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    Predefinito Marxismo, Ebrei, Ebraicità, Sionismo

    Alcune notizie interessanti su un sito marxista

    " Yiddishkeit* o sionismo? Gli ebreo-marxisti.


    Una rassegna dell'agire e del pensiero del movimento comunista nei primi decenni di questo secolo riguardo alla questione ebraica: marxismo russo e marxismo ebraico, il movimento operaio ebreo, Vladimir Medem, Ber Borokhov, Lenin, Luxemurg, Trotsky, Stalin, gli ebrei e la rivoluzione russa. Prima parte di una sintesi con brani antologici tratti dal libro di Enzo Traverso "Les marxistes et la question juive". Traduzione di Andrea Vigni. Giugno 2001.


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    (*identità yiddish, n.d.t.)
    In Times le sintesi, in Verdana i brani originali.

    È esistito un marxismo ebraico? In Europa centrale si nota solo una rilevante presenza di Ebrei fra i socialdemocratici tedeschi e austriaci. Per contro, in Europa orientale l'integrazione (degli Ebrei nella struttura sociale, n.d.t.) era solo un fenomeno marginale riguardante un gruppo relativamente ristretto dell'intellighenzia, ma estraneo alla stragrande maggioranza della popolazione ebrea (ricordiamo ancora che alla fine del XIX° secolo lo yiddish era la lingua materna di quasi il 97% degli Ebrei dell'impero zarista). In questo contesto l'elaborazione del pensiero marxista era influenzata dall' esistenza di una nazione e di un movimento operaio ebreo. L'impronta del sionismo sulla teoria marxista, tentata da Ber Borokhov, e il concetto di autonomia culturale nazionale, sviluppato da Vladimir Medem, si collocavano in questa realtà ebraica dell'Est europeo e apparivano come una variante nazionale del marxismo d'inizio secolo. Accanto agli intellettuali ebrei integrati, che aderivano alla socialdemocrazia russa o polacca, si formarono movimenti e partiti che definivano la loro identità teorica e politica in rapporto ad una problematica specificamente ebraica, differente e non riconducibile a quella del socialismo russo. Un'analisi comparata dei marxismi russo ed ebraico ci può aiutare a mettere in luce questa frattura e, d'altra parte, costituisce la premessa necessaria alla ricostruzione del dibattito, o piuttosto del conflitto, fra Lenin e il Bund, che affronteremo nel capitolo seguente.
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    Marxismo russo e marxismo ebraico

    Le posizioni dei marxisti russi si precisano inizialmente nel dibattito con i populisti (Plekhanov e altri, esuli alla fine del secolo a Ginevra) i quali individuavano nell'obscina (comunità contadina predominante nelle campagne alla fine del XIX° secolo) l'elemento rigenerativo di tutta la società russa. Al contrario per i marxisti (fedeli all'evoluzionismo positivista) la Russia necessitava della fase di sviluppo capitalista (dissoluzione delle comunità contadine, organizzazione e mobilitazione della classe operaia come motore della rivoluzione), discostandosi così anche dallo stesso Marx che non negava il passaggio diretto dall'obscina al comunismo. La visione di uno sviluppo economico lineare ed organico riceverà da Lenin il contributo più approfondito (Lo sviluppo del capitalismo in Russia, 1899), fino al superamento dialettico della controversia marxisti-populisti, rappresentato dalla teoria della rivoluzione permanente di Trotsky, che in Bilancio e prospettive (apparso subito dopo la rivoluzione del 1905), analizza lo sviluppo sociale russo nel contesto internazionale dell'economia capitalista, ravvisando nel proletariato il protagonista di una rivoluzione socialista che esclude la "necessità storica" della lunga fase di sviluppo capitalista.

    La genesi del marxismo ebraico si sviluppò al di fuori di questa problematica che aveva così profondamente segnato le origini del marxismo russo. In Lituania e in generale in tutta l'area d'insediamento l'intellettualità ebrea non poteva assumere il marxismo né come teoria dello sviluppo capitalista, né come teoria della rivoluzione permanente. Si trattava di due orientamenti strategici che affidavano il protagonismo sociale al proletariato industriale russo, mentre una delle caratteristiche principali dello shtetl (condizione sociale degli Ebrei, n.d.t.) era l'esclusione del proletariato ebreo dall'industria meccanizzata. I circoli socialisti ebrei lituani e polacchi dovevano piuttosto confrontarsi con la difficoltà di interpretare logicamente lo sviluppo del capitalismo russo. Il risultato fu la nascita di un marxismo ebraico come teoria della questione nazionale. Il riferimento sociale degli ebreo-marxisti _ adottando questo termine si evita di confonderli con i marxisti ebrei integrati _ era quello di un proletariato strutturalmente marginale ed etnicamente omogeneo, il riferimento culturale quello di una minoranza nazionale extraterritoriale. Chiamando ebreo-marxismo la particolare forma assunta dal pensiero marxista nella yiddishkeit, non vogliamo affatto cercare di presentarla come un fenomeno omogeneo, o di sottostimarne le differenze interne. Si tratta solo di coglierne la specifica genesi, in seno all'impero russo, nel quadro della questione ebraica vista come questione nazionale. All'origine dell'elaborazione teorica di Vladimir Medem e di Ber Borokhov, pur nelle differenze metodologiche e strategiche, c'era sempre lo stesso interrogativo: come risolvere il problema nazionale ebraico in Russia?
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    Il movimento operaio ebreo

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    Occorre notare alcune specificità importanti del proletariato ebreo. A differenza della classe operaia russa di radice contadina, la classe operaia ebrea aveva origine nell'artigianato. Le sue prime forme d'organizzazione sindacale non si configuravano sul modello dell'obscina ma su quello dei khevroth, associazioni di mutuo soccorso degli artigiani ebrei. La caratteristica fondamentale del proletariato ebreo era l'esclusione dalla grande industria e la dispersione in un gran numero di piccole fabbriche, che impiegavano mano d'opera esclusivamente ebrea e sopravvivevano ai margini dello sviluppo economico. Gli operai ebrei potevano tranquillamente rispettare il sabbat, mentre le grandi fabbriche che impiegavano forza lavoro russa o polacca chiudevano la domenica. Alla struttura della classe operaia ebrea faceva riscontro, nell'area d'insediamento, la debolezza strutturale del capitale, ciò che ne comportava la concentrazione nelle fasi finali della produzione. Le specificità culturali del proletariato ebreo, legate prima di tutto alla religione e alla lingua, erano accentuate dalla separazione di fatto dal proletariato russo. Questa concentrazione dei lavoratori ebrei in una specie di "ghetto socio-economico" fu il contesto materiale della nascita di uno specifico movimento operaio ebreo.

    In questa situazione di assenza del proletariato ebreo dai settori produttivi decisivi e di oggettiva difficoltà di integrazione col proletariato dell'Europa centro-orientale (dato il peso predominante degli aspetti etnico-nazionali), fra il 1894 e il 1905 si concretizza la formazione del Bund in Lituania e in Polonia, dove, essendo il proletariato ebreo relativamente numeroso e concentrato, l'attività dei circoli socialisti si orienta verso l'organizzazione di massa. Ciò comporta l'adozione generalizzata dello yiddish come supporto linguistico dell'elaborazione e della propaganda, contribuendo ad accentuare il peso dell'identità nazionale nell'espressione organizzata del movimento operaio ebreo. Tuttavia il Bund, per quanto nel suo congresso fondante (ottobre 1897) riconosca la doppia natura dell'oppressione subita dal proletariato ebreo (come classe e come minoranza nazionale) continua implicitamente a mantenere la prospettiva dell'integrazione e dovrà attendere il suo IV congresso (1901) per porre al centro del dibattito la questione nazionale ed adottare (in sintonia con il Partito socialista austriaco che si batteva per l'estensione dei diritti di autonomia alle minoranze extraterritoriali)

    un programma nazionale articolato attorno a tre rivendicazioni: a) trasformazione dell'impero russo multinazionale in una federazione di popoli; b) diritto all'autonomia nazionale per ciascuno di questi popoli, indipendentemente dal territorio d'insediamento; c) il riconoscimento degli Ebrei come nazione autonoma a pieno titolo. Ciò nonostante, il Bund decise di non rivendicare immediatamente il suo programma nazionale, limitandosi per il momento alla lotta per l'eguaglianza dei diritti civili e per la soppressione della legislazione antisemita. Allo stesso tempo questa evoluzione dell'analisi della questione nazionale portò il Bund ad avanzare una critica intransigente del sionismo, stigmatizzato come reazione borghese all'antisemitismo e come strumento di divisione e di disorientamento della classe operaia. L'adozione di un programma nazionale andava di pari passo con il netto rifiuto di qualsiasi ipotesi di nazionalismo ebreo.

    Il processo di strutturazione in partito operaio ebreo del Bund lo portò ad entrare in conflitto con la social-democrazia russa (POSDR), in particolare sulla rivendicazione delle condizioni organizzative minime a cui i suoi dirigenti si erano limitati :essere riconosciuto come unico rappresentante del proletariato ebreo, trasformazione della social-democrazia in federazione di partiti nazionali. Veniva così al pettine il problema se il Bund dovesse essere un partito operaio ebreo autonomo o un'organizzazione interna al POSDR preposta alla propaganda fra i lavoratori di lingua yiddish. La scissione si consumò irrimediabilmente al II Congresso del POSDR nel 1903 (per non essere sanata che nel 1906) e testimonia del ruolo importante assunto dalle scelte organizzative nel dibattito sulla questione nazionale: se da un lato Lenin e i bolscevichi vedevano nel federalismo del Bund il rischio di un riflusso nazionalista e di una polverizzazione organizzativa che avrebbe compromesso l'unità e la forza della classe operaia, dall'altro i rappresentanti yiddish non osarono porre in discussione gli orientamenti nazionali a cui erano pervenuti in modo non ancora del tutto consolidato. Peraltro la separazione dal POSDR (vissuta anche drammaticamente in seno al Bund) accelerò l'acquisizione della prospettiva nazionale, definitivamente adottata nella quinta conferenza del Bund (1905).

    Questa scissione non fu il frutto né di una volontà settaria del Bund, né di ultimatum burocratici della social-democrazia russa, come sembrerebbero suggerire alcune interpretazioni storiografiche. Più semplicemente essa fu il prodotto della separazione economico-strutturale e nazionale del proletariato ebreo dal proletariato russo nelle zone d'insediamento. Contemporaneamente partito d'avanguardia e sindacato militante dei lavoratori ebrei, il Bund aveva avuto origine in una specifica lotta di classe all'interno dello shtetl. Come nota Alexandre Adler, "la struttura artigianale e manufatturiera dell'industria nelle città del Rajon non consentiva in alcun modo che un'organizzazione, di per sé plurietnica, riuscisse ad organizzare i salariati ebrei contro il capitale, essenzialmente ebraico, che li sfruttava". Tuttavia comprendere le radici reali del conflitto fra il Bund e il POSDR non significa ritenere inevitabile la scissione e impossibile la ricerca di una sintesi unitaria. Sotto questo aspetto, occorre riconoscere che i marxisti russi si rivelarono totalmente incapaci di percepire la natura reale del Bund.
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    La sua forza e la sua originalità risiedevano nella ricerca di una sintesi dialettica fra l'internazionalismo proletario e la difesa di una cultura nazionale oppressa. I militanti del Bund collocavano l'internazionalismo nella tradizione nazionale ebraica; essi consideravano possibile e necessaria la lotta per la liberazione degli Ebrei russi nella prospettiva di una rivoluzione socialista mondiale

    L'autonomia nazionale: Vladimir Medem

    Nel 1904 viene pubblicato, in russo e in yiddish, La questiona nazionale e la social-democrazioa, di V. Medem, sicuramente l'opera sul tema nazionale sino a quel momento più importante (un analogo studio di Otto Bauer sarà pubblicato tre anni dopo), poiché fornisce fondamento teorico agli orientamenti del Bund e precisa entità e natura delle divergenze con i social-democratici. Per Medem la nazionalità moderna è fenomeno connesso alla formazione della società capitalista sotto l'impulso della borghesia, ritenuta capace di supportare tendenze nazionali di segno opposto: sia il nazionalismo espansionista e imperialista, sia i movimenti di liberazione nazionale, per cui l'economia capitalista non era tanto il quadro di riferimento dell'affermazione nazionale quanto l'origine dello snaturamento nazionalista di una comunità culturale.

    Egli formulava così il problema: "Una cultura nazionale sotto forma di entità indipendente, come ambito ristretto ai suoi contenuti, non è mai esistita. La nazione è la particolare forma in cui si esprime il contenuto umano universale [der algemein mentshleker hinalt]. L'essenza della vita culturale, che in generale è uguale dappertutto, prende colori e forme nazionali differenti nella misura in cui se ne appropriano gruppi differenti, fra i quali si siano stabilite relazioni sociali specifiche. Queste relazioni sociali - il quadro dove nascono i conflitti di classe e si sviluppano le tendenze intellettuali e spirituali - conferiscono alla cultura un carattere nazionale [a natsionaln shtemploif der kultur]". Questo passaggio ribadiva nettamente l'inesistenza di una cultura a-nazionale dal momento che, secondo Medem, la cultura rifletteva la vita sociale e non poteva che esprimersi in forme nazionali. La lotta di liberazione delle nazioni oppresse si manifestava in primo luogo come rivendicazione dei diritti della lingua e della cultura nazionale.

    Medem vedeva nella lingua un fondamentale elemento costitutivo della nazione, origine e laboratorio della cultura nazionale, per cui assegnava allo yiddish tutta la dignità di lingua nazionale (contrariamente a certi ebraisti, fautori di una nazione ebrea del tutto astratta, che lo definivano un dialettaccio di strada), veicolo e culla dell'identità culturale e della coscienza politica delle masse ebree. Parallelamente egli riteneva la nazione un'entità indipendente dal territorio e negava che la questione nazionale potesse essere risolta spingendo il diritto all'autodeterminazione anche fino alla creazione di un nuovo Stato, riconoscendo i questo processo un principio tipico del nazionalismo borghese.

    Il programma del Bund concepiva quindi l'autonomia ebraica in forma nazionale-culturale (natsional-kultureler) e non territoriale. Al posto del principio territoriale si affermava quello dell'autonomia personale, indispensabile là dove le nazioni formavano delle "isole in territorio straniero" (bildn hinzlen oif a fremder territorie). Si trattava di una forma di autonomia tendente a garantire i diritti nazionali delle minoranze economicamente integrate ai popoli con i quali condividevano il territorio. L'autonomia personale _ un concetto che Medem mutuava da Karl Renner _ implicava tutta una serie di norme giuridiche tali da difendere l'unità politica della nazione: per esempio il riconoscimento della kehilah come organismo autonomo, incaricato di gestire la vita nazionale ebrea in seno ad una federazione multinazionale russa. Tuttavia , per Medem, l'"unità politica" della nazione si riduceva alla propria autogestione culturale. Si trattava del diritto ad usufruire di un'educazione scolastica nella lingua materna, di utilizzare la medesima lingua nei tribunali e nei servizi pubblici, mentre la soluzione dei problemi socio-economici più generali restava prerogativa dei governi territoriali (formati dall'insieme delle entità nazionli).
    Riassumendo, nella teoria della nazione sviluppata da Medem, si trovavano due elementi principali, la lingua e la cultura, uno secondario, l'economia, ma non vi era quello del territorio.
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    Pur riconoscendo il carattere nazionale della cultura ebraica contemporanea, il Bund restava estraneo ad ogni forma di nazionalismo. Secondo Medem, la distinzione fra nazione _ sentimento d'appartenenza ad un comunità culturale _ e il nazionalismo _ tendenza al dominio di una nazione sulle altre _ era fondamentale. La tendenza all'integrazione, per contro, non era che "nazionalismo dell'appropriazione", poiché conduceva alla cancellazione delle minoranze nazionali. Questa precisazione era implicitamente diretta contro i marxisti russi dell'Iskra, i quali, fautori dell'integrazione degli Ebrei, nella loro lotta contro il "nazionalismo del Bund", non facevano che perpetuare una tendenza tipica del nazionalismo della grande Russia.
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    È evidente che la concezione bundista di nazione ebrea fondata sull'identità linguistica e culturale, territorialmente distribuita, non aveva niente a che vedere con il territorialismo e lo statalismo sionisti. [........].
    Il V Congresso del Bund (Ginevra, 1904) definì il sionismo come un movimento della piccola e media borghesia ebrea, stretto fra la concorrenza del grande capitale da un lato e la piccola borghesia cristiana dall'altro. La sua ideologia fu denunciata come una forma di nazionalismo nocivo per il proletariato, poiché l'obiettivo della Palestina non poteva che sviare la lotta contro il regime zarista _ causa vera dell'oppressione degli Ebrei _ inserendovi una "psicologia da ghetto". Il VI Congresso (Zurigo, 1905) completò la critica del sionismo, definitivamente condannato come "versione" nazionalista specifica dell'ideologia piccolo-borghese", a causa del carattere "utopistico ed avventurista" delle sue rivendicazioni territoriali; esso offriva alla classe operaia un falso obiettivo e costituiva un ostacolo alla sua lotta per la soluzione della questione ebraica nella diaspora, là dove esisteva realmente una nazione ebrea. Le conclusioni affermavano la "necessità" di combattere il sionismo "in tutte le sue forme e sfumature".Il bundisti non accettavano di rimandare ad un futuro lontano, fuori della Russia, il diritto degli Ebrei a disporre di se stessi. Occorreva lottare per soluzioni immediate la dove gli Ebrei vivevano da generazioni. Questo principio del "qui e ora", totale antitesi ai progetti sionisti, si traduceva nel concetto di doikeyt (dove do significa "qui").
    Anche l'analisi dell'antisemitismo russo, sviluppata da Medem nella Neue Zeit nel 1910, era strettamente legata alla sua teoria della nazione.

    Egli distingueva due forme principali di antisemitismo: una di tipo economico (già conosciuta in Europa occidentale) che si manifestava fondamentalmente nel boicottaggio delle attività economiche degli Ebrei, là dove particolarmente numerosi; e l'altra, che definiva a-semitismo, tipca di larghi strati di intellettuali, anche liberali, di professionisti e di studenti, attratti dai miti del nazionalismo russo e della mistica slavofila. Si sviluppava così un moderno antisemitismo di massa, con caratteristiche prettamente razziali, che si opponeva ad ogni forma di integrazione degli Ebrei nella struttura sociale (prospettiva che Medem peraltro non auspicava), ma che agiva anche come politica di snazionalizzazione impedendo l'autonomo sviluppo della cultura ebraica.

    Questa caratteristica specifica dell'antisemitismo russo era interpretata da Medem come una risposta dello zarismo allo sviluppo della comunità ebrea in forma di "nazione culturale moderna" sotto l'impulso del movimento operaio. Non potendo la cultura ebraica essere difesa altro che dal proletariato, Medem individuava infine la nascita di una nuova forma di antisemitismo, incarnato dalla borghesia ebrea integrata che non poteva _ per ragioni di classe più che culturali _ riconoscersi nella yiddishkeit.
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    Il sionismo: Ber Borokhov

    Il sionismo socialista si manifesta in Russia a partire dal 1890 circa sotto forma di una miriade di raggruppamenti che, fino al 1905, vivono in condizione di precarietà organizzativa e confusione ideologica. In seguito si affermano tre principali correnti organizzate: a) il Partito operaio sionista socialista (Syrkin,Lestschinsky, Tchernikov); b) il Partito operaio socialista ebreo, detto SERP (Rosin, Zilbelfarb, Ratner, Jitlovsky); c) il Poale Tsion (Borokhov). Il primo partiva dalla negazione di qualsiasi possibilità di riscatto nella condizione della diaspora con un atteggiamento di tipo "nichilista", che tuttavia gradualmente superarono accettando alla fine l'idea dell'autonomia nazionale-culturale in una Russia liberata dallo zarismo. Il SERP rimandava a tempo indeterminato la prospettiva di un territorio autonomo e circoscritto, puntando per l'immediato sulla rivendicazione del sejm (una specie di parlamento nazionale ebreo). Il principale tentativo di realizzare la sintesi fra teoria marxista e nazionalismo ebraico lo si riscontra nell'opera di Borokhov, il più importante dirigente del Poale Tsion. la sua formazione oscilla, fino al 1905, fra posizioni anche opposte: dalla visione ateo-secolare della socialdemocrazia russa fondamentalmente indifferente al problema ebraico, al sionismo messianico fondato sull'aspirazione alla "terra promessa". È costante comunque il giudizio negativo sull'integrazione del popolo ebreo con le altre nazionalità, percepita sostanzialmente come tendenza di un popolo a sottometterne un altro. Non mancarono tuttavia intuizioni originali.

    Si trattava di una critica dell'idea di progresso (così profondamente radicata, l'abbiamo già notato, nei teorici dell'integrazione) intesa come processo irreversibile e continuo, che automaticamente estingue la questione ebraica. Borokhov capiva come l'oppressione degli Ebrei non fosse solamente il prodotto dell'arretratezza sociale e culturale russa, ma un fenomeno molto più complesso, che si manifestava anche nella modernità capitalista. Scriveva: "Noi non abbiamo alcuna fiducia nel progresso, sapendo che i suoi più ferventi adepti ne esagerano a dismisura le conquiste. Il progresso è un fattore importante nello sviluppo della tecnologia, delle scienze, forse anche delle arti, ma certamente anche nella diffusione delle nevrosi, dell'isteria e della prostituzione. È troppo presto per parlare di progresso morale delle nazioni e della fine dell'egoismo nazionale. Il progresso è una lama a doppio taglio: da una parte c'è l'angelo buono, dall'altra Satana." Borokhov intuiva, con questo linguaggio allegorico, che il progresso tecnico-scientifico non era inevitabilmente portatore di progresso sociale e "morale" ma che, al contrario, comportava anche l'eventualità di una moderna barbarie di cui gli Ebrei potevano diventare le vittime. Sembrava quasi che egli considerasse la disumanità dei rapporti sociali capitalisti non tanto come un'ipotesi futura, quanto come la reale natura del progresso capitalista. In questa prima fase, il pensiero di Borokhov rivestiva dunque una tendenza tipicamente romantica. Il ritorno degli Ebrei in Palestina, non ancora motivato razionalmente sulla base di un'analisi socio-economica, si caricava di un ideale messianico e personificava la ricomposizione di un'armonia originaria spezzata dalla diaspora.
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    La prima opera marxista di Borokhov fu lo studio Interessi di classe e questione nazionale, pubblicata in russo, poi in yiddish, a Vilnius nel 1905. Questo lungo saggio non affrontava l'analisi del problema ebraico, limitandosi a tracciare le linee di una teoria marxista della nazione. Tuttavia può già essere considerata un'opera della maturità, coerente nell'argomentazione e rigorosa nell'esposizione, che contiene in nuce tutte le categorie concettuali del borokhovismo. L'analisi marxista del fenomeno nazionale precede, nello sviluppo del suo pensiero, l'elaborazione di un programma sionista articolato e organico, del quale costituisce la premessa indispensabile.
    La costruzione teorica di Borokhov riposa sul concetto di "condizioni di produzione", che individua il quadro in cui nascono e si sviluppano le forze produttive della società e dove in seguito si stabiliscono dati rapporti di produzione. Queste condizioni di produzione, che rappresentano quindi la base primaria di ogni sistema sociale ed economico, sono elencate in ordine gerarchico: a) geografiche (fisico-climatiche); b) antropologiche (la razza); c) storiche (lo sviluppo di una comunità umana, le sue relazioni interne, ecc.). Le condizioni storiche di produzione, ultime nell'ordine, s'impongono gradualmente sulle condizioni naturali cristallizzandosi in un patrimonio culturale e "spirituale" costituito da più fattori, come ad esempio "la lingua, le tradizioni, i costumi, i modi di vedere il mondo". I rapporti di produzione stabiliscono la divisione della società in classi, mentre le condizioni di produzione, per contro, determinano la divisione dell'umanità in comunità distinte (popoli, nazioni). I conflitti sociali hanno la loro origine nel divorzio fra forze produttive e rapporti di produzione (quando la struttura economica della società non può più sopportare lo sviluppo delle forze produttive), mentre la questione nazionale nasce dal conflitto fra forze produttive e condizioni di produzione.

    Il concetto di condizioni di produzione è mutuato da Marx, che tuttavia lo usava solo nel senso di "condizioni naturali" della produzione (natura, clima, ecc.) e non ne fece mai una categoria fondante del suo pensiero economico. Borokhov ne fa un pilastro della sua teoria e ne estende il significato alla "cultura" e alle "concezioni del mondo", contrariamente a molti marxisti minori che consideravano schematicamente tali categorie come elementi passivi a rimorchio della struttura socio-economica.

