deve risolvere
il problema strategico del-
l'approvvigionamento di gas.
Il gasdotto Venezuela-Co-
lombia e i giacimenti bolivia-
ni sono due condizioni chia-
ve per il rifornimento di gas
alla California alle quali gli
Stati Uniti non rinunceranno,
costi quel che costi. Se sarà
necessario separare la regio-
ne gasifera di Santa Cruz dallo
Stato boliviano per assicurar-
si i giacimenti, Santa Cruz ot-
terrà la secessione. Il gas è la
base dello sviluppo energeti-
co statunitense.
Petrosur, Petrocaribe, Pe-
troamerica. Qual è la sostan-
za economica, a parte quella
politica, delle alleanze di
strategia energetica strette
da Chavez in America latina?
A parte le necessità della
propaganda e l'utilizzo del
petrolio come elemento di
pressione politica per tessere
alleanze nella regione, i veri
affari li facciamo col nord non
con il sud del mondo. Questo
governo si oppone all'Area di
libero commercio delle Ame-
riche (Alca), il piano di merca-
to unico dall'Alaska alla Terra
del fuoco. Ma il cuore strategi-
co dell'Alca, il piano per lo svi-
luppo delle infrastrutture lati-
noamericane (Irsa) messo a
punto dalla Banca mondiale e
dalla Banca per lo sviluppo,
marcia a pieno ritmo. Strade,
ponti, viadotti. Questo conti-
nente è un cantiere aperto.
L'energia per lo sviluppo delle
infrastrutture la sta mettendo
il Venezuela, nonostante i
proclami antiAlca di Chavez.
Il Brasile ha un piano per lo
sviluppo dell'Amazzonia. La
distruggeranno. L'energia per
compiere l'impresa gliela
mandiamo noi. Il ponte sul-
l'Orinoco lo costruiscono con
energia venezuelana, alla raf-
fineria di Recife collabora il
Venezuela. Lula non ha sovra-
nità sulla sua politica energe-
tica, perché la metà delle ri-
serve di Petrobras, anche se si
tratta di un'impresa statale,
non è brasiliana ma delle
compagnie straniere. E' un
destino comune alle grandi
imprese dell'energia latinoa-
mericane. Anche la Colombia
nel 2008 inizierà a importare
petrolio, come fa già il Messi-
co da anni. Non sono finite le
riserve colombiane, come
non sono finite quelle messi-
cane. Semplicemente non so-
no più le loro. Le hanno ven-
dute alle compagnie stranie-
re. Quando Città del Messico
stava affogando nei suoi
50mila milioni di dollari di de-
bito, Reagan impose un'offer-
ta di 20mila milioni. Non si
trattò di un prestito. Quel de-
naro venne dato a fronte delle
garanzie della Pemex, l'indu-
stria statale del petrolio. Fu un
golpe finanziario. Da allora la
riserva di greggio messicana è
assorbita dal fabbisogno sta-
tunitense. Un milione e mez-
zo di barili al giorno.
In Venezuela ci sono alcu-
ne fabbriche che si definisco-
no «in cogestione operaia».
Come funziona la "cogestio-
ne"?
Se ne parla come se si trat-
tasse di gruppi di operai che
assumono gradualmente il
controllo di una fabbrica. Ma
non si tratta di questo. A mio
parere, si tratta semplicemen-
te della nazionalizzazione di
imprese private sull'orlo del
fallimento. Le più note sono
una impresa di produzione di
valvole per l'industria petroli-
fera, dell'impresa di carta Ve-
nepal e dell'industria tessile
dei Miskin, una famiglia di
truffatori armeni. Quest'ulti-
mo è un caso esemplare. Cosa
hanno fatto i Miskin? Hanno
comprato l'impresa dallo Sta-
to, l'hanno portata al falli-
mento e adesso si sono presi
600 milioni di bolivares per re-
cuperarla. La cogestione ope-
raia è una maschera messa
addosso alla nazionalizzazio-
ne di imprese private in falli-
mento.

----

Buone notizie
dall'America Latina:
l'onda lunga
del Venezuela
Claudio Grassi
Tre notizie, per cominciare. La prima è recente, riguarda le ultime elezioni municipali che, tenutesi lo scorso 7 agosto, hanno consegnato l'ennesima vittoria al Presidente venezuelano Chavez, i cui candidati avrebbero raccolto oltre il 65 per cento del voto popolare, confermando il forte sostegno che il processo rivoluzionario, in corso nel Paese, riscuote presso le masse popolari.

La seconda notizia ha profonde implicazioni. Lo scorso gennaio è stato approvato il decreto n. 3438, che sancisce la nazionalizzazione della Venepal, principale industria cartiera del Venezuela, localizzata nel distretto di Moron. Nazionalizzazione che segna un ulteriore passaggio del programma di riforme, con il progressivo esproprio delle locali borghesie compradore (colluse con il potere eversivo filo-statunitense), cui viene sottratta un'impresa che controlla oltre il 30 per cento del mercato nazionale della carta.

Terza notizia, infine, anch'essa tutt'altro che estemporanea. Una Corte d'Appello Usa ha annullato le condanne inflitte ai cinque patrioti cubani, accusati dal governo di spionaggio, e ha ordinato la ripetizione dei processi a loro carico. Fatto notevole perché smentisce la mistificante campagna propagandistica mossa dal governo statunitense contro i cinque (e, di conseguenza, contro Cuba e l'intero processo popolare attivatosi in Sud America) e conferma quello che i movimenti popolari di liberazione da sempre vanno ripetendo: che quella condanna è «frutto del pregiudizio degli esiliati cubani contro il governo di Fidel Castro». Con l'unica, rilevante differenza che stavolta a dirlo non è un esponente filo-castrista, bensì la stessa Corte d'Appello, nelle motivazioni ufficiali di quella sentenza.

