E'la triste realta'.
Chi ha gli occhi per poter vedere. . . .
Visualizzazione Stampabile
E'la triste realta'.
Chi ha gli occhi per poter vedere. . . .
Citazione:
Testo originale scritto da Wallace_60
E'la triste realta'.
Chi ha gli occhi per poter vedere. . . .
Condivido pienamente!
Oggi l'Italia è malata di logorrea intellettualistica, gli stranieri entrano, fanno i loro porci comodi, lordano la Patria e noi che facciamo?
Parliamo, parliamo, parliamo...
È come alla fine dell'Impero romano!
Agonizzavamo in un mare di barbari e invece di cercare di risollevare l'energia bellica della nostra razza affogavamo in un mare di cavilli teologali.
Anzi voglio dire proprio una frase che da tempo mi ronza nella mente:
Con l'Italia ridotta allo schifo in cui è ridotta, meglio il sasso di Balilla che mille libri letti!
Anzi, Wallace, guarda un po' come si fa ad affrontare l'immigrazione in maniera seria, senza tanto chiacchiericcio.
Sanguinose persecuzioni degli africani di colore
Nella Libia di Gheddafi "pogrom" contro i negri
di Achille Lega
«Aerei carichi di corpi, morti e vivi, sono ritornarti in Africa occidentale da Tripoli (...), dopo il peggiore scoppio di violenze contro gli stranieri dai tempi dell’espulsione di italiani ed ebrei durante il colpo di Stato di Muhammar Gheddafi nel 1969. I sopravvissuti raccontano di pogrom». Per pogrom s’intende in russo “distruzione”: storicamente le periodiche sommosse popolari antisemite in Russia che sfociavano in saccheggi e massacri. È stato il settimanale inglese The Economist (14-10-2000) a svelare, sotto il titolo secco “Pogrom”, un’ondata di sanguinose aggressioni scatenate da folle libiche contro immigrati provenienti dall’Africa nera. Ancora una volta e per ragioni forse intuibili (gli interessi economici e diplomatici coltivati alla Farnesina) i grandi media italiani hanno censurato una raggelante notizia. Il che dimostra fra l’altro come sia più facile imputare l’Europa occidentale di razzismo e xenofobia che riconoscerne la sconvolgente esistenza nel Terzo Mondo. Ma vediamo che cosa scrive l’Economist. Alla radice degli avvenimenti denunciati c’è l’ultimo sogno di grandezza accarezzato dal dittatore libico: la nascita di una specie di Stati Uniti d’Africa per iniziativa della Libia, faro e garante di una nuova e improbabile alleanza nel più sfortunato dei continenti. «Siamo così fieri di essere africani», si legge nei nuovi cartelloni di propaganda lungo la strada che porta all’aeroporto di Tripoli, riaperto al traffico dopo la fine delle sanzioni Onu. La nuova politica panafricana (confini aperti e moneta unica) sulle prime ha attirato alcuni Paesi poverissimi e disastrati a sud del Sahara. Grazie al petrolio - che quest’anno renderà 11 miliardi di dollari (circa 26mila miliardi di lire) - la Libia con i suoi cinque milioni di abitanti è infatti uno degli Stati più ricchi del continente in termini di reddito medio pro capite. Anche se, precisiamo, di tutto questo ben di dio il popolo vede ben poco: il salario medio è di appena 170 dollari al mese, un insegnante ne guadagna circa 1.200 l’anno. Le entrate petrolifere vengono utilizzate per la politica di “grandeur” del colonnello, compresi gli aiuti all’estero, mentre le infrastrutture nazionali (The Economist, 16-9-2000) sono in continuo degrado, il sistema delle comunicazioni resta antiquato, chi può va in Tunisia a curarsi. Nonostante tutto ciò erano nati appetiti in Africa, con gli occhi di molti leader rivolti alla cassaforte dell’oro nero libico. E come conseguenza diretta della nuova politica erano state aperte le frontiere della Libia: così oltre un milione di africani neri sono potuti entrare senza visti. E si sono notati i primi attriti, dovuti anche al fatto che i libici, «se definiti africani, si sentono insultati». «Poche fra le politiche del loro leader - notava l’Economist