Che cosa è precisamente il "sionismo"? La sua rivendicazione di fondo è sempre stata che gli ebrei costituiscono un popolo unico, che la loro diaspora e le loro sofferenze durate millenni non hanno affatto ridotto le loro caratteristiche peculiari e collettive, e che l'unico modo in cui possono vivere liberamente da ebrei - nello stesso modo in cui, per esempio, gli svedesi possono vivere liberamente da svedesi - è abitando uno stato ebraico.

Ne consegue che la religione agli occhi dei sionisti ha smesso di essere l'unità di misura principale dell'identità ebraica. Per tutta la fine del XIX secolo, quanto più un numero crescente di giovani ebrei si andava emancipando a livello giuridico e culturale dal mondo del ghetto o dello shtetl, il sionismo ha iniziato a sembrare a un'influente minoranza l'unica alternativa possibile alla persecuzione, all'assimilazione forzata, all'annacquamento culturale. A quel punto, quasi paradossalmente, a mano a mano che l'indipendenza e la pratica religiosa hanno iniziato a regredire, ne è stata attivamente sostenuta una versione laica.

Per esperienza personale posso confermare con certezza che il sentimento anti-religioso - spesso di un'intensità tale da risultare quasi imbarazzante - era diffuso negli ambienti israeliani degli anni 60 aventi simpatie a sinistra. La religione - mi dicevano - era di competenza degli haredim, di quei "folli" del quartiere Mea Sharim di Gerusalemme. "Noi" eravamo moderni, razionali, "occidentali": così mi spiegavano i miei insegnanti sionisti. Quello che non mi dissero, tuttavia, era che l'Israele al quale volevano che io mi unissi, si basava - e poteva basarsi unicamente - su una visione etnicamente rigida degli ebrei e dell'ebraicità.

I fatti sono questi: fino alla distruzione del Secondo Tempio, avvenuta nel primo secolo, gli ebrei erano stati coltivatori in quella terra che oggi chiamiamo Israele/Palestina. Erano stati poi costretti nuovamente all'esilio dai romani e si erano sparpagliati in tutta la Terra, senza patria, senza radici, reietti. Poi, alla fine, "loro" erano "ritornati" e avevano ripreso ad arare i campi dei loro progenitori.

È proprio questa versione dei fatti che lo storico Shlomo Sand cerca di decostruire nel suo controverso libro intitolato The invention of the Jewish people. La domanda è dunque: «Chi siamo noi di preciso?». Di sicuro negli Stati Uniti la stragrande maggioranza degli ebrei (e forse dei non ebrei) non ha alcuna familiarità con la storia che ci narra il professor Sand, probabilmente non ha mai sentito parlare di buona parte dei suoi protagonisti, anche se questi sono fin troppo in sintonia con quella versione caricaturale della storia ebraica che egli cerca di screditare. Se il lavoro populista del professor Sand si limiterà a indurre alla riflessione e a far provare il desiderio di saperne di più, sarà stato in ogni caso utile.

In realtà nel suo lavoro c'è qualche cosa d'altro. Se è vero che sono esistite altre motivazioni per lo stato d'Israele e che tuttora ce ne sono - e non è un caso che David Ben-Gurion si adoperò, organizzò e coreografò il processo ad Adolf Eichmann - è chiaro che il professor Sand pregiudica la motivazione tradizionale all'origine dello stato ebraico. Insomma, una volta che ci troviamo d'accordo sul fatto che l'unica qualità "ebraica" di Israele è un'affinità immaginata o elettiva, come si suppone che dobbiamo procedere?

Il professor Sand è egli stesso israeliano e aborre anche solo l'idea che il suo Paese non abbia una propria raison d'être. E giustamente. Gli stati o esistono o non esistono. L'Egitto o la Slovacchia non sono legittimati dalla legge internazionale in ragione di qualche teoria di fondo di "egizianità" o "slovacchità". Questi stati sono attori riconosciuti sulla scena internazionale, con i loro diritti e un loro status preciso, semplicemente in virtù del fatto che esistono, e della loro capacità di sostenersi e di difendersi.

