Tre ipotesi per l’autunno
L’addio dell’Udc al Cav. prevede anche un giro di opposizione
Se salteranno i ponti della trattativa, i centristi pronti a fare i separati in casa. Se andrà male, il divorzio
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Roma. Per l’Udc è questione di tempo. In questo momento Pier Ferdinando Casini e Marco Follini, come obiettivo immediato, hanno quello di marcare una discontinuità nel centrodestra: per non avviarlo, identico a se stesso, a sconfitta certa nelle politiche del 2006. Lo ripetono quasi ogni giorno. Il traguardo reale dell’Udc, anche questo dichiarato in più occasioni, è governare la trasformazione della Casa delle libertà in chiave moderata e post-berlusconiana; con la parte manifestamente cattolica di An ai piani alti, e la Lega ai margini di un eventuale partito unitario. La questione del nuovo soggetto politico collegato al Ppe non è di secondaria importanza. Follini non ci crede e ha fatto molto per spargere scetticismo nell’Udc. Il segretario predilige da sempre uno schema fisso in cui il suo partito, smarcandosi dall’asse Berlusconi-Bossi, si rafforza progressivamente a danno di Forza Italia (logorata dalla senescenza del berlusconismo e punita dagli elettori). Così è avvenuto nelle consultazioni degli ultimi anni, ma di fronte all’eventualità di perdere le prossime politiche Casini ha raccolto strategicamente l’invito di Berlusconi a rinnovare il Polo sotto le insegne dell’unità. A Follini, il presidente della Camera ha detto “adesso si fa a modo mio”. A Berlusconi ha lanciato una sfida che muove dal partito unitario, tocca la legge elettorale e conduce direttamente al ricambio della leadership personale e politica del centrodestra. Se non subito, dopo la primavera prossima e seguendo una delle “ipotesi tattiche” che i centristi stanno valutando in queste ore. Una prima ipotesi, la più morbida, prevede che Berlusconi accetti di realizzare la formazione unitaria prima dell’appuntamento con le urne, conservando la premiership a patto di consacrare nei contenuti e nella forma la centralità del blocco moderato collegato alla Lega. L’Udc ci starebbe? L’Udc accetterebbe l’elemento nuovo “con senso di responsabilità”, definendolo un buon avvio, sperando sotto sotto che Prodi esca male dalle primarie riattualizzando così le chance di una contesa tra giovani per Palazzo Chigi. Oppure rassegnandosi a gestire la vera trasformazione post-berlusconiana nell’interregno di un giro all’opposizione ritenuto altamente probabile. E’ la linea del “salvare il salvabile” senza rinunciare a un piccolo passo avanti. A incoraggiare “oggettivamente” la composizione di questo paesaggio potrebbe essere il presidente del Senato, Marcello Pera. Distante e distaccato dalla disputa su leadership e premiership, Pera aprirà il Meeting riminese di Cl rilanciando sul partito unico con accenti forti sul profilo etico-identitario che vorrebbe infondergli dopo il referendum sulla fecondazione assistita.

Il partito dei samurai
Una seconda ipotesi è nota fra i centristi come la “tendenza Baccini”. Si delineerebbe, sempre in autunno, se dovesse evaporare il partito unitario. In questo caso l’Udc potrebbe obiettare al Cav.: “Se non hai voluto la casa dei moderati è perché credi solo nel valore dei partiti”. A quel punto Casini e Follini cercherebbero di farsi carico da soli del contenitore moderato: si allontanerebbero dalla Cdl offrendosi per un’alleanza tattica simile a quella ipotizzabile con la Lega se il partito unitario avesse successo. L’Udc è anche disposta a presentare un proprio “manifesto dei moderati” e convocare una costituente succedanea a quella del Polo, che sia aperta al personale politico e non solo, di destra e di sinistra.
La terza ipotesi consiste nella variabile negativa più credibile che possa derivare dalla seconda: l’obbligo per l’Udc, colpevole agli occhi di Berlusconi d’aver scatenato la “guerra civile” nel centrodestra, di seguire una via solitaria e “terzopolista”. Un terzo polo minoritario ed equidistante dagli altri, concepito per diventare alla lunga il terminale di un bipolarismo centro/sinistra “Una cosa di là da venire, ma prima o poi”, fantasticano i centristi. Sono preoccupati invece i “berlusconiani” dell’Udc (Giovanardi, Buttiglione e non molti altri), che esorcizzano oggi la prospettiva più radicale per non dover scegliere domani, quando sarà tardi. Il prezzo da pagare per l’operazione, in termini elettorali, è giudicato “sostenibile” nelle stanze del negoziato. Casini e Follini, tuttavia, conoscono sia le ottime potenzialità dell’Udc nel proporzionale (dal 7 per cento in su) sia il danno che subirebbero correndo in solitudine nei collegi uninominali. E non disponendo di un “partito di samurai” – ironizzano nel partito – l’essenza della minaccia rappresenta ancora la premessa migliore per trattare con Berlusconi. Sempre che la situazione non sia sfuggita di mano.

( IL FOGLIO 19/08/2005)