in settembre - irritano di più i libici che l’africanizzazione della Libia. I tripolini maledicono l’apertura dei confini che li ha trasformati in una minoranza nella loro stessa capitale». La tensione è cresciuta senza pause, e senza interventi del regime. Ad alimentarla si sono aggiunte anche le difficoltà economiche di cui si è detto. Ed ecco scoppiare i “pogrom”. Presi di mira dalle folle libiche sono proprio gli immigrati dal Niger, dal Ciad, dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ghana e da altre aree sub-sahariane. Con un risvolto anche religioso. Molti degli immigrati sono cristiani, la Libia è un Paese musulmano. «I libici - dice il settimanale britannico - temevano di esser trasformati in una minoranza nel loro Paese, la frequentazione delle chiese (per quanto se ne sa le pochissime cattoliche a Tripoli e Bengasi, ndr) era molto cresciuta in questo Stato musulmano. E così pure la criminalità, le droghe, la prostituzione e le denunce di casi di Aids». «Centinaia di migliaia di neri» vengono attaccati da “bande libiche”, anche armate di machete, che irrompono nelle baraccopoli africane, «i corpi vengono mutilati e scaricati ai bordi delle rotabili», «un diplomatico del Ciad è stato linciato e l’ambasciata del Niger è stata data alle fiamme», «alcuni nigeriani hanno assaltato la loro stessa ambasciata di fronte al rifiuto di dar riparo ai suoi cittadini privi di documenti in ordine, la grande maggioranza». Gli stessi libici che ospitano africani vengono minacciati. «Alcuni fra il milione di neri indigeni che sono cittadini libici vengono scambiati per immigrati e trascinati fuori dei taxi. In alcune zone di Bengasi ai neri viene proibito l’uso dei mezzi di trasporto e degli ospedali. (...) Scoppiano battaglie campali a Zawiya, una città vicino a Tripoli che è circondata da bidonville d’immigrati», con «almeno 150 morti ammazzati, 16 dei quali libici». L’Economist sottolinea che «le onnipotenti forze di sicurezza sono intervenute sparando in aria». In sostanza, sono state a guardare lì come altrove. In breve gli immigrati in fuga si sono dati alla macchia. «Centinaia di migliaia» sono stati caricati a forza su autocarri e trasportati in lunghi convogli verso il confine con il Niger e il Ciad, a 1.600 chilometri da Tripoli, dove sono stati «scaraventati nel deserto». Altri, nigeriani e ghaniani, sono stati espulsi con ponti aerei. Tra gli Stati africani tributari degli aiuti libici alcuni hanno fatto finta di niente, altri invece hanno protestato (Tripoli ha offerto indennizzi) o sono andati a riprendersi i loro cittadini in pericolo. È probabile che complessivamente il milione di immigrati presi di mira sia - vittime a parte - o già rimpatriato o nascosto in attesa di farlo. Il settimanale britannico ricorda che «una storia di razzismo» ha contribuito ad alimentare le fiamme: «I libici sono stati commercianti di schiavi fino agli anni Trenta e sotto il governo coloniale italiano si sentivano mediterranei» e non africani, ancor oggi visti con un’ostilità che è «sport popolare» fra «i giovani disoccupati». E il gran disegno del colonnello? L’idea era di annunciare gli Stati Uniti d’Africa nel marzo del 2001 a Sirte, città natale del Timoniere. Alla luce di quel che è successo sembrerebbe destinata a naufragare. E infatti Gheddafi, con un’altra “svolta a U”, ha riportato l’attenzione sul mondo arabo, prendendo fra l’altro una durissima posizione contro Israele. Dopo tutto le folle libiche scatenate hanno risparmiato gli immigrati arabi, compresi 750.000 egiziani. Chissà se i politici europei, Lamberto Dini compreso, assumeranno ora un atteggiamento più composto verso l’imprevedibile colonnello.
dal sito Internet http://www.affaritaliani.it/
L'articolo l'ho preso dalla Padania.
Ecco come si fa!
Arrivano? si cacciano con le brutte e basta.
Altro che chiacchiere.