Di conseguenza, la sopravvivenza di Israele non si basa sull'attendibilità della storia che racconta sulle proprie origini etniche. Se noi accettassimo ciò, potremmo iniziare a considerare che l'insistenza di Israele a fondare la propria esclusività sulla sola identità ebraica è un handicap significativo. In primo luogo, infatti, una simile affermazione ridurrebbe tutti i cittadini e gli abitanti d'Israele non ebrei alla stregua di cittadini di seconda categoria, e ciò avverrebbe anche qualora la distinzione fosse puramente formale. Essere musulmani o cristiani - o addirittura ebrei che non rispondono però alle sempre più rigide etichette odierne di "ebraicità" - comporta uno scotto da pagare.

Implicita nel libro del professor Sand è la conclusione che Israele tutto sommato farebbe meglio a identificarsi e a pensarsi semplicemente come Israele. L'insistenza e l'ostinazione a voler identificare l'ebraicità universale in una piccola striscia di territorio per molti aspetti sono assolutamente disfunzionali e questo è il fattore singolo più importante responsabile dell'omessa soluzione al rompicapo israelo-palestinese. È un male per Israele e - vorrei far presente - è un male anche per gli ebrei di qualsiasi altro luogo della Terra che sono identificati con le sue iniziative.

Che fare, allora? Il professor Sand non ce lo dice, e a sua difesa dovremmo ammettere che il problema potrebbe di fatto non avere soluzione. Presumo che sia favorevole alla soluzione di uno stato unico, se non altro perché questa sarebbe la conclusione logica delle sue tesi. Anch'io sarei favorevole a una soluzione di questo tipo, se non fossi così sicuro che entrambe le parti in causa le sono di fatto accanitamente e vigorosamente contrarie. Una soluzione che preveda due stati, invece, potrebbe essere tuttora il compromesso migliore, anche se lascerebbe Israele intatto nelle proprie etno-delusioni. Alla luce soprattutto degli sviluppi degli ultimi due anni, è tuttavia difficile essere ottimisti sulle prospettive di una soluzione di questo tipo.

È mia intenzione, pertanto, concentrarmi su un altro punto. Se gli ebrei d'Europa o del Nord America prendessero le distanze da Israele (come molti per altro hanno già iniziato a fare), l'affermazione che «Israele è il loro stato» assumerebbe un risvolto irrazionale. Col tempo, perfino Washington potrebbe arrivare a comprendere quanto sia inconsistente collegare la politica estera americana alle delusioni di un piccolo stato mediorientale, e io credo che questa potrebbe essere la cosa migliore che possa accadere a Israele, che sarebbe così obbligato a prendere atto dei propri limiti e a farsi altri amici, preferibilmente tra gli stati confinanti.

Possiamo pertanto auspicare che col tempo Israele possa instaurare una distinzione naturale tra coloro che per volere del destino sono ebrei ma sono cittadini di altri paesi; e coloro che sono cittadini d'Israele e per volere del destino sono ebrei.

Tutto ciò potrebbe rivelarsi molto utile. I precedenti non mancano: le diaspore di greci, armeni, ucraini e irlandesi hanno tutte rivestito un ruolo poco benefico nel perpetuare l'esclusivismo etnico e il pregiudizio nazionalista nei paesi dei loro antenati. La guerra civile in Irlanda del Nord è finita almeno in parte perché un presidente americano ha imposto alla comunità di emigrati irlandesi negli Usa di smettere di inviare armi e contanti al Provisional Ira. Se gli ebrei americani smettessero di associare il proprio destino a Israele e usassero i loro assegni di beneficenza per scopi migliori, qualcosa di simile potrebbe accadere anche in Medio Oriente.





IL CAMMINO VERSO LA PACE / Il mito etnico danneggia Israele - Il Sole 24 ORE