La regione dell’Asia Centrale, che comprende le
repubbliche ex sovietiche di Kazakistan, Uzbekistan,
Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan, ha un alto
valore strategico, dal momento che confina
direttamente con le due maggiori potenze eurasiatiche
(Cina e Russia), col teatro caldo dell’Afghanistan,
con i giacimenti del Mar Caspio, e possiede a sua
volta ingenti riserve d’idrocarburi.
Tradizionalmente posta sotto l’influenza russa, tale regione è da
alcuni anni nelle mire del leviatano atlantico,
desideroso di penetrare sempre più profondamente nel
cuore dell’Eurasia.
Sfruttando il condizionamento dettato dal11 settembre
2001, gli USA hanno sferrato un’invasione
(naturalmente illegittima) all’Afghanistan, con la
qual scusa hanno ottenuto da diversi dei paesi
sopraddetti basi militare e usufrutto dello spazio
aereo. In particolare, i militari statunitensi si sono
installati in Uzbekistan (la base di Khanabad, o “K2″)
e Kirghizistan (quella dell’Aeroporto di Manas), dove
trovarono due dei loro più accesi sostenitori,
rispettivamente Islam Karimov e Askar Akaev.
Naturalmente, né Akaev, né tantomeno Karimov hanno mai
trovato punti d’intesa ideologica con
l’ultraliberalismo messianico di Washington;
semplicemente, essi sono stati allettati dai lauti
finanziamenti proveniente dal nuovo, ricco e potente
amico.
Ma da allora le cose sono cambiare. Bush ha condotto
gli USA nella proditoria invasione dell’Iraq,
contestata (pur in modo troppo poco fermo) da buona
parte del mondo, e risoltasi in una prevedibile futura
e cocente sconfitta per le truppe imperialiste. Mosca
e Pechino hanno già da tempo ritirato il sostegno che
seguì l’11 settembre, e gli USA hanno creato con loro
diverse occasioni di scontro (Ucraina e Taiwan su
tutte). D’altro canto, la crescente arroganza dei
neoconservatori ha portato al rovesciamento di Akaev,
considerato troppo poco fedele, alle dure critiche a
Karimov, considerato troppo indipendente. Lo scenario
è notevolmente cambiato da quell’autunno del 2001: gli
USA hanno sempre meno amici nell’Asia Centrale,
regione dove guadagna consistenti posizioni di forza
la Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (che
riunisce Russia, Cina, Uzbekistan, Kazakistan,
Kirghizistan e Tagikistan, mentre ufficialmente
candidate all’ingresso sono Mongolia, Iran, India e
Pakistan).
All’incontro annuale dell’Organizzazione (in data 5
luglio), i capi di stato dei paesi membri hanno
all’unanimità rivolto un cortese ma fermo invito agli
USA affinché fissino una data per il ritiro delle loro
basi dall’Asia Centrale. Benché i media italiani
stiano sorprendentemente ignorando ogni cosa,
quest’evento ha scatenato un gran putiferio. In primo
luogo, il botta e risposta a distanza tra due
generali, il capo di stato maggiore statunitense
Richard B. Myers, e il professore all’Accademia di
Difesa Nazionale cinese Zhu Chengu. Innanzi tutto,
Myers ha candidamente ammesso che le basi statunitensi
in Asia Centrale non sono funzionali esclusivamente
alla guerra in Afghanistan, bensì ai molteplici (ma
non precisati) aspetti per cui tale regione è cara
agli USA. Poi - suscitando l’ovvia esclamazione: “Da
che pulpito!” - Myers ha accusato Cina e Russia d’aver
forzato la mano agli altri membri dell’Organizzazione,
comportandosi perciò da «bulli internazionali». A tal
proposito, il ministro degli esteri russo Sergej
Lavrov ha tranquillamente risposto facendo notare come
tutte le decisioni in seno all’Organizzazione di
Shanghai siano prese all’unanimità. Non s’è fatta
attendere neppure la risposta, indiretta e ufficiosa,
dalla Cina, affidata al Generale Chenghu: «Se gli
Americani sono decisi a interferire nello nostre
relazioni con Taiwan, noi siamo decisi a rispondere.
Ci prepareremo a sopportare la distruzione di tutte le
città a est dello Xian. Ma ovviamente anche gli
Americani dovranno essere pronti a vedere centinaia di
città distrutte dalla Cina». Queste poco diplomatiche
dichiarazione fanno capire che la partita è aperta, e
non si chiuderà senza un vincitore.
Nel frattempo Karimov s’era già portato avanti,
tramutandosi da primo alleato degli USA nella regione,
a loro acerrimo nemico. A marzo le autorità uzbeke
comunicarono segretamente agli Statunitensi che
avrebbero posto delle limitazioni all’utilizzo della
loro base aerea di Khanabad. A maggio scoppiava nel
paese di Andijan una strana rivolta, ufficialmente
d’estremisti islamici, ma secondo alcuni osservatori
di uomini armati e ben addestrati non riconducibili
alle fazioni presenti nella regione. Lo stesso
Ministro degli Esteri uzbeko non ha avuto dubbi, e
avanzato l’ipotesi che la rivolta fosse collegabile
alle limitazioni imposte alla base statunitense. La
risposta di Karimov non s’è fatta attendere molto:
entro sei mesi le truppe nordamericane debbono
smobilitare e lasciare il paese. Un duro colpo questo
per Washington, non tanto per l’importanza militare
della base di Khanabad, quanto per la perdita
d’influenza nella regione. D’altro canto, a far
infuriare gli strateghi yankee concorre il fatto che,
attendendosi una lunga permanenza in Uzbekistan, gli
USA avevano investito svariati milioni di dollari
nelle infrastrutture della base che ora, secondo molti
analisti, potrebbe essere consegnata da Karimov a
Putin: come si suol dire, “cornuti e mazziati”! Non mi
sorprenderebbe se, nei prossimi mesi, si verificassero
altri tentativi di rovesciare Karimov in Uzbekistan.
E in Kirghizistan? La situazione è assai complessa. La
“rivoluzione dei tulipani” è stata senza dubbio
orchestrata dagli USA, eppure i risultati per loro non
sono parsi così esaltanti. Kurmanbek Bakev s’è finora
mantenuto in bilico tra Washington, Mosca e Pechino,
seppure - ora ch’è stato confermato al potere dalle
consultazioni elettorali - ci si aspetta da lui una
più decisa presa di posizione. Bakev ha sottoscritto
la dichiarazione dell’Organizzazione di Shanghai che
richiede agli USA una data per il ritiro dall’Asia
Centrale. Rumsfeld è corso ai ripari volando a Biškek,
ma non è riuscito a strappare alle autorità kirghise
nulla più dell’assicurazione che la base statunitense
rimarrà «finché sarà necessaria in Afghanistan».
Oltretutto, il valore della base di Manas può essere
molto limitato, perché il Kirghizistan è circondato da
Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e Cina, tutti
membri dell’Organizzazione di Shanghai attraverso il
cui spazio aereo debbono, gioco forza, passare i
velivoli nordamericani diretti a Manas.
Gli USA cominciano a temere per le loro posizioni in
un’Asia Centrale che sembra scivolare sempre più
lontana dall’Atlantico: come ultima ratio, il
leviatano sta mettendo i propri artigli sul vicino
Azerbaigian, che pare prossimo a concedergli il
proprio territorio per operazioni militari che,
secondo alcuni, potrebbero comprendere l’invasione
dell’Iran.
Daniele Scalea




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