Ciò avvalora ancor più cosa io e molti sosteniamo da tempo.Citazione:
Testo originale scritto da enea08
Anzi, Wallace, guarda un po' come si fa ad affrontare l'immigrazione in maniera seria, senza tanto chiacchiericcio.
Sanguinose persecuzioni degli africani di colore
Nella Libia di Gheddafi "pogrom" contro i negri
di Achille Lega
«Aerei carichi di corpi, morti e vivi, sono ritornarti in Africa occidentale da Tripoli (...), dopo il peggiore scoppio di violenze contro gli stranieri dai tempi dell*espulsione di italiani ed ebrei durante il colpo di Stato di Muhammar Gheddafi nel 1969. I sopravvissuti raccontano di pogrom». Per pogrom s*intende in russo *distruzione*: storicamente le periodiche sommosse popolari antisemite in Russia che sfociavano in saccheggi e massacri. È stato il settimanale inglese The Economist (14-10-2000) a svelare, sotto il titolo secco *Pogrom*, un*ondata di sanguinose aggressioni scatenate da folle libiche contro immigrati provenienti dall*Africa nera. Ancora una volta e per ragioni forse intuibili (gli interessi economici e diplomatici coltivati alla Farnesina) i grandi media italiani hanno censurato una raggelante notizia. Il che dimostra fra l*altro come sia più facile imputare l*Europa occidentale di razzismo e xenofobia che riconoscerne la sconvolgente esistenza nel Terzo Mondo. Ma vediamo che cosa scrive l*Economist. Alla radice degli avvenimenti denunciati c*è l*ultimo sogno di grandezza accarezzato dal dittatore libico: la nascita di una specie di Stati Uniti d*Africa per iniziativa della Libia, faro e garante di una nuova e improbabile alleanza nel più sfortunato dei continenti. «Siamo così fieri di essere africani», si legge nei nuovi cartelloni di propaganda lungo la strada che porta all*aeroporto di Tripoli, riaperto al traffico dopo la fine delle sanzioni Onu. La nuova politica panafricana (confini aperti e moneta unica) sulle prime ha attirato alcuni Paesi poverissimi e disastrati a sud del Sahara. Grazie al petrolio - che quest*anno renderà 11 miliardi di dollari (circa 26mila miliardi di lire) - la Libia con i suoi cinque milioni di abitanti è infatti uno degli Stati più ricchi del continente in termini di reddito medio pro capite. Anche se, precisiamo, di tutto questo ben di dio il popolo vede ben poco: il salario medio è di appena 170 dollari al mese, un insegnante ne guadagna circa 1.200 l*anno. Le entrate petrolifere vengono utilizzate per la politica di *grandeur* del colonnello, compresi gli aiuti all*estero, mentre le infrastrutture nazionali (The Economist, 16-9-2000) sono in continuo degrado, il sistema delle comunicazioni resta antiquato, chi può va in Tunisia a curarsi. Nonostante tutto ciò erano nati appetiti in Africa, con gli occhi di molti leader rivolti alla cassaforte dell*oro nero libico. E come conseguenza diretta della nuova politica erano state aperte le frontiere della Libia: così oltre un milione di africani neri sono potuti entrare senza visti. E si sono notati i primi attriti, dovuti anche al fatto che i libici, «se definiti africani, si sentono insultati». «Poche fra le politiche del loro leader - notava l*Economist in settembre - irritano di più i libici che l*africanizzazione della Libia. I tripolini maledicono l*apertura dei confini che li ha trasformati in una minoranza nella loro stessa capitale». La tensione è cresciuta senza pause, e senza interventi del regime. Ad alimentarla si sono aggiunte anche le difficoltà economiche di cui si è detto. Ed ecco scoppiare i *pogrom*. Presi di mira dalle folle libiche sono proprio gli immigrati dal Niger, dal Ciad, dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ghana e da altre aree sub-sahariane. Con un risvolto anche religioso. Molti degli immigrati sono cristiani, la Libia è un Paese musulmano. «I libici - dice il settimanale britannico - temevano di esser trasformati in una minoranza nel loro Paese, la frequentazione delle chiese (per quanto se ne sa le pochissime cattoliche a