Lettera alla Siemens - Non date ai poveri ciò che è vostro, restituitegli ciò che è loro
di don Vitaliano Della Sala
"La nostra tecnologia ha una qualità in più. Il sostegno alla solidarietà", recita solennemente la pubblicità apparsa a pagina 7 del Corriere della Sera di ieri; e, dopo aver catturato l'attenzione del lettore, con enfasi, continua: "una delle sfide che il nuovo millennio pone alle multinazionali dei paesi industrializzati, è la solidarietà nei confronti delle fasce più deboli e dei paesi socialmente ed economicamente svantaggiati. Crediamo che il ruolo e la leadership non possano esprimersi esclusivamente attraverso il raggiungimento del profitto. Per questo, ogni giorno, mettiamo a disposizione della società le nostre risorse e competenze: per creare un presente ed un futuro migliori".
Bellissime parole, che manifestano ottimi propositi. Peccato che ad esprimerli sia la "Siemens, global network of innovation", una delle maggiori multinazionali presenti sul mercato globale. L'unica magra soddisfazione è che si è riusciti a costringere una importante multinazionale a usare termini e concetti che sono propri del Movimento dei movimenti: della serie "nulla sarà più come prima". È comunque il sintomo che l'opinione pubblica sente certi problemi, avverte certe responsabilità, collega la globalizzazione selvaggia dei mercati all'impoverimento globale. Se non fosse così, mai una multinazionale avrebbe accettato certa terminologia noglobal; certe idee sono passate nell'opinione pubblica, nella società civile; questo vuol dire che la rivolta zapatista in Chiapas, Porto Alegre, Seattle, Genova e le migliaia di piccole manifestazioni locali contro la globalizzazione sono servite a qualcosa.
Ma è appunto una magra consolazione. Il mercato, infatti, ha già prodotto l'antidoto alle contestazioni. Fa un certo effetto vedere che un'azienda che ha come dio onnipotente il danaro, affermi candidamente, ed evidentemente in malafede, che il raggiungimento del profitto non può essere il proprio unico scopo. Oltre al fatto che mi piacerebbe conoscere quali siano questi "progetti di solidarietà" della Siemens e se resteranno solo sulla carta, occorre che il Movimento rifletta e rilanci: non è possibile che chi contribuisce ad impoverire l'umanità, poi speculi sulle povertà "facendo profitto" attraverso la solidarietà; sarebbe come permettere ad un esercito che ha bombardato e occupato una nazione, di gestirne poi anche la ricostruzione…ma quasi dimenticavo che questo già avviene!
Dobbiamo ridare un giusto posto alle azioni, un vero significato alle parole, un nome corrispondente alle cose: un esercito è sempre un esercito e non un'associazione di volontariato, un mercante è un mercante e non un assistente sociale.
C'è qualcosa di ulteriormente paradossale, ma fa parte del gioco, sullo stesso giornale, tornando in prima pagina: un informatissimo e chiarissimo articolo di Moisés Naìm, dal significativo titolo "due dollari al giorno e la normalità della fame". Nell'articolo vengono raccolti i dati "ufficiali" e sconvolgenti dell'impoverimento globale; sono le cifre, ormai conosciutissime, diffuse da organismi internazionali (evidentemente distanti dai noglobal!) quali la Banca mondiale, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, quella Mondiale della Sanità.
Di fronte ai dati riportati da Moisés Naìm tremano i polsi: «Se state leggendo queste pagine, probabilmente appartenete a quella minoranza della popolazione mondiale che può vantare un posto fisso, un trattamento previdenziale adeguato e le fondamentali libertà politiche»; invece «circa metà della popolazione del pianeta vive con meno di 2 dollari al giorno. 1,6 miliardi di persone non hanno accesso all'energia elettrica, e 2,4 miliardi utilizzano combustibili come legna e letame per cucinare e riscaldarsi. Il 30% della popolazione mondiale non ha mai fatto una telefonata» senza contare i miliardi di individui che non hanno acqua potabile, né cibo.
Di fronte a questi dati vien fatto di pensare che l'unica alternativa sia la resa. Tuttavia l'ultima parola, la parola definitiva del trionfo di questo sistema, non è stata ancora pronunciata e dubito fortemente che sarà possibile pronunciarla. Mai come oggi, la mondialità del fenomeno, le sue spaventosamente gigantesche proporzioni, non devono farci sentire piccoli e impotenti anzi, proprio ora, esistono le concrete condizioni perché le scelte e l'azione dei singoli, di milioni di singoli, possano avere una loro efficacia. Nessun sistema è perfetto, nessun Golia è invincibile, nessun gigante è privo di giunture o di parti vulnerabili. Tra queste giunture, nei punti deboli del sistema bisogna infiltrarsi; mirando ai "talloni" vulnerabili è possibile colpire il gigante. Allora, la vita quotidiana di ciascuno può essere intessuta di scelte pro o contro questo sistema economico. Ad esempio, le multinazionali pur essendo strapotenti, hanno bisogno dei consumatori, hanno bisogno che il loro buon nome non venga infangato. E qui si può agire sostenendo e attuando le campagne di boicottaggio contro la Nestlè, la Chicco Artsana, la Nike, la Rebook, la Siemens, per fare alcuni esempi di giganti economici che sfruttano i paesi del terzo mondo, i lavoratori bambini, o mandano prodotti avariati nei Paesi da essi stessi impoveriti.
E a proposito di multinazionali e di solidarietà pelosa e ipocrita, invito i "padroni" della "Siemens global network of innovation" a leggere con attenzione i dati di Moisés Naìm e a meditare su una frase di Sant'Ambrogio: «Non date mai ai poveri ciò che è vostro; semplicemente restituite loro ciò che gli appartiene e che gli avete rubato». I poveri, un giorno, anziché accettare umilianti elemosine dai ricchi, potrebbero decidere di riprendersi il maltolto.
O si cambia immediatamente sistema economico e finanziario, o ci sarà da augurarsi che i preziosi e costosi prodotti della Siemens, di cui anche i poveri potrebbero aver bisogno, vadano… a ruba!




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