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Discussione: Il seme della libertà

  1. #1
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    Predefinito Il seme della libertà

    LA PROTESTA DEL 1980
    La visita di Giovanni Paolo II nel giugno 1979 fu la premessa. Disse uno degli studiosi schierati: «Il disagio di fronte ad una situazione ingiusta ci ha costretto a cambiare noi stessi»

    Lo sciopero ai cantieri navali aprì la prima crepa nel Muro Nell’agosto di 25 anni fa la lotta degli operai polacchi guidati da Lech Walesa strappò al regime comunista l’assenso alla nascita di un sindacato indipendente. Da Solidarnosc il seme della libertà


    Danzica, la svolta
    Dal Nostro Inviato A Danzica Luigi Geninazzi

    Tutto ebbe inizio con un semplice foglietto appeso sotto l'orologio all'ingresso dei cantieri navali di Danzica. Vi si chiedeva la reintegrazione sul lavoro di un'addetta alle gru, Anna Walentynowicz, cacciata dal direttore per motivi politici. La grande protesta operaia del 1980 che darà vita a Solidarnosc e, alla lunga, segnerà la morte del comunismo, prende avvio da una reazione spontanea ad un licenziamento. Tra i 17 mila operai dei cantieri Lenin. Comincia a circolare la parola strajk, sciopero. Un termine che tutto il mondo imparerà ben presto a conoscere. Ma lì per lì nessuno ci fa molto caso. È la vigilia di Ferragosto, l'Occidente sta andando in vacanza ed uno sciopero sul litorale baltico non è certo una notizia sconvolgente. Già a luglio in alcune città della Polonia ci sono state quelle che il regime di Varsavia chiama pudicamente «interruzioni dal lavoro» per protestare contro l'aumento dei prezzi deciso dal governo. La politica dell'industrializzazione forzata che nei piani del leader comunista Gierek avrebbe dovuto portare la Polonia a livello delle economie più avanzate affonda in un mare di debiti, mentre sul mercato interno si aggrava la cronica mancanza dei beni di consumi. Le agitazioni sociali sono all'ordine del giorno. E del resto la storia della Polonia socialista è segnata dalle rivolte operaie finite quasi sempre nel sangue. Così scrivono i giornali borghesi. Per la sinistra occidentale invece lo sciopero di Danzica è la dimostrazione che anche il "socialismo reale" non è chiuso ai cambiamenti democratici. Argomenti di parte che vengono spazzati via dalla forza degli avvenimenti. Quei volti seri e compunti di lavoratori che lottano per il pane e per la libertà, senza cedere alla minima violenza, rimandano un'immagine di fierezza e dignità da cui emerge un'autentica "rivoluzione operaia" dal basso contro un potere che si fonda sull'ideologia rivoluzionaria e operaista. Quelle migliaia di tute blu inginocchiate durante la messa all'interno d ei cantieri occupati sono uno spettacolo sconvolgente di fede popolare che rimbalza sui teleschermi e sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. È l'agosto polacco, un trauma per le burocrazie rosse dell'Est ma anche per gli intellettuali di sinistra dell'Ovest. «Per gli operai polacchi sembra che lottare e pregare siano due cose delle quali l'una non può andare senza l'altra», scrisse il manifesto. Nella storia entra qualcosa d'imprevisto che potremmo chiamare il fattore W. W come Walesa, l'operaio più volte licenziato che viene messo a capo del comitato di sciopero. W come Wojtyla, il Papa polacco la cui foto troneggia accanto all'immagine della Madonna Nera di Czestochowa sul cancello d'ingresso dei cantieri, sopra