Tripoli e Bengasi, ndr) era molto cresciuta in questo Stato musulmano. E così pure la criminalità, le droghe, la prostituzione e le denunce di casi di Aids». «Centinaia di migliaia di neri» vengono attaccati da *bande libiche*, anche armate di machete, che irrompono nelle baraccopoli africane, «i corpi vengono mutilati e scaricati ai bordi delle rotabili», «un diplomatico del Ciad è stato linciato e l*ambasciata del Niger è stata data alle fiamme», «alcuni nigeriani hanno assaltato la loro stessa ambasciata di fronte al rifiuto di dar riparo ai suoi cittadini privi di documenti in ordine, la grande maggioranza». Gli stessi libici che ospitano africani vengono minacciati. «Alcuni fra il milione di neri indigeni che sono cittadini libici vengono scambiati per immigrati e trascinati fuori dei taxi. In alcune zone di Bengasi ai neri viene proibito l*uso dei mezzi di trasporto e degli ospedali. (...) Scoppiano battaglie campali a Zawiya, una città vicino a Tripoli che è circondata da bidonville d*immigrati», con «almeno 150 morti ammazzati, 16 dei quali libici». L*Economist sottolinea che «le onnipotenti forze di sicurezza sono intervenute sparando in aria». In sostanza, sono state a guardare lì come altrove. In breve gli immigrati in fuga si sono dati alla macchia. «Centinaia di migliaia» sono stati caricati a forza su autocarri e trasportati in lunghi convogli verso il confine con il Niger e il Ciad, a 1.600 chilometri da Tripoli, dove sono stati «scaraventati nel deserto». Altri, nigeriani e ghaniani, sono stati espulsi con ponti aerei. Tra gli Stati africani tributari degli aiuti libici alcuni hanno fatto finta di niente, altri invece hanno protestato (Tripoli ha offerto indennizzi) o sono andati a riprendersi i loro cittadini in pericolo. È probabile che complessivamente il milione di immigrati presi di mira sia - vittime a parte - o già rimpatriato o nascosto in attesa di farlo. Il settimanale britannico ricorda che «una storia di razzismo» ha contribuito ad alimentare le fiamme: «I libici sono stati commercianti di schiavi fino agli anni Trenta e sotto il governo coloniale italiano si sentivano mediterranei» e non africani, ancor oggi visti con un*ostilità che è «sport popolare» fra «i giovani disoccupati». E il gran disegno del colonnello? L*idea era di annunciare gli Stati Uniti d*Africa nel marzo del 2001 a Sirte, città natale del Timoniere. Alla luce di quel che è successo sembrerebbe destinata a naufragare. E infatti Gheddafi, con un*altra *svolta a U*, ha riportato l*attenzione sul mondo arabo, prendendo fra l*altro una durissima posizione contro Israele. Dopo tutto le folle libiche scatenate hanno risparmiato gli immigrati arabi, compresi 750.000 egiziani. Chissà se i politici europei, Lamberto Dini compreso, assumeranno ora un atteggiamento più composto verso l*imprevedibile colonnello.
dal sito Internet http://www.affaritaliani.it/
L'articolo l'ho preso dalla Padania.
Ecco come si fa!
Arrivano? si cacciano con le brutte e basta.
Altro che chiacchiere.
Ossia che perché un popolo sviluppi un sano patriottismo c'è bisogno di condizioni di povertà e di degrado.
Nella stessa Europa sono le zone più povere ad essere le più avverse agli allogeni. Per esempio a Napoli un campo zingari fu letteralmente distrutto dalla furia della popolazione e unico caso in europa gli zingari dovettero fuggire altrove.
Invece i più clementi (non mi riferisco manco agli antirazzisti) verso gli allogeni vivono proprio in zone borghesi e ultraconsumistiche, come il cufino e gli intellettualoidi di avanguardia.
Una volta vidi ad un mercato un italiano che gridava all'allogeno che lo affiancava a cui aveva prestato un bicchiere cose del tipo "ora te lo puoi tenere chi vuoi che ci beva più in quel bicchiere toccato da te che metti le dita nei piedi SIETE DEGLI ANIMALI ANIMALI" e gli dava addosso istericamente senza timore alcuna della reazione dell'allogeno, cose che non sarebbe mai successo in un quartiere radical-chic.
