Gli agricoltori bianchi espropriati nel Duemila dallo Zimbawe hanno avuto in concessione a Shonga quindicimila ettari per 25 anni. Insegneranno tecniche moderne ai contadini di colore.
I pantaloni corti, di tela grezza, color kaki: i «farmer» bianchi dell'Africa li riconosci dal vestito. E' la loro divisa. Quando hanno lasciato lo Zimbabwe, dove vivevano da due, tre generazioni, non avevano altro: i pantaloni corti, gli scarponi adatti ai campi e alla savana, una valigia. Tutto quello che avevano salvato dal naufragio di una vita, dal rendiconto che la Storia ha presentato loro troppo tardi, quando forse non ci pensavano più ed erano certi che il mondo nuovo, l'Africa indipendente, li aveva accettati. Li hanno cacciati nel Duemila in nome della «riforma agraria accelerata», pomposa invenzione burocratica per nascondere una bugia. Il dittatore, Robert Mugabe, salvatore della patria trasformatosi in tiranno, ha scoperto nel tardivo terzomondismo la ghiotta ricetta per restare aggrappato al potere. Gli altri mezzi, compresa la violenza, li aveva esauriti, sfruttati, dilapidati come la economia del Paese. Restava la carta di inventare un nemico per scaricargli addosso la rabbia, la fame, la paura. C'erano, appunto, quei bianchi, 4500, con le loro grandi proprietà agricole, ricche, floride. Erano quelli che avevano accettato di restare al tempo della insanguinata indipendenza. Tra loro qualche nostalgico dei tempi del bastone coloniale. Ma la maggioranza erano ormai africani senza rimpianti. Lavoravano sodo, producevano, esportavano, avevano fatto dello Zimbabwe l'unico Paese africano in grado di vantare un lucroso surplus agricolo. La Svizzera dell'Africa, si diceva. E' finita tra ingiunzioni giudiziarie, arresti, assalti di bande di miliziani del regime mandati a completare questa grottesca, autolesionista «rivoluzione» agraria, alcuni morti.
L'Africa bianca sembrava archiviata così, tra tiepide proteste internazionali e robusti mugugni terzomondisti, ingoiata dal tempo e dalla rabbia degli uomini. Invece ha solo cambiato scenario, si è rivelata tenace. Non ci sono più le morbide colline smaltate di verde dello Zimbabwe. La pianura di Shonga, nel centro della Nigeria, è aspra, desolata, oppressa da orizzonti infiniti. Solo loro, i farmer, sono sempre gli stessi, con i pantaloni corti, gli scarponi coperti di polvere, la pelle brunita da nuove stagioni, con qualche ferita in più da portarsi dietro. Soprattutto con la stessa feroce determinazione di ricominciare. La storia dei coloni bianchi di Shonga, della loro rivoluzione agricola, è una lezione per quanti non capiscono l'Africa e uno smacco per coloro che credono di capirla. Qui tutto è rovesciato, i luoghi comuni si confondono, «buoni» e «cattivi» si scambiano le parti. I colonialisti cacciati dallo Zimbabwe, in nome del riscatto africano, sono arruolati con tutti gli onori da un altro Stato africano, hanno avuto in concessione quindicimila ettari per venticinque anni: per favore, trasformate questo deserto in un paradiso, insegnate ai nostri contadini rassegnati a una agricoltura preistorica i segreti della modernità, a passare dalla sopravvivenza al mercato, magica impegnativa parola. Un ghiribizzo della storia vuole che siano i discendenti di coloro che colonizzarono l'Africa col ferro e le catene a saldare il conto di quel debito ingombrante, il «mal d'Africa» produce qui, finalmente, non cattiva letteratura ma sviluppo. Il governatore dello stato di Kwara, Bukola Saraki, è un uomo cui piace sognare: «Questo diventerà il granaio del Paese, altro che petrolio, produrremo ventiquattromila tonnellate di riso, cinque milioni di litri di latte l'anno, con ventun milioni di dollari di guadagni del latte diventeremo ricchi. E tutto grazie a questi bianchi, al loro entusiasmo; a questi nostri ami• ci venuti dallo Zimbabwe. Le mia provincia ha diciassettE comunità, sono liberi di andarE dove vogliono, sono i benvenuti: grazie per un sogno che s avvera».
Il governatore si coccola campi arati con geometrie per fette, i solchi della semina del mais e della soia appena finita, le piccole armate di contadini che agli ordini dei bianchi muovono all’ordinato assalto di nuovi lembi di savana. Ci sono già duemila giovani che lavorano per questi nuovi padroni, Shonga è diventata una mecca alla quale accorrono anche dalle regioni vicine per ammirare il miracolo. All Jack, il capo di questa pattuglia di colonialisti ben accetti, ha mani di stritolatore, si vede che ha passato la vita a costruire e ricostruire. La sua fattoria nello Zimbawe produceva tabacco e mais. Adesso è in mano a un notabile del regime che non ci ha mai messo piede e ha lasciato che andasse rovina. Un mattino gli hanno notificato l'ordine di esproprio: la terra, frutto delle ruberie dei tuoi avi colonialisti, non è più tua, vattene se non vuoi finire prigione. Sono arrivati i camion governativi che hanno svuotato i magazzini; anche gli operai che lavoravano con lui da anni hanno dovuto andarsene, con in tasca una piccola cifra ricavata dai soldi che gli avevano sequestrato. Non erano loro che avevano diritto alle terre. Le storie si assomigliano:una fattoria è andata a un generale, un'altra a unfunzionario, una terza a un parente di Grace, la seconda moglie di Mugabe. E' stata una rivoluzione avara conmolti e prodiga con pochi.Ora sono tutte vuote, saccheggiate, coperte d’erbacce, i macchinari senza ricambi e benzina e sono arrugginiti e inutili, la boscaglia trionfante avanza.E lo Zimbawe muore di fame.Nessuno dei farmer ne vuole parlare: «Questo ora è il nostro paese, l'altro non ci vuole più. Non si fadue volte la stessa vita». Quellauova non è facile. Il governo nigeriano ha accordato loro un prestito di 25 mila dollari senza interessi, ma per cominciare ci vorrebbe molto di più. Hanno costruíto piccole case di cemento coperte da tavole di lamiera, non c'è la luce elettrica, l'acqua si attinge al fiume. Le fattorie dei libri della Blixen sono memorie smorte. Ma tra poco verranno anche le famiglie.Tutto, quando ci saranno i primi raccolti, sarà già nuovo e diverso, In Africa ci sono i bianchi che si stanno conquistando il diritto di farsi amare.()
Da "La Stampa" di Domenico Quirico.
(e chi vuol intendere intenda...)




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