    Le condizioni di produzione servirono da punto di partenza per definire i concetti di popolo e di nazione: il primo era costituito da una "società" (divisa in classi) la cui fisionomia era stata creata dalle condizioni storiche comuni di produzione; la nazione si collocava a un livello superiore, là dove una comunità umana prendeva coscienza del proprio "passato storico comune". Il popolo non era che una fase embrionale nel processo di formazione della nazione, che presupponeva un'unità di base delle condizioni di produzione. Borokhov distingueva i concetti di popolo e di nazione applicando in campo nazionale la dicotomia, individuata da Marx in Miseria della filosofia (1846), fra concetto di "classe in sé" e "classe per sé", cioè fra classe intesa come semplice raggruppamento di individui che rivestono lo stesso ruolo nel processo di produzione e classe come entità collettiva cosciente dei propri interessi storici. Scriveva Borokhov: "L'esistenza sulla base degli stessi rapporti di produzione, quando questi rapporti sono armoniosi fra gli individui del gruppo, produce la coscienza di classe e il sentimento di solidarietà di classe. L'esistenza sulla base delle stesse condizioni di produzione, quando le condizioni sono armoniose per i membri della società, produce la coscienza nazionale e il sentimento di appartenenza nazionale." Questo sentimento, creato da una comune memoria storica, rappresentava per Borokhov il nazionalismo. Prima di essere una politica o un'ideologia, il nazionalismo era il naturale sentimento di appartenenza ad una comunità nazionale specifica. In questo senso Borokhov rifiutava di qualificare il nazionalismo di "cosa anacronistica, reazionaria o tradizionale." Anche il proletariato, ancorato a condizioni di produzione come ogni altra classe, esprimeva una propria forma di nazionalismo. Durante las Prima Guerra mondiale, che vide il Poale Tsion allineato su posizioni internazionaliste/pacifiste accanto al movimento di Zimmerwald, Borokhov riaffermò in questi termini il valore del nazionalismo proletario: "L'istinto di autoconservazione delle nazioni non può essere eliminato. L'idea richiedere alle nazioni di rinunciare alla propria identità e di abbandonare la fiducia in se stesse è segno di volgare dilettantismo ed è un puro non-senso. L'istinto nazionale d'autoconservazione, latente nella classe operaia socialista e fondato su una considerazione realistica del nazionalismo, può liberare l'umanità malata in questa era capitalista e risolvere i conflitti sociali e nazionali."
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    Tuttavia un criterio restava sempre presente nella definizione di nazione e di nazionalismo di Borokhov: il territorio. A questo proposito si differenziava profondamente tanto da Medem, accusato d'ignorare la "base materiale" del problema nazionale, quanto dagli austro-marxisti. L'insistenza sul territorio, considerato come insostituibile "base materiale" della nazione, era per contro appannaggio di Kautsky e, come si vedrà, di Stalin. Questa omologia teorica merita i essere sottolineata: i bundisti si preoccupavano di definire la nazione ebraica della yiddishkeit, della quale rilevavano le specificità a fronte del modello nazionale prodotto dalla storia dell'Europa occidentale; Kautsky, Stalin e Borokhov cercavano invece di classificare il problema nazionale entro i limiti di categorie prestabilite e costrittive. La concezione di Borokhov, per quanto più articolata e ricca di sfumature, in ultima analisi si riduceva, come quella del bolscevico georgiano e del direttore della Neue zeit, ad una definizione normativa del fenomeno nazionale.

    Nel quadro della concezione che vede nell'assenza della "base materiale" la vanificazione di qualsiasi lotta per il riscatto nazionale, e riprendendo l'analisi della debolezza strutturale della classe operaia ebrea a causa della sua concentrazione in settori marginali e non strategici della produzione, Borokhov tenta una giustificazione razional-materialista del messianico ritorno alla terra promessa: la Palestina.

    A suo avviso la Palestina, in quanto paese semi-agricolo, presentava le condizioni economiche ideali per accogliere la colonizzazione sionista, e offriva anche vantaggi d'ordine culturale rispetto ad altri paesi. I suoi abitanti, i Fellah, erano i "discendenti diretti della popolazione di Giudea e di Cahan, con una piccola aggiunta di sangue arabo"; in altri termini essi si distinguevano appena dai Sefarditi. Il loro sviluppo culturale sembrava a Borokhov (che non era mai stato in Palestina) perfettamente adatto ad un incontro con i coloni sionisti. Era convinto che gli Arabi avessero raggiunto un livello di sviluppo che permetteva loro di integrarsi in un'economia moderna, ma non di resistere all'integrazione nella cultura occidentale "superiore". Egli scriveva (....): "La popolazione d'Ertz Israël adotterà il modello economico e culturale che s'imporrà nel paese. Gli autoctoni si assimileranno economicamente e culturalmente a coloro che avranno assunto la direzione dello sviluppo delle forze produttive." Disprezzava profondamente tutti i fautori dell'integrazione ebraica in Europa, ma contemporaneamente considerava l'assimilazione degli Arabi in Palestina un fenomeno del tutto naturale e "progressista". Su questo punto la sua concezione era analoga a quella di Hrzl, l'autore di Der Judenstaat (lo Stato ebraico, n.d.t.), che proponeva di trasformare la Palestina in un avamposto della civilizzazione occidentale contro la "barbarie" del mondo arabo. In un articolo del 1916 Borokhov esaltava il miliziano (shomer) costretto a prendere le armi per difendere le posizioni sioniste contro gli attacchi dei vicini "semi-barbari" (halb-wildnmentshn). Questa posizione rivelava la tara originaria del sionismo, frutto di un'epoca dominata dalla "concezione del mondo non europeo come spazio colonizzabile" (Maxime Rodinson). La visione di una società multietnica e culturalmente pluralista - nocciolo del pensiero di Medem - si rivelava incompatibile con le categorie concettuali di Borokhov: mentre in Russia la minoranza ebrea rappresentava un'anomalia da superare, in una Palestina ebrea l'anomalia araba avrebbe dovuto essere eliminata.

    In questa prospettiva Borokhov auspicava un blocco sociale fra borghesia (sviluppo delle forze produttive) e proletariato (egemonia nel processo di colonizzazione) capace di dar vita (anche con un'azione diplomatica del sionismo per il diritto alla colonizzazione della Palestina) ad uno Stato nazionale ebreo nel quadro di una Palestina integrata nell'economia capitalista. L'ambiguità di un simile programma non poteva che essere condannata dal Bund che vi ravvisava la sostituzione della solidarietà di classe internazionale con la solidarietà interclassista ebrea e delle aspirazioni nazionali dei lavoratori con il nazionalismo, tanto che Borokhov temeva molto di più la contaminazione del proletariato ebreo con quello non ebreo che il ruolo antinazionale del grande capitale straniero.

    Questo particolare atteggiamento - non riguardante i Palestinesi, destinati all'integrazione - era rivelatore della natura della colonizzazione sionista. Si potrebbe ravvisare in nuce la prefigurazione della dinamica concreta del sionismo in Palestina fra le due guerre e dopo la nascita dello Stato d'Israele, cioè quella di un colonialismo sui generis, che non cerca di sottomettere le strutture sociali autoctone ma piuttosto di creare una sintesi socio-economica parallela, basata sull'esclusione della mano d'opera araba.

    Borokhov non superò mai le proprie ambiguità e la negazione della realtà della nazione araba esistente in Palestina rimase irrimediabilmente il limite storico del sionismo.

    I marxisti russi e polacchi

    Per i marxisti russi il dibattito fra Bund e sionisti restò sempre incomprensibile. Ai loro occhi la questione ebraica non sembrava una questione nazionale. Ossessionati dall'idea che la Russia semi-feudale e semi-asiatica doveva recuperare il ritardo accumulato in confronto all'Occidente, non vedevano nella questione ebraica che una commedia etnografica priva d'interesse. Estranei al mondo della yiddishkeit per lingua e cultura, essi analizzavano il problema ebraico sotto un solo parametro d'interpretazione: l'integrazione. in questo capitolo esamineremo le posizioni dei marxisti russi (Lenin, Stalin, Trotsky) e polacchi (R. Luxemburg).

    Lenin

    Anche se affrontata sempre sotto profilo pragmatico, la questione ebraica compare spesso negli scritti di Lenin. Si trattava, nella maggior parte dei casi, d'interventi polemici verso il Bund. La decisione di quest'ultimo di considerarsi partito indipendente del proletariato ebreo e l'auspicio di una riorganizzazione federativa della socialdemocrazia e dell'impero incontrarono una reazione molto ostile da parte di Lenin. Sulle pagine dell'Iskra, egli denunciava il "nazionalismo" e il "separatismo" del Bund, colpevole secondo lui di minare la forza e l'unità del movimento operaio russo. Sul piano teorico considerava le tesi del Bund - il progetto di autonomia nazionale e culturale - come il risultato di una "persistente penetrazione del nazionalismo" nelle sue file. All'autoproclamazione del Bund come "solo rappresentante" del proletariato ebreo, egli opponeva lo statuto del POSDR del 1898, che definiva il Bund sotto forma di un'organizzazione particolare per la propaganda fra gli operai ebrei.

    In linea generale, e senza alcuna preoccupazione di coerenza teorica, le considerazioni di Lenin sugli Ebrei subiscono ampie e contraddittorie oscillazioni, per lo più dovute al variare contingente dei rapporti di collaborazione o di conflitto con il Bund. Se da un lato si appella agli operai ebrei valorizzandone la cultura nazionale, dall'altro (d'accordo con Kautsky) bolla di reazionaria l'idea stessa di nazione ebraica, che peraltro riconosce come quella più oppressa e più sfruttata.

    Riprendendo un tema già avanzato da Anton Pannekoek in Nazione e lotta di classe (1912), Lenin affermava il principio di un internazionalismo intransigente e negatore del principio "borghese" di cultura nazionale. Il proletariato non doveva difendere la cultura nazionale, ma piuttosto lottare per una cultura internazionale democratica e socialista. I marxisti russi, spiegava Lenin, non potevano difendere la cultura della grande Russia, cioè la cultura di una nazione dominante che opprimeva tutti i popoli allogeni dell'impero, senza esporsi al pericolo di una grave deviazione nazionalista. Questa tesi assai semplicistica - non era la cultura russa ma la politica nazionalista del regime degli Zar che portava la responsabilità dell'oppressione nazionale degli Ucraini, degli Armeni, degli Ebrei ecc - egli l'utilizzava anche contro l'idea di una cultura nazionale ebraica, la cultura di una nazione oppressa, e questo era molto più grave e metodologicamente inaccettabile.
    Il rifiuto dell'idea di una cultura nazionale ebraica si collocava in un orizzonte ideologico preciso: l'integrazione. "La cultura nazionale ebraica - scriveva Lenin - è la parola d'ordine dei rabbini e dei borghesi, la parola d'ordine dei nostri nemici. Ma ci sono altri elementi nella cultura e in tutta la storia ebraica. Dei dieci milioni e mezzo di ebrei esistenti nel mondo intero, un po' più della metà abitano la Galizia e la Russia, paesi arretrati e semi-selvaggi, che opprimono gli Ebrei confinandoli in un situazione di casta. L'altra metà vive in un mondo civilizzato, dove per gli Ebrei non esiste particolarismo di casta e dove si sono chiaramente manifestati i nobili aspetti universalmente progressisti della cultura ebraica: l'internazionalismo, l'adesione ai movimenti progressisti del momento (la proporzione degli Ebrei nei movimenti democratici e proletari è ovunque superiore a quella degli Ebrei nel complesso della popolazione). Chiunque affermi direttamente o indirettamente la parola d'ordine della cultura nazionale ebraica (per quanto nobili possano essere le sue intenzioni) è un nemico del proletariato, un fautore degli elementi arcaici e marchiati dal carattere di casta della società ebraica, un complice dei rabbini e dei borghesi".
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    Per contro il dirigente bolscevico condannò sempre in maniera decisa e intransigente l'antisemitismo. Vi vedeva uno degli aspetti più odiosi dell'arretratezza e della barbarie che caratterizzavano il regime zarista. Egli rifiutava la visione sionista di una giudeofobia universale e permanente: sicuramente l'antisemitismo aveva radici profonde nella società russa, ma la sua natura e le sue manifestazioni derivavano prima di tutto, secondo lui, dal potere assolutista. Prima d'essere un'ideologia reazionaria e un pregiudizio popolare, l'antisemitismo russo era soprattutto una pratica violenta e brutale della dominazione zarista. In un articolo del 1906, egli attribuiva al governo la responsabilità del pogrom di Byalistock: "Solito copione. La polizia prepara il pogrom in anticipo. La polizia eccita gli autori del pogrom; le tipografie governative producono appelli al massacro degli Ebrei. All'inizio del pogrom la polizia non interviene. La truppa assiste in silenzio alle prodezze dei Cento-Neri. In seguito la polizia, quella stessa polizia, mette in scena la commedia della ricerca e dell'incriminazione degli autori dei pogrom".
    Era il normale svolgimento di un pogrom. Per combattere la violenza antisemita, Lenin proponeva la creazione di milizie operaie d'autodifesa. Se i pogrom erano violenza di Stato contro gli Ebrei, non si poteva evidentemente chiedere allo Stato di proteggere la popolazione ebraica dagli assalti dei Cento-Neri. Quando nel 1903 scoppiò un'ondata di pogrom (Kisinev), egli portò l'esempio della risposta collettiva che avevano organizzato i lavoratori ebrei, ucraini e russi a Odessa. È evidente che, per Lenin, la lotta contro l'antisemitismo riguardava direttamente gli operai russi. Si potrebbe dire, parafrasando una celebre osservazione di Marx sull'Irlanda, che Lenin vedeva nei pregiudizi antisemiti degli operai russi una delle origini della loro debolezza e della loro impotenza.
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    La natura di classe di questo movimento reazionario era individuata (da Lenin, n.d.t.) nel tentativo dei proprietari terrieri e della borghesia di "indirizzare contro gli Ebrei l'odio degli operai e dei contadini ridotti in miseria." L'antisemitismo russo si manifestava nei pogrom, ma la sua funzione sociale e politica era in fondo la stessa che nei paesi capitalisti progrediti: ottenebrare la coscienza di classe del proletariato, sviarlo dalla lotta contro i suoi veri nemici.
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    Lenin comprendeva che l'antisemitismo alzava una barricata contro l'integrazione. I pogrom erano causa della sopravvivenza dei ghetti dove, complice l'antisemitismo, si formava l'idea di una cultura nazionale ebraica. Ai suoi occhi, la cultura yiddish non era altro che un sottoprodotto dell'antisemitismo russo. Cosciente dell'estensione del fenomeno antisemita, riconosceva l'esistenza di una questione ebraica in Russia, senza tuttavia percepirne né le implicazioni culturali, né la dimensione nazionale. Il suo approccio rimase prigioniero del dogma dell'integrazione. La cancellazione delle discriminazioni antisemite, la conquista dei diritti civili, in breve l'emancipazione, avrebbero sbriciolato le mura del ghetto e gli Ebrei si sarebbero finalmente mescolati con gli altri popoli, come era già avvenuto in Occidente. Di tanto in tanto sembrava riconoscere agli Ebrei il diritto all'autonomia regionale e locale, ma fondamentalmente il suo atteggiamento verso la cultura ebraica restava negativo. Esso rifletteva peraltro un limite più generale dell'elaborazione teorica di Lenin sul problema delle nazionalità extraterritoriali. Prospettando ai popoli minoritari l'alternativa integrazione o autodeterminazione, la posizione bolscevica non poteva fornire risposte soddisfacenti ai problemi delle nazionalità extraterritoriali, che rifiutavano la prima soluzione ma, allo stesso tempo, non si trovavano nelle condizioni oggettive necessarie alla seconda. Come ha notato Claudie Weill, i bolscevichi non facevano che riproporre l'antica tesi di Engels: "o assimilazione delle nazioni senza storia (...) o separazione delle nazioni storiche".
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    Stalin

    L'integrazionismo bolscevico trovò formalizzazione teorica nel saggio di Stalin Il marxismo e la questione nazionale (1913). In sostanza non faceva che riprendere le tesi già avanzate da Lenin in polemica con il Bund, appesantendole di un tono polemico piuttosto grossolano: ad esempio denunciava la lotta per il sabato festivo come apologia della religione ebraica, la campagna per lo sviluppo dello yiddish come sintomo evidente di "scopi particolari puramente nazionalisti" del movimento operaio ebreo... A suo dire la politica del Bund si riduceva a "preservare tutto quello che è ebreo, perpetuare tutte le particolarità nazionali degli Ebrei, comprese quelle chiaramente nocive per il proletariato, isolare gli Ebrei da tutto ciò che non è ebreo"... In tal senso l'esistenza dei sindacati ebrei era rivelatrice delle scelte separatiste del Bund, conseguenza di una politica artificiale di divisione mentre, in realtà, si trattava di un fenomeno collegato alle specificità strutturali del proletariato ebreo del Rajon.
    In più, secondo Stalin, il nazionalismo bundista non aveva alcuna base materiale poiché gli Ebrei non erano mai stati una nazione. Egli definiva il concetto di nazione in modo estremamente rigido, riducendolo quasi ad una formula matematica: "La nazione è una comunità stabile, storicamente costituita, di lingua, di territorio, di vita economica e di formazione fisica, che si traduce nella comunanza culturale." Precisava tuttavia che non si poteva parlare di nazione che quando tutti questi elementi coesistevano: "Solo la presenza di tutti questi indici presi insieme ci dà la nazione."

    Risulta quindi un sistema teorico dogmatico assai diverso dai concetti di nazione, ben più dialettici, elaborati da Lenin, che non ha mai adottato il criteri come "comunità diformazione fisica" nella definizione dell'identità nazionale. Stalin liquida la yiddishkeit come un insieme di superstizioni e di tradizioni religiose obsolete in via di estinzione, non avendo mai compreso che il mondo russo e il mondo ebraico erano ben distinti per aspetti economici, sociali e culturali.

    A differenza di Lenin, che vi individuava una delle componenti fondamentali della questione ebraica in Russia, l'antisemitismo sembrava a Stalin pressoché inesistente. Nel suo saggio del 1913 non si trova che un riferimento in proposito, che classifica l'odio contro gli Ebrei come una "forma di bellicoso nazionalismo", alla pari del sionismo e del nazionalismo armeno. Le sue definizioni apparivano come un magma indifferenziato, in cui ogni distinzione fra fanatismo della nazione dominante e nazionalismo dei popoli oppressi era sparita. Se nel suo saggio dava prova di un'indifferenza di fondo nei confronti dell'antisemitismo, nelle polemiche interne al partito non disdegnava di servirsi della più volgare demagogia. Tutte le sue biografie riferiscono di un episodio del 1907, in occasione del congresso di Londra della socialdemocrazia: dato che la maggior parte dei delegati bolscevichi erano russi mentre fra i menscevichi c'era una forte minoranza ebrea, Stalin si compiaceva di ripetere la battuta sinistra secondo la quale i bolscevichi avrebbero dovuto organizzare un pogrom per liberarsi della "fazione ebrea".
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    Trotsky

    Nel periodo precedente all'Ottobre, Trotsky in generale condivideva l'atteggiamento di Lenin sul problema ebraico. Per esempio, al II Congresso del POSDR, aveva criticato il federalismo e il separatismo bundisti; nel 1905 e 1913 si era impegnato a fondo nella lotta contro l'antisemitismo; infine si ritrovano nei suoi scritti gli stessi ondeggiamenti di Lenin a proposito della definizione degli Ebrei come nazione. Tuttavia, a differenza di Stalin o di Lenin, non trasformò mai l'idea dell'integrazione in dogma.
    Nel 1904 riconosceva implicitamente l'esistenza di una nazione ebraica extraterritoriale scrivendo che "la sfera d'azione del Bund non era lo Stato ma la nazione. Il Bund è l'organizzazione del proletariato ebreo". Questo non gl'impediva di ravvisare nel Bund l'"impronta del provincialismo militante e dello spirito di campanile". Criticava le "deviazioni nazionaliste" del Bund, senza mai metterne in dubbio la legittimità in quanto rappresentante di un settore della classe operaia dell'impero russo. Al momento di esaminare le cause profonde della scissione fra Bund e socialdemocrazia, la sua analisi si rivelava meno astratta di quella dei bolscevichi. Al congresso di fondazione del POSDR, l'autonomia del Bund era puramente tecnica, ma notava che poco a poco il "particolare" si era trasferito sul "generale": da rappresentante del POSDR in seno al proletariato ebreo, il Bund era diventato rappresentante dei lavoratori ebrei nei confronti del partito socialdemocratico. In realtà il congresso del 1903 aveva solo formalizzato una scissione che in realtà esisteva già.

    L'atteggiamento verso il sionismo del primo Trotsky è caratterizzato dalla critica al misticismo della "terra promessa" delle correnti religiose e integraliste, così come alle correnti laico-borghesi tendenti al recupero di un territorio d'insediamento attraverso l'attività diplomatica internazionale. Nel conflitto fra queste due anime del movimento sionista (radicate la prima nelle caste rabbiniche e la seconda nell'intellighenzia liberal-democratica) egli vede il germe della sua dissoluzione, ma comprende anche che le istanze di identità nazionale portate dal movimento sarebbero sopravvissute nel sentire comune del movimento operaio ebreo. Il Bund sarebbe quindi stato erede politico della sinistra sionista liberal-democratica, accelerandone l'abbandono del miraggio palestinese. L'ipotesi di Trotsky, per quanto smentita dalla storia, dimostra quanto la sua idea di nazione ebraica fosse distante da quella di Lenin o Stalin.

    Nel 1919, divenuto capo dell'Armata rossa, Trotsky accettò la proposta del Poale Tsion di costituire "battaglioni nazionali" ebrei, destinati a organizzare la difesa della popolazione ebraica contro i pogrom e a favorire la sua adesione al nuovo potere sovietico.
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    Un atteggiamento integrazionista era implicito nel pensiero di Trotsky, senza però apparire mai apertamente come in Lenin o Stalin. Ciò si spiega forse con il rapporto piuttosto originale di Trotsky con il problema nazionale. Egli non negava il diritto dei popoli a disporre di se stessi ma, lungi da una visione astratta del problema, lo collocava nell'ambito della crisi storica dello Stato-nazione nella fase imperialista. Lo sviluppo delle forze produttive aveva spezzato il quadro angusto degli Stati nazionali e richiedeva la creazione di strutture sopranazionali. Trotsky non pensò mai a circoscrivere la propria riflessione in campo nazionale entro una formula a priori, come avevano fatto, in modi diversi, Kautsky e soprattutto Stalin. Nei suoi scritti si rileva quindi una concezione fondamentalmente storico-culturale della nazione. Il territorio, la lingua la cultura, la storia di un popolo: tutti questi elementi, anche se non sempre coesistono, materializzano ai suoi occhi la nazione, da non confondere con lo Stato-nazione, cioè la forma specifica, storicamente determinata e transitoria, che la borghesia e il capitalismo assegnavano al fenomeno nazionale. In un articolo del 1915, Nazione e economia, Trotsky scriveva: "La nazione costituisce un fattore attivo e permanente della cultura umana. La nazione sopravviverà non solo alla guerra attuale, ma anche allo stesso capitalismo. E, nel regime socialista, la nazione liberata dalle catene della dipendenza politica e economica sarà per lungo tempo chiamata a svolgere un ruolo fondamentale nel divenire della storia". Si trovano in Vladimir Medem formulazioni quasi identiche, ma Trotsky, ebreo integrato, cosmopolita ed estraneo alla yiddishkeit, non poteva immaginare una nazione e una cultura nazionale nel mondo degli Ebrei dell'Est. Il pensiero di Trotsky sulla questione ebraica conoscerà una notevole evoluzione: negli anni trenta ammetteva l'esistenza di una nazione ebraica, culturalmente viva e moderna, che occorreva difendere dalla minaccia nazista. Né Kautsky né Bauer svilupparono una simile posizione. In Trotsky ciò fu possibile grazie alla sua teoria dialettica, aperta e non cristallizzata, della nazione.

    Rosa Luxemburg

    Occorre collocare le posizioni di Rosa Luxemburg sulla questione ebraica nel quadro del dibattito sul problema nazionale fra i marxisti polacchi. In un primo tempo ostili alla rivendicazione dell'indipendenza nazionale, a partire dai primi degli anni novanta - periodo segnato dall'aggravarsi dell'oppressione nazionale che si manifestava nel divieto dell'uso del polacco e nella russificazione di tutto il sistema scolastico - i socialisti imboccarono una svolta nazionalista. La liberazione nazionale fu posta al centro di tutta la politica del Partito socialista polacco (PPS) e sistematizzata sotto il profilo teorico negli scritti di Boleslaw Limanowski e Kazimierz Kelles-Krauz.

    Opponendosi a questa svolta R. Luxemburg e altri fondano nel 1893 la SDKPiL (Scialdemocrazia del regno di Polonia e Lituania) su basi di intransigente internazionalismo e di irriducibile opposizione al concetto di Stato-nazione, collocando invece l'istanza dell'identità nazionale una prospettiva essenzialmente culturale.

