Aymeric Chauprade: “L’arrivo al potere di Putin è un evento più importante, nelle relazioni internazionali, dell’11 settembre”

:::: Simon Roblin :::: 30 novembre, 2009 ::::
Fonte: “Le Courrier de Russie”, 27 novembre 2009


Aymeric Chauprade ha insegnato geopolitica per 10 anni presso il Collegio interarma di difesa. E’ l’autore del grande trattato Géopolitique: Constantes et changements dans l’histoire, diventato rapidamente un manuale di riferimento. Il suo recente atlante di geopolitica del mondo ‘Chronique du choc des civilisations’, tuttavia, ha innescato una polemica che ha portato al suo licenziamento, richiesto dal ministro della Difesa.

Si scopre che Chauprade difende e rappresenta una disciplina scientifica che tiene conto del “fattore culturale“, e quindi la rappresentazione che i popoli fanno di se stessi e degli altri nella storia. A questo titolo, ha consacrato all’11 settembre un capitolo con il quale ha voluto “dimostrare che lo scontro delle civiltà, è soprattutto il fatto che una immensa parte dell’umanità, al di fuori del mondo occidentale, non crede alla versione ufficiale della versione data dal governo degli Stati Uniti, e che divenne la versione obbligatoria dei media occidentali.” Ma il distacco scientifico non è appropriato per tutte le materie.


Le Courrier de Russie: Nell’intervista sulla Russia che avete fatto di recente alla NRH*, proponete un’interpretazione in cui, la strategia di Putin – e di Medvedev oggi – è tanto chiara quanto determinata. La sua politica in materia di energia non è solo “economica“, è al centro di un piano strategico assai preciso. Nella stessa intervista, avete anche detto che è la reazione della Russia a una certa sensazione di accerchiamento, una politica degli Stati Uniti che determina in ultima analisi il dato a priori, i giocatori più deboli si difendono con i mezzi a loro disposizione.

Aymeric Chauprade: Questo non è in opposizione, ma il contrario. La Russia viveva sentendosi sotto assedio dalla geopolitica degli Stati Uniti, prima dell’arrivo di Putin, e lo era. Gli Stati Uniti e i loro alleati avanzavano verso la periferia, nei pressi dell’estero vicino della Russia. Si disse che essa doveva riconquistare il contestato suo status di potenza regionale, e anche quello di potenza internazionale. Ma lei non aveva che una carta da giocare, sulla scena internazionale: le risorse energetiche. Questa è la leva principale che venne trovata. In quanto geopolitico, credo che gli Stati hanno un’economia che è parte della loro potenza, e vedo il momento in cui l’economia rientra nella loro strategia di potenza. Questo è in genere ciò che accade oggi, in Russia, con il settore energetico.

L’altra componente è parte integrante di questa strategia: è il modo per poter respingere l’avanzata degli Stati Uniti tramite le rivoluzioni colorate, con cui gli Stati Uniti sono impegnati a fare aderire alla NATO e al campo statunitense, una dopo l’altra, le altre repubbliche della ex Unione sovietica, e ad estendere il blocco transatlantico fino ai confini di Russia e Cina.


LCDR: Che cosa possiamo dire, da questo punto di vista, del caso degli Stati Uniti con i loro sistemi finanziari, nel contesto della crisi globale?

AC: Gli Stati Uniti hanno ora due armi per destabilizzare le nuove potenze emergenti: la loro presenza militare nel mondo, e la finanza, che è inodore e neutra. Penso che la crisi non rifletta la malattia generale di un sistema o della sovrapproduzione di beni prodotti derivati. Questi mali esistono, ma le strategie di destabilizzazione, soprattutto della Russia e della Cina, interferiscono nella finanza e la dirigono, rendendola un’arma al servizio dei progetti degli Stati Uniti.


LCDR: Che volete dire, quando, a proposito degli Stati Uniti e della Russia, voi opponete unipolarismo a multipolarismo? Comprende il concetto di pluralità centri di centri di decisione strategica, relazioni di potenza nel controllo delle risorse energetiche, ecc. Ma ci si può anche chiedere, se il multipolarismo non presume l’esistenza di una pluralità di tipi di organizzazioni sociali. La Russia è davvero un modello alternativo rispetto agli Stati Uniti?