Ciò ci differenzierà dai comunisti:
anticapitalismo ma non per chiedere MIGLIORI condizioni economiche per i nostri operai, che coinciderebbero solo con nuovi bisogni inutili
ma anticapitalismo TOTALE ossia distruzione di ogni benessere per insinuare nel nostro Popolo l'orgoglio e la forza di un tempo.
BORGHESI E INTELLETTUALI AL MURO
VIVA IL POPOLO!
Ecco, per capire cosa dico nel precedente messaggio basta prendere ad esempio questi figuri.Citazione:
Testo originale scritto da I'm Hate
Il mostro sarebbero gli immigrati..per wallace il sionismo e' robetta secondaria...
Dimenticavo ..chi ha voluto la legge mancino?
:rolleyes:
Vivono in quartieri bene, hanno computer e internet e sono proimmigrati.
Solo fra la borghesia si possono sviluppare queste forme di antipatriottismo.
Bisogna tagliare il terreno al mondialismo.
Bruciare ogni benessere
Per la Patria!
Pienamente d'accordo!
Dalla gentaglia con la pancia piena di ogni benessere non ci si può aspettare proprio nulla!
In Italia abbiamo un'altissima percentuale di povertà!
Milioni di famiglie vivono in ristrettezze economiche da terzo mondo!
Quella sarà la culla dei nuovi guerrieri d'Italia.
E non importa il numero; in questa Italia di cicciottelli castrati in giacca e cravatta bastano veramente poche migliaia di uomini disposti a tutto per sconquassare il lerciume di questa porca società. Del resto gli stessi immigrati insegnano quanto poco valga a livello coercitivo questa vile società.
Tutto quello di cui hanno bisogno è l'azione energica di un Capo che sappia convogliare tutte le energie patriottiche del nostro popolo oggi represse dalla coercizione buonista della legge Mancino e dalla mancanza di organizzazione in un unico fronte patriottico che marci tremendamente adornato dalla folgore della battaglia suprema; quella per la salvezza della Patria.
Questo oggi è il nostro compito; fare proselitismo tra gli italiani che ancora credono nella Patria, che hanno una coscienza patriottica di appartenenza ad una stirpe millenaria che non si può annacquare con il sangue della barbarie afroasiatica!
Pensa quanto sarebbe stato bello se il nobile gesto che hai raccontato fosse stato seguito da tutti gli italiani presenti!
Se il grido di una persona fosse diventato una procella implacabile e si fosse abbattuta su questi stranieri...
Penso che sia arrivato il momento di aprire una discussione su questo argomento!
Per quanto ti riguarda immagino che ti sia invisa soprattutto la seconda categoria:DCitazione:
Testo originale scritto da Drieu
BORGHESI E INTELLETTUALI AL MURO
[QUOTE]Testo originale scritto da enea08
[B]Anzi, Wallace, guarda un po' come si fa ad affrontare l'immigrazione in maniera seria, senza tanto chiacchiericcio.
