Le manovre militari russo-cinesi ed il declino dell'impero americano
di Giulietto Chiesa
http://www.giuliettochiesa.it/
Altro che "secolo americano"! Questo, di cui abbiamo assaggiato il 5%
circa, si avvia ad essere - se corto o breve è altra questione – un
secolo asiatico. Con parecchi corollari, non certo gradevoli per noi
occidentali, che siamo nati e vissuti nell'idea, singolarmente
stupida, di vivere nel centro del mondo, di essere il luogo ella
civiltà, distinti dai barbari di vario colore.
Piccoli e grandi segnali ci annunciano che grandi spicchi del pianeta
sono decollati per conto proprio e cominciano a palesare le loro
esigenze senza chiederci il permesso. E' chiaro che stiamo parlando
della Cina. E perfino della Russia, che frettolosamente avevamo dato
per defunta, assorbita, omogeneizzata, colonizzata e ridotta a
appendice di second'ordine del mondo occidentale (per la stessa logica
di cui sopra, cioè perché appartenente al mondo non civilizzato).
Come svegliandosi da un lungo sonno, i giornali di tutto il mondo
"civile" hanno annunciato che Cina e Russia hanno cominciato in agosto
le prime, grandi manovre militari congiunte della loro storia. Nemmeno
ai tempi di Stalin e di Mao, di Chu Enlai e di Molotov, Russia (allora
Unione Sovietica) e Cina si erano spinte a tanto. Certo erano – come
si diceva allora – due paesi socialisti, avevano rapporti economici,
l'URSS forniva armi alla Cina, ecc. Ma mai le loro truppe si erano
messe insieme. C'erano stati momenti, al contrario, in cui le canne
dei loro fucili si erano puntate reciprocamente le une contro le
altre. Ma è acqua passata da molto tempo.
Altri segnali sono giunti da quel mondo che non conosciamo per niente.
Tutti accumulatisi in questo scorcio di tempo, come se qualcosa
arrivasse a maturazione in gran fretta, proprio adesso, dopo essere
stato a lungo in incubazione, invisibile. All'inizio dell'estate il
gruppo di Shanghai (cui partecipano, con Cina e Russia, le repubbliche
ex sovietiche dell'Asia centrale ex sovietica, meno il Turkmenistan)
aveva cortesemente pregato gli Stati Uniti di togliersi dai piedi con
le loro truppe e basi militari, accortamente piazzate nell'area (in
Tagikistan, Uzbekistan, Kirghizistan) sull'onda dell'offensiva contro
l'Afghanistan seguita all'11 settembre 2001.
Evento singolare davvero, a ben pensarci, perché quelle capitali, fino
al giorno prima, si può dire, pendevano dalle labbra di Washington e
sognavano soltanto di essere ammesse al banchetto americano.
La Russia sembrava essrere stata emarginata dall'area su cui
esercitava la propria influenza da quattro secoli. La Cina – stando
agli imbambolati mezzi di comunicazione di massa occidentali (con rare
eccezioni) – era ormai diventata capitalista e, quindi, per
antonomasia, poteva essere considerata omologata al resto del mondo.
Se non ancora colonizzata, di certo colonizzabile. Se non proprio
colonizzabile, comunque riconducibile a un immenso mercato su cui far
confluire le merci e le tecnologie dell'occidente civilizzato.
Con qualche dettaglio non trascurabile, tuttavia, di cui adesso
occorre rendersi conto. E in fretta. Non è sfuggito ai variabili
presidenti-despoti delle repubbliche dell'Asia Centrale che la Cina
trabocca di dollari, e di yuan. E che Pechino ha nei suoi forzieri,
circa mille miliardi di dollari USA, oltre ad avere comprato circa
l'8% del debito americano, in buoni del tesoro della Federal Reserve.
Come si fa a restare insensibili di fronte a questa cornucopia?
Intendo dire che la forza di attrazione americana è stata bruscamente
contrastata da nuovi fattori molto potenti.
Quali? Cina e Russia hanno cominciato a fare i loro calcoli, per
meglio dire: a trarre le somme da calcoli che stavano fecendo,
ciascuna per conto proprio, da diversi anni. Cominciamo dalla Russia.
Puntin non è un rivoluzionario bolshevico. Per niente. Ma si è accorto
che non bastava essere condiscendente verso Washington; che non era
nemmeno sufficiente farsi da parte, starsene buono fuori dal mirino
americano. Dall'alto della collina del suo potere quinquennale non
poteva non tirare le somme. In Asia centrale, appunto, basi americane
una dietro l'altra. In Georgia una presenza statunitense ormai
decisiva per orientare il governo locale. In Ucraina una "rivoluzione
democratica" alimentata dall'esterno. Attorno alla Bielorussia segnali
di un'offensiva analoga a breve scadenza. La Nato ormai stabilmente
piazzata in tutto l'est Europa, e perfino in tre repubbliche che un
tempo erano state parte dell'URSS. E, in Russia, il varo della
corazzata Jukos sulla scena politica, con l'obiettivo di sostituire
lui stesso, a tempo debito, con un nuovo leader pilotato dalla Exxon.