    Contraria all'indipendenza polacca, Rosa sosteneva la necessità di combattere per "difendere la nazionalità, come cultura dello spirito, specifica e distinta, che ha diritto all'esistenza e allo svuluppo". Secondo questo concetto di nazione, il cui criterio costitutivo è la comunità culturale, Rosa non identificava i destini della nazione con quelli del capitalismo. L'avvenire degli Stati nazionali borghesi era determinato dalla dinamica storica del capitalismo, non così quello della nazione. Contrariamente a Lenin e Kautsky, che pronosticavano il superamento delle nazioni nel socialismo attraverso un processo universale di omogeneizzazione, Rosa Luxemburg concepiva il principio dell'autodeterminazione nazionale come una "idea completamente irrealizzabile nella società borghese e che potrà essere conseguita solamente sulla base del sistema socialista".
    In questo senso, la SDKPiL aveva adottato un programma di autonomia nazionale culturale (su base territoriale) per la Polonia. Nel saggio del 1908-1909, La questione nazionale e l'autonomia, Rosa Luxemburg definiva "l'autonomia nazionale moderna" come forma d'"autogestione di un dato territorio", precisando che la cultura nazionale non viveva "sospesa in aria, e nemmeno nel vuoto teorico dell'astrazione; essa [viveva] su un territorio, in un ambiente sociale determinato". Ciò prova che, pur difendendo una concezione storico-culturale della nazione, non ammetteva l'idea di un'autonomia nazionale extraterritoriale. Questa sintesi del cammino teorico di Rosa Luxemburg permette di chiarire due punti: a) la sua tendenza favorevole all'integrazione ebraica non derivava né da un internazionalismo astratto, né da una concezione del socialismo come annullamento delle differenze nazionali; b) la sua concezione territoriale dell'autonomia nazionale comportava una differenza fondamentale con il Bund.

    Nel panorama dei socialisti polacchi l'auspicio della completa integrazione degli Ebrei era minimo denominatore comune, pur fra gli estremi del PPS (negazione dell'identità ebraica in nome di un fiero nazionalismo polacco) e la voce isolata di Kelles-Krauz (SDKPiL) secondo il quale l'emancipazione degli Ebrei doveva comportare il possesso della nazionalità. Sulla questione ebraica, anche in contraddizione con la sua stessa teoria della nazione, Rosa non riesce a superare questo minimo denominatore comune, considerando la completa integrazione degli intellettuali ebrei (nell'ambiente dei quali era cresciuta) nella cultura polacca come un dato ormai insormontabile per il recupero di un'identità nazionale su base culturale. Inoltre non percepisce (forse anche avendo scelto la lontana Berlino come sede della sua militanza rivoluzionaria) la ricchezza e le trasformazioni della yiddishkeit ("incultura plebea", come la qualifica) e il carattere internazionalista e nazionale ad un tempo del socialismo ebreo, nel quale la profonda simbiosi fra intellettuali e movimento operaio è l'origine della moderna nazionalità ebraica, nel senso di comunità di cultura.

    Rosa Luxemburg assegnava al proletariato un compito egemone nel processo d'integrazione: "L'elemento progressista, prima di tutto il proletariato, prima o poi capirà di dover adattarsi alla lingua e alla cultura polacca, perché vive in mezzo alla popolazione polacca e, allo stesso tempo, non può sviluppare la cultura ebraica". Non augurava un'assimilazione forzata degli Ebrei, che dovevano scegliere liberamente di rinunciare alla propria identità nazionale "conformemente all'influenza esercitata sulla loro coscienza dallo sviluppo economico e culturale". L'integrazione era dunque concepita come obiettivo e come tendenza presente nella società. Abbiamo già cercato di spiegare che la realtà era più complessa: globalmente nelle zone d'insediamento gli Ebrei costituivano una minoranza, ma erano concentrati e separati, socialmente e culturalmente, dalle popolazioni circostanti. In Europa orientale il capitalismo non aveva prodotto l'assimilazione degli Ebrei, ma la metamorfosi dello shtetl. Come la maggior parte dei socialisti del suo tempo, anche Rosa valutava la questione ebraica sul metro dell'Europa occidentale: gli Ebrei di Lodz e di Varsavia dovevano integrarsi come avevano già fatto i loro correligionari di Londra e di Parigi. È assai sorprendente constatare che, per illustrare la tendenza alla russificazione o alla polonizzazione degli Ebrei di Lituania, essa portasse l'esempio di Vilnius, dove centottantadue scuole su duecentoventisette erano ebraiche. Il dogma dell'integrazione era a tal punto interiorizzato da negare l'evidenza della realtà storica.
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    A differenza dei marxisti russi, tedeschi o austriaci, che generalmente interpretavano l'antisemitismo polacco come un retaggio medievale, Rosa vi riconosceva una manifestazione politica borghese, frutto degli antagonismi di classe della società capitalista moderna. Ma la sua analisi era unilaterale: l'antisemitismo non colpiva solo la classe operaia e le sue organizzazioni ma anche (e soprattutto) la comunità ebraica nel suo insieme. Nel 1906 Rosa aveva dato prova di una comprensione più profonda della natura dell'antisemitismo in Polonia e in Russia. In una pubblicazione della SDKPiL essa scriveva che il regime zarista, "per secoli interi", aveva perseguitato le minoranze nazionali con una legislazione discriminatoria e aveva "aizzato i bassifondi della società contro gli Ebrei della Russia meridionale, della Polonia e della Lituania". Si potrebbe trarre la conclusione che Rosa considerava l'antisemitismo un fenomeno moderno ed arcaico allo stesso tempo, frutto della particolare combinazione di una reazione borghese anti-operaia e di un'oppressione "secolare" sulle nazionalità esercitata da un regime assolutista.
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    Dall'insieme di questi testi (Lenin, Stalin, Trotsky, Luxemburg, n.d.t.) emergono, pur con differenti accenti, alcuni elementi comuni: a) una critica decisa e intransigente dell'antisemitismo (con l'eccezione di Stalin), priva delle ambiguità e delle reticenze che [...] si ritrovano in un gran numero di marxisti tedeschi e austriaci; b) il rifiuto - malgrado incertezze e variazioni nelle definizioni - di affrontare nella sua dimensione nazionale la questione ebraica in Russia; c) infine l'idea dell'integrazione intesa ugualmente come strategia politica e come naturale tendenza dello sviluppo storico. Il carattere a priori di questo orientamento si rivelava, per così dire, in negativo. I marxisti russi e polacchi non si posero mai, nei loro scritti, il problema di sapere se gli Ebrei dell'impero zarista volevano essere integrati e in che misura questo processo fosse realizzabile. L'integrazione era semplicisticamente proposta sul modello della storia dell'Europa occidentale. Ciò che più colpisce, in tutti questi scritti, è la totale assenza di riferimento alla realtà - in verità estremamente ricca e complessa - delle comunità ebraiche della Russia. Ai loro occhi la letteratura yiddish e la storia degli Ebrei rimasero sempre un continente inesplorato: la cultura ebraica non poteva oltrepassare l'orizzonte ristretto del ghetto feudale e non poteva che essere monopolizzata dai rabbini. La questione ebraica era esclusa da ogni considerazione nazionale, era piuttosto un aspetto dell'arretratezza e della "barbarie asiatica" dell'assolutismo russo. In questo contesto l'integrazione assumeva un carattere per così dire normativo, essendo l'inevitabile risultato dello sviluppo industriale e sociale del paese.

    Gli Ebrei e la Rivoluzione russa (1917 - 1937)

    La caduta del potere degli Zar, nel marzo 1917, fu accolta dagli Ebrei russi come un grande avvenimento che segnava la fine delle loro sofferenze e l'inizio di una nuova era di liberazione. Una delle prime misure adottate dal governo provvisorio fu la soppressione della legislazione antisemita in vigore sotto il vecchio regime: un insieme di seicentocinquanta leggi restrittive dei diritti civici della popolazione ebraica, come ricorda Trotsky nella sua Storia della Rivoluzione russa. Peraltro gli Ebrei restarono, in un primo momento, piuttosto sospettosi nei confronti della rivoluzione d'Ottobre, che si svolgeva a Pietrogrado, lontano dalle zone d'insediamento, e che aveva per protagonista un "blocco storico" - il proletariato industriale e i contadini russi - al quale la comunità ebraica restava ampiamente estranea. Il decreto sovietico che distribuiva la terra ai contadini non aveva interesse per gli Ebrei, fortemente urbanizzati e tradizionalmente assenti dalle attività agricole. Peraltro i soviet operai erano inconcepibili per i lavoratori e gli artigiani Ebrei di Vilnius e di Byalistock.
    Nel giugno 1918 le elezioni per le organizzazioni delle comunità ebraiche (kehillot) confermarono l'egemonia sionista in seno alla popolazione israelita e, a sinistra, la preponderanza del Bund, la cui ottava conferenza nazionale (dicembre 1917) aveva condannato la rivoluzione d'Ottobre. Questa diffidenza verso il potere sovietico trovava un'altra spiegazione nella quasi totale assenza d'intervento politico dei bolscevichi all'interno del movimento operaio ebreo. Come ha notato Henri Sloves, "quello che si chiamava curiosamente in Russia la "via ebrea" (vago ricordo di un antico ghetto) era per il Partito bolscevico una terra incognita".
    Nel 1918 il commissariato del popolo per gli Affari nazionali, presieduto da Stalin, creò una sezione ebraica. Simon Dimanstein, un vecchio bolscevico che conosceva lo yiddish ma non aveva mai partecipato alla vita politica del proletariato ebreo, ne prese la direzione. Per porre rimedio alla carenza di militanti provenienti dal movimento operaio ebreo, fece appello alla collaborazione di Samuel Agurskj, un socialista conquistato al bolscevismo dopo il suo ritorno dagli Stati Uniti. La prima pubblicazione in yiddish del Partito comunista, il settimanale Wahreit (la Verité), apparso nel marzo 1918, sei mesi dopo la rivoluzione, si trasformò in breve in quotidiano, cambiando titolo in Der Emess (la Verité, termine yiddish di origine non più ebraica ma germanica). La pubblicazione di un quotidiano yiddish poneva numerose difficoltà, a causa della grande carenza nel partito di giornalisti capaci di scrivere in questa lingua; per cui la maggior parte degli articoli erano tradotti dal russo. Nell'ottobre 1918, sempre sotto la direzione di Dimanstein, fu fondata la sezione ebrea del Partito comunista, divenuta celebre sotto il nome di Yevsectsia, che aveva il compito di conquistare il mondo ebraico alla dittatura del proletariato. In breve la Yevsectsia si assumerà la gestione della politica del governo sovietico in merito alla questione ebraica.
    Durante la guerra civile, fra il 1918 e il 1921, la comunità ebraica passò gradualmente da un atteggiamento di diffidenza, quando non di ostilità, alla sostanziale adesione al regime sovietico. All'origine di questa evoluzione possono essere individuati quattro elementi:
    a) L'antisemitismo della contro-rivoluzione. L'Ucraina, che nel 1917 era stata laboratorio dell'autonomia nazionale culturale ebraica (il socialista territorialista Zybelfarb aveva diretto il ministero degli Affari ebraici nel governo di Petlioura), durante la guerra civile fu investita da un'ondata di pogrom di violenza fino ad allora sconosciuta. Le truppe di Denikin e Wrangel avevano tentato di servirsi dell'antisemitismo come arma di lotta contro il potere sovietico. Si è calcolato che l'Ucraina sia stata teatro di duemila pogrom, che colpirono circa un milione di Ebrei e fecero fra settantacinquemila e cento cinquantamila vittime. In questa situazione disperata, la popolazione ebrea vide nell'Armata rossa la sola possibilità di salvezza. Anche se perfino alcune sue unità si lasciarono andare a dei pogrom, come testimonia Isac Babel in Cavalleria rossa, si trattava nella maggior parte dei casi di truppe che avevano già combattuto con Denikin e che in un secondo tempo erano passate nell'altro campo. Trotsky punì tre reggimenti accusati di avere organizzato dei pogrom e cercò in tutti i modi d'impedire che simili episodi si ripetessero. Numerosi giovani Ebrei si arruolarono nell'Armata rossa ormai sentita come la salvezza per tutti gli Ebrei, anche dai più ostili alla rivoluzione e al bolscevismo.
    b) La difesa degli Ebrei condotta dai soviet. La rivoluzione dette prova fin dall'inizio di un'incrollabile volontà di lotta contro l'antisemitismo. L'elezione di Jakov Sverdlov, dirigente bolscevico di origini ebrea, alla presidenza della Repubblica fu un atto di coraggio di cui nessuno sottostimò l'importanza: era una dichiarazione di guerra all'antisemitismo e la sua identificazione con la contro-rivoluzione. Lo zarismo era stato sostituito da un regime rivoluzionario che eleggeva un Ebreo a sua supremo rappresentante: nessun Ebreo poteva restare indifferente di fronte a tale ribaltamento. Nel luglio 1918 un decreto del Consiglio dei commissari del popolo, firmato da Lenin, condannava l'antisemitismo e i pogrom "come un pericolo mortale per tutta la rivoluzione, una minaccia per gli interessi degli operai e dei contadini", e chiamava "le masse lavoratrici e la Russia socialista a combatterli con tutte le forze". Il decreto ordinava a tutti i soviet provinciali di "prendere le più severe misure per sradicare il movimento antisemiti e aggiungeva che "i pogromisti e tutti coloro che fomentano pogrom" erano dei fuorilegge. L'antisemitismo non era più combattuto in quanto problema specificamente ebraico, ma come un problema più generale, di Stato, collegato alla sopravvivenza stessa della rivoluzione. Da un lato la contro-rivoluzione, che massacrava gli Ebrei; dall'altro i soviet, che facevano dell'emancipazione ebrea una bandiera e adottavano una legislazione contro l'antisemitismo: di fronte ad una simile alternativa, la scelta degli Ebrei russi non era affatto difficile.
    c) La conquista dell'intellighenzia. La costruzione di una nuova struttura statale fu disseminata di ostacoli, perché il settore più politicizzato della classe operaia era impegnato nello sforzo militare e i vecchi funzionari boicottavano le nuove autorità. Restavano gli Ebrei: una vasta riserva di energie intellettuali che lo zarismo aveva sempre represso e discriminato. La rivoluzione trasformò l'intellighenzia ebraica, pletora di paria umiliati e perseguitati del vecchio regime, in un'elite chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nella costruzione del socialismo. Gli Ebrei entrarono in massa nella struttura statale, nelle università e nelle professioni liberali. Nel 1927, dieci anni dopo la rivoluzione, essi rappresentavano l'1,8% della popolazione totale dell'URSS ma costituivano il 10,3% dei funzionari dell'amministrazione pubblica di Mosca, il 22,6% in Ucraina, e il 30% in Bielorussia. Il sociologo Victor Zavlavsky ha definito la situazione degli Ebrei nella Russia rivoluzionaria come il "primo esempio storico di coerente applicazione del principio della "discriminazione al contrario", basata sul coinvolgimento etnico". La conquista dell'intellighenzia fu un elemento decisivo per indurre la comunità ebraica nel suo insieme ad un atteggiamento di sostegno al potere sovietico.
    d) La trasformazione del socialismo ebraico. La rivoluzione d'Ottobre provocò una crisi profonda in seno al movimento operaio ebreo dove nacquero importanti correnti favorevoli al bolscevismo. Nel 1919 la fondazione dell'Internazionale comunista polarizzò le tendenze più radicali del proletariato ebreo e indusse una sequenza di fusioni e scissioni che si risolse nel 1921 con l'integrazione della maggio parto delle organizzazioni della sinistra ebraica nella Yevsectsia del Partito comunista. Il Bund era spaccato in una coerente socialdemocratica (V. Medem, R. Abramovitch) e i sostenitori della rivoluzione bolscevica, che fondarono un "Bund comunista" (Kombund) ucraino nel 1919. L'anno seguente si svolse a Mosca la dodicesima conferenza nazionale del Bund: la maggioranza, facente capo a Moshé Rafes e Aleksandr Chemeritsky, dichiarò il proprio sostegno al potere sovietico, lanciò un appello a tutti i lavoratori ebrei per l'arruolamento nell'Armata rossa e chiese l'adesione a Comintern in quanto organizzazione autonoma e nazionale del proletariato ebreo. In sostanza il Bund chiedeva l'integrazione nell'Internazionale senza rinunciare al suo programma di autonomia nazionale ebraica. Ancora una volta il federalismo bundista entrò in conflitto con il centralismo bolscevico: i militanti del Bund aderirono individualmente al Partito comunista. I sionisti-socialisti e il SERP imboccarono lo stesso cammino: nel 1917 si fusero in un Partito socialista operaio ebreo unificato, conosciuto sotto il nome di Farainikte; nel 1919 dettero vita con il Bund ad un'Alleanza comunista (Komunistishe Farband) in Ucraina e Bielorussia; infine nel 1921 confluirono nella Yevsectsia. Il Poale Tsion si scisse nel 1920 fra destra socialdemocratica, pronta ad aderire alle organizzazioni sioniste ufficiali, e una sinistra comunista, che si batté invano per essere ammessa al Comintern senza mettere in discussione il suo orientamento sionista. I militanti del Poale Tsion organizzarono nell'Armata rossa un reggimento che portava il nome di Borokhov, ma non fu certo in quanto sionisti che poterono entrare nel Partito comunista. In preda ai conflitti ideologici e vacillante sul piano organizzativo, il movimento operaio ebreo subì un serio indebolimento - ad esempio il numero dei militanti bundisti passò da trentatremila nel 1917 a undicimila nel 1921 - ma i suoi quadri più significativi (eccetto la Polonia) si ritrovarono alla fine nella cornice dell'Internazionale comunista: la forza di attrazione della rivoluzione d'Ottobre era tale da averla vinta sulle divergenze teoriche e politiche. Detto questo, oggi si è obbligati a riconoscere che, aderendo individualmente al Partito comunista, i rivoluzionari ebrei dovettero rinunciare a una gran parte della propria identità.

    Nei primi dieci anni seguenti all'Ottobre i bolscevichi fanno in larga misura propri i programmi di autonomia nazionale del Bund e degli austro-marxisti (paradossalmente Stalin era commissario del popolo per gli Affari nazionali), utilizzando come strumento la Yevsectsia. Ne consegue una notevole valorizzazione della lingua yiddish (lingua ufficiale in Ucraina e Bielorussia dal 1917), uno sviluppo senza precedenti della letteratura in questa lingua e delle istituzioni culturali (biblioteche, case editrici, giornali, riviste, teatri, ecc.).

    Tuttavia, forse per estrema conseguenza di una mancanza di comprensione già ravvisabile nella teoria del Bund, la Yevsectsia prese la responsabilità di chiudere le scuole e di cancellare le pubblicazioni in ebraico. S'intendeva così reprimere la religione e di costruire una nazione ebraica (yiddish) moderna, isolata dalla sua tradizione e anche dalla sua storia. L'interdizione dell'ebraico colpì tanto i sionisti quanto gli Ebrei ortodossi. Questo fatto getta luce sulla contraddizione più importante che segnò tutta l'esperienza della Yevsectsia , che gestiva la vita culturale degli Ebrei secondo metodi consoni ad un dispotismo illuminato più che alla democrazia sovietica. La Yevsectsia poteva disporre di una grande forza morale - rappresentava la rivoluzione vittoriosa nel mondo ebreo - ma il suo potere non era l'emanazione diretta della comunità ebraica che non ebbe mai la reale possibilità di autogestirsi. Nata sulle ceneri del pluralismo politico che aveva caratterizzato tutta la storia del movimento operaio ebreo in Europa orientale, la Yevsectsia non riuscì ad evitare una pratica sostitutiva (a fronte di un'autonomia nazionale che non fu mai pienamente realizzata) e burocratica (con la repressione che esercitò sulle organizzazioni sioniste e sulle istituzioni religiose).
    Pur lodando gli sforzi compiuti dai soviet per liberare gli Ebrei dall'oppressione secolare, Joseph Roth riconobbe a partire dal 1927 i limiti dell'azione intrapresa dalla Rivoluzione russa nel mondo ebraico. Egli si domandava se i bolscevichi avessero realmente compreso la natura della questione ebraica, quando pretesero di creare una nazione ebrea moderna dissociandola completamente dal suo passato e dalla sua identità storica, di cui la religione era un elemento insostituibile. A suo dire, la rivoluzione non si poneva "l'antica domanda, la più importante: gli Ebrei sono una nazione come le altre? È possibile considerare "popolo", indipendentemente dalla sua religione, un popolo che per millenni non è sopravvissuto in Europa che grazie alla propria religione e alla propria condizione eccezionale? È possibile, nel caso specifico, separare la nazionalità della Chiesa? È possibile trasformare in contadini uomini che hanno interessi intellettuali radicati da generazioni, d'instillare una psicologia di massa in uomini dotati di forte individualità"?

    Se il riconoscimento dell'identità etnico-nazionale di un popolo, negandone al contempo la storia, può essere imputato alle contraddizioni della politica sovietica, resta il fatto che il contesto sociale della yiddishkeit muta radicalmente. Durante la guerra civile i pogrom creano centinaia di migliaia di profughi e di esiliati, il comunismo di guerra sopprime il piccolo commercio e l'intellighenzia si integra nella struttura statale, finché, con i primi piani quinquennali (dal 1928), gran parte della popolazione ebrea subisce un processo di proletarizzazione. Le trasformazioni socio-economiche indotte dalla rivoluzione sono tali che il mondo ebraico e le sue espressioni culturali ne sono profondamente modificate: se lo yiddish ha acquisito dignità di lingua culturale, la yiddishkeit, culla e nutrimento della lingua, non esiste più.

    Negli anni trenta la burocratizzazione dell'URSS arrestò questo tentativo di valorizzazione della cultura ebraica. Il "Termidoro" sovietico soffocò il dibattito nel Partito comunista e soppresse ogni forma di democrazia sovietica, producendo anche una riaffermazione del nazionalismo pan-russo. Gli Ebrei ne furono vittima come tutte le altre azioni allogene dell'URSS. Alla fine degli anni trenta scuole, teatri, giornali, case editrici yiddish furono chiuse. Come scrivono Alain Brossat e Sylvia Klingberg, "l'insieme delle conquiste "nazionali" e "democratiche" della popolazione ebrea furono azzerate". Nel 1930 la Yevsectsia fu soppressa e, durante le sanguinose repressioni che seguirono i processi di Mosca, quasi tutti i suoi dirigenti furono giustiziati come "trotskisti" e "bundisti- trotskisti". Già verso la fine degli anni venti, Stalin aveva utilizzato temi antisemiti nella lotta contro l'Opposizione di sinistra (che annoverava molti Ebrei ed era fortemente rappresentata nella Yevsectsia). La costruzione del "socialismo in un solo paese" non aveva bisogno del contributo dei rivoluzionari ebrei, internazionalisti e, per definizione, "cosmopoliti senza radici". Nel 1937 Trotsky accusò apertamente Stalin di fomentare una nuova ondata di antisemitismo in URSS, sottolineando che la restaurazione del nazionalismo pan-russo non poteva che favorire la rinascita dei pregiudizi antisemiti tuttora latenti: "Se Stalin - scriveva - ha organizzato a Mosca processi in cui si accusano i trotskisti di avvelenare i lavoratori, non è difficile immaginare quali immondi abissi può raggiungere la burocrazia nei più sperduti angoli dell'Ucraina e dell'Asia centrale".

    Nel 1928 il governo sovietico (senza coinvolgere la Yevsectsia) dà corso al progetto di colonizzazione del Birobidjan (regione desertica e disabitata della Siberia), inviandovi gli Ebrei sotto pretesto di dare base territoriale all'unica nazione dell'URSS che ne era priva, omettendo qualsiasi preventiva consultazione della popolazione interessata. Il progetto, sotto copertura ideologica di marca prettamente sionista, risponde in realtà alla volontà di creare un argine alla pressione espansionista giapponese ad oriente, per quanto il Presidente della Repubblica, Kalinine, lo presenti come una garanzia a tutela della cultura ebraica socialista e nazionale.

    La realtà fu assai diversa: fra il 1928 e il 1933, su circa ventimila Ebrei partiti per il Birobidjan, solamente poco più di ottomila decisero di restarvi; quando nel 1934 fu proclamata la regione autonoma ebraica, istituzione di Stato in base alla Costituzione sovietica, gli Ebrei non rappresentavano neanche il 20% della popolazione. Nel 1937 l'amministrazione regionale si esprimeva di nuovo esclusivamente in russo e il nuovo presidente, M. Koteles, chiamato a prendere il posto di Liberberg appena giustiziato come trotskista, non conosceva lo yiddish. Lo Stato ebraico dell'Unione sovietica non era più che una farsa.
    "

    http://www.ecn.org/reds/formazione/q...traverso1.html

    Shalom

  2. #2
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    " Augusto DEL NOCE
    Ecco come Stalin spinse Hitler sul trono

    tratto da Il Sabato, 26.3.1983, n. 13, p. 19-20.

    Non è un paradosso. Gli storici spesso hanno chiuso un occhio. E non hanno visto che l'opposizione era solo dettata da ragioni contingenti. Ma in fondo la loro cultura era la stessa. Con questo intervento Del Noce mette chiarezza.



    Nel novembre 1946 il gesuita Padre Fessard svolse al primo Congresso internazionale di filosofia del dopoguerra, tenuto a Roma, una comunicazione sulla «comune origine di comunismo e di nazionalsocialismo» che poi ripubblicò, ampliata, nel libro del 1960 De l'actualité historique. Scarsissima fu l'eco di questa che pure deve essere considerata come una delle opere-chiave per l'interpretazione della storia contemporanea. Passò pressoché ignorata, senza lodi e senza stroncature, anche nella cultura a cui era particolarmente indirizzata, la cattolica, troppo occupata nell'ascolto e nel plauso dei «mediatori ideologici» con forme di pensiero con essa non conciliabili. Credo si debba vedere nello sviluppo successivo della storiografia sul nazismo, soprattutto a partire dal libro di Ernst Nolte sul Fascismo nella sua epoca (1963) e da quello di Eberhard Jackel La concezione del mondo di Hitler (1969) l'inconsapevole riscoperta e l'allargamento, e la conferma con i dati documentari, dell'ipotesi contenuta nell'ignoratissimo saggio di Fessard.