Sanguinose persecuzioni degli africani di colore
Nella Libia di Gheddafi "pogrom" contro i negri
di Achille Lega
«Aerei carichi di corpi, morti e vivi, sono ritornarti in Africa occidentale da Tripoli (...), dopo il peggiore scoppio di violenze contro gli stranieri dai tempi dell’espulsione di italiani ed ebrei durante il colpo di Stato di Muhammar Gheddafi nel 1969. I sopravvissuti raccontano di pogrom». Per pogrom s’intende in russo “distruzione”: storicamente le periodiche sommosse popolari antisemite in Russia che sfociavano in saccheggi e massacri. È stato il settimanale inglese The Economist (14-10-2000) a svelare, sotto il titolo secco “Pogrom”, un’ondata di sanguinose aggressioni scatenate da folle libiche contro immigrati provenienti dall’Africa nera. Ancora una volta e per ragioni forse intuibili (gli interessi economici e diplomatici coltivati alla Farnesina) i grandi media italiani hanno censurato una raggelante notizia. Il che dimostra fra l’altro come sia più facile imputare l’Europa occidentale di razzismo e xenofobia che riconoscerne la sconvolgente esistenza nel Terzo Mondo. Ma vediamo che cosa scrive l’Economist. Alla radice degli avvenimenti denunciati c’è l’ultimo sogno di grandezza accarezzato dal dittatore libico: la nascita di una specie di Stati Uniti d’Africa per iniziativa della Libia, faro e garante di una nuova e improbabile alleanza nel più sfortunato dei continenti. «Siamo così fieri di essere africani», si legge nei nuovi cartelloni di propaganda lungo la strada che porta all’aeroporto di Tripoli, riaperto al traffico dopo la fine delle sanzioni Onu. La nuova politica panafricana (confini aperti e moneta unica) sulle prime ha attirato alcuni Paesi poverissimi e disastrati a sud del Sahara. Grazie al petrolio - che quest’anno renderà 11 miliardi di dollari (circa 26mila miliardi di lire) - la Libia con i suoi cinque milioni di abitanti è infatti uno degli Stati più ricchi del continente in termini di reddito medio pro capite. Anche se, precisiamo, di tutto questo ben di dio il popolo vede ben poco: il salario medio è di appena 170 dollari al mese, un insegnante ne guadagna circa 1.200 l’anno. Le entrate petrolifere vengono utilizzate per la politica di “grandeur” del colonnello, compresi gli aiuti all’estero, mentre le infrastrutture nazionali (The Economist, 16-9-2000) sono in continuo degrado, il sistema delle comunicazioni resta antiquato, chi può va in Tunisia a curarsi. Nonostante tutto ciò erano nati appetiti in Africa, con gli occhi di molti leader rivolti alla cassaforte dell’oro nero libico. E come conseguenza diretta della nuova politica erano state aperte le frontiere della Libia: così oltre un milione di africani neri sono potuti entrare senza visti. E si sono notati i primi attriti, dovuti anche al fatto che i libici, «se definiti africani, si sentono insultati». «Poche fra le politiche del loro leader - notava l’Economist in settembre - irritano di più i libici che l’africanizzazione della Libia. I tripolini maledicono l’apertura dei confini che li ha trasformati in una minoranza nella loro stessa capitale». La tensione è cresciuta senza pause, e senza interventi del regime. Ad alimentarla si sono aggiunte anche le difficoltà economiche di cui si è detto. Ed ecco scoppiare i “pogrom”. Presi di mira dalle folle libiche sono proprio gli immigrati dal Niger, dal Ciad, dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ghana e da altre aree sub-sahariane. Con un risvolto anche religioso. Molti degli immigrati sono cristiani, la Libia è un Paese musulmano. «I libici - dice il settimanale britannico - temevano di esser trasformati in una minoranza nel loro Paese, la frequentazione delle chiese (per quanto se ne sa le pochissime cattoliche a Tripoli e Bengasi, ndr) era molto cresciuta in questo Stato musulmano. E così pure la criminalità, le droghe, la prostituzione e le denunce di casi di Aids». «Centinaia di migliaia di neri» vengono attaccati da “bande libiche”, anche armate di machete, che irrompono nelle baraccopoli africane, «i corpi vengono mutilati e scaricati ai bordi delle rotabili», «un diplomatico del Ciad è stato linciato e l’ambasciata del Niger è stata data alle fiamme», «alcuni nigeriani hanno assaltato la loro stessa ambasciata di fronte al rifiuto di dar riparo ai suoi cittadini privi di documenti in ordine, la grande maggioranza». Gli stessi libici che ospitano