Sanguinose persecuzioni degli africani di colore
Nella Libia di Gheddafi "pogrom" contro i negri
di Achille Lega
«Aerei carichi di corpi, morti e vivi, sono ritornarti in Africa occidentale da Tripoli (...), dopo il peggiore scoppio di violenze contro gli stranieri dai tempi dell’espulsione di italiani ed ebrei durante il colpo di Stato di Muhammar Gheddafi nel 1969. I sopravvissuti raccontano di pogrom». Per pogrom s’intende in russo “distruzione”: storicamente le periodiche sommosse popolari antisemite in Russia che sfociavano in saccheggi e massacri. È stato il settimanale inglese The Economist (14-10-2000) a svelare, sotto il titolo secco “Pogrom”, un’ondata di sanguinose aggressioni scatenate da folle libiche contro immigrati provenienti dall’Africa nera. Ancora una volta e per ragioni forse intuibili (gli interessi economici e diplomatici coltivati alla Farnesina) i grandi media italiani hanno censurato una raggelante notizia. Il che dimostra fra l’altro come sia più facile imputare l’Europa occidentale di razzismo e xenofobia che riconoscerne la sconvolgente esistenza nel Terzo Mondo. Ma vediamo che cosa scrive l’Economist. Alla radice degli avvenimenti denunciati c’è l’ultimo sogno di grandezza accarezzato dal dittatore libico: la nascita di una specie di Stati Uniti d’Africa per iniziativa della Libia, faro e garante di una nuova e improbabile alleanza nel più sfortunato dei continenti. «Siamo così fieri di essere africani», si legge nei nuovi cartelloni di propaganda lungo la strada che porta all’aeroporto di Tripoli, riaperto al traffico dopo la fine delle sanzioni Onu. La nuova politica panafricana (confini aperti e moneta unica) sulle prime ha attirato alcuni Paesi poverissimi e disastrati a sud del Sahara. Grazie al petrolio - che quest’anno renderà 11 miliardi di dollari (circa 26mila miliardi di lire) - la Libia con i suoi cinque milioni di abitanti è infatti uno degli Stati più ricchi del continente in termini di reddito medio pro capite. Anche se, precisiamo, di tutto questo ben di dio il popolo vede ben poco: il salario medio è di appena 170 dollari al mese, un insegnante ne guadagna circa 1.200 l’anno. Le entrate petrolifere vengono utilizzate per la politica di “grandeur” del colonnello, compresi gli aiuti all’estero, mentre le infrastrutture nazionali (The Economist, 16-9-2000) sono in continuo degrado, il sistema delle comunicazioni resta antiquato, chi può va in Tunisia a curarsi. Nonostante tutto ciò erano nati appetiti in Africa, con gli occhi di molti leader rivolti alla cassaforte dell’oro nero libico. E come conseguenza diretta della nuova politica erano state aperte le frontiere della Libia: così oltre un milione di africani neri sono potuti entrare senza visti. E si sono notati i primi attriti, dovuti anche al fatto che i libici, «se definiti africani, si sentono insultati». «Poche fra le politiche del loro leader - notava l’Economist in settembre - irritano di più i libici che l’africanizzazione della Libia. I tripolini maledicono l’apertura dei confini che li ha trasformati in una minoranza nella loro stessa capitale». La tensione è cresciuta senza pause, e senza interventi del regime. Ad alimentarla si sono aggiunte anche le difficoltà economiche di cui si è detto. Ed ecco scoppiare i “pogrom”. Presi di mira dalle folle libiche sono proprio gli immigrati dal Niger, dal Ciad, dal Sudan, dalla Nigeria, dal Ghana e da altre aree sub-sahariane. Con un risvolto anche religioso. Molti degli immigrati sono cristiani, la Libia è un Paese musulmano. «I libici - dice il settimanale britannico - temevano di esser trasformati in una minoranza nel loro Paese, la frequentazione delle chiese (per quanto se ne sa le pochissime cattoliche a Tripoli e Bengasi, ndr) era molto cresciuta in questo Stato musulmano. E così pure la criminalità, le droghe, la prostituzione e le denunce di casi di Aids». «Centinaia di migliaia di neri» vengono attaccati da “bande libiche”, anche armate di machete, che irrompono nelle baraccopoli africane, «i corpi vengono mutilati e scaricati ai bordi delle rotabili», «un diplomatico del Ciad è stato linciato e l’ambasciata del Niger è stata data alle fiamme», «alcuni nigeriani hanno assaltato la loro stessa ambasciata di fronte al rifiuto di dar riparo ai suoi cittadini privi di documenti in ordine, la grande maggioranza». Gli stessi libici che ospitano africani vengono minacciati. «Alcuni fra il milione di neri indigeni che sono cittadini libici vengono scambiati per immigrati e trascinati fuori dei taxi. In alcune zone di Bengasi ai neri viene proibito l’uso dei mezzi di trasporto e degli ospedali. (...) Scoppiano battaglie campali a Zawiya, una città vicino a Tripoli che è circondata da bidonville d’immigrati», con «almeno 150 morti ammazzati, 16 dei quali libici». L’Economist sottolinea che «le onnipotenti forze di sicurezza sono intervenute sparando in aria». In sostanza, sono state a guardare lì come altrove. In breve gli immigrati in fuga si sono dati alla macchia. «Centinaia di migliaia» sono stati caricati a forza su autocarri e trasportati in lunghi convogli verso il confine con il Niger e il Ciad, a 1.600 chilometri da Tripoli, dove sono stati «scaraventati nel deserto». Altri, nigeriani e ghaniani, sono stati espulsi con ponti aerei. Tra gli Stati africani tributari degli aiuti libici alcuni hanno fatto finta di niente, altri invece hanno protestato (Tripoli ha offerto indennizzi) o sono andati a riprendersi i loro cittadini in pericolo. È probabile che complessivamente il milione di immigrati presi di mira sia - vittime a parte - o già rimpatriato o nascosto in attesa di farlo. Il settimanale britannico ricorda che «una storia di razzismo» ha contribuito ad alimentare le fiamme: «I libici sono stati commercianti di schiavi fino agli anni Trenta e sotto il governo coloniale italiano si sentivano mediterranei» e non africani, ancor oggi visti con un’ostilità che è «sport popolare» fra «i giovani disoccupati». E il gran disegno del colonnello? L’idea era di annunciare gli Stati Uniti d’Africa nel marzo del 2001 a Sirte, città natale del Timoniere. Alla luce di quel che è successo sembrerebbe destinata a naufragare. E infatti Gheddafi, con un’altra “svolta a U”, ha riportato l’attenzione sul mondo arabo, prendendo fra l’altro una durissima posizione contro Israele. Dopo tutto le folle libiche scatenate hanno risparmiato gli immigrati arabi, compresi 750.000 egiziani. Chissà se i politici europei, Lamberto Dini compreso, assumeranno ora un atteggiamento più composto verso l’imprevedibile colonnello.
dal sito Internet http://www.affaritaliani.it/




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