i quali spicca il nome di Lenin. La visita di Giovanni Paolo II in Polonia nel giugno del 1979 ha gettato un seme di libertà maturato nell'estate del 1980. Come spiegò allora Bohdan Cywinski, uno degli intellettuali chiamati a far parte del comitato di esperti in appoggio agli scioperanti, «il disagio di fronte ad una situazione ingiusta ci ha costretto a cambiare noi stessi, a dire la verità, a vincere le nostre paure e i nostri egoismi. Siamo diventati solidali, coraggiosi e responsabili. Siamo diventati liberi interiormente e per questo vogliamo esserlo anche pubblicamente». In effetti, l'impressione che si ha entrando nei cantieri di Danzica in quei giorni è quella di trovarsi in una libera Repubblica del Baltico, una specie di zona franca dove la gente s'incontra in un clima di festa. Compare una scritta che diventerà il nome del bollettino del comitato di sciopero e poi del libero sindacato: Solidarnosc, solidarietà. Un mondo nuovo nasce in quei diciotto giorni di sciopero, oltre quel cancello che la gente ha trasformato in una parete di fiori e di vessilli nazionali e che mi è capitato di attraversare tante volte col cuore gonfio di emozioni e il taccuino pieno di cronache sorprendenti. Perfino i poliziotti se ne stanno in un angolo, in timiditi da uno spettacolo che supera ogni immaginazione. Portato a spalle dai compagni, Lech Walesa arringa la folla, invita alla pazienza, afferma che l'occupazione dei cantieri andrà avanti fino a quando non saranno state accettate tutte le richieste del Comitato interaziendale di sciopero. La gente applaude e si passa di mano in mano la lista "21 Tak!", i ventuno "sì" che gli operai intendono strappare al governo. Il primo è quello decisivo e cruciale: un sindacato libero e indipendente dal regime. Nei primi giorni di sciopero il potere si è affrettato a concedere aumenti salariali per tutti e a reintegrare sul lavoro chi era stato licenziato. Gli operai lasciano il cantiere soddisfatti, Walesa dichiara la fine dello stato d'agitazione. Ma qualcuno non ci sta. Questa volta, dicono, dobbiamo andare fino in fondo senza accontentarci delle promesse, come è accaduto nel 1970. È la svolta: si proclama lo sciopero ad oltranza, prende il via una durissima trattativa con una delegazione del governo che accetta di condurre le conversazioni dentro i cantieri. Un negoziato trasmesso in diretta dalla radio di fabbrica, con il comitato di sciopero assistito dai più noti intellettuali polacchi e con i burocrati di regime sempre più imbarazzati e sfuggenti. Sono giorni di grande tensione, il mondo intero segue la vicenda con il fiato sospeso. Si teme l'intervento armato sovietico, Danzica è ad una manciata di chilometri dal confine russo e torna ad essere il drammatico crocevia della storia, come lo fu all'inizio della seconda guerra mondiale. A rincuorare gli operai in sciopero giunge il messaggio personale di Giovanni Paolo II che si schiera decisamente dalla loro parte. «Vi rendete conto di voler abbattere un muro che nessuno è mai riuscito ad incrinare?», è la domanda che rivolgo agli operai. «Bisognerà pure che qualcuno ci provi», rispondono con grande tranquillità. Alla fine il regime cede e il 31 agosto vengono firmati gli Accordi di Danzica che, per la prima volta nel la storia, sanciscono la nascita di un sindacato indipendente in un Paese comunista. Il muro crollerà nove anni dopo a Berlino. Ma la prima breccia è stata aperta sul Baltico, in quell'incredibile estate polacca.

