PARLA JON VOIGHT
Ecco come l’attore americano affronta l’impegnativo ruolo del Pontefice scomparso: «Ho letto libri e visto documentari: nei suoi scritti usava la poesia per farsi capire da tutti»
«Fare Wojtyla in tv è meglio di un Oscar»
«La gente lo amava perché lui amava la gente. E in lui c'era il respiro universale dell'umanità»
Di Tiziana Lupi
Roma, Piazza San Pietro, 13 maggio 1981: Papa Wojtyla viene ferito da un colpo di pistola sparato dal turco Alì Agca. Con queste immagini prende il via Giovanni Paolo II, la miniserie in due puntate che si sta girando in questi giorni a Cracovia, in Polonia. Frutto di una coproduzione tra Lux Vide e Rai Fiction con l'americana Cbs. Prodotta da Matilde e Luca Bernabei e Steve Davis, la miniserie (che fa parte della collana Protagonisti del Novecento e andrà in onda su Raiuno) attraverserà tutte le fasi salienti del pontificato di Giovanni Paolo II, precedute da un lungo flash-back sugli anni "polacchi" di Karol Wojtyla.
A interpretare il Papa è Jon Voight, sessantasettenne attore americano, già protagonista di Un uomo da marciapiede, Tornando a casa (con il quale ha vinto un Oscar) e Un tranquillo week-end di paura. Con lui ci saranno, tra gli altri, Cary Elwes (il giovane Karol Wojtyla), Christopher Lee (che vestirà i panni del cardinale Wyszynski), James Cromwell (il cardinale Sapieha), Vittoria Belvedere (Eva), Daniele Pecci (Roman), Ettore Bassi (Gapa) e Ben Gazzarra (che farà il cardinale Casaroli). La regia è affidata a John Kent Harrison.
Senta Voight, cosa l'ha spinta a interpretare un personaggio così importante come Giovanni Paolo II?
«Innanzitutto il grande interesse che provo per i suoi insegnamenti e per ciò che lui ha voluto essere, ed è stato, per tutti, in qualunque parte del mondo: un grande maestro di fede, di moralità e di integrità. Wojtyla ha accettato su di sé una grande responsabilità e ha saputo rispondere alle questioni morali che il mondo ha sollevato».
Cosa conosceva della vita di Giovanni Paolo II e come si è documentato per poterlo interpretare?
«Ho letto molto e ho visto dei documentari su di lui e sulla sua vita. Ma ho imparato tanto anche dalla sceneggiatura di questo film (scritta da Francesco Contaldo, Francesco Arlanch, Salvatore Basile, Wesl ey Bishop e John Kent Harrison, ndr) che credo documenti benissimo ciò che Giovanni Paolo II è stato».
Un lavoro impegnativo...
«Certo, più intenso di quello che ho fatto per tanti altri film. Per prepararmi al meglio ho letto anche le Sacre Scritture e molti libri del Papa. I suoi scritti e le sue poesie, infatti, mi hanno aiutato molto ad approfondire la conoscenza che avevo di Wojtyla».
Cos'ha scoperto di nuovo su Giovanni Paolo, II leggendo i suoi scritti?
«Che spesso ha usato la sua espressività poetica per dire cose precise. Aveva un modo di parlare affascinante e applicava la metrica della poesia alle frasi che voleva entrassero nella testa della gente: "Non abbiate paura", "Spalancate le porte a Cristo"».
Lei è cattolico?
«Ho avuto un'educazione cattolica. Oggi amo la fede e rispetto tutte le religioni».
Non deve essere facile, per lei, calarsi nei panni del vicario di Cristo sulla terra.
«Non lo è. Ma ogni volta che sono sulla scena penso a com'era Wojtyla: una figura imponente nella storia che usava le domande concrete del mondo per ribadire la sua fede. Ai miei occhi Wojtyla non era uno che si limitava a parlare delle cose in cui credeva, ci si buttava dentro con anima e cuore».
Negli ultimi giorni della sua vita il mondo gli si è letteralmente stretto intorno...
«La gente lo amava perché lui amava la gente. È stato capace di portare amore a tutti gli uomini in tutto il mondo. Una cosa facile da dire, ma difficilissima da fare. E, quando è stato malato, tutti lo hanno voluto ripagare dell'attenzione che lui ha avuto per ciascuno di loro fino al suo ultimo respiro».
Lei è americano, ma di origini cecoslovacche. Pensa che questo la aiuterà a calarsi meglio nel ruolo?
«Certamente provenire dall'Est europeo mi ha aiutato a capire di più l'amore e la nostalgia che Wojtyla aveva per il suo Paese, la Polonia: sono gli stessi che, a volte, provo anch'io. Ma non dimentichiamo che in questo Papa, al di là delle sue origini, c'era qualcosa davvero di universale. Per questo credo che interpretare Wojtyla in tv sia più faticoso e più importante che vincere un Oscar».
Avvenire - 29 agosto 2005




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