    Quali ne erano i temi essenziali? Il primo che, al modo stesso del marxismo, il nazionalsocialismo è una coerente concezione del mondo. Il secondo, che tale concezione è l'«esatto contrario» del marxismo e del comunismo. Tutto qui? Ma i giudizi valgono per le abitudini mentali che criticano e negano, e se le si considera sotto questo riguardo, ci si accorge che queste tesi, semplici nella loro apparenza letterale, avevano, e soprattutto continuano ad avere, un valore dirompente. La prima dice infatti che l'interpretazione della storia contemporanea non può essere che transpolitica, nel senso di accentuare la priorità del momento filosofico (la «filosofia che si fa mondo» del giovane Marx, smentendo le interpretazioni economicistiche e sociologiche correnti).

    Soprattutto, per intenderne la portata, occorre avere in mente che negli anni '50 faceva testo la biografia di Hitler, del resto pregevole sotto vari aspetti, scritta da Alan Bullock. Hitler vi veniva rappresentato come un opportunista assolutamente privo di principi come la personificazione della volontà di potenza nella forma più rozza e ingenua, tale da non poter neppure mascherare sotto princìpi morali di apparenza universale il suo fine che altro non era che la potenza e il dominio. Ogni idea non sarebbe stata per lui che strumentale, al servizio di una sete di potere, anzi di dominio su tutto il mondo unita a una rabbia distruggitrice a un odio implacabile per coloro che vengono oscuramente sentiti come superiori; l'assenza totale di scrupoli venendo giustificata dalla sottomissione dell'ordine politico alle leggi della natura, ove si svolgono confronti di forze per cui vale la legge della giungla. Chi non ha letto, o meglio non continua a leggere nella pubblicistica attuale, le caratterizzazioni di un Hitler «psicopatico», o «piccolo borghese giunto al fanatismo» o strumento «di capitalismo al tramonto», dello «spirito di conservazione e di rivalsa della vecchia Germania» o espressione di un oscuro «demone» che travaglierebbe, o almeno avrebbe storicamente travagliato la Germania? Che i giudizi consueti sull'hitlerismo non oltrepassino questo livello non ci vuol molto ad accorgersene. Ora l'idea di una concezione barbarica ma rigorosa e coerente, toglie di mezzo le interpretazioni meramente psicologiche o sociologiche, o quanto meno serve a collocare al loro giusto posto quanto di vero possono contenere.

    Due dittatori uguali e contrari.
    Rispetto alla seconda, dal dire il nazismo è l'esatto contrario del marxismo, consegue che il parallelo deve essere fatto tra comunismo e nazismo, piuttosto che alla maniera ordinaria tra fascismo e nazismo (contro l'opinione ordinaria si deve dire che il nazismo non è l'estremizzazione ultima del fascismo; che c'è una razionalità nella storia contemporanea e che l'alleanza col nazismo rappresentò non soltanto la fine pratica, ma anche quella ideale del fascismo). Ma che cosa precisamente si vuol dire con l'asserzione che deve essere presa rigorosamente alla lettera, che il nazismo sia stato l'esatto contrario del comunismo: che riproduce rovesciati, con completa simmetria, i caratteri del comunismo, cosa che non si può dire di alcun altro movimento anticomunista, e tanto meno del fascismo. Sembra che tra i movimenti storici dal primo Ottocento a oggi il nazismo realizzi pienamente i caratteri di quella «rivoluzione in senso contrario» in cui De Maistre vedeva la forma del tutto inadeguata di reazione. Possiamo tentare di passare da ciò a un tentativo di definizione? Penserei alla seguente: il nazismo è stato il contraccolpo tedesco dello scacco che il marxismo ha subìto con lo stalinismo.

    Certo, nessun marxista avrebbe potuto prevedere che il marxismo si sarebbe storicamente realizzato attraverso il populismo russo, con segno religiosamente opposto ma pur sempre religioso; sostituendo allo zarismo un'altra classe dominante che, però, porta i caratteri dello zarismo rispetto alle masse slave dominate alle conseguenze estreme.

    L'apparente paradosso svela la logica interna di un sistema filosofico. Stalin, nella cui opera spesso si vede «la rivincita della vecchia Russia» è in realtà colui che opera la giuntura tra il marxismo e la tradizione russa, continuando Lenin, la cui rivoluzione non sarebbe riuscita, se non avesse, già lui, accordato l'idea della rivoluzione liberatrice mondiale con quella del primato russo. Con Stalin l'idea della rivoluzione liberatrice mondiale cede rispetto a quella del primato russo. Si parli finché si vuole di «rivoluzione tradita», bisogna riconoscere uno scacco del marxismo in Stalin, perché l'idea della rivoluzione liberatrice mondiale con lui si perde senza poter più risorgere; resta però che senza Stalin, del comunismo non resterebbe oggi che un lontano ricordo.

    L'irrazionalismo fuori luogo.
    Torniamo ora alla simmetria tra comunismo e nazismo. Scrive perfettamente il Fessard: «Comunismo e nazionalsocialismo si oppongono diametralmente, così in quel che concerne il punto di partenza della storia come la sua fine: per il primo è il lavoro e la creazione della società senza classi e senza Stato; la lotta a morte e il dominio del popolo dei signori, per il secondo. Non si intendono che nel mezzo di condurre la storia al suo fine. Per entrambi è la lotta politica, ma compresa dall'uno come rivolta degli schiavi e rivoluzione, dall'altro come guerra nazionale dei padroni e pace vittoriosa» (De l'actualité historique, tomo 1, p. 141; le sottolineature sono nel testo). Dove invece il Fessard non persuade è nel cercare l'origine dell'opposizione nel passo della Fenomenologia dello Spirito di Hegel dedicato alla dialettica del padrone e dello schiavo. Nella prova che esso abbia esercitato una particolare influenza nella formazione del pensiero di Marx, che non lo cita mai, certamente di una qualsiasi influenza del pensiero hegeliano su Hitler non si può parlare, non certamente diretta, ma neanche indiretta.

    Non è che Marx e Hitler abbiano decomposto la dialettica hegeliana del Padrone e dello Schiavo, comprendendola il primo dal punto di vista dello schiavo, il secondo dal punto di vista del padrone. Quel che invece spiega storicamente l'hitlerismo è la sua subordinazione al momento staliniano della realizzazione storica del marxismo caratterizzato dal mutamento per cui la rivoluzione si risolve nell'orientamento dell'espansione dei popoli dell'Est; onde la paura per l'estinzione del germanesimo, come dato primo su cui il nazismo si organizza.

    Mi si permetta di insistere su questo punto: quel che spiega l'hitlerismo non è affatto la continuazione, portata al punto ultimo della linea irrazionalistica del pensiero tedesco, o delle correnti di pensiero che si erano formate nell'Ottocento in termini di critica negativa della rivoluzione francese o dei movimenti conservatori dell'Europa delle due guerre o dello stesso fascismo. Per intenderlo occorre isolarlo nella sua opposizione, che è insieme subalternità alla fase staliniana del marxismo, in questo isolamento e in questa dipendenza appaiono i tratti di quella organica concezione del mondo, a cui Hitler obbedisce, piuttosto che servirsene. Il difetto del richiamo al passo hegeliano sta nel fatto che esso non serve a rendere ben conto dell'aspetto di dipendenza del nazismo rispetto al marxismo (sembrano invece essere posti sullo stesso piano), e, in più, rischia di non spiegare le simmetrie nelle loro particolarità. L'accentuazione della dipendenza (rispetto a cui la sconfitta sembra assumere un significato simbolico) porta a vedere nel nazismo un fenomeno conseguente alla crisi, irreversibile e insuperabile, che il marxismo incontra nel farsi storia.

    Rispetto agli aspetti simmetrici, brevemente. Tutto avviene nel nazismo come se criterio di verità fosse la sostituzione di una categoria comunista con l'esattamente contraria, tale però sempre nello stesso orizzonte materialistico del marxismo. Così alla classe viene sostituita la razza; conseguentemente, l'ebreo diventa il portatore assoluto del male. L'unità sino all'identificazione di antimarxismo e di antisemitismo qualifica il nazismo.

    Nell'opinione corrente nel primo dopoguerra c'erano certamente elementi che favorivano questa persuasione: l'origine ebraica di Marx e l'idea, diffusa in quegli anni, sulla preponderanza degli ebrei tra i capi del bolscevismo, nonché la voce corrente allora, che lo stesso Lenin fosse ebreo. Non sono tuttavia argomenti che servano a spiegare l'antisemitismo nazista nel suo carattere proprio, irriducibile agli altri antisemitismi della storia; per il nazismo non si trattava soltanto di una congiura per il dominio mondiale a cui la maggioranza degli ebrei, e degli ebrei potenti, avrebbe partecipato; gli ebrei erano colpevoli per il loro essere (per il loro «sangue»), di cui le idee -che nel loro risolversi in forma pratica rappresentavano il pericolo mortale per la Germania e per l'Europa- erano l'espressione necessaria.

    Alla dimensione del futuro propria del marxismo si oppone il richiamo nazista alla dimensione del passato; alla laicizzata escatologia marxista che pone la società perfetta alla fine dei tempi corrisponde il mito nazista che la pone prima della storia. La rivoluzione nazista sia pure nella forma di rivoluzione contro la rivoluzione, aveva il fine di realizzare un «uomo nuovo», che avrebbe dovuto corrispondere al tipo arcaico, mai finora realizzato nella sua purezza, dell'ariano.

    L'opposizione dell'ariano e dell'ebreo prende anche la forma dell'antitesi di natura e antinatura sul fondamento che «solo l'uomo, tra tutti gli esseri viventi, cerca di trasgredire alle leggi di natura». Allo storicismo marxista si oppone quindi il più completo naturalismo; e forse questa è la formula più adeguata, capace di fare intendere nel suo significato pieno la stessa opposizione di classe e di razza.

    All'idea di rivoluzione si oppone quella di guerra, come guerra assoluta; guerra che risolve in sé la politica, e che perciò non può presentarsi che come guerra di sterminio, rinunciando a ogni maschera di «liberazione» o di «crociata»; privata così di un'arma che si sarebbe rivelata preziosa (lo pensa ad esempio, lo stesso Solgenitzin) nella guerra contro la Russia sovietica. Si dovrebbe dire che il rigore della coerenza portò il nazismo a sacrificare delle reali possibilità di successo. Lo portò anche all'impossibilità di contrarre effettive alleanze.

    Anche da questo rapido cenno risulta come i tratti che si sono storicamente realizzati fossero già predeterminati nella concezione hitleriana. Essa, formatasi per negazione e per antitesi, spiega il destino di distruzione che gravava sul nazismo, distruzione che in definitiva lo coinvolse (ed è perciò che a differenza di ogni altro fenomeno storico, nulla di esso sopravvive); se si può parlare di un genio di Hitler, si può soltanto farlo -forse lo si deve- in termini di genio della distruzione. Il Fest (Hitler 1973), che si è anche soffermato sul disperato impulso suicida da cui Hitler fu accompagnato lungo tutto l'arco della sua esistenza, ha osservato giustamente che in lui all'odio che può sembrare reazionario per il bolscevismo si accompagnò quello rivoluzionario per il vecchio mondo, provato dall'assenza di richiamo ad alcuna precedente età storica. E cita delle affermazioni dell'ultimo Goebbels così ricche di significato da meritare di essere riportate per esteso: «In una con i monumenti della cultura, crollano anche gli ultimi ostacoli che si opponevano alla realizzazione del nostro compito rivoluzionario. Adesso che tutto è distrutto, siamo costretti a ricostruire l'Europa. In passato, la proprietà privata ci ha imposto atteggiamenti di ritegno borghese; ma adesso le bombe, anziché sterminare tutti gli europei, non hanno fatto che abbattere le mura del carcere che li tenevano prigionieri... Al nemico che tentava di annichilire il futuro dell'Europa, è riuscita soltanto la distruzione del passato, in tal modo facendola finita con tutto il vecchiume e il sorpassato». E certamente Goebbels ha ragione perché le condizioni storiche tedesche furono definitivamente travolte nella rovina del nazismo; così il sistema feudale e autocratico, solo parzialmente compromesso dal trattato di Versaglia.

    Così avanzava la sconfitta.
    Si può dire che si trovino già iscritte nell'essenza del nazismo il suo destino di sconfitta, la sua necessaria ferocia, la sua condanna all'infamia.

    Destino di sconfitta perché, nato dalla paura ossessiva dell'estinzione del germanesimo a opera del colosso bolscevico e del cervello ebraico, non poteva veder che nemici ovunque; e neppure si può dire che Hitler si fidasse completamente dei tedeschi, i veri ariani erano soltanto la SS e la stessa Wehrmacht era guardata con sospetto.

    Perché l'azione di sterminio non fu semplicemente un'esplosione di furore ma -e qui appunto è il massimo dell'orrore- un «dovere» imposto dalla concezione nazista del mondo, anche se, per quel che pare, come azione pratica fosse tenuta così rigorosamente segreta (all'infuori delle SS che fungevano, a loro modo, da «iniziati»), da essere ignota alla grandissima maggioranza del popolo tedesco e alla Wehrmacht. La ricerca della coerenza organica della concezione hitleriana, se per un verso restituisce il nazismo all'umanità, come è compito imprescindibile dello storico e, in questo caso, di chi pensa non sia possibile fare oggi una filosofia e una politica serie senza una comprensione rigorosa della storia contemporanea, significa per l'altro l'irrevocabilità di una condanna senza possibile appello.

    Né si può parlare di una sua sopravvivenza, o possibile rinascita. Il nazismo è scomparso in ragione dell'obbligazione logica da cui dipendeva; non certo per ragioni morali -perché proprio si è diffuso come non mai il principio che qualsiasi atrocità è giustificata dal successo- ma perché aveva posto nella forza il suo criterio, e la forza si è pronunciata altrimenti.

    Come la concezione hitleriana riuscì a ottenere un consenso che neppure la pressoché assoluta certezza della sconfitta riuscì sostanzialmente a incrinare? Vi contribuì la dissennata politica culturale della repubblica di Weimar volta ad abbassare e ad infangare i valori della tradizione morale tedesca ma, soprattutto, l'occasione decisiva fu fornita, a una Germania già moralmente dissestata, dalle desolanti condizioni economiche successive alla crisi del ‘29 che la posero davanti a una scelta fra due opposte rivoluzioni, la comunista e la nazista.

    Detto questo, quale si può dire sia stato il vizio capitale teorico iniziale del nazismo, quello di cui gli altri errori furono le conseguenze? Dobbiamo vederlo nella forma della sua opposizione al marxismo. E' nozione comune vedere nel marxismo una continuazione dell'hegelismo separato completamente dal platonismo; è in dipendenza da ciò che il giovane Marx definisce l'uomo come «un animale che ha dei bisogni», materiali, imperativi e ineluttabili, onde il primo fatto storico e la condizione fondamentale dell'intera storia è la produzione della vita materiale (l'inizio della «filosofia del fare» opposta alla metafisica dell'essere). Ora, è proprio questo antiplatonismo, questo rifiuto di quel che qualche pensatore ha chiamato la «cattolicità naturale» del pensiero classico quel che il nazismo condivide; perciò costretto a realizzare quell'«esatto contrario» del marxismo di cui si è detto.

    Esempio, dunque, non superabile della cattiva confutazione del marxismo, che tuttavia serve a documentare l'assenza di universalità. Per concludere, accennando a un tema che sarebbe di estrema importanza riprendere. Negli ultimi mesi di vita, Simone Weil definì quale avrebbe dovuto essere la domanda morale essenziale del dopoguerra: «Con quale diritto possiamo condannare Hitler»? (la condanna della storia evidentemente non basta), intendendo dire che questa condanna importava una rivoluzione intellettuale e morale. Si preferì battere tutt'altra via, eludendo completamente questa domanda.
    "

    Shalom

  3. #3
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  4. #4
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    " Claudio Veltri

    STALIN E GLI EBREI
    Dalle grandi purghe alla nascita dello “Stato d’Israele” al complotto dei medici ebrei: le alterne vicende del rapporto di Stalin con gli ebrei.






    Di ritorno dall'Unione Sovietica, dove aveva condotto un'inchiesta sulla demografia ebraica, lo scrittore ebreo Joël Cang valutava che gli ebrei viventi nelle quindici repubbliche dell'URSS ammontassero, nel 1959, a una cifra pari a quella dell'anteguerra, vale a dire ad una cifra che andava dai tre milioni ai tre milioni e mezzo: più del doppio della popolazione d'Israele (Soviet Jewry: A new Estimate, "Jewish Chronicle", 23 ottobre 1959).

    Il censimento del 1939 aveva stabilito una minoranza ebraica di 3.100.000 su una popolazione totale di circa 200 milioni. A questa cifra (che evidentemente non comprendeva i 300.000 ebrei assimilati o che tali si consideravano) bisogna aggiungere i due milioni di ebrei che vivevano sui territori annessi della Polonia orientale, dei tre paesi baltici, della Bucovina e della Bessarabia.

    Il censimento del 1959 parla di 2.268.000 ebrei, dei quali il 20,8% ha dichiarato che lo jiddish e la loro lingua materna. Numero degli ebrei per repubblica: 875.000 nella Repubblica Federativa Russa, 840.000 in Ucraina, 15.000 in Bielorussia, 94.000 in Uzbekistan, 52.000 in Georgia, 25.000 in Lituania, 95.000 in Moldavia (Bessarabia), 37.000 in Lettonia, 5.000 in Estonia. Il censimento non indica il numero degli ebrei nelle repubbliche del Kazakhstan, Azerbaigian, Kirghisistan, Tagikistan, Armenia, Turkmenistan, per il motivo che il numero degli ebrei in queste repubbliche non raggiunge la soglia minima perché la minoranza sia menzionata.

    La maggior parte degli ebrei sovietici era concentrata nelle grandi città. Così, secondo Cang, circa 700.000 ebrei vivevano a Mosca, 300.000 a Leningrado, 250.000 a Kiev, 250.000 a Odessa, 70-80.000 a Dnepropetrovsk e a Cernovits; 40-50.000 in ciscuna delle seguenti città: Minsk, Bobrojsk, Riga, Vilna, Kishinev, Lvov e Alma Ata.

    Per quanto riguarda le attività lavorative degli ebrei dell'Unione Sovietica, nel 1939 il 70% avrebbe lavorato come operai o impiegati nelle aziende dello Stato; il 20% erano artigiani (specialmente sarti), il 6% agricoltori (220.000 famiglie che coltivavano, soprattutto in Crimea e nel Birobidzan, 1.500.000 acri di terra). Dopo il 1939 le colonie agricole ebraiche sono scomparse e, nell'insieme, il numero degli ebrei che esercitano un lavoro manuale è diminuito in favore di quelli che esercitano un lavoro non manuale. Così si hanno 30.000 scienziati ebrei, 2.000 architetti, numerosi musicisti (un quarto dei musicisti dell'orchestra del Bolscioi), artisti cinematografici, tecnici dell'industria chimica ecc.

    Dalle grandi purghe alla seconda guerra mondiale

    Durante il Grande Terrore, tra i dieci milioni di vittime delle purghe, fu eliminato circa mezzo milione di ebrei. Tra i più rilevanti, fu ucciso Lev Borisovic Kamenev, uno dei cinque massimi dirigenti bolscevichi, cognato di Trotzkij, che dopo la morte di Lenin aveva fatto parte con Stalin della trojka al governo. Assieme a lui, dopo un grande processo pubblico, fu giustiziato l'ex capo del Comintern Grigorij Evseevic Zinov'ev, il cui vero cognome era Radomyl'skij, anche lui ex membro della trojka. Nikolaj Ivanovic Bucharin, il "beniamino di tutto il Partito" Lenin), che aveva appoggiato Stalin contro Zinov'ev e Kamenev, come già lo aveva appoggiato contro Trockij, per ironia della sorte fu accusato di trotzkismo e giustiziato nel 1938.

    Questa operazione continuò anche negli anni Quaranta. "Un'intera generazione di sionisti ha trovato la morte nelle prigioni sovietiche, nei campi, in esilio", ha scritto il dottor Julius Margolin, che venne detenuto in vari campi di concentramento nella regione del Baltico e del Mar Bianco dal 1940 in poi. Margolin ha anche detto che nel mondo esterno nessuno, nemmeno i sionisti, hanno fatto alcunché per salvarli. (David Dallin e Boris Nikolaevskij, Il lavoro forzato nella Russia sovietica, Sapi, Roma 1949).

    Il fatto che gli ebrei epurati fossero così numerosi non passò inosservato nell'Unione Sovietica. Un vecchio ufficiale zarista avrebbe detto al suo compagno di cella: "Finalmente i sogni del nostro amato Nicola [II], che egli era personalmente troppo debole per tradurre in realtà, si sono realizzati. Le prigioni sono piene di ebrei e bolscevichi" (Roy A. Medvedev, Lo stalinismo, Mondadori, Milano 1972, p. 436).

    Un anno prima dell'inizio della seconda guerra mondiale, il direttore dei campi di concentramento sovietici, Genrich Jagoda, venne giustiziato assieme a Nikolaj Ivanovic Bucharin, a Rykov, a Lev Grigor'evic Levin e agli altri imputati degli ultimi processi pubblici della purga. Erano quasi tutti ebrei. A Jagoda succedette N. Ezhov, che gestì il terrore per quattro anni.

    A Ezhov succedette Lavrentij Pavlovic Berija. Era nato il 29 marzo 1899 a Mercheuli (ad alcuni chilometri dal Mar Nero), un villaggio i cui abitanti appartenevano alla popolazione dei Mingreli. Ma la madre di Berija proveniva da Tekle, un villaggio abitato soprattutto da ebrei e da un popolo affine, i caraiti. Secondo Georges Bortoli (The Death of Stalin, Phaedon, London 1975, p. 193) Berija era ebreo per parte di padre. Quando Berija assunse l'incarico di capo della polizia segreta, che contava un milione e mezzo di agenti, erano ormai pochi gli ebrei di rilievo che rimanevano nelle gerarchie del partito, delle forze armate e degli organi di sicurezza. Tra costoro, Berija ebbe il compito di liquidare Béla Kun (Kohen), il capo della rivoluzione comunista ungherese del 1919, poi esecutore del terrore in Crimea. Béla Kun, che era in prigione dal 1937, fu ucciso il 30 novembre 1939.

    Stalin epurò anche tutti i capi delle sezioni ebraiche che si erano adoperati sotto la sua direzione per cancellare la vita ebraica organizzata. Quasi tutte le istituzioni culturali ebraiche che rimanevano in vita - comprese 750 scuole in cui si insegnava in yiddish - furono chiuse tra il 1934 e il 1939. Il principale strumento di Stalin in tale operazione fu Samuel Agurskij, già anarchico e membro del Bund ebraico, che aveva diretto la prima campagna di Stalin contro le organizzazioni politiche, religiose e culturali ebraiche. Costui venne gettato in una cella e accusato di far parte della "clandestinità ebraica fascista", alcuni membri della quale, come Moishe Litvakov e Esther Fromkin, furono giustiziati.

    Il 3 maggio 1939 Stalin licenziò improvvisamente il ministro degli esteri Maksim Litvinov, un ebreo che aveva ricoperto questa carica per dieci anni, e lo sostituì con l'ariano V.M. Molotov, che firmò di lì a poco il patto di non aggressione tra l'URSS e il Terzo Reich.

    Subito dopo, a Brest Litovsk, Stalin fece consegnare alla Germania circa seicento membri del partito comunista tedesco, per lo più ebrei. Uno di costoro era Hans David, il compositore di "musica degenerata".

    Dal settembre 1939 al luglio successivo, in seguito alle annessioni sovietiche, due milioni di ebrei dei tre stati baltici, della Polonia orientale, della Bessarabia e della Bucovina passarono sotto l'URSS. I dirigenti delle società ebraiche attive presso queste comunità furono mandati in Siberia; tutte le organizzazioni e le istituzioni sioniste furono chiuse.

    Nella zona polacca occupata dai Sovietici, a partire dal febbraio 1940 l'NKVD di Berija arrestò e deportò circa mezzo milione di ebrei. Molti morirono durante il viaggio per la Siberia. Arthur Koestler avrebbe definito questa azione di Stalin e Berija "deportazioni in massa su una scala finora non riscontrata nella storia, [deportazioni che] furono i principali metodi amministrativi di sovietizzazione" (Il Yogi e il commissario, Bompiani, Milano 1947, p. 282). Julius Margolin, che si trovava a Leopoli nell'Ucraina occidentale, riferisce che nella primavera del 1940 "gli ebrei preferivano il ghetto tedesco all'uguaglianza sovietica".

    Le liste di Berija erano divise in varie categorie, una delle quali era la "controrivoluzione nazionale ebraica", che comprendeva sia i sionisti sia i bundisti antisionisti. Uno degli ebrei polacchi arrestati era Menachem Begin, giovane dirigente sionista; furono arrestati anche Henryk Ehrlich e Viktor Alter, fondatori del Bund polacco, il partito ebraico più importante del paese. Nel 1941, dati i legami dei due dirigenti del Bund con i sindacati americani, Berija approvò in linea di principio che essi organizzassero un comitato ebraico antinazista con base nell'URSS; ma Stalin scrisse sulla richiesta che gli era pervenuta in relazione a tale progetto: "Rasstrelijat oboich" (Fucilarli tutti e due). La loro fucilazione scatenò una tempesta nell'ebraismo statunitense.