    Onore a Solidarnosh

  2. #2
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    Il compianto Pontefice ebbe anche altri importanti alleati.
    La crisi economica (e di conseguenza politica) che stava producendo la stagnazione brezneviana, l'attivita' crescente degli USA (ricordate lo scudo stellare?)
    Da cattolico, quindi che crede in interventi metafisici nella Storia, mi piace vedere il fatto che quei cambiamenti - almeno fino al 89 - avvennero senza spargimenti di sangue.
    Furono uno svolta epocale che in altre epoche sarebbe avvenuta tramite guerre, insurrezioni, rivolte.

  3. #3
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    E questo è uno dei meriti della chiesa nel XX secolo, ma in particolar modo del pontefice GPII; essersi alleata con il resto del mondo, eccetto che con i totalitarismi, un'alleanza con i popoli soggetti alle dittature, anche se parzialmente è indubbio che l'impostazione supportava una certa politica filoUSA, perchè tutto si scontrava con barriere che imponevano l'uso di una certa realpolitik.

  4. #4
    Hanno assassinato Calipari
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  5. #5
    Giuro di essere fedele al Re!
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    Originally posted by yurj
    ti stai grattando sotto le ascelle?

  6. #6
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    Ho vissuto in diretta (abitavo a Mosca) la fine del comunismo sovietico.
    QUella mattina uscii di casa e non trovai il solito posto di blocco (abitavo a ca 1 km dalla casa di Gorbaciov).
    Mi recai all'aeroporto di Vnukovo per fare una veloce trasferta a Soci. Nella saletta riservata agli stranieri tutti i canali russi trasmettevano concerti. Non feci caso, appresi del golpe all'arrivo a Soci. QUando vidi il comitato golpista in tv mi preoccupai, dato che uno lo conoscevo bene (siamo tuttora amici) e so che sognava repressioni staliniane.
    La sera rientrai a Mosca. Parecchio movimento di truppe ma pochi manifestanti. Tecnicamente era riuscito, anche perche' i governatori piu' importanti si erano schierati con i golpisti.
    L'unico posto dove c'erano manifestanti era la famosa "Casa Bianca": forse 150 o 200 persone. Addirittura noi stranieri riuscivamo a far aprire un varco nella "barricata" (quattro ferracci) e transitare evitando di doverle girare attorno.
    Nel pressi del ministero degli esteri (non lontano dal Cremlino) vi fu qualche "incidente" in cui alcuni ragazzi persero la vita.
    L'indomani oltre alla piazza Rossa era stato chiuso al pubblico tutto il perimetro di strade attorno al Cremlino (un perimetro lunghissimo) grazie ad una lunga colonna di blindati.
    Nel frattempo non si avevano notizie di Gorbaciov (del quale non interessava granche' a nessuno), l'opposizione era ancora in cerca di un leader, Alessio II da vile quale e' sempre stato si era dato malato, i vecchi dissidenti non erano mai stati ascoltati figuriamoci ora.
    Solo che i congiurati sottovalutarono Eltsin. Il suo famoso discorso dal carro armato mise in crisi i golpisti. Nel giro di pochisimme ore il grossodei governatori cambio' bandiera.
    Probabilmente Eltsin uso' gli stessi sistemi che gli avevano permesso di vincere la presidenza della RSFSR: promettendo ai vari governatori di ridurre le quote di introiti (fiscali ecc.) destinati al centro. Ero presente quando il governatore di Tijumen, segretario regionale del PCUS e - sopratutto - presidente del SurgutNefteGaz, ordino' di votare per Eltsin: gli aveva appena promesso di lasciare alla sua regione il 40% degli introiti da petrolio, mentre il candidato gorbacioviano faticava a concedere un 1%!!!!
    A questo punto il partito gia' immobile si paralizzo' definitivamente, il kgb disobbedi' al proprio capo ecc. ecc.
    Ricordo il rientro nelle caserme dei mezzi blindati.
    RIcordo pure la grande manifestazione, che ovviamente si svolse quando si era certi di chi avesse vinto.
    Ricordo che non vi furono episodi di violenza contro appartenenti al partito comunista. Io ne avevo parecchie che lavoravano da noi, e quelle giornate trascorsero tra discussioni poco animate tra comunisti e anticomunisti (che non erano molti fino al 21/22). Finita la discusssione (non molto lunga) tutti tornarono al proprio lavoro.

    In altri paesi, in altre realta', non sarebbero bastati i lampioni per appendere i perdenti e le piazza per contenere i vincitori.

    Secondo me questa fu una prova di maturita' da parte di un popolo, dove chi oggi era oppresso era figlio di chi aveva oppresso sotto Stalin, a sua volta figlio di chi era stato oppresso da Lenin e figlio di chi aveva oppresso prima ancora: 70 anni avevano mischiato tutto e tutti.
    Il russo e' mite in pace e violento in guerra.
    In questo caso risolse la cosa pacificamente. Come se una mano invisibile avesse guidato le persone.
    Chiaramente tutte le altre ipotesi restano valide



    p.s. ciao Fante

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    PIccola nota.

    La notte del golpe, verso le ore 3, mi recai in prospekt Mira al ristorante Pescatore.
    Era uno dei primissimi locali italiani di Mosca.
    Avevano la televisione accesa, sintonizzata sulla frequenza italiana con l'eterno Emilio Fede che commentava.
    In sala c'erano tutti i corrispondenti italiani che prendevano appunti.
    Mi chiesero di raccontare cosa avevo visto in giro.
    Li invitai ad andare a farsi predisporre per il gay pride.

