In un’intervista l’archeologo Brian Fagan ci riparla del rischio d’apocalisse climatica imminente
Sotto il solleone di una estate millenaria, la terra vive la sua stagione più felice, più matura. Ed anche più minacciosa. Distesa con gli occhiali scuri a prendere la tintarella, guarda con annoiato distacco ai suoi poli ghiacciati in via di scioglimento. Al soffocante velo di effetto serra che la circonda. All’aumento esponenziale di fenomeni meteorologici e climatici violenti, ai cataclismi biblici che seminano morte e distruzione nelle sue regioni più povere. Affastellata nei propri insediamenti urbani, sempre più grandi e popolosi, rischia la sorte di una ingombrante superpetroliera in balia dei flutti: capace di resistere alle mareggiate dell’oggi ma non allo tsunami che si prepara all’orizzonte del domani.
Perché la lunga estate climatica che da oltre 15.000 anni riscalda il nostro pianeta e che l’inquinamento umano rende progressivamente più bollente, potrebbe un giorno non lontano finire. Non senza aver prima sconvolto gli equilibri ambientali e geopolitici del nostro pianeta, la vita di centinaia di milioni di persone ingabbiate nelle megalopoli del primo, secondo e terzo mondo. Questo almeno è l’avvertimento che viene da un esperto di ”scienza dei rifiuti”, nel senso dei depositi sotterranei della preistoria e della storia, l’archeologia. Brian Fagan, professore all’Università di California, è autore di numerosi studi sul ruolo determinante giocato dai cambiamenti climatici sulla evoluzione della terra e dell’uomo. L’ultimo in ordine di tempo - The Long Summer: how climate changed civilization , ovvero La lunga estate: come le dinamiche climatiche hanno cambiato la civilizzazione - è uscito lo scorso anno in America ed arriva ora in Italia, pubblicato da Codice Edizioni (301 pagine, 29 euro).
Professor Fagan, partiamo proprio dalla lunga estate dell’Olocene, l’era geologica cominciata circa 15.000 anni fa e che ancora domina il nostro pianeta. In cosa è diversa dalle ere precedenti dal punto di vista climatico?
«Nell’ultimo mezzo milione di anni di vita della terra, il clima del pianeta ha subito regolarmente grandi cambiamenti epocali, passando da ere glaciali a fasi di surriscaldamento. L’Olocene ha interrotto questo trend. In termini di durata, di stabilità, di temperatura e anche di concentrazione dei gas responsabili dell’effetto serra, il riscaldamento degli ultimi 15.000 anni non ha eguali nei reperti archeologici a nostra disposizione».
Cosa è significata la lunga estate ancora in corso per i destini dell’uomo?
«E’ stata ed è una lunghissima stagione felice che ha creato le condizioni ideali per la nascita e lo sviluppo delle grandi civiltà, dalla Mesopotamia, alla Mesoamerica, all’Egitto fino a Roma ed al Nord Europa. Non sappiamo ancora quando o come questa prolungata estate avrà fine, ma di certo, come tutte le cose del mondo, arriverà prima o poi a conclusione».
Le sue ricerche di archeologia climatica sembrano ribaltare una delle teorie correnti più accreditate: e cioè che sia l’attività umana a determinare i cambiamenti climatici. Il suo libro prova invece che sono stati i grandi cambiamenti climatici a determinare il destino dell’uomo. Che fine fa quindi l’allarme sull’effetto serra e la polemica sul Trattato di Kyoto? Che senso ha agitarsi quando il pianeta procede comunque per suo conto?
«Non c’è dubbio che sia stato il clima a creare le condizioni dello sviluppo delle civiltà e non viceversa. Ma è altrettanto vero che un netto riscaldamento della terra è iniziato intorno al 1860, all’alba dell’era industriale e non si è più fermato. Ovvero, non c’è più alcun dubbio che l’uomo sta contribuendo al riscaldamento, aggravando l’effetto serra. Ormai nemmeno George Bush se la sente di negare questa realtà. Il problema non è però più questo: si tratta di capire quanto l’attività incide sul riscaldamento e soprattutto cosa fare per attenuarne le conseguenze. L’umanità come la conosciamo oggi è in pericolo».
Lei traccia nel libro un paragone tra una piccola barca e vela in balia dei flutti ed una superpetroliera alle prese con un fortunale. Cosa significa?
«L’uomo cacciatore o agricoltore di migliaia di anni fa reagiva ai cambiamenti climatici, alle siccità ed alle inondazioni, migrando altrove alle ricerca di condizioni migliori. Era una barca a vela che rischiava di affondare ma che era abbastanza agile da approdare su lidi più accoglienti. Noi oggi invece popoliamo una immensa superpetroliera. Che può resistere nell’immediato alla mareggiata. Ma che è lenta nel muoversi, sovraccarica e quindi fragile: un suo naufragio porterebbe alla distruzione di un numero elevatissimo di passeggeri. Viviamo sempre più numerosi in immense metropoli, ci spostiamo con grande difficoltà, siamo intrappolati ed estremamente vulnerabili in caso di cataclismi climatici, come l’innalzamento degli oceani in seguito allo scioglimento di calotte polari. Ciò vale ancora più per l’Europa e non è un caso che nel Vecchio Continente la sensibilità ambientale sia più elevata che in America a livello politico».
Di fronte a minacce apocalittiche del genere non c’è molto da fare per fermare il bollore della lunga estate...
«Fermarlo è forse impossibile, ma attenuarlo si può e si deve, adottando politiche ambientali ed energetiche che abbiano un senso e che sono già disponibili, dai carburanti alternativi, all’energia eolica o solare. Ma soprattutto si tratta di pensare e progettare a lungo termine, avendo in mente i nostri nipoti e pronipoti, uno sforzo di riflessione altruistica di cui purtroppo la politica non è capace in nessun angolo della terra».




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