    Per controbilanciare questo scandalo, nel 1943 furono inviati in missione negli USA l'attore e regista teatrale Solomon Mikhoels, alias Vovsi (fondatore del Teatro Jiddish di Mosca) e il noto poeta jiddish Icik Solomonovic Feffer, in qualità di rappresentanti del Comitato Antifascista Ebraico. Quando giunsero in America, furono accolti da Nahum Goldmann, Albert Einstein, Chaim Weizmann, Marc Chagall e altre celebrità del mondo ebraico. In settembre, i due conclusero un accordo di assistenza coi funzionari del Joint Distribution Committee of American Funds for the Relief of the Jewish War Sufferers, la potente organizzazione ebraica nata il 27 novembre 1914 per iniziativa di banchieri quali i Warburg (Felix M. Warburg ne fu appunto il presidente), gli Schiff, i Kuhn, i Loeb, i Lehmann e i Marshall, i Rosenwald.

    Quando i due fecero ritorno nell' URSS, nel febbraio 1944, Mikhoels pensò di poter estendere e sviluppare le attività del Comitato antifascista ebraico e sollevò presso Molotov la questione dell'aiuto del Joint per la costituzione di un insediamento di ebrei nella penisola di Crimea. Nel marzo 1944 il Comitato indisse un'assemblea di massa, alla quale tremila ebrei intervennero per ascoltare Solomon Mikhoels, Icik Feffer, Il'ja Erenburg e altri.

    Il'ja Grigorevic Erenburg, in particolare, aveva preparato assieme allo scrittore e giornalista ebreo Vasilij Grossman (ex membro del Comitato Antifascista Ebraico) un Libro nero in cui si affermava che erano stati sterminati un milione e mezzo di ebrei sovietici. Il libro era pronto in bozze, ma il governo, allarmato per l'intensa attività ebraica, ne proibì la pubblicazione. Erenburg, comunque, ne pubblicò alcuni estratti sulla rivista jiddish "Znamja" (La bandiera), sotto il titolo "Assassini di popoli". Il titolo si riferiva ai Tedeschi, ma in esso veniva anche vista un'allusione ai Sovietici.

    Nasce lo Stato d'Israele

    Quanto a Solomon Mikhoels, la sua ultima impresa fu la celebrazione della nascita del defunto scrittore jiddish Mendele Mocher Sforim, che terminò con una fragorosa manifestazione di appoggio all'istituzione dello Stato ebraico in Palestina. Mikhoels morì a Minsk qualche giorno dopo, il 12 gennaio 1948. Il suo cadavere, assieme a quello di un altro ebreo, fu trovato il giorno dopo accanto alla stazione ferroviaria; "vittime di un incidente", disse la polizia. Vent'anni dopo Svetlana Allilujeva, la figlia prediletta di Stalin, andata sposa a un ebreo, accuserà suo padre del duplice omicidio: "Mikhoels era stato assassinato: non c'era stato nessun incidente [...] Conoscevo fin troppo bene l'ossessione di mio padre, che vedeva complotti 'sionisti' in ogni angolo" (Svetlana Alliluieva, Soltanto un anno, Mondadori, Milano 1969, pp. 164-165). Ai funerali di Mikhoels, il poeta, drammaturgo e romanziere jiddish Perec D. Markis recitò una lunga trenodia, nella quale faceva di Mikhoels una delle tante vittime dell'Olocausto. Un anno dopo fu arrestato anche lui.

    Fu dunque la nascita di uno Stato ebraico in Palestina a ridestare l'entusiasmo degli ebrei sovietici. Il sostegno dato dal governo dell'URSS a Israele e il voto favorevole espresso dall'URSS alle Nazioni Unite, vennero interpretati dagli ebrei sovietici come un'autorizzazione ad esprimere solidarietà all'entità politica sionista.

    "Per tutte queste ragioni, negli anni 1947-1948, fra gli ebrei sovietici si levarono onde di commozione che giunsero al culmine (nei giorni più neri di Stalin) quando nelle strade adiacenti alla Sinagoga di Mosca, migliaia di persone si radunarono, per singola iniziativa di ognuno, per accogliere la prima ambasciatrice d'Israele, Golda Meir, mentre il canto di Ha-Tikvà esplodeva tra il pubblico e grida di 'Am Israel chai' (il popolo d'Israele vive') echeggiavano nell'aria. Oggi sappiamo pure che ci furono ebrei tanto ingenui da presentare alle autorità sovietiche la domanda di potersi arruolare nell'esercito di difesa di Israele per servire quali artiglieri, carristi, marinai o aviatori, nelle sue unità combattenti. Questo avvenimento straordinario venne a conoscenza del dittatore e radicò in lui il terribile sospetto che in trent'anni, il regime comunista non era riuscito a staccare, né intellettualmente né sentimentalmente la massa degli ebrei, e neppure una notevole parte di essi, dall'attaccamento alle proprie origini e dalla sensibilità agli avvenimenti drammatici del mondo ebraico fuori dell'Unione Sovietica. Allora il dittatore decise che, per spegnere la fiamma ebraica che cominciava a riaccendersi era necessario versare sugli ebrei, e particolarmente sulla loro cultura, e sui loro sentimenti, torrenti di acqua gelata. Anzitutto, bisognava impedire ogni contatto tra gli ebrei sovietici e quelli dell'Occidente" (Ariè Eliav, Tra il martello e la falce, Barulli, Roma 1970, pp. 35-36).

    Il 21 novembre 1948 il Comitato Antifascista Ebraico venne sciolto d'autorità, perché era diventato un "centro di propaganda antisovietica". Le pubblicazioni edite dal Comitato furono proibite, in particolare il giornale jiddish "Einikai", al quale collaborava l'élite intellettuale dell'ebraismo sovietico. Nelle settimane successive, tutti quanti i membri del Comitato Ebraico Antifascista furono arrestati.

    Nel febbraio del 1949 la stampa lanciò una vasta campagna anticosmopolita. I critici teatrali ebrei furono denunciati per la loro "incapacità di capire il carattere nazionale russo". "Quale idea possono avere un Gurvic o uno Juzovskij del carattere nazionale dell'uomo russo sovietico?" si chiedeva la "Pravda" del 2 febbraio 1949. Nei primi mesi del 1949 centinaia di ebrei furono arrestati, soprattutto a Leningrado e a Mosca.

    Il 7 luglio 1949 il tribunale di Leningrado condannò Akila Grigor'evic Leniton, Il'ja Zejlkovic Serman e Rul'f Aleksandrovna Zevina a dieci anni di internamento nel Gulag. Gli imputati furono riconosciuti colpevoli di aver "lodato gli scrittori cosmopoliti" e di aver "calunniato la politica governativa sovietica sulla questione delle nazionalità". In appello, gl'imputati furono condannati a venticinque anni dalla Corte Suprema, che riconobbe gl'imputati colpevoli di aver "condotto agitazione controrivoluzionaria basandosi su pregiudizi nazionalistici e affermando la superiorità di una nazione sulle altre nazioni dell'Unione Sovietica".

    Il siluramento degli ebrei fu eseguito in maniera sistematica, soprattutto negli ambienti della cultura, della stampa, della medicina. Ma gli arresti ebbero luogo anche in altri settori: nel complesso industriale metallurgico fu arrestato un gruppo di "ingegneri sabotatori", che furono condannati a morte e quindi giustiziati il 12 agosto 1952. Il 21 gennaio 1949 venne arrestata e internata nel Gulag la moglie di Molotov, Pavlina Zemcuzina, dirigente superiore nell'industria tessile. Nel luglio 1952 fu arrestata per spionaggio e quindi fucilata la moglie di Aleksandr Poskrebysev, segretario personale di Stalin.

    Il 1948 vide l'inizio della fine dell'attività del Joint in varie democrazie popolari. In Unione Sovietica il Joint non operava più dal 1938; solo fra il 1943 e il 1945 era stato consentito l'invio di pacchi in territorio sovietico. Nel 1949 la Polonia espulse i rappresentanti del Joint e la Cecoslovacchia fece lo stesso. L'Ungheria permise solo la somministrazione di aiuti attraverso la Comunità ebraica locale; anzi, nel 1949 il capo del Joint in Ungheria, Israel Jakobson, venne arrestato. In quel medesimo anno, in Ungheria veniva condannato e giustiziato, assieme ad altri, l'ex ministro degli Esteri László Rajk.

    Il complotto dei medici

    Nel 1951 c'erano in URSS 215.000 medici. Circa 35.000 erano ebrei. Al grado supremo della categoria dei medici sovietici si trovava il gruppo dei medici del Cremlino. L'élite della medicina sovietica lavorava nell'ospedale del Cremlino, dove venivano curati i dignitari del PCUS e dei partiti comunisti "fratelli".

    Alla fine dell'agosto 1948 morì, nell'ospedale del Cremlino, Andrej Aleksandrovic Zdanov, che aveva diretto la campagna ufficiale contro la cultura formalista e cosmopolita. Un rapporto stilato per gli organi di sicurezza affermò, sulla base degli elettrocardiogrammi di Zdanov, che la malattia di quest'ultimo non era stata diagnosticata correttamente. Il reparto elettrocardiografico era diretto da un'ebrea, Sofija Karpaj. Fu solo nel 1951, però, che venne arrestato il primo medico del Cremlino, il professor Jacov Etinger, membro del Comitato antifascista ebraico. Il secondo arresto fu quello dell'elettrocardiologa Sofija Karpaj. Sia Etinger sia la Karpaj erano accusati di avere deliberatamente falsificato la diagnosi dell'elettrocardiogramma di Zdanov. Nei diciotto mesi successivi furono arrestati il cardiologo Binijamin Nezlin, suo fratello il dottor Solomon Nezlin e altri celebri medici ebrei. Il complotto dei medici sarebbe stato denunciato pubblicamente il 13 gennaio 1953.

    Nell'ottobre 1952, Stalin convocò il XIX Congresso del PCUS. Circa milletrecento delegati, in rappresentanza di sette milioni di iscritti, registrarono il proprio nome sotto trentasette nazionalità, tra le quali non figuravano gli ebrei. (Kaganovic e Mechlis erano semipensionati). Si realizzò così una battuta che già circolava: "Mosè ha fatto uscire gli ebrei dall'Egitto, Stalin li ha fatti uscire dal Comitato Centrale". Al congresso, Malenkov disse che agenti stranieri stavano tentando di "sfruttare elementi instabili della società sovietica per i propri obiettivi infami". Poskrebysev collegò i crimini economici, come quelli denunciati a Kiev o nell'organizzazione del partito in Ucraina, con lo spionaggio e l'accerchiamento capitalistico. Tutti sapevano che i funzionari economici e politici epurati in Ucraina erano ebrei ormai in procinto di essere giustiziati.

    (La prima moglie di Poskrebysev era un'ebrea e nel 1949 Stalin lo aveva invitato a divorziare. Una notte, tornato a casa, non trovò più la moglie. Si rivolse a Stalin, il quale gli disse: "Hai bisogno di una moglie? Ne avrai una nuova". Rientrato a casa quella sera, Poskrebysev aveva trovato ad attenderlo quella che sarebbe diventata la sua seconda moglie, una russa autentica).

    Dopo la fine del XIX Congresso, si intensificarono le nuove purghe, con una campagna mirante al rafforzamento della disciplina di partito e con una serie di condanne a morte emesse contro funzionari dell'industria tessile ucraina: H.A. Khain, J.E. Jaroseckij, D.I. Gerson, tutti ebrei. Nel medesimo periodo in cui gli ebrei del partito comunista ucraino venivano epurati, molti dei più importanti dirigenti comunisti dei paesi dell'Europa orientale - per la maggior parte ebrei - erano in carcere e stavano per essere giustiziati.

    A Mosca, circa una dozzina di medici del Cremlino andò a raggiungere i dottori Etinger, Kogan e Karpaj. Nel frattempo, veniva allestito a Praga il processo Slansky, "un modello pilota della purga ai vertici moscoviti che Stalin andava preparando" (Robert Conquest, Power and Policy in the USSR. The Study of Soviet Dynastics, Phaeton, New York 1975, p. 173). Alla fine del 1951 Stalin aveva ordinato al presidente cecoslovacco Klement Gottwald di arrestare il presidente di quel partito comunista, Rudolf Slansky, come agente di Israele e del sionismo. Tra il 20 e il 27 novembre 1952, quattordici dirigenti di primo piano del partito comunista e del governo cecoslovacchi, undici dei quali ebrei, furono processati con l'imputazione di aver tentato di complottare con i sionisti per assassinare il presidente Gottwald, rovesciare il governo popolare e restaurare il capitalismo. L'atto d'accusa letto dal pubblico ministero puntava il dito contro il Joint, "gli avventuristi sionisti", "Israele e l'America", i "cosmopoliti", i "nazionalisti borghesi ebrei", i "trotzkisti, i lacchè della borghesia e altri nemici del popolo ceco". Appena ebbe inizio il processo, su case e negozi di ebrei apparvero scritte di questo tenore: "Via gli ebrei!", "Abbasso gli ebrei capitalisti!" Si continuavano ad arrestare ebrei di spicco, tra i quali Eduard Goldsucker, ministro plenipotenziario cecoslovacco in Israele. Quest'ultimo sarebbe riemerso, ai vertici dello Stato cecoslovacco, nel corso della breve "primavera di Praga", assieme ad altri ebrei come Ota Sik. Nella prima giornata del processo, Slansky confessò tutto: i rapporti coi Rothschild, con Ben Gurion, con Bernard Baruch, con Henry Morgenthau. Avevano orchestrato un complotto sionista per distruggere la Cecoslovacchia: "Il movimento sionista del mondo intero - disse alla corte - è di fatto il mondo degli imperialisti, soprattutto di quelli americani". Slansky e gli altri confessarono che nel complotto erano coinvolti i massoni ebrei, il Joint, le spie israeliane e americane. (Cfr. Claudio Veltri, Cecoslovacchia e lobby sionista, Barbarossa, Saluzzo 1988).

    Il più grande scrittore cecoslovacco, Ivan Ulbrecht, scrisse: "Davanti alla corte siedono undici ebrei cosmopoliti, uomini senza onore, senza carattere, senza patria, gente che ama soltanto la carriera, l'iniziativa privata e il denaro".

    Le accuse contro il Joint, che fin dal 1950 era impegnato in interventi in Cecoslovacchia, sarebbero state ripetute a Mosca sei settimane più tardi, nel contesto del complotto dei medici. Gli accusatori dissero che il Joint era un "ramo segreto del servizio di spionaggio americano", che operava sotto la copertura dell'organizzazione assistenziale. Dissero che "lo spregevole traditore Slansky" (nato Salzman) era sempre rimasto "un lacchè della borghesia" e del sionismo internazionale e che aveva legami diretti con il diplomatico israeliano Ehud Avriel. "Rude Pravo" (quotidiano del PC cecoslovacco) descrisse gli "occhi insolenti e perfidi" e la "faccia da Giuda" di Slansky e scrisse che era un "serpente calpestato", un "cannibale" che sarebbe stato ripagato con la sua stessa moneta. Slansky fu accusato di aver cercato di assassinare il presidente servendosi di medici come "il massone dottor Haskovec". Slansky ammise che lui e il medico massone avevano effettivamente tramato per far morire Gottwald, al quale sarebbe dovuto subentrare Slansky stesso.

    Al processo testimoniarono due cittadini israeliani che si trovavano in carcere da un anno: i cugini Mordechai Oren e Shimon Ohrenstein. Oren era un dirigente del partito comunista israeliano, il Mapam, mentre Ohrenstein era stato un funzionario dell'ufficio commerciale della legazione israeliana a Praga. Oren confessò di essere stato in Russia e di avervi incontrato dei medici ebrei, nonché il defunto caporione sionista Solomon Mikhoels.

    Il 4 dicembre 1952, qualche giorno dopo la fine del processo, undici condannati furono impiccati. I loro cadaveri furono cremati nel carcere di Ruzyn e le ceneri furono raccolte in un sacco di patate. Un autista, con due agenti della polizia segreta, portò il sacco alla periferia di Praga, dove le ceneri furono disperse sulla strada ghiacciata. Tre imputati, tra cui l'ex sottosegretario agli esteri, Arthur London, furono condannati all'ergastolo.

    I giornali israeliani e statunitensi, come "New Republic" del 27 novembre 1952, collegarono le accuse formulate nel corso del processo ai Protocolli dei Savi di Sion. Il "New York Times" del 23 novembre 1952 scrisse che la vasta cospirazione ebraica evocata dal processo di Praga riecheggiava "ancora una volta gli infami Protocolli dei Savi di Sion (...), ma in una versione stalinista alla quale il terreno fu preparato quattro anni or sono dalla campagna contro il 'cosmopolitismo' scatenata nella stessa Russia sovietica (...) le cui vittime furono prevalentemente ebrei". L'affare Slansky, concludeva il "New York Times", "può segnare l'iniziare l'inizio di una grande tragedia, mentre il Cremlino tende sempre di più verso un antisemitismo mascherato da antisionismo".

    In Romania, dove la popolazione ebraica assommava a 400.000 individui (i quali avevano accolto entusiasticamente l'Armata Rossa e in moltissimi casi avevano aderito al partito comunista, entrando così nell'amministrazione statale e accedendo rapidamente agli uffici dei ministeri, della polizia e dei quadri dirigenti del Partito) l'eliminazione degli ebrei dall'amministrazione statale e soprattutto dalla polizia cominciò nel 1947. Furono anche epurati i quadri superiori del Partito, perché non si volevano indisporre gli elementi cristiani che vi si trovavano e che già avanzavano riserve sulla presenza di Anna Pauker e di altri ebrei alla testa del movimento. Le sedi delle organizzazioni sioniste di Bucarest furono assaltate da militanti comunisti. Ma questi ultimi trovarono gli ebrei muniti di armi bianche e preparati a difendersi. Fu il solo caso di resistenza attiva dell'ebraismo esteuropeo negli anni del socialismo reale.

    Alla fine, tra gli ebrei arrestati vi fu la stessa Anna Pauker, figlia di un rabbino, diventata dirigente del Komintern e ministro degli esteri di Romania nonché eminente "pensatrice" marxista-leninista. Radio Bucarest annunciò: "Anche tra noi ci sono criminali, agenti sionisti e agenti del capitale internazionale ebraico. Li smaschereremo ed è nostro dovere distruggerli" (Meir Cotic, The Prague Trial: The First Anti-Zionist Show Trial in the Communist Bloc, Herzl Press, New York 1987, p. 144).

    Secondo un dossier che fu consegnato a un emissario di Berija, Anna Rabinsohn Pauker, "figlia di un piccolo borghese, era istitutrice in una scuola ebrea di Bucarest e insegnava lingua ebraica. Si innamorò del suo direttore e ne divenne l'amante (...) Conobbe Marcel Pauker, traditore della classe operaia e che doveva poco dopo sposare. Introdotta da lui nel movimento socialista, ella nutriva per il proletariato la stessa ostilità del marito, ma seppe meglio nascondere il proprio gioco. Ritornò in Romania, dove le condizioni di lotta erano tali ch'ella poté usurpare un posto direttivo nel partito, dopo aver denunciato alla polizia i militanti che si erano opposti alla sua ascesa. Dopo il 1930, Anna lascia il paese e si stabilisce dapprima a Parigi, dove conduce una vita poco conforme alle regole della morale comunista e del semplice buonsenso. Al suo ritorno, la polizia l'arresta in condizioni che non abbiamo ancora potuto chiarire. Comunque il suo arresto fu seguito da quello di numerosi membri del partito, allora clandestino. In prigione Anna Pauker ebbe una vita facile. Era, tra l'altro, rifornita di viveri da suo zio, proprietario d'un giornale borghese di Bucarest, mentre gli altri prigionieri morivan di fame" (Camil Ring, Stalin le aveva detto, ma..., Mondadori, Milano 1953, pp. 221-222).

    Abbiamo visto che dopo il XIX Congresso del Pcus fu arrestata una quindicina di medici ebrei, tra i quali il dottor M. B. Kogan. Suo cugino, il cardiologo e internista Boris B. Kogan, aveva avuto in cura sia Dimitrov e Zdanov, che erano morti entrambi: la dottoressa Lidija Timasuk sosteneva che la morte di Zdanov era un caso di omicidio medico. Boris Kogan era l'aiuto di Vladimir N. Vinogradov, direttore dell'ospedale del Cremlino e medico personale di Stalin. Questi fu arrestato il 9 novembre 1952, con l'accusa di aver deliberatamente prescritto cure sbagliate a dirigenti del partito e del governo e di avere "svolto azione di spionaggio per conto della Gran Bretagna". Due giorni dopo fu arrestato uno stretto collaboratore di Vinogradov: Miron Semionovic Vovsi, consulente del consiglio terapeutico e sanitario del Cremlino, cugino di Solomon Mikhoels, col quale aveva lavorato nell'ormai disciolto Comitato Antifascista Ebraico.

    Dopo Vovsi e Vinogradov, nella seconda settimana di novembre furono arrestati altri nove medici del Cremlino, tra i quali Boris B. Kogan. Poco dopo gli arresti dei medici, il maresciallo I.S. Konev, comandante in capo delle forze di terra nonché ispettore generale dell'Armata Rossa, scrisse a Stalin una lettera in cui lo avvertiva che stavano avvelenando anche lui, con "le stesse medicine usate per ammazzare Zdanov".

    Il 13 gennaio 1953 la "Pravda" uscì con un titolo a tutta pagina: "Arrestato un gruppo di medici sabotatori", sotto il quale veniva riportato un comunicato della Tass di dieci capoversi.. L'editoriale che accompagnava l'annuncio era intitolato: "Miserabili spie e assassini con la maschera di professori e medici". Il comunicato menzionava nove medici che avevano partecipato al complotto terroristico, i cognomi dei quali rivelavano l'appartenenza ebraica: Vovsi, Vinogradov, Egorov, Feldman, Etinger, Grinstein, Majorov, M. B. Kogan, B.B. Kogan. Costoro, secondo la "Pravda", erano "collegati con l'organizzazione nazionalista borghese ebraica internazionale Joint, creata dallo spionaggio americano col falso scopo di fornire aiuti materiali a ebrei di altri paesi". Vovsi, in particolare, aveva confessato di aver ricevuto dagli Stati Uniti, tramite il Joint e "il noto nazionalista borghese ebreo Mikhoels, l'ordine di eliminare i massimi quadri dell'URSS". Il comunicato aggiungeva che Vinogradov, M.B. Kogan e Egorov erano "agenti di vecchia data dello spionaggio inglese". I criminali avevano confessato di avere ucciso Zdanov "diagnosticando scorrettamente la sua malattia, nascondendo che aveva avuto un infarto al miocardio" e prescrivendo "un regime controindicato per la sua grave malattia". Allo stesso modo, i criminali avevano fatto morire anche il compagno A.S. Scerbakov: "gli hanno prescritto un regime che per lui era mortale e così lo hanno portato alla morte". Inoltre, il gruppo dei medici ebrei, "questa banda di criminali antropoidi", cercava di "compromettere la salute di comandanti militari sovietici, per ridurli all'inattività e indebolire la difesa del Paese". Le vittime designate erano tre marescialli, un ammiraglio e un generale.

    Tutta la stampa sovietica partecipò alla campagna contro la banda criminale. La rivista sindacale "Trud" affermava che l'imperialismo statunitense e britannico agiva a stretto contatto con il sionismo e in particolare con l'organizzazione ebraica del Joint. La "Literaturnaja Gazeta" smascherò una cellula sovversiva, annidata nel comitato scientifico dell'Istituto della Biblioteca di Mosca, che era guidata dagli ebrei Abramov, Levin, Fried e Eikenvolts. "Medicinski Rabotnik" pubblicò un lungo elenco di ebrei che lavoravano alla Clinica centrale di psichiatria legale. I medici di quella clinica avevano anche propagato le teorie di Bergson e di Freud e avevano rifiutato di applicare ai pazienti la psichiatria russa, optando per i metodi di derivazione psicanalitica. Il quotidiano della Lituania metteva in guardia contro gli "elementi nemici, nazionalisti borghesi e sionisti ebrei" che svolgevano mansioni importanti nel ministero della carne e del latte e che potevano avvelenare tali alimenti. "Krokodil", la rivista satirica, scriveva: "Il nero odio per il nostro paese ha unito in un solo campo i banchieri americani e inglesi, i colonialisti, i re degli armamenti, i generali di Hitler che sognano la rivincita, i rappresentanti del Vaticano e i fedeli membri del Kahal sionista". I medici ebrei, "personificazione della bassezza e dell'abominio", come Giuda Iscariota", avevano tutti quanti frequentato una nota scuola: quella "diretta dall'ipocrita Mikhoels, per il quale nulla era sacro e che aveva venduto l'anima per trenta denari".

    Secondo le "Izvestija", i processi contro i sionisti che venivano celebrati in Ungheria, Bulgaria, Polonia e Albania costituivano la prova dell'esistenza di un piano spionistico americano di ampia portata, un piano che vedeva sionisti e americani collaborare in maniera solidale.