Tutti questi elementi rappresentano tracce sparse, ma facilmente riducibili a quell'unico, grande scenario di mobilitazione che rappresenta oggi l'America latina, con i suoi esperimenti di progresso a cavallo tra Cuba e il Venezuela. E' lo stesso establishment Usa ad illustrare la continuità delle forze antimperialiste in campo: lo segnalano le parole del Segretario di Stato, Condoleezza Rice, che ha dichiarato recentemente, con monotono refrain, che «il Governo di Chavez rappresenta una forza negativa nella regione»; e lo ricordano ancora, come per consolidare uno stereotipo destinato ad alimentare nuove tentazioni golpiste, i discorsi ufficiali di George Bush, quelli che «Chavez forma, con Castro, un asse del male nell'emisfero occidentale».

Ma al di là delle roboanti accuse della grancassa imperialista, una cosa emerge con chiarezza: il legame strutturale che esiste tra la Rivoluzione socialista di Cuba e il processo rivoluzionario bolivariano in Venezuela, l'onda lunga che quest'esperienza progressiva sta riverberando in tutto il Subcontinente, caratterizzandone, in senso più autonomo e democratico, la direzione di marcia. Ammoniva Simon Bolivar: «Gli Stati Uniti sono destinati a condannare l'America alla miseria in nome della libertà».

Certo, si può fare finta di non vedere e associarsi al coro di condanna della propaganda dominante, come le forze "di sinistra" dell'Internazionale socialista. O si può pensare, strumentalmente, di raccogliere solo qualche brandello di quel fenomeno sociale e politico, correndo però il rischio di derogare al compito di una valutazione rigorosa dell'esperienza bolivariana, nelle sue conquiste e nei suoi limiti, e di cedere a facili mistificazioni.

Anche nella stampa di sinistra, purtroppo, capita di imbattersi in simili inciampi: quando (come in un articolo pubblicato su "Liberazione" nei giorni scorsi) ci si sofferma sul "Chavez-show", il programma televisivo in cui il Presidente svolge la sua "narrazione popolare" a diretto confronto con i cittadini, si denunciano i programmi sociali (istruzione e assistenza sanitaria) e si finisce con il ricordare che «il capitalismo è vivo e vegeto a Caracas», al punto che «le multinazionali godono di ottima salute».

C'è quasi da chiedersi di che Venezuela si stia parlando. E perché mai allora gli Stati Uniti siano così preoccupati dall'avanzata del processo bolivariano, dalla sua forza progressiva e dall'effetto di traino che sta sviluppando in tutto il Subcontinente, ex "patio trasero" della potenza yankee. O perché Chavez riscuota sempre più diffuse attestazioni di solidarietà presso larghi settori dei movimenti contro la guerra e il neoliberismo, come testimoniano la sua partecipazione alle assise di Forum Mondiale e la recente mobilitazione sviluppatasi intorno all'appuntamento - poi revocato - del suo arrivo in Italia.

E' necessario segnalare almeno alcune tematiche utili a comprendere l'attuale situazione del processo bolivariano. Intanto, la riforma agraria, la nazionalizzazione dell'industria petrolifera di Stato (la Pdvsa) e gli ulteriori espropri ai danni della borghesia compradora rappresentano tutti segnali della determinazione con cui il movimento di classe partecipa alla "rivoluzione bolivariana", tenendo aperto il processo rivoluzionario democratico ad un esito di carattere socialista e comunque orientandolo ad una chiara trasformazione dei rapporti sociali di produzione.

Inoltre, i programmi sociali, ad esempio il programma di alfabetizzazione di massa e la campagna di assistenza sanitaria popolare "Barrio Adentro", a norma di tutti gli indicatori, stanno conseguendo significativi risultati e - anche grazie alla strategica cooperazione cubana - contribuendo al miglioramento delle condizioni materiali di esistenza delle masse popolari, in particolare presso le popolazioni indigene.

Infine, le ripetute conferme elettorali di Chavez indicano la strada di una sempre più accentuata partecipazione popolare alla direzione materiale del Paese (testimoniata anche dal controllo operaio su alcune imprese espropriate), in un clima, peraltro, di profonda polarizzazione, con le "oligarchie" locali che controllano settori dell'amministrazione, della produzione e dell'informazione.

Certo, ciò non toglie che il processo sia aperto ai più diversi sviluppi e che permangano diverse contraddizioni: il ruolo chiave ancora giocato dai militari, dalle cui fila proviene, del resto, lo stesso Chavez; la carenza di quadri dell'amministrazione e della produzione in grado di alimentare le fila di una classe media nazionale democratica ancora pressoché inesistente; il ruolo di corpi intermedi che stentano a manifestare un proprio autonomo protagonismo. Tuttavia, l'accusa di populismo, che accomuna la propaganda borghese ai proclami imperialisti e che ancora si ascolta anche presso le file della sinistra "radicale", non merita davvero di essere riproposta. A meno di non confondere partecipazione con plebiscitarismo o - peggio - di non guardare ai movimenti popolari con una vena di pur inconsapevole spocchia etno-centrica.