Il caso Alitalia di Pietro Ichino

Giocare col fuoco

Ieri Giancarlo Cimoli ha resistito alle pressioni del ministro del Lavoro Maroni, confermando la scelta di Alitalia di interrompere i rapporti con il sindacato autonomo Sult. Il ministro, dal canto suo, ha dichiarato pubblicamente di disapprovare quella scelta; e per sottolineare il contrasto ha convocato per oggi lo stesso Sult. Come dire: Cimoli ti chiude fuori della porta, ma io la riapro. Sul piano formale, non c'è nulla di irregolare. È pienamente legittima sia la scelta dell'amministratore di Alitalia (per i motivi che ho esposto qui due giorni fa), sia, ovviamente, la scelta del ministro di coltivare i rapporti che preferisce con qualsiasi sindacato. Ma sul piano sostanziale è un bel pasticcio; perché il governo di cui Maroni fa parte ha il controllo azionario di Alitalia.

Dunque: l'amministratore della nostra compagnia di bandiera tronca i rapporti con una controparte sindacale, ma un rappresentante dell'azionista di maggioranza della stessa compagnia si intromette nella vertenza e immediatamente li riallaccia. E questo non in una situazione ordinaria: tutti sanno che Alitalia lotta per non fallire, che il governo ha affidato a quell'amministratore il compito difficilissimo di rimetterla in sesto, che quell'amministratore sta trattando con i sindacati confederali le misure indispensabili di risanamento, sempre drasticamente rifiutate dal Sult. E tutti, tranne il Sult, ritengono che per salvare l'Alitalia non ci sia alternativa a quelle misure.

Tutti sanno anche che, proprio contro quelle misure, il Sult ha proclamato uno sciopero gravemente illegittimo in due giorni consecutivi a fine agosto, per impedire il quale lunedì la Commissione di Garanzia ha chiesto che il governo intervenga con la precettazione; il ministro dei Trasporti Lunardi ha risposto positivamente a quella richiesta; e questa è soltanto l'ultima disfunzione grave di un sistema di relazioni sindacali, come quello del nostro settore aereo, che funziona malissimo, con scioperi attuati una o due volte al mese ininterrottamente ormai da decenni. In questo quadro, la solidarietà che il ministro Maroni sta attivamente manifestando nei confronti del Sult assume, al di là delle sue intenzioni, un significato sostanziale disastroso: il ministro non soltanto sta mettendo i bastoni tra le ruote a un processo difficilissimo di risanamento dell'Alitalia, ma sta anche gettando benzina sul fuoco di un conflitto sindacale che ha già fatto danni enormi in questo settore.

Per funzionare bene, un sistema di relazioni sindacali ha bisogno innanzitutto di chiarezza su chi rappresenta chi. Abbiamo già visto nel dicembre 2003 la degenerazione della lotta sindacale prodotta, nel settore dei trasporti municipali, dal gioco dei quattro cantoni tra Stato, Regioni e aziende per stabilire chi dovesse occuparsi del rinnovo del contratto. Proprio quel gioco assurdo ha alimentato la conflittualità e le trasgressioni più gravi sull'altro fronte. Il ministro Maroni vuole forse ripetere quell'esperienza aprendo con il Sult un tavolo di negoziazione sul futuro di Alitalia parallelo a quello gestito da Cimoli in azienda?

Certo, occorre chiarezza anche su chi rappresenta i lavoratori. Se fosse in vigore la regola che da tempo propongo, anche su queste pagine, i lavoratori di Alitalia potrebbero essere posti oggi di fronte alla scelta - da esprimere con un voto - se farsi rappresentare dal Sult, cioè rifiutare il piano di risanamento dell’azienda, o farsi rappresentare da una coalizione sindacale disposta a stipulare con il management una scommessa comune sul futuro. Quella regola ancora non c'è; la regola oggi in vigore, in seguito al referendum del 1995, non obbliga l'imprenditore a trattare con alcun sindacato. Finché questa è la regola, spetta all'amministratore dell'impresa scegliere con chiarezza (come ha ineccepibilmente fatto Cimoli) le controparti sindacali con cui intende trattare. All'amministratore, non all'azionista; neppure a quello di maggioranza.

24 agosto 2005