    In Ucraina, a Zitomir, furono arrestati venti medici ebrei, definiti dai giornali ucraini "assassini di bambini". La "Pravda Ukrainij" dedicò a tre sabotatori giustiziati a Kiev un editoriale in cui si leggeva: "Tutti questi Kohain e Jarosecki e Grinstein (...), i Kaplan e i Poljakov (...) suscitano l'odio profondo del popolo".

    Quattro informatori degli americani nella Germania occidentale dissero che le accuse contro i medici erano il segnale di una purga imminente. L'economista Konstantin Krylov diceva da anni che Stalin si sarebbe servito dell'antisemitismo per una purga su vasta scala. Vjaceslav Artem'ev, ex poliziotto della polizia segreta, disse che forse il 25% dell'MGB erano ebrei e che certamente sarebbero stati radiati; questo comunque sarebbe stato solo l'inizio di una vasta epurazione. Effettivamente gli ebrei dell'MGB furono epurati e alcuni di loro, come ad esempio il tenente generale Raichman, furono arrestati.

    Frattanto Berija mandò i suoi uomini ad arrestare il medico di Mao Tse Tung, che era un ebreo proveniente dall'URSS.

    S. Eliashiv, diplomatico israeliano a Mosca, in un messaggio del 10 febbraio 1953 disse: "L'elemento principale comune a tutti questi articoli e discorsi è l'accerchiamento da parte di potenti nemici stranieri e la costruzione di una quinta colonna all'interno"; tuttavia "lo Stato d'Israele non è ancora un bersaglio primario, diretto", come lo era stato nelle "esplicite accuse della Cecoslovacchia e della Polonia. (...) Ciononostante, esiste una collera grave e violenta contro i sionisti e il sionismo". Eliashiv esprimeva inoltre una grave preoccupazione per il proliferare di denunce contro criminali ebrei, specialmente in Ucraina, Bielorussia e Moldavia, dove vivevano numerose comunità ebraiche.

    In Israele, quando la notizia del complotto dei medici giunse via radio, il rabbino Jacob Kolmess, che aveva lasciato Mosca nel 1933, si portò la mano al petto e morì per una crisi cardiaca. Il 19 gennaio, il ministro degli Esteri Moshe Sharett denunciò come calunniosa la campagna sovietica. I sovietologi israeliani indicavano, tra i fattori della campagna antiebraica, il tentativo dell'URSS di avvicinarsi al mondo islamico.

    Intanto in Unione Sovietica la campagna di stampa dava i suoi frutti: Uljanovsk, ventisei insegnanti, per lo più ebrei, furono espulsi dalla scuola magistrale in cui insegnava la vedova di Mandel'stam. Duecento ebrei furono licenziati dall'università di Odessa; tutti i laureati ebrei della facoltà di medicina furono mandati nelle zone orientali più remote della Siberia, come la Kamcatka e la Jacutia.

    Fuori dall'URSS, è da notare che nella Repubblica Democratica Tedesca i capi delle comunità ebraiche furono sottoposti ad interrogatorio da parte delle forze di sicurezza. A Berlino Est, mille ebrei chiesero il visto per gli Stati Uniti. Il 15 gennaio, quattro esponenti di primo piano della comunità ebraica tedesco-orientale, tra cui Julius Meyer, fuggirono a Berlino Ovest.

    In Ungheria, "Szabad Nép" scrisse, il 15 gennaio, che il Joint era solito "nascondere veleno e pugnali" tra i "vestiti usati" che spediva agli ebrei.

    In Cecoslovacchia, il 16 gennaio "Rude Pravo" affermò che i "'doni' inviati dal Joint" erano in realtà "ordini di uccidere".

    Dmitrij I. Cesnokov, da poco condirettore del "Bolsevik", capo di una nuova sezione del Comitato Centrale e nuovo membro del Presidium, redasse un opuscolo per spiegare perché gli ebrei dovevano essere deportati. L'opuscolo, stampato dalla casa editrice del MVD in un milione di esemplari, era intitolato Perché gli ebrei devono essere trasferiti dalle regioni industriali del paese.

    Contemporaneamente veniva stilato il testo di una "Dichiarazione Ebraica", destinata a essere pubblicata sulla prima pagina della "Pravda" dopo la celebrazione del processo contro i medici e la loro esecuzione sulla Piazza Rossa. La "Dichiarazione Ebraica", che avrebbe recato in calce le firme di qualche decina di ebrei "leali", sarebbe stata adoperata, se Stalin non fosse provvidenzialmente morto nel frattempo, per giustificare la deportazione di quasi tutti gli ebrei sovietici nel Kazakhstan e nel Birobidzan. La "Dichiarazione", secondo la ricostruzione che ne è stata fatta in base alle testimonianze di Ilja Erenburg, sarebbe stata formulata più o meno nei termini seguenti:

    "Ci appelliamo al governo dell'URSS, e al compagno Stalin personalmente, perché salvino la popolazione ebraica da possibili violenze conseguenti alle rivelazioni sui medici-avvelenatori e sul coinvolgimento di cittadini sovietici rinnegati di origine ebraica, colti in flagrante a partecipare a un complotto americano-sionista per destabilizzare il governo sovietico. Ci uniamo al plauso di tutti i popoli sovietici per la punizione dei medici assassini, i cui crimini esigevano la pena capitale. I sovietici sono naturalmente indignati di fronte al continuo ampliarsi delle trame del tradimento e al fatto che, e ciò ci addolora, molti ebrei hanno aiutato i nostri nemici a costituire in mezzo a noi una quinta colonna. Cittadini semplici, fuorviati, possono essere spinti a reagire colpendo indiscriminatamente gli ebrei. Per questa ragione, vi imploriamo di proteggere il popolo ebraico mandandolo nei territori orientali in via di sviluppo, dove sarà impiegato in un lavoro di utilità nazionale e sfuggirà alla comprensibile collera suscitata dai medici-traditori. Noi, in quanto personalità di spicco tra gli ebrei fedeli all'Unione Sovietica, respingiamo totalmente la propaganda americana e sionista che afferma che in questo paese c'è antisemitismo. Si tratta soltanto di una cortina fumogena per nascondere il loro tentativo fallito di assassinare dirigenti sovietici e deviare le critiche del mondo dalla questione dell'antisemitismo americano del caso Rosenberg e degli intenti genocidi americani contro la popolazione nera statunitense. Nell'Unione Sovietica, invece, il razzismo è vietato dalla costituzione e non esiste affatto".

    Tra i firmatari della "Dichiarazione Ebraica" vi furono lo scrittore Vasilij S. Grossman, l'accademico Isaac Mints, il fisico Lev Davidovic Landau (Premio Nobel nel 1962), il violinista David Ojstrach, il compositore Matveij Blanter e altri ebrei di una certa fama.

    A quanto si è detto, il piano di Stalin prevedeva che i medici dovevano essere giustiziati subito dopo l'emissione della condanna. Sarebbero stati impiccati nella Piazza Rossa, sulla Lobnoe mesto, una piattaforma di pietra circolare accanto al Cremlino, adoperata nel Medioevo per le esecuzioni. Poi sarebbero scoppiati degli incidenti: violenze contro ebrei, pubblicazione della "Dichiarazione Ebraica", pubblicazione di lettere che chiedevano l'adozione di provvedimenti. Allora gli ebrei dell'URSS (l'87% dei quali era concentrato nelle grandi città: Mosca, Leningrado, Kiev, Odessa, Riga, Kharkov) sarebbero stati trasferiti in campi a est degli Urali.

    Nel periodo di sei settimane intercorso tra l'annuncio del 13 gennaio e la morte di Stalin, si diffuse la notizia che si stavano approntando mezzi di trasporto sufficienti a spostare intere masse di persone. Tra i pochi ebrei che rimanevano nei gradi elevati degli organi di polizia, dei ministeri e dell'esercito, alcuni erano a conoscenza di particolari specifici relativi a vagoni merci vuoti che restavano fermi, in attesa, sui binari di raccordo. Un medico di rango elevato, che durante la deportazione delle otto nazionalità sovietiche era stato responsabile del controllo delle condizioni sanitarie sui treni utilizzati per le evacuazioni, nel 1952 venne a conoscenza dei piani per la deportazione degli ebrei. Il trasporto sarebbe stato organizzato con gli stessi criteri seguiti per le deportazioni del periodo bellico. (Cfr. B. Z. Goldberg, The Jewish Problem in the Soviet Union: Analysis and Solution, Crown, New York 1961, pp. 148-149). Comunque, lo stesso sistema dei trasporti sarebbe stato ben presto depurato dalla presenza ebraica. Si dice che Stalin avesse ordinato di preparare nei maggiori nodi ferroviari per il febbraio 1953 un grande numero di carri bestiame; in realtà, data la complessità dell'operazione, le deportazioni non potevano avere inizio prima di aprile o maggio. Tra l'altro, erano state mobilitate squadre di funzionari dell'MGB per inventariare i beni che gli ebrei avrebbero abbandonato.

    Secondo gli ebrei che videro i campi dopo il periodo di Stalin, erano stati costruiti baraccamenti appositi, puliti e nuovi. Vladimir Lifshitz, un tecnico ebreo che lavorò per la marina russa nella Siberia occidentale dieci anni dopo il complotto dei medici, il 9 novembre 1987 raccontò a Louis Rapoport (Stalin's War against the Jews, The Free Press, New York 1990, p. 203) di aver visto un campo mai utilizzato con file e file di baracche. Questo campo si trovava sugli altipiani non lontani da Barnaul, una cittadina nella regione del Kuzbass, a nordest del Kazakhstan e a sud di Novosibirsk e della zona petrolifera della Siberia occidentale. Quest'area, il doppio dell'Italia, era costellata da centinaia di campi di concentramento. Il campo che il tecnico e i suoi uomini avrebbero visitato era una città fantasma di baracche fatiscenti, che si estendeva su un paio di chilometri quadrati.

    Nel 1956 furono trovati nel Birobidzan altri due campi simili a questo; altri baraccamenti, situati sull'isola di Novaja Zemlja, a nordest di Arcangelo, erano stati costruiti per diretto ordine di Stalin.

    Si parlò anche di un grandioso piano di sviluppo per trasformare la Siberia in un impero industriale. Alle schiere di lavoratori in condizioni di schiavitù si sarebbero aggiunti circa due milioni di ebrei e altri due o tre milioni di nuovi prigionieri politici. Tra le centinaia di migliaia di ebrei che già si trovavano nel Gulag c'era anche Iosif Berger, uno dei fondatori del partito comunista in Palestina, che all'inizio degli anni Trenta era tornato nell'Unione Sovietica dove era incappato nei rigori della Grande Purga. Berger si convinse che si stava progettando la liquidazione degli ebrei. (J. Berger, Shipwreck of a Generation, Harvill Press, London 1971, pp. 131-132).

    In ogni caso, erano già cominciati gli arresti e le retate. Alcuni ebrei, come il dottor Jakov Rapoport, che era stato arrestato a metà gennaio 1953, venivano coinvolti direttamente nel caso dei medici del Cremlino. Altri, come il dottor Solomon Nezlin, arrestato verso la fine di gennaio, furono collegati indirettamente al complotto attraverso un parente: il fratello era uno dei medici che avevano visto nel 1948 le cartelle cliniche di Zdanov. Anche i familiari di ebrei giustiziati, come Perec D. Markis (il letterato che aveva eseguito la lamentazione funebre ai funerali di Mikhoels), furono arrestati in seguito all'annuncio del 13 gennaio. La polizia segreta arrestò tutta quanta la famiglia Markish: David, la madre Esther, la sorella Olga, il fratello Simon, il cugino Juri. Condannati a dieci anni di confino, furono spediti nel Kazakhstan settentrionale su un vagone piombato. Sul medesimo vagone viaggiava anche Marija Iusefovic, moglie di un funzionario sindacale che aveva svolto attività nel Comitato Antifascista Ebraico. Il 30 e il 31 gennaio furono arrestati i familiari di altre personalità del Comitato Antifascista Ebraico: l'attore e condirettore del Teatro Jiddish di Mosca Benjamin Zuskin, sua moglie (l'attrice Eda) e la loro figlia; la famiglia di Leib Kvitko, scrittore ebreo, già membro del Comitato Antifascista Ebraico; la famiglia di David Bergel'son, il poeta jiddish che era stato membro del Comitato Antifascista Ebraico. Furono arrestate anche le mogli dei medici del Cremlino.

    Secondo Roy Medvedev, Stalin progettava di deportare la maggior parte degli ebrei non in Siberia o nel Birobidzan, ma nelle regioni settentrionali del Kazakhstan, dove lo spazio per i due milioni di ebrei sovietici era più che sufficiente. Il solo campo di Karaganda, che si estendeva per più di 450 chilometri, poteva accoglierne una gran parte.

    Nella zona intorno al villaggio di Karmacij, dove arrivò la famiglia Markis, c'erano già molti altri ebrei. Oltre a un'intera colonia di ebrei della Bessarabia, deportati dopo l'annessione della Bessarabia all'URSS, c'erano ebrei provenienti da Bukhara, da Kiev, da Odessa e da altre città.

    Dopo l'annuncio del 13 febbraio, la campagna della stampa e della radio contro i "medici stranieri" e i "cani arrabbiati di Tel Aviv" proseguì ininterrotta. Un lungo saggio di Ladislao Carbajal, intitolato La questione ebraica non esiste nella società socialista, accusava il primo ministro israeliano Ben Gurion, il ministro degli esteri Moshe Sharett e l'ambasciatore all'ONU Abba Eban di essere gl'ispiratori di un'attività spionistica che veniva sviluppata per conto degli USA e dell'Inghilterra. A metà febbraio fu scoperta una rete spionistica ebraica nella Transcarpazia. A Odessa vennero alla luce altri complotti, anche questi alimentati da ebrei. La "Pravda" del 6 febbraio diede la notizia dell'arresto degli ebrei S.D. Gurevic e J.A. Taratuta: il primo, già direttore di "Moscow News", era un agente bundista-menscevico-trotzkista al servizio degli USA, mentre la seconda era una dipendente dell'Accademia delle Scienze dell'URSS. Fu arrestato anche il direttore del Teatro dell'Arte di Mosca, Igor Neznij, un vecchio amico di Mikhoels accusato di far parte del centro sionista diretto dal pianista Grigorij Ginzburg.

    Tutto ciò indusse l'ebraismo statunitense a mobilitarsi in difesa degli ebrei dell'URSS. I dirigenti del B'nai B'rith andarono al Dipartimento di Stato a esprimere i loro timori per la situazione dell'ebraismo sovietico. Un gruppo di quarantanove personalità ebreo-americane di grande rilievo (tra le quali Eleanor Roosevelt, la vedova del presidente) il 12 febbraio rivolse un appello a Eisenhower affinché parlasse pubblicamente dei milioni di ebrei del blocco sovietico che si trovavano esposti a "una nuova epidemia di pogrom, ad aggressioni istigate dai comunisti"; il presidente americano veniva invitato a pronunciare una "solenne condanna pubblica e l'avvertimento che questo attacco contro il popolo ebraico costituisce un incitamento al massacro". Il 16 febbraio il senatore Robert C. Hendrickson presentò la risoluzione numero 71 del Senato, firmata da lui e da altri due senatori, che paragonava l'antisionismo comunista all'antisemitismo nazista.

    Alle parole si accompagnavano i fatti. Il 9 febbraio una violenta esplosione scosse il centro di Tel Aviv: un attentato distrusse la legazione dell'URSS, sicché rimasero feriti tre cittadini sovietici. L'attentato terroristico era opera della vecchia Banda Stern di Yitzhak Shamir. Tre giorni dopo, l'URSS ruppe le relazioni diplomatiche con Israele. Ben Gurion dichiarò alla Knesset che la rottura diplomatica faceva parte di una massiccia campagna diffamatoria sovietica, nuovo atto di una storia di quattromila di odio, calunnie, torture, distruzioni e massacri subiti dal popolo eletto.

    Il 14 febbraio le "Izvestija" spiegavano che il funzionario del Dipartimento di Stato americano William Draper, aiutato dal Joint e dagli istituti bancari Dillon, Read e Harriman Bros., stava realizzando il piano segreto dell'ex ministro del tesoro Henry Morgenthau, del deputato Emanuel Celler e del senatore Jacob Javits, che consisteva nel fare di Israele la principale base antisovietica del Vicino Oriente. Tra gli uomini del Joint e Tel Aviv, diceva l'articolo, c'era "la feccia della società, trotzkisti, nazionalisti borghesi e cosmopoliti sradicati d'ogni sorta, che per un pugno di dollari hanno venduto il loro onore, il loro popolo e il loro paese".

    "Ciò che provocò la collera di Stalin contro Israele - scrive François Fejtö - non fu tanto il naturale filoamericanismo d'Israele, quanto le tumultuose simpatie filoisraeliane della popolazione ebraica dell'Unione Sovietica, quella passione per Israele che si espresse in maniera così significativa nell'accoglienza trionfale tributata al primo inviato del nuovo stato, la signora Golda Meir. Questo stato d'Israele, non era forse il coronamento dei lunghi e pazienti sforzi dei pionieri di Sion, tra i quali gli ebrei russi avevano avuto un ruolo di primo piano? Il giudaismo russo poteva giustamente considerare Israele come la realizzazione dei propri sogni, come una creatura del suo spirito e della sua carne. Agli occhi di Stalin, invece, questo entusiasmo, questa solidarietà senza riserve erano una sfida intollerabile al sovietismo, incompatibile sia con l'internazionalismo dottrinale che con la ragione di stato dell'Unione Sovietica, tesa da quel momento allo sfruttamento delle animosità arabe contro l'occidente, protettore d'Israele" (François Fejtö, Gli ebrei e l'antisemitismo ne paesi comunisti, Sugar, Milano 1962, pp. 33-34).

    Il 30 febbraio il "Manchester Guardian" riferì che il ministro degli esteri sovietico Visinskij aveva invitato a Mosca uno dei peggiori nemici d'Israele, il Gran Muftì di Gerusalemme Haj Amin al-Husseyni, che si era rifugiato al Cairo dopo essere stato condannato per crimini contro l'umanità. L'invito venne formulato proprio il primo giorno della festa ebraica dei Purim.

    Il regime di Tito organizzò il 27 febbraio a Belgrado una grande manifestazione di protesta contro l'antisemitismo sovietico. Gli oratori condannarono i sovietici perché calpestavano i diritti dell'uomo e accusarono il Cremlino di far incombere sugli ebrei dell'Europa orientale le "identiche possibili conseguenze estreme" già verificatesi sotto il dominio nazista.

    A parte Lazar Moiseevic Kaganovic, che era l'ebreo sovietico di rango più elevato, il generale dell'NKVD Lev Zacharovic Mechlis era l'ultimo dirigente sovietico di origine ebraica che ancora fosse presente nelle gerarchie del regime. Mechlis aveva arrestato il proprio padre, un impiegato ebreo di Odessa, e aveva testimoniato contro di lui davanti ad un tribunale della polizia segreta. Secondo le memorie di Khruscev, assieme a Kaganovic aveva organizzato la morte di centinaia di migliaia, forse milioni di persone. In particolare, aveva epurato il corpo ufficiali. Nell'ottobre del 1950 era stato sollevato dal suo ultimo incarico, quello di ministro del controllo statale. Nell'ottobre del 1952, al XIX Congresso del PCUS, fu eletto nel comitato centrale. Dopo l'annuncio del complotto dei medici, Mechlis si allontanò di soppiatto da Mosca e andò a Saratov, dove si ammalò. Portato a Mosca per essere curato nell'infermeria dell'MVD nel carcere di Lefortovo, vi morì, stando alla "Pravda", venerdì 13 febbraio, per un attacco di cuore conseguente alla degenerazione del cervello e dei vasi del cuore e del sistema nervoso. Il cadavere di Mechlis venne cremato e le sue ceneri furono collocate nel muro del Cremlino.

    Nel periodo del complotto dei medici, tutti i funzionari sovietici di alto rango che erano sposati con donne ebree furono sottoposti a pressione affinché divorziassero. Vi furono anche casi di divorzi fittizi, attuati allo scopo di passare indenni attraverso la tempesta.

    Il maresciallo Kliment Efremovic Vorosilov (già nel 1940 sollevato dall'incarico di commissario per la difesa), che era sposato anche lui con un'ebrea, Ekaterina, si rifiutò di divorziare. Nel febbraio 1953 scacciò con la pistola alla mano quattro agenti dell'MGB che si erano presentati a casa sua (la più imponente e sontuosa tra le dacie dei grandi della Rivoluzione) per arrestare Ekaterina.

    Alla fine di febbraio, Vorosilov fu invitato a una riunione del Presidium in cui si sarebbe dovuto discutere del trasferimento degli ebrei una riunione del Presidium. Alla riunione, Stalin rivelò i particolari del suo piano per combattere il complotto imperialista e sionista contro l'Unione Sovietica e disse che si rendeva necessaria l'immediata deportazione in massa nell'Asia centrale e nel Birobidzan. Quando ebbe terminato di parlare, tra la ventina di persone sedute intorno al tavolo delle riunioni cadde un silenzio totale. A un certo punto Kaganovic domandò con voce esitante se sarebbero stati deportati tutti gli ebrei sovietici senza eccezioni. Stalin rispose: "Un certo settore". Kaganovic non replicò. Molotov, la cui moglie era già scomparsa in territori lontani, osò dire che il trasferimento degli ebrei avrebbe avuto un impatto negativo sull'opinione pubblica mondiale; Mikojan annuiva. Intervenne allora Vorosilov, il quale affermò che un'azione del genere avrebbe destato nel mondo la medesima reazione che già c'era stata contro Hitler. Poi, con gesto teatrale, gettò la tessera del PCUS sul tavolo, dicendo che il piano di trasferimento violava l'onore del Partito e che lui non voleva appartenere a un'organizzazione come quella. Stalin gli gridò: "Compagno Kliment, deciderò io quando non sarai più autorizzato a tenere la tessera del Partito!" E si infuriò a tal punto, che ebbe una crisi e crollò al suolo.

    Il 22 e il 23 febbraio la campagna contro i nemici del sistema sovietico rallentò improvvisamente. Dopo il 25 febbraio non si ebbero più notizie di arresti di elementi ebraici. La campagna si interruppe il 1 marzo; il 2 marzo, per la prima volta dal 13 gennaio, la "Pravda" non parlava più dei medici avvelenatori.

    Non meno di trentasei ore dopo che il cuore di Stalin aveva cessato di battere, alle 7 del mattino del 4 marzo Radio Mosca annunciò al mondo che il Padre dei popoli dell'URSS era gravemente malato. "Il Comitato Centrale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e il Consiglio dei ministri dell'Unione Sovietica annunciano la disgrazia che ha colpito il nostro Partito e il nostro popolo: la grave malattia del compagno Iosif Visarionovic Stalin".

    L'annuncio venne letto da Juri Levitan, un annunciatore ebreo.

    La dottrina ufficiale sulla questione ebraica al tempo di Stalin

    Il punto di vista ufficiale delle autorità sovietiche sul problema ebraico fu definito con precisione nell'Enciclopedia Sovietica. Sarà utile riportare i punti salienti dell'articolo Ebrei apparso nell'edizione del 1952 della Grande Enciclopedia Sovietica, vol. XV, pp. 357-378.

    "(...) Gli Ebrei non costituiscono una nazione a sé stante, poiché non rappresentano una comunità stabile di uomini storicamente nata e sviluppata sulla base di una lingua, un territorio, una vita economica e culturale comuni. (...) Nella sua opera Il Marxismo e il problema delle nazionalità (1913) I. V. Stalin, smentendo le asserzioni del socialdemocratico austriaco Bauer, dice: '... di quale comunanza di destino e di legami nazionali si può parlare per riguarda, ad esempio, gli ebrei georgiani, russi e americani, completamente isolati gli uni dagli altri, abitanti in luoghi diversi e parlanti lingue diverse? (...)' (...) Anche tra gli ebrei esistono degli sfruttatori che tentano di conservare e incrementare il particolarismo nazionale dei giudei e a questo fine si avvalgono dell'arma che hanno a disposizione: la religione. (...) Un ruolo decisamente nocivo è stato ed è ancora svolto dal sionismo - un movimento reazionario a base nazionalistico-borghese i cui fautori lottano per l'unificazione degli ebrei sul territorio di Palestina e negano la lotta di classe (...) Il 'Bund' era un'organizzazione nazionalista ebraica iorente tra gli ebrei russi, un partito opportunista di piccoli borghesi che voleva la differenziazione dei socialdemocratici ebrei dal generale movimento socialdemocratico russo. V. I. Lenin e I. V. Stalin combatterono i principi nazionalisti che ispiravano il Bund (...) 'La cultura nazionale ebraica è una parola d'ordine dei rabbini e dei borghesi - una parola d'ordine dei nostri nemici', scriveva V. I. Lenin nel 1913. (...) Il sionismo è usato dagli imperialisti americani ed europei come arma per sventare la lotta di classe dei lavoratori ebrei. Perfino in quelle comunità che meglio delle altre si sono assimilate alle popolazioni locali (nell'Africa del nord, ad esempio) il sionismo attizza il nazionalismo ebraico e, così facendo, si conferma come un agente degli imperialisti angloamericani e come il peggiore nemico del lavoratore. Il carattere menzognero della propaganda sionista (...) è evidente ove si consideri la politica reazionaria del governo sionista d'Israele, che contribuisce a trasformare il paese in una base dell'imperialismo americano (...)".
    "

    http://www.terradegliavi.org/la_merica/stalin_ebrei.htm



    Shalom

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    " L'ANTISEMITISMO IN UNIONE SOVIETICA

    Relazione di Valentina Piattelli al Seminario "Ebrei e Antisemitismo nel XX secolo" tenuto dal Prof. Enzo Collotti nell'A/A 1992-1993.