AC: Si deve tornare alle parole: polo singolo o pali multipli. L’unipolarismo, è il modello e la proposta degli Stati Uniti dai tempi dei padri fondatori del Mayflower. Si tratta di un progetto messianico, nel senso che mira a trasformare il mondo a immagine della nazione americana. Vede se stessa come una società leader, ideale per le libertà fondamentali. Se questa nazione cerca di massimizzare la sua ricchezza a livello internazionale, è per ragioni connesse al protestantesimo e all’idea del successo mondano, materiale, come prova dell’elezione divina.

Il multipolarismo è un’altra visione del mondo, un mondo di nazioni e civiltà che hanno il diritto di difendere la propria specificità. Coloro che credono a questa forma di organizzazione del mondo pensano che ci saranno meno conflitti, se i poli di potenza si equilibrano tra loro, mentre la supremazia del potere sugli altri creerebbe un’instabilità permanente.

In realtà, non bisogna considerare gli Stati Uniti come una nazione nel senso classico. E’ un attore statuale, ma anche una rete di reti, un attore trans-statuale. Il sociologo americano Lipset ha scritto: “L’America non è solo una nazione, è una ideologia“. I cinesi non hanno queste reti, e neanche i russi l’hanno dal crollo dell’Unione Sovietica. La Russia è ridiventata una nazione-stato convenzionale, senza un’ideologia esportabile. L’unipolarismo e il multipolarismo, quindi, sono anche due realtà in tempi diversi. Il mondo del 1990, con il crollo dell’URSS e l’estensione del WTO, sembrava muoversi verso il primo. Oggi, torniamo a una realtà multipolare, con la Cina e la Russia. E in questo passaggio, desidero sottolineare il ruolo di Putin ed ho detto che il suo arrivo al potere è un evento importante per le relazioni internazionali, come l’11 settembre. Pensava alla potenza della Russia basata sulla strategia energetica, con l’obiettivo di riprendere il controllo delle risorse, il recupero di un certo numero di oligarchi, per servirsene nella ricostruzione della potenza russa, con leve come Gazprom per il gas e Rosneft per il petrolio.


LCDR: Questo è ciò che voi spiegate nell’intervista cui abbiamo già accennato. Può farci un esempio?

AC: Sì, lo smantellamento di Yukos segue un piano di ricostruzione metodica: prendere fisicamente in mano il controllo delle risorse, con due grandi operatori, e garantire che le esportazioni in molteplici direzioni, siano bilanciate tra di loro. Non tutto deve andare negli Stati Uniti, contrariamente a quanto pensava Khodorkovsky. La Russia deve diventare fondamentale per i cittadini europei, ma anche per gli asiatici. Questo è il motivo per cui il gas è ora, in parte, reindirizzato verso l’Asia.


LCDR: Molte persone, nella stessa Russia, dubitano della praticabilità di questa politica energetica a lungo termine, e hanno criticato l’attuale focalizzazione di tutte le risorse disponibili in un solo settore. Torniamo qui all’economia, il successo economico è più, quindi, l’attestazione fisica della realizzazione di un progetto egemonico, ma il semplice sostrato su cui poggiare una potenza.

AC: La Russia è un po’ oltre il 7% delle riserve accertate di petrolio e di oltre un terzo delle riserve di gas provate. Si tratta di una riserva di lunga durata, ed è un paese che ha il carbone come gli Stati Uniti e la Cina. Probabilmente c’è ancora un grande potenziale per il petrolio, perché è un paese che non è stato sondato, al contrario dell’Arabia Saudita. Si tratta di un fattore la cui importanza è evidente: se si punta su questo settore, si avrà un’utilità assai forte nel mondo e si otterrà ricchezza. Non sono sicuro che coloro che criticano la scelta del solo energia abbiano ragione. E’ solo il primo passo di una strategia di reindirizzo politico.


LCDR: Un secondo problema si pone, quella della fluttuazione dei prezzi del petrolio di cui la Russia è cronicamente dipendente. Ha fatto, oggi, in modo di operare qualche controllo sul mercato del petrolio?