  8. #8
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    Originally posted by hertford
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    QUella mattina uscii di casa e non trovai il solito posto di blocco (abitavo a ca 1 km dalla casa di Gorbaciov).
    Mi recai all'aeroporto di Vnukovo per fare una veloce trasferta a Soci. Nella saletta riservata agli stranieri tutti i canali russi trasmettevano concerti. Non feci caso, appresi del golpe all'arrivo a Soci. QUando vidi il comitato golpista in tv mi preoccupai, dato che uno lo conoscevo bene (siamo tuttora amici) e so che sognava repressioni staliniane.
    La sera rientrai a Mosca. Parecchio movimento di truppe ma pochi manifestanti. Tecnicamente era riuscito, anche perche' i governatori piu' importanti si erano schierati con i golpisti.
    L'unico posto dove c'erano manifestanti era la famosa "Casa Bianca": forse 150 o 200 persone. Addirittura noi stranieri riuscivamo a far aprire un varco nella "barricata" (quattro ferracci) e transitare evitando di doverle girare attorno.
    Nel pressi del ministero degli esteri (non lontano dal Cremlino) vi fu qualche "incidente" in cui alcuni ragazzi persero la vita.
    L'indomani oltre alla piazza Rossa era stato chiuso al pubblico tutto il perimetro di strade attorno al Cremlino (un perimetro lunghissimo) grazie ad una lunga colonna di blindati.
    Nel frattempo non si avevano notizie di Gorbaciov (del quale non interessava granche' a nessuno), l'opposizione era ancora in cerca di un leader, Alessio II da vile quale e' sempre stato si era dato malato, i vecchi dissidenti non erano mai stati ascoltati figuriamoci ora.
    Solo che i congiurati sottovalutarono Eltsin. Il suo famoso discorso dal carro armato mise in crisi i golpisti. Nel giro di pochisimme ore il grossodei governatori cambio' bandiera.
    Probabilmente Eltsin uso' gli stessi sistemi che gli avevano permesso di vincere la presidenza della RSFSR: promettendo ai vari governatori di ridurre le quote di introiti (fiscali ecc.) destinati al centro. Ero presente quando il governatore di Tijumen, segretario regionale del PCUS e - sopratutto - presidente del SurgutNefteGaz, ordino' di votare per Eltsin: gli aveva appena promesso di lasciare alla sua regione il 40% degli introiti da petrolio, mentre il candidato gorbacioviano faticava a concedere un 1%!!!!
    A questo punto il partito gia' immobile si paralizzo' definitivamente, il kgb disobbedi' al proprio capo ecc. ecc.
    Ricordo il rientro nelle caserme dei mezzi blindati.
    RIcordo pure la grande manifestazione, che ovviamente si svolse quando si era certi di chi avesse vinto.
    Ricordo che non vi furono episodi di violenza contro appartenenti al partito comunista. Io ne avevo parecchie che lavoravano da noi, e quelle giornate trascorsero tra discussioni poco animate tra comunisti e anticomunisti (che non erano molti fino al 21/22). Finita la discusssione (non molto lunga) tutti tornarono al proprio lavoro.

    In altri paesi, in altre realta', non sarebbero bastati i lampioni per appendere i perdenti e le piazza per contenere i vincitori.

    Secondo me questa fu una prova di maturita' da parte di un popolo, dove chi oggi era oppresso era figlio di chi aveva oppresso sotto Stalin, a sua volta figlio di chi era stato oppresso da Lenin e figlio di chi aveva oppresso prima ancora: 70 anni avevano mischiato tutto e tutti.
    Il russo e' mite in pace e violento in guerra.
    In questo caso risolse la cosa pacificamente. Come se una mano invisibile avesse guidato le persone.
    Chiaramente tutte le altre ipotesi restano valide



    p.s. ciao Fante
    Ottima testimonianza, io sono sempre interessato agli aneddoti; quellop che hai detto è verissimo, si risolse tutto pacificamente tranne che in romania, caso particolare dove c'era un o dei più ferocio dittatori Comunisti, il piu' feroce dopo POL POT!

  9. #9
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    E in Romania non poteva non finire nel sangue.

    Era il dicembre 1989, l'Urss era ancora viva e sembrava destinata a proseguire dopo alcune riforme.

    Un mese prima, si svolse il congresso del Partito Comunista Rumeno.
    Ceaucescu, dalla tribuna, ricordo' che vi erano rumeni che vivevano in terre rumene sottratte alla madrepatria e che ad essa dovevano tornare.
    Si riferiva alla Moldavia, e questo non piacque a Gorbaciov (che proprio in quei giorni incontrava i leader USA).
    QUel brutto individuo di Shevarnadze si mise subito all'opera.

 

 

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