    GLI EBREI IN RUSSIA POCO PRIMA DELLA RIVOLUZIONE

    Secondo il censimento del 1897, l'ultimo disponibile prima della rivoluzione, gli appartenenti alla religione ebraica che vivevano nell'Impero Russo erano 5.500.000; di questi solo per l'1 % il russo era la propria lingua madre, per il 97 % l'yiddish. Questa popolazione era quasi tutta confinata nella cosiddetta "Zona di Residenza", ai confini occidentali dell'Impero Russo, dove spesso gli ebrei costituivano la maggioranza della popolazione. La maggior parte era impiegata in lavori manuali, soprattutto artigianato e commercio, ed erano anche molto poveri, tanto che in quegli anni ne emigrò all'incirca un milione.

    Le tendenze politiche più diffuse fra gli ebrei erano il sionismo ed il socialismo. Gli aderenti ai vari movimenti sionisti erano circa 300.000 al momento dello scoppio della rivoluzione (Schechtmann). Vi era anche un partito socialista solamente ebraico: il Bund. All'interno del Partito Social Democratico Russo gli ebrei erano soprattutto fra i menscevichi; tanto che Stalin, parlando del VII Congresso del Partito Social Democratico Russo, disse che i bolscevichi, in quanto gli unici veri russi, avrebbero potuto fare un pogrom (Stalin, Sochineniya vol. 2 p. 50).

    Durante la Prima Guerra Mondiale gli ebrei erano stati vennero visti dal governo come dei nemici interni e subirono dure persecuzioni.

    In questa situazione la rivoluzione di Febbraio e la fine dello zarismo furono accolti con sollievo immenso. Il Governo Provvisorio abolì subito ogni forma di restrizione per gli ebrei (20 Marzo 1917). Cominciò così un periodo di circa due anni di rinascita culturale per gli ebrei in cui sembrò che nel nuovo stato vi sarebbe stata l'uguaglianza e l'autonomia di tutte le nazionalità.

    LE TEORIE BOLSCEVICHE SUGLI EBREI

    L'unico trattato specifico prerivoluzionario è dello stesso Marx. É un trattato del 1943, premarxista, e ... antisemita. Marx identifica l'ebraismo con il potere del denaro, per questo lo ritiene una forma di alienazione, così come l'antisemitismo.

    Marx comunque tratta l'argomento come il problema di una minoranza religiosa risolvibile con l'assimilazione, i bolscevichi invece lo avvertiranno come un problema etnico. Infatti l'unico altro saggio prerivoluzionario che parli in qualche modo dell'argomento è quello di Stalin del 1913: "Il marxismo e la questione nazionale". Fu scritto sotto la guida di Lenin. La definizione di nazione è la seguente:

    "Una nazione è una comunità storicamente evoluta e stabile, con un linguaggio, territorio, vita economica e formazione comuni, che si esprime in una comunanza di cultura"

    Data questa definizione, gli ebrei ne vengono esclusi in quanto privi di territorio. Stalin inoltre dice chiaramente che gli ebrei non possono essere una nazione in quanto non hanno una classe contadina, che la tendenza per loro è verso l'assimilazione e che l'abolizione della Zona di Residenza accellererà le cose.

    Sembra quindi che la posizione dei bolscevichi nei confronti degli ebrei fosse quella di negare che essi fossero una nazionalità, eppure dissero che avevano una "carattere nazionale" (Lenin). Nel 1914 Lenin presentò alla Duma una carta per l'uguaglianza delle nazionalità, e tra esse menzionava gli ebrei.

    Il fatto è che i bolscevichi non riconosco valore al concetto di nazione, ma solo a quello di classe. Per loro l'argomento è sempre secondario. Quindi, una volta tolte le leggi discriminatorie, non avevano un interesse particolare nelle questioni inerenti le minoranze etniche, linguistiche etc; né a definirle perfettamente. Tutto questo almeno fino a rpiam della rivoluzione. Sono convinti che il socialismo avrebbe risolto tutti questi mali. Lenin infatti riteneva che l'ebraismo, ed anche l'antisemitismo, fossero le espressioni più alte di quella arretratezza contro cui combatteva per l'emancipazione del genere umano.

    LA RIVOLUZIONE BOLSCEVICA E GLI EBREI

    Anche la rivoluzione di Ottobre fu bene accolta e molti ebrei si unirono solo allora ai bolscevichi. Infatti fino ad allora il partito bolscevico era stato probabilmente il partito socialista con il minor numero di ebrei, quelli che c'erano erano però in posti di comando. Ciò incrementò l'antisemitismo dei Bianchi che si dettero a pogrom nelle zone da loro occupate, pogrom che causarono la morte di un numero di persone fra le 180.000 e le 200.000 secondo stime ufficiali sovietiche (Weinryb).

    Quando andarono al potere i bolscevichi, nonostante le loro teorie che negavano il carattere nazionale degli ebrei, si trovarono di fronte ad un vero e proprio popolo, con una propria lingua, cultura etc. Scegliendo come categoria quella etnica, invece che quella religiosa, il problema rientrava in schemi più comprensibili e razionali.

    Un riconoscimento politico del carattere nazionale degli ebrei era già avvenuto nel Gennaio del 1918 con la creazione di un Commissariato per gli Affari Nazionali Ebraici, sezione speciale del Commissariato delle Nazionalità, sotto la guida di Stalin. Il compito del Commissariato ebraico (YevCom), oltre alla diffusione delle idee bolsceviche tra gli ebrei, era quello di abolire tutte le istituzioni comunitarie ed autonome ebraiche e di trasferire i loro fondi e proprietà al Commissariato stesso. Lo scioglimento delle organizzazioni autonome ebraiche fu formalizzato con un decreto il 5 Agosto del 1919.

    Sempre nel 1918 il Partito Comunista creò delle Sezioni Ebraiche (Yevsktsii) all'interno della sua struttura. Il loro compito era quello di fare propaganda fra i lavoratori ebrei in yiddish. Queste furono assai più importanti del Commissariato e presto ne assunsero le funzioni. In esse confluirono molti ex-bundisti. Infatti la soluzione etnica si avvicinava molto a quella proposta dal Bund di autogoverno.

    Al X congresso del Partito Comunista, nel 1921, fu adottata una risoluzione che menzionava gli ebrei come esempio insieme a poche altre nazionalità. Era il segno che ormai gli ebrei erano stati riconosciuti come nazionalità. E proprio perché erano diventati una nazionalità anche la lingua da loro parlata in maggioranza, l'yiddish, divenne in alcune repubbliche una delle lingue ufficiali del governo: in Moldavia, in Bielorussia ed in Ucraina.

    In genere fu dato uno spazio molto ampio a tutta la parte della cultura ebraica che era laica ed in yiddish, proprio per trasformare completamente gli ebrei da religione a gruppo etnico. Ad esempio vennero create scuole in yiddish o venne dato impulso a quelle già esistenti. La parte religiosa e sionista della cultura ebraica, che si esprimevano in lingua ebraica vennero invece perseguitate. L'ebraico, unica fra le lingue, venne dichiarato "linguaggio reazionario" e di fatto vietato (Rothenberg p. 167).

    La prima a farsi sentire fu la persecuzione contro la religione, ebraica e non. Il 23 Gennaio 1918 il Consiglio dei Commissari del Popolo emanò un decreto, intitolato "sulla separazione della chiesa dallo stato e della chiesa dalla scuola". Ciò che colpiva di più la comunità ebraica era il divieto di insegnamento religioso. Le Comunità ebraiche furono sciolte (Ottobre 1918) con l'aiuto della Yevsektsja. Ciò creò problemi per la sostituzione della loro attività variegata, soprattutto nel campo dell'educazione. Contro tutti i membri del clero furono prese misure quali privazione dei diritti civili, discriminazione verso l'intera famiglia nella concessione di tessere annonarie, discriminazione nell'assistenza medica etc, diffamazione pubblica e, come ultima ratio, accusa di attività controrivoluzionaria. Tutta la persecuzione avvenne nel segno dell'uguaglianza: uguaglianza di persecuzione per tutte le religioni. La misura era uno per uno: per ogni prete deportato un rabbino, per ogni chiesa chiusa una sinagoga. Poiché il numero di preti e di chiese era enormemente superiore, la religione ebraica finì con l'essere la maggiormente perseguitata.

    La persecuzione contro il sionismo avvenne più lentamente. Le autorità non avversavano in modo particolare il sionismo, lo avvertivano come un movimento esotico che non dava noia a nessuno; gli unici a cui dava noia erano quelli dell'Yevsekstja che dovevano subirne la concorrenza fra le masse ebraiche. Nella prima metà degli anni '20 le attività dei circoli sionisti vennero soltanto ostacolate e alcuni leader arrestati, ma mai con l'accusa esplicita di sionismo; infatti il sionismo non era ancora stato dichiarato illegale. Ancora all'Esibizione Internazionale dell'Agricoltura a Mosca nel 1924 fu invitato anche l'Histadruth (il sindacato sionista in Palestina), e l'Hechalutz in quegli anni riceveva un sovvenzionamento dallo stato. Fu nella seconda metà degli anni '20 che la persecuzione verso il sionismo si fece sentire più forte. L'ultimo circolo sionista i cui membri vennero arrestati fu sciolto nel 1934.

    In realtà il sionismo durò più a lungo del suo maggiore nemico: la Yevsektsja. Questa infatti fu sciolta nel 1930, dopo essere già stata ridotta. essa aveva esaurito il suo compito demolitore delle istituzioni ebraiche, l'unico compito che le era stato assegnato, e quindi non era più necessario tenerla in vita.

    Un altro colpo che il regime inferse agli ebrei fu dal punto di vista economico. Come abbiamo visto gli ebrei erano soprattutto artigiani e commercianti, quindi piccolo borghesi. Durante la NEP essi ripresero queste loro attività, quando essa finì circa 1.120.000 ebrei dovettero chiudere le loro piccole attività. Molti di questi nuovi disoccupati si riversarono nelle città, e particolarmente nei centri industriali. Per coloro che rimasero nella Zona di Residenza la situazione era disastrosa, l'unico lavoro ancora disponibile era quello agricolo. Nel 1925 vien fondata la "Società per l'insediamento sulla terra di lavoratori ebrei", conosciuta come Geserd, suo fautore fu Kalinin, molto interessato alla causa degli ebrei. Poiché in Ucraina non c'era abbastanza terra per assorbire tutti gli ebrei russi come contadini, e quei pochi che vi furono insediati provocarono le reazioni antisemite delle popolazioni locali, fu deciso di trasferire la zona di insediamento in una zona dell'URSS meno abitata. Fu scelto il Biro-Bidzan, al confine con la Cina, perché era strategicamente importante che fosse popolato. L'obbiettivo delle autorità sovietiche nel creare uno stato ebraico era quello di ottenere il sostegno finanziario, degli ebrei americani, e di risolvere il problema degli ebrei sovietici, cercando di allontanarli così dal sionismo. Dal 1928 cominciò la propaganda a favore dell'insediamento in Biro-Bidzan, diretta anche agli ebrei stranieri: pochissimi ebrei sovietici e nessun ebreo straniero risposero all'appello. Il numero degli arrivati era di poche centinaia l'anno. Ben presto divenne maggiore il numero di coloro che se ne andavano rispetto a quelli che arrivavano. Le condizioni di vita erano pessime, ed anche la tanto propagandata libertà culturale era irrisoria. Nel 1934 la zona fu proclamata Regione Autonoma, anche per renderla più attraente agli ebrei. Kalinin disse che in quel modo gli ebrei, unica fra tutte le nazionalità a non avere uno stato proprio, avrebbero avuto uno stato che ne avrebbe salvaguardato la cultura nazionale; coloro che non volevano andarci si sarebbero dovuti assimilare.

    Il fallimento del progetto Biro-Bidzan fece dire a Stalin:

    "Se gli ebrei non volevano essere del Biro-Bidzan era perché preferivano essere russi". (Fejtö p 24)

    Seguendo questo criterio fin da quegli anni la cultura ebraica al di fuori del Biro-Bidzan fu ostacolata. La scelta era fra il Biro-Bidzan e l'assimilazione.

    Da allora il Biro-Bidzan servì più che altro a scopo intimidatorio: di tanto in tanto, fino a periodi recenti, veniva detto che gli ebrei sarebbero stati tutti deportati in Biro-Bidzan.

    Finora abbiamo analizzato l'atteggiamento della autorità, vediamo adesso quello della popolazione sovietica nei confronti degli ebrei.

    L'ANTISEMITISMO POPOLARE IN URSS

    La Russia ha una lunga tradizione di antisemitismo popolare, ricordiamo per inciso i pogrom che fino a pochi anni prima erano comuni ed i pogrom commessi dai Bianchi. L'avvento del comunismo fui sentito, soprattutto dai contadini impregnati della propaganda antisemita religiosa, come la vittoria degli ebrei. Ad esempio gli archivi del partito comunista relativi a Smolensk (gli unici consultabili), parlano di contadini che fanno un pogrom e minacciano di uccidere per rappresaglia tutti gli ebrei della città se gli ori della chiesa fossero stati presi dalla autorità.

    L'antisemitismo crebbe in maniera preoccupante durante la NEP, in quanto gli ebrei ne erano i principali beneficiari e venivano visti da molti, fra cui anche membri del partito, come degli speculatori.

    Infatti neanche l'apparato sovietico era esente da antisemitismo. Per molti di loro l'antisemitismo era una variante del sentimento contro la borghesia e lo ritenevano conforme al comunismo (come d'altronde avevano fatto molti populisti nel secolo precedente). Non erano però solo gli elementi meno istruiti del partito ad essera antisemiti; Kalinin nel 1926 affermò che "l'intellighenzia russa e forse più antisemita oggi che sotto lo Zar" Fu infatti proprio da quell'anno che cominciò lo sforzo fatto dal partito contro l'antisemitismo (1926-30). Il fenomeno era infatti divenuto allarmante; si ha notizia soprattutto di violenza commesse da studenti che chiedevano l'introduzione del numerus clausus.

    Qualche idea sulle opinioni correnti fra i membri del partito la si può avere ascoltando le domande che furono fatte nel 1928 ad un seminario tenutosi a Mosca sulla questione ebraica, aperto soltanto a membri del partito o aspiranti:

    - Perché i lavoratori russi odiano la nazionalità ebraica più di ogni altra? Il motivo non sta forse negli ebrei?

    - Perché gli ebrei non vogliono fare lavori pesanti?

    - Perché gli ebrei ottengono sempre buone posizioni?

    - Perché ci sono tanti ebrei all'università? Forse falsificano i documenti?

    - Gli ebrei sarebbero traditori in guerra, non è forse vero che cercano di evitare il sevizio militare?

    Durante la guerra civile, nel 1918, era stato fatto un decreto contro i pogromisti; generalmente l'Armata Rossa salvò gli ebrei e li aiutò ad organizzare delle organizzazioni armate di autodifesa.

    Il secondo tentativo per combattere l'antisemitismo venne fatto negli anni '20. Come abbiamo visto però gli stessi membri del partito erano in buona parte antisemiti, quindi misure quali l'eliminazione dei libri antisemiti (insieme a quelli religiosi e pro zaristi), ebbero in realtà un effetto quasi nullo.

    In quegli anni gli ebrei se erano comunisti e assimilati venivano odiati dalla popolazione, se non lo erano incorrevano nell'odio del regime in quanto tradizionalisti o sionisti.

    GLI ANNI '30

    Dal momento che gli ebrei vennero riconosciuti come "nazionalità" e non più come religione, anche i loro figli erano compresi. Così in Urss essere ebrei non era una scelta privata, ma una faccenda legale.

    La fattispecie giuridica venne creata alla fine del 1932, quando vennero creati i passaporti interni; infatti nel decreto si diceva che nel passaporto doveva essere indicata, al famigerato V paragrafo, la nazionalità. I passaporti furono introdotti prima nelle città; infatti il motivo per cui furono introdotti era la penuria di abitazioni nelle città: il passaporto divenne il modo per regolare l'afflusso nelle città e la distribuzione degli appartamenti. Quando la legge entrò in vigore per determinare la nazionalità si ricorse al certificato di nascita, in cui era scritta. In seguito essa venne assegnata a 16 anni, quando si riceveva il passaporto: se la nazionalità dei genitori era uguale, essa veniva iscritta nel passaporto, senza possibilità di scelta; se era diversa il ragazzo doveva scegliere la nazionalità di uno dei due genitori, senza possibilità di ripensamenti.

    Questo provvedimento non aveva un carattere antisemita, né razzista in genere. Inevitabilmente lo assunse con il tempo. Infatti nonostante le varie promesse la menzione della nazionalità è rimasta obbligatoria fino a tempi recentissimi (crollo del comunismo?).

    A metà degli anni '30 il patriottismo sovietico dei tempi dell'industrializzazione cominciò a trasformarsi in nazionalismo russo. Se fino ad allora tutte le minoranze avevano avuto la libertà più ampia, adesso si comincia dire che le nazionalità più piccole devono assimilarsi.

    Dal 1937 un motivo valido per essere deportati poteva essere anche solo la nazionalità. Nel 1937 infatti avviene la prima deportazione di una nazionalità intera: la minoranza coreana in Urss (che venne deportata dall'Estremo Oriente al Kazhakistan). Nel 1940 furono deportati gli estoni ed i finlandesi da Leningrado sulla base del cognome. Nel 1941 tocco ai tedeschi del Volga, anche qui sulla base del cognome (Ginzburg!). Subito dopo la guerra toccò ai ceceni, ai tatari ed a varie altre etnie caucasiche. In queste deportazioni furono spostate centinaia di migliaia di persone, di tutte le età nel giro di pochi giorni. La definizione tecnica fu "confinati speciali". Le uniche eccezioni furono i coniugi sposati con un membro di un'altra etnia. Nel 1953 avrebbe dovuto essere il turno degli ebrei, ma ci torneremo. Adesso torniamo agli anni'30.

    L'arma dell'antisemitismo viene usata per la prima volta dalla propaganda nel conflitto fra Stalin e Trocki. Trocki stesso denunciò la cosa chiedendo in una lettera a Bucharin se fosse possibile che nelle cellule operaie a Mosca si facesse agitazione antisemita (Deutsher, "Il profeta disarmato").

    In Urss divenne opinione comune ritenere che le principali vittime delle purghe degli anni '30 fossero gli ebrei. All'epoca circolava una barzelletta: dialogo fra due carcerati:

    "Non sei trockista, né ebreo, ma perché sei stato arrestato allora?"

    Ho letto le memorie di Evgenja Ginzburg, arrestata e deportata per 10 anni con l'accusa di trockismo proprio in quegli anni, ma di antisemitismo non si fa menzione. Infatti nelle purghe furono deportate anche migliaia di non ebrei, soprattutto non russi. Probabilmente uno degli scopi delle grandi purghe era proprio quello di ridurre l'influenza dei non russi nelle alte sfere, e quindi anche degli ebrei, che in più potevano essere accusati facilmente di trockismo.

    La diffusione del nazionalismo colpì anche la cultura ebraica. Furono chiuse scuole e centri culturali ebraici. Il patto Ribbentrop-Molotov accellerò le cose.

    Infatti l'antisemitismo durante il patto Ribbentrop-Molotov fu una sorta di omaggio ai nuovi alleati; ad esempio sui giornali si scriveva che l'antisemitismo nazista era principalmente diretto contro la religione ebraica e che era dovere degli atei marxisti aiutare i nazisti in questa campagna. Leggiamo le memorie di Mark Gallai, ricordato da molti russi come il più importante pilota collaudatore (citato in Ainsztein):

    "Molti di noi accettarono il trattato come il prendere una medicina cattiva: era orribile, ma necessario. Ma la firma del trattato fu seguita da avvenimenti che erano invece incomprensibili. I fascisti non erano più chiamati fascisti. Ciò che il Komsomol ed i pionieri ci avevano insegnato ad odiare come ostile, cattivo e minaccioso, divenne improvvisamente neutrale. Non fu detto con molte parole, ma il sentimento si diffuse nelle nostre anime quando guardavamo le foto di Hitler accanto a Molotov o quando leggevamo del grano e del petrolio sovietico che andava alla Germania fascista o quando vedevamo il passo dell'oca prussiano che veniva adottato proprio allora dal nostro esercito. Sì era molto difficile capire allora cosa stesse succedendo".

    Tra le conseguenze del patto ricordiamo l'epurazione degli ebrei dall'esercito, dalla diplomazia e dal commercio con l'estero. Va tenuto presente che fu un omaggio non richiesto in alcun modo dai nazisti.

    GLI EBREI DURANTE LA GUERRA

    Innanzitutto le annessioni di parte della Polonia, di parte della Romania e delle repubbliche baltiche fecero finire sotto il dominio sovietico circa 2.000.000 di ebrei, pochi di questi assimilati. Subito cominciò la persecuzione contro i sionisti, mentre invece non vi fu persecuzione contro nessuna religione. Comunque tutto fu interrotto dall'invasione tedesca.

    Al momento dell'invasione Stalin fece appello a tutti e permise anche agli ebrei di alzare la loro voce come un popolo: il 24 Agosto del 1941, per la prima volta dal 1918, l'ebraismo russo poté rivolgersi all'ebraismo della diaspora: fu lanciato un appello per radio che cominciava con le seguenti parole:

    "Ai nostri fratelli ebrei in tutto il mondo!"

    Era un appello dal tono patriottico che chiedeva al popolo ebraico, quindi gli ebrei di tutto il mondo vengono riconosciuti come un popolo, di unirsi agli alleati per combattere i nazifascisti e vendicare gli ebrei già uccisi. Sottoscrissero il testo personalità ebraiche che più tardi confluirono nel Comitato Antifascista Ebraico. Infatti Stalin sperava di poter creare un'organismo sovietico ebraico per ottenere consenso ed aiuti soprattutto fra gli ebrei americani, di cui da buon antisemita, sopravvalutava l'influenza. Dapprima Stalin tramite Berja aveva proposto a due bundisti polacchi. Stalin però ci ripensò in quanto i due erano stati menscevichi e dette ordine di fucilarli. Così invece fu fondato il Comitato Antifascista Ebraico, ufficialmente il 6 Aprile del 1942. Salomon Mikhoels, un noto attore, ne fu il presidente, Aynikayt il suo organo. I compiti del Comitato dapprima furono quelli di fare propaganda tra gli ebrei sovietici, e di usare gli esempi di eroismo degli ebrei sovietici all'estero per muovere gli ebrei dei paesi stranieri verso la guerra contro Hitler. Subito dopo la creazione del Comitato Mikhoels e Feffer vennero mandati in Gran Bretagna ed in Usa per raccogliere denaro per l'Armata Rossa ed i civili sovietici. Nel frattempo la diplomazia sovietica prese contatti con esponenti sionisti in Palestina, valutando la possibilità di un sostegno sovietico alla creazione dello stato di Israele, in cambio del sostegno del movimento sionista (questo mentre i sionisti in Urss continuavano ad essere perseguitati).

    La creazione del Comitato fu la concessione più importante fatta agli ebrei sovietici. Man mano che la guerra si avvicinava alla fine il Comitato si emancipava dalle direttive rigide del Cremlino e cominciava ad occuparsi di altri temi concernenti gli ebrei, quali le dimostrazioni di antisemitismo durante la guerra ed il futuro dell'ebraismo sovietico dopo la guerra.

    Infatti in Ucraina, Bielorussia si erano formati dei gruppi nazionalistici ed antisemiti che collaboravano con i nazisti nello sterminio. Addirittura in Lituania, quando i nazisti arrivarono, i lituani avevano già cominciato per conto loro a uccidere gli ebrei.

    L'antisemitismo si diffuse dalle regioni conquistate dalla Germania a tutta la popolazione sovietica. I motivi sono vari: la propaganda nazista, che cercava di eguagliare gli aspetti più deteriori del regime sovietico con gli ebrei; inoltre, come in tutti i momenti di crisi, gli ebrei divennero capro espiatorio; infine il richiamo al nazionalismo russo, che influì nel diffondersi di un antisemitismo popolare, ma avvallato dalle autorità. Infatti le autorità non solo non fecero nulla per combatterlo, ma tralasciarono di dire ciò che i nazisti facevano agli ebrei.

    Fra i partigiani, specie se nazionalisti, l'antisemitismo era pratica omicida. Gli ebrei dovettero costituire bande partigiane ebraiche, che però non avevano il sostegno della popolazione locale. Comunque anche i partigiani fedeli al regime sovietico non accettavano facilmente gli ebrei e questo la dice lunga sulla diffusione dell'antisemitismo anche fra i fautori del regime sovietico. Alla fine della guerra, quando le bande partigiane erano state unificate sotto il controllo di Mosca, le cose migliorarono per gli e ebrei, che poterono entrare in esse più facilmente.