AC: Gli statunitensi hanno, in ogni caso, dei mezzi per impostare il tono in questo mercato. Oggi c’è l’asse di contrappeso al petrolio degli Stati Uniti e dei suoi alleati, Arabia Saudita in testa, che si è andato formando: Venezuela, Kazakhstan, Iran, Russia. L’Iran detiene la seconda riserva mondiale di gas e petrolio. Iran, Russia e Venezuela hanno deciso di smettere di vendere petrolio in dollari e quindi di indebolire lo status del dollaro come valuta internazionale. Questa logica, secondo cui il petrolio dovrebbe essere venduto in diverse valute (il rublo, lo yuan, ecc.) è adottata da un numero crescente di paesi. Si tocca il cuore della potenza statunitense: la centralità del dollaro come valuta internazionale, che gli Stati Uniti hanno mantenuto attraverso l’invenzione dei petrodollari. Mi sembra che siamo ancora nel multipolarismo, e in questo caso è il multipolarismo monetario ad essere all’ordine del giorno. Dal 2006 è successo un sacco di cose. Non si tratta solo della borsa di Kish, creata dall’Iran per vendere prodotti energetici in tutte le valute, ad eccezione del dollaro. Ci fu, nel 2007 e 2008, tutta una serie di incontri tra i diversi paesi che hanno accettato, compresi i paesi dell’OPEC, tranne l’Arabia Saudita, l’idea del multipolarismo monetario.


LCDR: Per quanto riguarda la valutazione della possibilità di riuscita di questa strategia russa, è lecito chiedersi del rischio di cadere in un modello economico di rendita, del tipo del Venezuela.

AC: Io penso che ci sia un grande differenza tra la Russia e l’Iran, che si concentra al 100% sui profitti del petrolio e del gas, senza altra visione che l’energia perduri. La prova è che gli iraniani vogliono sviluppare l’energia nucleare per produrre l’energia elettrica, e poter riservare i petrolio esclusivamente all’esportazione. In Russia, vi è un vero stato in grado di sviluppare una strategia, e penso che l’interdipendenza energetica porterà ad altri tipi di flussi economici. Quando un canale esiste, ed un primo prodotto passa, altri possono passare attraverso lo stesso percorso, come dimostra la storia.


LCDR: Tornando, per concludere, alla questione del modello economico, vale a dire anche sociale. Il multipolarismo può essere definita in modo diverso dalla sua opposizione all’unipolarismo?

AC: Nel multipolarismo, ogni paese inventa il proprio rapporto tra l’economia e lo stato. Gli occidentali spesso si offendono per certi tipi di interventi pubblici, nei paesi che desiderano infiltrare. Tuttavia, dobbiamo accettare quello che è per me una differenza culturale e, soprattutto, il fatto che lo Stato abbia un ruolo più forte da giocare in alcuni paesi, rispetto ad altri. Il rapporto della Cina alla proprietà individuale non è certamente la stessa cosa che nel mondo occidentale. Dovreste sapere, se si investe in Cina, che la proprietà è fragile. In qualsiasi momento, lo Stato può annullare la proprietà privata se ritiene che il bene comune dell’impero lo richiede.

Questo è il problema del pensiero liberale: esso presuppone che tutto dovrebbe funzionare allo stesso modo, in tutto il mondo. Tuttavia, ci saranno sempre più interdipendenze, ma tra i sistemi politico-economici. La globalizzazione ben ordinata, è innanzitutto accettare il fatto che il ruolo dello Stato in Cina e in Russia, non è lo stesso del mondo occidentale. Il principio di base è il rispetto per le differenze tra i modelli politici, i diritti economici e sociali delle nazioni.


*«La géopolitique de la Russie», in La Nouvelle Revue d’Histoire n° 38, sept.-oct. 2008.


Per approfondire:

Géopolitique: Constantes et changements dans l’histoire (Ellipses, 3e édition, 2007)

Géopolitique de l’énergie (Document PDF) –

http://www.societede-strategie.asso.fr/pdf/ca01txt2.pdf


Traduzione di Alessandro Lattanzio

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