africani vengono minacciati. «Alcuni fra il milione di neri indigeni che sono cittadini libici vengono scambiati per immigrati e trascinati fuori dei taxi. In alcune zone di Bengasi ai neri viene proibito l’uso dei mezzi di trasporto e degli ospedali. (...) Scoppiano battaglie campali a Zawiya, una città vicino a Tripoli che è circondata da bidonville d’immigrati», con «almeno 150 morti ammazzati, 16 dei quali libici». L’Economist sottolinea che «le onnipotenti forze di sicurezza sono intervenute sparando in aria». In sostanza, sono state a guardare lì come altrove. In breve gli immigrati in fuga si sono dati alla macchia. «Centinaia di migliaia» sono stati caricati a forza su autocarri e trasportati in lunghi convogli verso il confine con il Niger e il Ciad, a 1.600 chilometri da Tripoli, dove sono stati «scaraventati nel deserto». Altri, nigeriani e ghaniani, sono stati espulsi con ponti aerei. Tra gli Stati africani tributari degli aiuti libici alcuni hanno fatto finta di niente, altri invece hanno protestato (Tripoli ha offerto indennizzi) o sono andati a riprendersi i loro cittadini in pericolo. È probabile che complessivamente il milione di immigrati presi di mira sia - vittime a parte - o già rimpatriato o nascosto in attesa di farlo. Il settimanale britannico ricorda che «una storia di razzismo» ha contribuito ad alimentare le fiamme: «I libici sono stati commercianti di schiavi fino agli anni Trenta e sotto il governo coloniale italiano si sentivano mediterranei» e non africani, ancor oggi visti con un’ostilità che è «sport popolare» fra «i giovani disoccupati». E il gran disegno del colonnello? L’idea era di annunciare gli Stati Uniti d’Africa nel marzo del 2001 a Sirte, città natale del Timoniere. Alla luce di quel che è successo sembrerebbe destinata a naufragare. E infatti Gheddafi, con un’altra “svolta a U”, ha riportato l’attenzione sul mondo arabo, prendendo fra l’altro una durissima posizione contro Israele. Dopo tutto le folle libiche scatenate hanno risparmiato gli immigrati arabi, compresi 750.000 egiziani. Chissà se i politici europei, Lamberto Dini compreso, assumeranno ora un atteggiamento più composto verso l’imprevedibile colonnello.
dal sito Internet http://www.affaritaliani.it/
L'articolo l'ho preso dalla Padania.
Ecco come si fa!
Arrivano? si cacciano con le brutte e basta.
Altro che chiacchiere.
Lo so, hai ragione, bisognerebbe fare esattamente cosi', ma realisticamente sai che non e possibile con l'attuale stato di regime.
Quando arrivano i barconi li accolgono e li proteggono invece di sparare cannonate, e i permessi di soggiorno per nuovi arrivati, vengono dati come noccioline, aggiungo che i clandestini vengono sanati.
Noi che cosa possiamo fare? Se agisci di iniziativa ti ritrovi in galera.
Per fare le rivoluzioni ci vuole TUTTO il popolo dalla parte della causa.
Proviamo a fare crescere la nostra area, con serieta' e spirito di abnegazione, lavorando in tutti i settori della societa'.
Saluti.
sicuramente il benessero spegne nella gente la volontà di rivolta, ma secondo me è un errore fossilizzarsi su questo.
il problema è che in questo sistema il benessere è accompagnato dalla mancanza di valori forti di riferimento, di certezze che il popolo deve avere e sopratutto manca la fede in un ideale.
In uno stato di ispirazione Fascista il benessere ovviamente più equamente distribuito e mai esagerato come in certi casi di oggi, non sarebbe un motivo di debolezza.
Perchè il Fascismo non disdegna il progresso, semplicemente lo mette al servizio non di pochi ma di tutta la comunità nazionale, al servizio della nazione!
Certo che ad oggi, solo un calo sensibile del benessere generale puo far rinascere negli italiani uno spirito comunitario e identitario.
bisognerebbe davvero ripartire da zero!
Caro Drieu, lavoro con un contratto a progetto, ho 30 anni, mi sto comprando la casa con un mutuo diviso con mia madre e mia sorella, vivo a prati-aurelio e non sono pro-immigrati.Citazione:
Testo originale scritto da Drieu
Ecco, per capire cosa dico nel precedente messaggio basta prendere ad esempio questi figuri.
Vivono in quartieri bene, hanno computer e internet e sono proimmigrati.
Solo fra la borghesia si possono sviluppare queste forme di antipatriottismo.
Bisogna tagliare il terreno al mondialismo.
Bruciare ogni benessere
Per la Patria!
Riprova la prossima volta.
Giampaolo Cufino
www.avanguardia.tv