di Maurizio Blondet
Lo spettro di un'Europa spopolata e senile per denatalità, invasa da milioni di immigrati musulmani della costa sud del Mediterraneo sovraffollata, è stato per decenni l'argomento preferito di chi agitava il "pericolo islamico".
Ma le statistiche demografiche raccontano una storia molto diversa.
Benchè la natalità nei Paesi islamici sia la più alta del mondo dopo quella dell'Africa nera, essa sta scendendo a capofitto.
Scende anzi più velocemente che nelle altre culture.
Secondo le proiezioni dell'ONU, per il 2050 il tasso di natalità musulmano raggiungerà quello degli Stati Uniti.
Che è modesto, anche se superiore al tasso della Cina, per non parlare di Italia, Germania e Giappone, ancora più bassi.
Il drammatico calo della natalità testimonia – contrariamente ai luoghi comuni allarmistici – che la modernità sta incidendo a fondo nella cultura islamica.
In Occidente, l'alfabetizzazione e l'istruzione – specialmente delle donne – è notoriamente in diretta relazione con il calo della natalità; avviene lo stesso nei Paesi musulmani.
Il livello di istruzione da solo spiega il 58% delle variazioni di tasso di nascite nei Paesi islamici.
E la tendenza è rafforzata dall'urbanizzazione.
Nel 1900, il 90% delle genti islamiche viveva in campagna; oggi il 45% vive in città.
Una megalopoli come il Cairo, che ha più di 8 milioni di abitanti, ne aveva solo 600 mila nel '900 e meno di 250 mila nell '800.
Ovviamente, la vita in città altera profondamente i modelli tradizionali di consumo, le gerarchie familiari e sociali di sempre; in una vita basata sul consumo e sul denaro, i figli (e le case per ospitare famiglie numerose) sono costi non sopportabili.
Tanto più che nei paesi islamici – contrariamente a quello che è avvenuto in Occidente – il boom demografico non ha innescato il boom economico. L'urbanizzazione di massa e l'alta natalità hanno solo creato una vasta, stagnante riserva di "poveri di città".
Un arabo su cinque vive con 2 dollari al giorno.
E negli ultimi vent'anni la crescita di reddito pro capite, pari al 5% annuo, è stata la più bassa del mondo se si esclude (come al solito) l'Africa nera, che fa peggio.
Il Giappone ha visto raddoppiare il suo reddito pro capite in dieci anni, e così la Cina; l'arabo medio ci metterà 140 anni a raddoppiare il suo.
E non si vede via d'uscita: contrariamente a quello che è accaduto in Cina e in India (ed ieri in Europa e USA) il pensiero islamico nel 20mo secolo "non è un processo di sviluppo generato all'interno della sua tradizione culturale, bensì una reazione a sollecitazioni esterne" (1).
Crescita della popolazione e mancata crescita economica provocano un problema sociale sinistro: la disoccupazione giovanile di massa.
Nel 2002 erano disoccupati il 15% degli arabi, pari a 12 milioni di persone; nel 2010 saranno 25 milioni.
Le cifre non sono enormi, se si pensa che la Cina conta forse 200 milioni di sottoccupati, e dice molto sulla relativa scarsità mondiale della popolazione islamica.
Ma è fra questi giovani, superficialmente istruiti (solo il 50% è alfabetizzato, contro l'81% dei cinesi; solo l'1% degli arabi ha un computer) e disoccupati che il fondamentalismo arruola i suoi seguaci "arrabbiati".
Ed è fra questi giovani che si trova la massa di coloro che vogliono emigrare nell'Europa che si sta spopolando.
Anche perché incoraggiati da regimi che, incapaci di dare una risposta al problema sociale della disoccupazione, possono favorire l'emigrazione per togliere un po' di pressione alle loro società.
Nel mondo musulmano, la protesta politica e sociale suole esprimersi nel linguaggio "religioso" (come da noi si espresse nel linguaggio marxista, e per gli stessi motivi: perché è il linguaggio "legittimante" per le istanze dei poveri).
Ciò induce alcuni allarmisti a profetizzare che la guerra del fondamentalismo, a base di terrorismo, durerà a lungo; e che sarà combattuta principalmente in Europa (2).
Ma non durerà.
Entro il 2050 e in realtà prima, l'ultima generazione "abbondante" islamica avrà superato l'età in cui ci si lascia arruolare come guerrieri di Allah, o come brigatisti rossi.
Poi anche nei paesi islamici verrà la denatalità, la pressione diminuirà, e la militanza fondamentalista svanirà.
Anzi, peggio: perché il calo della natalità musulmana coinciderà con il calo della produzione del solo prodotto che il mondo islamico esporta: il petrolio.
Il picco petrolifero e il picco dei neonati sarà presto raggiunto: poi, la discesa di entrambi.
Ora, se si esclude il greggio, il mondo islamico intero esporta oggi quanto la Finlandia.
Datteri e poco altro.
A quel punto, la cultura musulmana sarà una quantità irrilevante nell'economia globale; come l'Africa nera.
Percorsa magari da feroci sussulti di destabilizzazione come l'Africa, di cui nessuno si occuperà.
Ma certo, l'Europa sarà per allora ampiamente musulmana - e votata allo stesso declino - se continuerà a non fare figli.
di Maurizio Blondet
Note
1) S. Taji-Farouki e B. M. Nafi, "Islamic thought in the twentieth century", (Tauris, Londra, 2004), pagina 9.
2) Spengler, "The demographic of radical Islam", Asia Times, 23 agosto 2005.




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