Gl'Imperi non si sono mai accontentati del tributo dei vassalli e non
hanno inclinazione alla gratitudine. Se i tempi diventano duri, allora
le loro esigenze si moltiplicano. E ai vassalli non resta che
l'alternativa tra soddisfarle e ribellarsi.
I tempi duri per l'America sono ormai venuti e non pare se ne andranno
presto. Il faro dell'occidente è indebitato fino agli occhi,
proiettato lungo un asse di guerre che non sta vincendo, incapace di
dominare gli effetti del vaso di Pandora delle globalizzazione,
cavalcata per un ventennio con orgogliosa sicurezza e sbalorditiva
irresponsabilità.
La Cina non è un vassallo e non intende diventarlo. Ma questo è solo
l'antipasto. La Cina legge i giornali come li leggiamo noi
"civilizzati" e, quando legge Condoleeza Rice dire, papale papale, che
la Cina "piuttosto che un partner è un avversario", perché – udite,
udite! – "vuole cambiare i rapporti di forza a suo vantaggio",
conclude che è il momento di far sentire il suo peso, in tutte le
direzioni.
Le manovre congiunte con i russi, del resto, sono solo la ciliegina
sulla torta, quello che serve per svegliare i governi occidentali che
dormono, mettendo la questione sotto i riflettori delle televisioni.
Una specie di colpo di sirena, di quelli che le navi lanciano per
segnalare la propria presenza o distogliere altri natanti dalla rotta
di collisione. Attenti, siamo qui, proprio di fronte a voi, levatevi
di mezzo!
Il fatto è che Condoleeza dice una cosa vera: non c'è posto per due
Americhe su questo pianeta. Sempre che entrambe non siano disposte a
rinunciare a niente. La Cina è entrata sul mercato mondiale applicando
le regole che l'Occidente ha scritto per sé, immaginando che sarebbero
state eternamente a suo vantaggio. Adesso sta accadendo il contrario:
quelle regole sembrano fatte apposta per far diventare la Cina il più
potente paese del mondo, quello in grado di dominare tutti i mercati.
E la Cina è già l'unico paese al mondo che può permettersi i prendere
decisioni senza chiedere il permesso di nessuno, neanche quello degli
Stati Uniti, cioè dell'Impero. Il che significa che l'Impero è già in
declino, e che – se non vuole che tutti se ne accorgano – deve dare
una lezione sonora a chi ne minaccia i disegni.
Il fatto è, come dicono gli eventi, che parecchi cominciano ad
accorgersene. La Russia, che da sola non può permettersi atti di
insubordinazione, ha colto la palla al balzo. Insieme si può dire
all'imperatore che l'Asia è degli asiatici. Tanto per cominciare. La
seconda tappa sarà quella di comprarsi l'Asia. La Cina è già in
marcia. E compra anche pezzi di Russia, a cominciare dall'energia
russa.
La Russia, che fino all'altro ieri non aveva sponde, oltre che idee,
si trova a poter cogliere adesso una insperata palla al balzo. E la
sta cogliendo. Con fatica, perché la diffidenza russa verso l'immenso
vicino asiatico non è stata mai superata del tutto. Ma il colosso
vicino è oggi assai meno temibile dell'Impero lontano.
Le riserve energetiche russe sono le più vicine e comode,
relativamente parlando. La Cina ha i capitali per ogni tipo di
investimento, e li mette a disposizione. La Russia ha le tecnologie
militari sufficienti per garantire a Pechino una progressione di
armamento strategico sufficiente a fronteggiare il prossimo decennio.
Il Pentagono pubblica i dati dell'armamento cinese, e rivela un
segreto di Pulcinella: la Cina spende in armamenti dieci volte di più
di quello che dichiara. Probabilmente le cifre americane sono
attendibili, ma che cosa dicono? Dicono che i cinesi si stanno
preparando alla stessa, identica cosa cui si stanno preparando gli
americani: il momento in cui le risorse non basteranno per tutti e
solo la forza deciderà chi potrà accedervi.
Sarà un momento drammatico e non è molto lontano. Avverrà nel corso
del prossimo decennio. Da qui la corsa cinese a comprare tutto il
comprebile e anche il non comprabile. Perché quando la maggiore
impresa petrolifera cinese, statale, si affaccia a Wall Street con la
regolare offerta di comprarsi la Unocal americana, offrendo un
miliardo di dollari in più della massima offerta di una multinazionale
a stelle e strisce, ecco che scattano tutti gli allarmi.
E quando Hu Jintao decide di rivalutare lo yuan di un modestissmo 2%,
facendosi beffe della richiesta USA di rivalutare fino al 15%,
l'occidente dovrebbe capire che Pechino non accetta ordini da nessuno.
E procedere – come Hu Jintao ha ribadito, sorriso sulle labbra e
"denti d'acciaio" – secondo i suoi tempi, le sue esigenze, e non
secondo le pressioni che vengono dall'esterno.
Le esercitazioni militari congiunte, Cina-Russia sono solo un segnale,
prima della "tempesta perfetta" che si annuncia.


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