    Anche fra l'Armata Rossa e nelle parti non occupate del paese l'antisemitismo era crescente. L'accusa principale rivolta agli ebrei era quella di non combattere, completamente falsa poiché gli ebrei, relativamente al loro numero, hanno dato il numero maggiore di decorati di tutte le nazionalità. Comunque oltre a questa c'erano le solite accuse antisemite (borsaneristi etc.)

    SUBITO DOPO LA FINE DELLA GUERRA

    L'odio antisemita accumulato durante la guerra non sparì d'un colpo, anzi. Soprattutto nelle regioni che erano state occupate il ritorno dei sopravvissuti fu molto malvisto. Molti che avevano collaborato temevano di essere riconosciuti, molti che avevano approfittato della scomparsa degli ebrei per appropriarsi delle loro case, dei loro posti di lavoro vedevano altrettanto male il loro ritorno. leggiamo la testimonianza di un ebreo che ritornò a Kharkov appena liberata.

    "Gli ucraini ricevono gli ebrei sopravvissuti con astio aperto. Durante le prime settimane seguite alla liberazione di Kiev nessun ebreo aveva il coraggio di andare da solo per strada di notte. .. In molti casi gli ebrei vennero picchiati nella piazza del mercato ed uno fu ucciso. ... A Kiev 16 ebrei furono uccisi nel corso di un pogrom. Gli ebrei sopravvissuti ricevono solo una piccola parte delle loro proprietà. Le autorità ucraine sono notevolmente antisemite. ... l risposta ufficiale ad ogni protesta da parte di ebrei è che la popolazione è stata infettata dall'antisemitismo e che questa influenza può essere estirpata soltanto gradualmente" (citato in Kochan, p 306).

    Kruscëv, allora primo segretario del Partito in Ucraina:

    "Non è nostro interesse che gli ucraini associno il ritorno del potere sovietico con il ritorno degli ebrei". (citato in Kochan a p 308, che lo riprende da Schechtmann "star in eclipse" e da Schwarz "Yevrei v SS")

    Ciò significò che gli ebrei non dovevano più avere cariche importanti in nessun ambito e che le istituzione ebraiche, scuole in yiddish, teatri etc, non sarebbero state più tollerate.

    Vediamo adesso le perdite subite dagli ebrei russi durante la guerra. Gli ebrei sterminati dai nazisti ammontano circa a 700.000 persone (Reitlinger). In realtà secondo il dato di crescita demografica, gli ebrei nel 1959 avrebbero dovuto esser 4.000.000, quindi negli anni dal 1939 al 1959 il loro tasso di decrescita è stato di 1.700.000 persone; oltre allo sterminio nazista bisogna infatti aggiungere i morti dovuti più propriamente alla guerra, quelli dovuti alle purghe degli anni neri etc. Le annessioni di territori quali le repubbliche baltiche etc, hanno però fatto rimanere il numero degli ebrei quasi invariato. Infatti nel censimento del 1959 gli ebrei in Urss erano 2.500.000 circa. Diffusi soprattutto in Russia, Ucraina, Moldavia, repubbliche baltiche etc. Poiché la popolazione ebraica è prevalentemente urbana si stima che a Mosca l'11% della popolazione sia composto da ebrei, il 9,8% a Leningrado, il 13,8% a Kiev fino ad un massimo di 19,8% di ebrei a Kishinev (Levenberg).

    LA CAMPAGNA CONTRO I "NAZIONALISTI"

    Dopo il lassismo del tempo di guerra fu ripresa la campagna contro i nazionalismi non russi. Il prima atto è dichiarare colpevole di "deviazionismo nazionalista" uno storico kazakho che aveva scritto un libro sulla storia dei Kazaki e che nel 1943 era stato invece elogiato sulla stampa sovietica. Infatti le accuse di nazionalismo non sono rivolte a "nazionalismi" nel senso in cui lo intendiamo noi; si poteva essere accusati di nazionalismo semplicemente per non considerare progressive le conquiste zariste di territori non russi.

    Una simile campagna non poteva non coinvolgere gli ebrei. Nell'Agosto del 1946 Zdanov fa un discorso al Comitato Centrale del CPSU per fare adottare alcune risoluzioni che fra l'altro impongono la glorificazione del popolo russo. Inoltre Zdanov accusa alcuni scrittori ebrei di essere nazionalisti e di occuparsi troppo degli ebrei. É il primo segno.

    Nel 1947 vengono accusati gli artisti di teatro ebrei, accusati di vagheggiare il vecchio modo di vivere ebraico e di essere apolitici.

    É vero che nello stesso periodo furono accusate tutte le minoranze di nazionalismo; ma soltanto la cultura ebraica risultò, alla fine di questo periodo, completamente annientata. Ad esempio nessun ucraino venne accusato di usare troppo spesso la parola "ucraino" nei suoi scritti o di aver parlato troppo del martirio del suo popolo sotto il nazismo, come invece accadde per gli scrittori ebrei (Kipnis). Infatti alla fine di questa campagna non esisteva più nessun centro culturale ebraico, non esistettero più scuole in yiddish, né vi furono pubblicazioni in yiddish per molto tempo.

    Salomon Mikhoels, presidente del Comitato Antifascista Ebraico e noto attore del teatro yiddish, è la prima vittima della campagna contro il "nazionalismo ebraico"; venne assassinato nel Gennaio del 1948 e il Comitato sciolto (Novembre). In quello stesso anno vennero arrestati tutti i più importanti rappresentanti della cultura yiddish sovietici. Gli arresti continuarono fino al 1953. Secondo la lista fatta a New York dopo il 1956 dal Congresso per la Cultura ebraica fra deportati e fucilati gli artisti yiddish, o comunque ebrei, coinvolti erano qualche centinaio. La maggior parte fu subito deportata in Siberia, i più importanti venero sottoposti ad interrogatori lunghissimi (e durante i quali molti morirono). Lo scopo era di farli confessare di star preparando una rivolta armata per la secessione delle Crimea, dove doveva essere fondato uno stato sionista, satellite degli USA. Gli interrogatori dovevano probabilmente (Pinkus) concludersi con un grande processo pubblico. Ciò non avvenne e la maggior parte di questi imputati fu fucilata; per un processo non fu pubblico si stavano cercando figure ben più sataniche contro cui scagliarsi, figure che vennero trovate nei medici, come vedremo in seguito.

    Mentre i "nazionalisti ebraici" venivano colpiti in Urss, la diplomazia sovietica si stava dando da fare per la creazione dello stato di Israele. I motivi di questa scelta si possono riassumere in 4 punti:

    1) I sovietici avevano sperato che gli arabi sarebbero riusciti a scacciare la Gran Bretagna dalla zona, mentre invece gli arabi avevano preferito trovare un accordo sia con la Gran Bretagna, sia con gli stati fascisti. I sovietici speravano che gli ebrei sarebbero riusciti scacciare gli inglesi dalla zona

    2) i sovietici temevano che gli Usa volessero sostituirsi alla Gran Bretagna nella zona. Per questa volevano favorire gli ebrei

    3) la creazione di uno stato ebraico avrebbe risolto il problema non indifferente delle centinaia di migliaia di profughi che c'erano allora in Europa

    4) L'URSS infine sperava di ottenere il sostegno degli ebrei di tutto il mondo favorendo al creazione di uno stato ebraico.

    Oltre al discorso di Gromiko ricordiamo che L'URSS voto a favore dell'ammissione di Israele all'ONU e, tramite la Cecoslovacchia, vendette ad Israele le armi per la guerra di indipendenza.

    Ma allora perché la persecuzione contro il "nazionalismo ebraico"? Cerchiamo di capire. Già con la creazione del Comitato si era avuto un risveglio del sentimento nazionale ebraico. Il fatto che l'URSS fosse favorevole alla creazione dello stato di Israele ed avesse messo da parte la politica antisionista, aveva fatto crescere questo sentimento, crescita che si dimostrò nelle manifestazioni di giubilo per l'insediamento della delegazione diplomatica israeliana nell'Ottobre del 1948. Una manifestazione del genere per un paese straniero, e neanche socialista, probabilmente peggiorò di molto le cose per gli ebrei sovietici.

    LA CAMPAGNA CONTRO I "COSMOPOLITI"

    Tra le risoluzione fatte approvare dal Zdanov al Comitato Centrale del CPSU nell'Agosto del 1946 (Comitato che come abbiamo visto dette il via anche alla campagna contro i "nazionalisti") sicuramente la più importante per la cultura di quegli anni fu quella che obbligava ad attaccare tutto ciò che sapeva di occidentale. Cominciò una campagna contro tutti quegli artisti che non obbedissero a queste regole. Le vittime furono soprattutto lo scrittore satirico Zoshenko e la poetessa Achmatova (entrambi non ebrei). La campagna non aveva ancora un tono antisemita. Poiché, ovviamente, anche alcuni ebrei vennero colpiti, ben presto contro di loro si cominciò ad usare frasi antisemite. Il primo esempio è contro il critico Nusinov, definito da Fadeev (Presidente dell'Unione degli Scrittori Sovietici) "un vagabondo senza passaporto" nel 1947.

    Intanto (settembre 1947) Zdanov aveva affermato la teoria dei due campi contrapposti. Subito molti scrittori, fra cui moltissimi ebrei, difesero questa linea anti-occidentale. Non servì: erano gli stessi che dopo poco sarebbero stati arrestati o fucilati.

    Gli attacchi all'cosmopolitismo continuarono e cominciarono ad avere come oggetto quasi soltanto ebrei, anche se ancora non si fa riferimento esplicitamente al loro essere ebrei. Sentiamo il tono di alcune di queste accuse ai "cosmopoliti senza radici":

    "Il cosmopolita è un fenomeno strano, incomprensibile ipocrita e senza senso, una manifestazione in cui c'è qualcosa di insipido e di vago. É una creatura corrotta insensibile, totalmente indegna di essere chiamata con il nome sacro di uomo".

    Queste parole in realtà sono di un critico letterario del XIX secolo; vennero riprese da un certo Paperny durante questa campagna, Paperny era ebreo egli stesso. Nel suo articolo proseguiva dicendo che il cosmopolitismo era avversario non solo del popolo russo, ma di tutti i popoli dell'unione; proprio per questo l'anno seguente fu accusato egli stesso di cosmopolitismo.

    Anche in ambito scientifico avvenne lo stesso fenomeno (Lysenko).

    Comunque le tendenze antisemite si rivelarono appieno soltanto nel 1949.

    La decisione di lanciare una campagna così grande e dal tema così insolito deve essere stata presa ai più alti livelli. Infatti all'inizio del 1949 la polemica cambiò obbiettivo. In articoli sulla Pravda si comincia a parlare di un "gruppo antipatriottico". Voleva dire che la critica non era diretta più soltanto ad individui, ma a gruppi di individui. Spesso il gruppo venne anche definito "tribù". Vengono fatti dei nomi e sono tutti nomi di ebrei. Si pone enfasi sul fatto che gli ebrei non possono sapere niente di cultura russa. Si comincia ad accusarli di ipocrisia, falsità disprezzo per i sentimenti russi etc.

    La campagna raggiunse il parossismo nel febbraio-marzo del 1949: stampa, radio, letteratura, cinema, lezioni e conferenze, tutto si prestava a questi attacchi. La percentuale di ebrei fra gli attaccati era circa del 70%.

    Gli articoli sono tantissimi e sono sia "seri", sia "umoristici". Il ritratto che ne viene dato è quello dell'ebreo, parassita, truffatore, vigliacco e pigro. In realtà in questi articoli gli ebrei non vengono mai definiti brutalmente come tali, ma sempre per allusione, peraltro inequivocabile: si pone un'enfasi particolare sul nome, sul cognome o sul patronimico ebraico. Oltre alle accuse dell'arsenale antisemita di tutti i tempi troviamo questa:

    - Oltraggiare la nazione russa.

    - Perfida diffamazione dell'uomo russo.

    - Insulto alla memoria di importanti artisti russi (quest'insulto voleva dire averli paragonati ad artisti ebrei; ad esempio il critico Levin aveva detto che Majakovski era stato influenzato dal poeta Bialik)

    Considerando la diffusione dell'antisemitismo popolare in tutta l'URSS si può capire l'impatto di simili calunnie. A questo si può aggiungere la situazione economica disastrosa (mancanza di case, di cibo, condizioni di lavoro difficili), che provocava ira nella popolazione, e l'anti-intellettualismo del regime; si capisce che gli ebrei si avviavano ad essere l'oggetto di odio ideale.

    Le misure che vennero prese per chi veniva accusato variavano dall'ammonizione al licenziamento all'arresto e deportazione.

    Comunque appena la campagna divenne chiaramente antisemita, essa diminuì di intensità. Furono le autorità stesse a cessare di fomentarla e di appoggiarla, perché temevano l'accusa aperta di antisemitismo. In realtà la campagna continuò ancora un po' a cause delle accuse che gli ebrei continuavano a ricevere da non ebrei interessati, quali rivali sul lavoro etc.

    Perché vi fu questa campagna antisemita? Sembra che Stalin e parte della dirigenza sovietica ritenessero che gli ebrei non fossero pienamente fedeli all'URSS e che, poiché ritenevano imminente una guerra con gli USA, avessero pensato di metterli in una condizione di non nuocere. Per questo cercarono di colpire da un alto l'intellighenzia ebraica che si definiva tale ("nazionalisti"), dall'altro l'intellighenzia ebraica assimilata ("cosmopoliti"). Soltanto se si capisce questo si può capire il passaggio brusco da una campagna all'altra, che sembravano in contraddizione.

    Un'altra considerazione da fare è che il regime stava facendo una concessione a quello che era un forte sentimento popolare: l'antisemitismo. Inoltre erano molte le persone che avevano da guadagnare da una simile campagna.

    IL "COMPLOTTO DEI MEDICI"

    Il primo processo pubblico contro gli ebrei avvenne fuori dall'URSS: il processo Slanski, in Cecoslovacchia, quando i più importanti dirigenti, di origine ebraica, del partito comunista ceco, furono accusati di essere spie sioniste (27 Novembre 1952). Infatti nel frattempo i rapporti con Israele si erano deteriorati e la definizione del sionismo come movimento reazionario venne ritirata fuori e si cominciò a costruire una base teorica per opporsi allo stato di Israele (comunque già nel processo contro Rayk nel 1949 il sionismo era stata una delle accuse); la scusa formale era il dire che ci si aspettava che Israele diventasse un paese socialista. Il processo Slanski servì per vedere che effetto avrebbe fatto ad Ovest un attacco del genere. Si ricordi che anche nel processo Slanski si parlò di "medici avvelenatori".

    Cerchiamo di capire quali possono essere stati i motivi per lanciare una tale campagna, che avrebbe dovuto concludersi con un processo pubblico.

    Al XIX Congresso del Partito nell'Ottobre del 1952 il Politburo era stato ristrutturato. Probabilmente Stalin voleva cominciare un'enorme purga per eliminare i vecchi leader dell'apparato, quali Berja, Molotov etc. Per condurre questa purga non fu scelta la via segreta, per altro possibile, perché Stalin voleva creare un clima di tensione in vista di una nuova guerra, che egli riteneva imminente (così come era avvenuto negli anni '30). Il pretesto furono gli ebrei probabilmente a causa dell'antisemitismo di Stalin, che negli ultimi anni era aumentato fino a raggiungere un livello di paranoia. Ad esempio se dei medici erano potuti arrivare a tanto, ciò significava che gli organi di sicurezza, e cioè Berja, erano complici, etc.

    La campagna inizio il 13 Gennaio del 1953 con l'annuncio che 9 medici avevano avvelenato Zdanov e Scerbakov e che avevano tentato di avvelenare anche dei generale dell'armata Rossa. 6 di questi medici erano ebrei. Subito cominciò una campagna diffamatoria da incubo.

    Paradossalmente su questo argomento gli storici stessi rimandano a opere di letteratura. Leggiamo la descrizione fattane da Vassilj Grossman, che la visse in prima persona:

    "Lavorare negli ospedali e nei policlinici era diventato difficile, un vero tormento. Influenzati dai terribili comunicati ufficiali, i malati si erano fatti sospettosi. Molti rifiutavano di farsi curare da medici ebrei. ... Nelle farmacie gli acquirenti sospettavano i farmacisti di tentare di rifilare loro medicinali avvelenati; sui tram, nei mercati, nei ministeri si raccontava che a Mosca alcune farmacie erano state chiuse perché farmacisti ebrei - agenti dell'America - vendevano pillo fatte con polvere di pidocchi; si raccontava che nei reparti maternità infettavano di sifilide neonati e puerpere, e che negli ambulatori dentistici inoculavano ai malati il cancro. ... Particolarmente penoso era che a quelle voci credessero non solo portinai, facchini e autisti semianalfabeti o semiubriachi, ma anche certi dottori in scienze, scrittori, ingegneri, studenti." (V. Grossman, "Tutto scorre", Adelfi)

    Un'altra testimonianza la da Solgenitsin nel suo "Arcipelago GUlag".

    "Ancor oggi è difficile sapere qualcosa di autentico da noi, e lo sarà ancora per molto tempo. Ma secondo voci che circolano a Mosca il progetto era questo: all'inizio di Marzo i "medici assassini" dovevano essere impiccati sulla Piazza Rossa. Naturalmente i patrioti infiammati avrebbero allora (sotto la guida di istruttori) scatenato un pogrom contro gli ebrei. A questo punto il governo (si riconosce il carattere staliniano, non è vero?) sarebbe generosamente intervenuto per salvare gli ebrei dall'ira popolare e li avrebbe trasferiti, la stessa notte, da Mosca in Estremo Oriente ed in Siberia (dove già si apprestavano le baracche)."

    Sembra infatti che la deportazione avrebbe dovuto essere preceduta da una lettera aperta di personalità ebraiche che chiedevano a Stalin di deportare tutti gli ebrei in Siberia per salvarli dall'odio della popolazione suscitato dal comportamento dei medici. Comunque su questi punti non si hanno prove certissime, anche se, visti i precedenti la cosa era più che probabile.

    DOPO STALIN

    Come dice Fejtö, i successori di Stalin si trovarono d'accordo almeno nel rinunciare agli aspetti demenziali della sua politica, tra cui l'antisemitismo. Radio Mosca annunciò che le accuse contro i medici erano state costruite e che essi erano innocenti. Vennero fatti dei passi per liberare i prigionieri superstiti dai campi di concentramento e molti ebrei riottennero i posti che avevano perso con la campagna anti-cosmopolita.

    Comunque le campagne antisemite in Cecoslovacchia ed in Romania cominciarono proprio allora, e non sembrarono risentire di questi cambiamenti, che in ogni caso riguardavano soltanto gli aspetti estremi. Infatti se i singoli vennero riabilitati tutti, non fu così per gli ebrei come collettività. Non fu detto mai che le accuse lanciate in quegli anni erano state sbagliate: la campagna cosmopolita venne definita "benefica per la cultura russa" (Congresso degli Scrittori); Kruscëv nel rapporto segreto non parlò assolutamente di antisemitismo pur essendo costretto a parlare del "Complotto dei Medici".

    Per capire quanto furono limitati questi cambiamenti e quanto in realtà la politica generale nei confronti degli ebrei rimase immutata vediamo l'atteggiamento verso gli ebrei dei successori di Stalin.

    La maggior parte delle dichiarazioni sugli ebrei o sull'antisemitismo fatte da Kruscëv o da altri leader dell'epoca era rivolta all'occidente e non fu neanche pubblicata in Urss. Infatti l'occidente, ed in particolare i partiti comunisti occidentali, si erano mobilitato contro le dimostrazioni di antisemitismo che avvenivano in Urss, per questo cercavano di negare. Fu un tentativo inutile perché in realtà la pratica dell'antisemitismo era assai più evidente allora che negli anni di segretezza dello stalinismo.

    Contrariamente a Stalin Kruscëv amava rilasciare interviste, e spesso parlò anche degli ebrei. Ai funerali di Boreslav Birut nel Marzo del 1056 in Polonia Kruscëv disse al Comitato Centrale del Partito dei Lavoratori Uniti:

    "Io credo che anche in Polonia voi soffriate di un composizione abnorme dei quadri dirigenti come una volta ne soffrivamo anche noi ... la percentuale di alti funzionari ebrei nel mio paese è adesso nulla, 2 o 3 %... (guardando accigliato il presidente del Congresso che si chiamava Zambrovski, ma che era nato Zukerman, Kruscëv concluse Sì, è vero, avete molti leader il cui nome finisce in "ski", ma un Abramovich resta una Abramovich. E voi avete troppi Abramovich nei vostri quadri dirigenti." (citato in Pinkus p 92)

    Se questo è un esempio dell'antisemitismo volgare di Kruscëv, si hanno esempi anche di antisemitismo più "raffinato": Ecco un'intervista di Kruscëv 12 maggio 1956 a una delegazione del partito socialista francese:

    "Allo scoppio della rivoluzione, noi avevamo molti ebrei nella dirigenza del partito e dello stato. Essi erano più colti e forse più rivoluzionari del russo medio. A tempo debito abbiamo creato nuovi quadri" Kruscëv viene interrotto da Pervukhin che spiega: "la nostra propria intelligensja" Kruscëv termina il commento: "Se gli ebrei volessero occupare adesso le posizioni prominenti nelle nostre repubbliche, ciò sarebbe male accolto dagli abitanti indigeni. Essi male accoglierebbero queste pretese, specialmente perché non si considerano meno intelligenti o capaci degli ebrei."

    Una dichiarazione del Ministro della Cultura del Giugno del 1956, riprende il senso di quanto già detto un mese prima da Kruscëv:

    "Il governo ha trovato in alcuni dei suoi dipartimenti una concentrazione preoccupante di ebrei, fino al 50 % dello staff. Sono state prese delle misure per trasferirli ad altre imprese, dando loro le stesse buone posizioni e senza fare loro correre alcun rischio"

    Si allude alla politica di discriminazione che continuò e crebbe. La discriminazione più fastidiosa è quella nell'accesso alle università, che in Urss erano quasi l'unico modo di ascesa sociale. Essa venne veementemente negata dai funzionari sovietici, ma ammessa nei giornali sovietici senza problema. Le norme di accesso alle Università discriminatorie nei confronti degli ebrei vengono definite dal "Bollettino di Educazione Superiore", sovietico come "quote preferenziali di ammissione pianificate annualmente". Come tutti i numeri clausi esse sono in relazione al numero globale di ebrei in Urss. (Mostra documenti). Nei settori connessi alla difesa l'accesso agli ebrei è completamente vietato, in quanto gli ebrei non possono neanche partecipare agli esami di concorso.

    Il numero di ebrei fra gli iscritti al partito è diminuito costantemente, non solo per un decremento delle richieste, ma neh per una precisa politica del partito stesso (Pinkus). Lo si vede dal fatto che il decremento più forte è stato fra i membri del partito con cariche importanti. tra i membri del Comitato Centrale e del Soviet Supremo addirittura gli ebrei sono la nazionalità meno rappresentata, nonostante gli ebrei siano, come numero, la settima nazionalità dell'Unione.

    La discriminazione è agevolata dal fatto che fino a pochissimo tempo fa tutti gli ebrei portavano scritto sui propri documenti la parola "ebreo". É facile capire come questa norma possa essere discriminatoria.



    Il silenzio sulla sterminio nazista continuò inalterato. L'idea è quella di non dividere mai i crimini nazisti, per cui non si riconosce alcuna peculiarità allo sterminio totale degli ebrei di fronte alle stragi di slavi. Durante gli Anni Neri perfino i libri già pubblicati dovevano essere censurati delle parti in cui si poteva alludere a sofferenze inflitte agli ebrei. Per questo fece tanto clamore la pubblicazione del poema Babi Yar da parte di Evtushenko.

    Già sotto Stalin, e prima ancora ai tempi della NEP, i processi per "crimini economici" (termine che designa una serie di reati che variano dalla speculazione alla corruzione) avevano sempre avuto un carattere antisemita. La punta massima raggiunta è stata negli anni '60. Si calcola che il 78 % dei coinvolti siano stati ebrei, molti dei quali condannati a morte per questo. A processi in cui gli accusati erano ebrei venne dato molto risalto, nel tono che vi potete immaginare. Dopo che Bertrand Russel scrisse una lettera per protestare contro questo atteggiamento e contro l'imposizione della pena di morte, i processi economici diminuirono.

    Gli atti di antisemitismo, sinagoghe incendiate, cimiteri profanati, ebrei picchiati etc, vennero passati sotto silenzio dai mass-media, o appena se ne accennò.

    Dal 1957 in poi cominciano ad essere prodotti dei feuilleton in cui viene tirato fuori tutto l'armamentario antisemita. Il più infame di questi libri è stato quello di T. Kichko "Il Giudaismo senza imbellettature", pubblicato dall'Accademia delle Scienza Ucraina nel 1963, degno della propaganda nazista, e che, data la polemica che aveva suscitato in Occidente, fu ritirato dal mercato.

    Fin dal 1956 cominciarono ad essere tenuti vari processi contro sionisti o i rappresentanti del mondo religioso ebraico, ma la stampa non dette molto risalto a questi processi che erano semplice routine. una routine che era continuata ininterrottamente dagli anni '20 e che da tempo aveva annientato il movimento sionista e che aveva ridotto le sinagoghe da molte migliaia ad un sessantina, di cui la stragrande maggioranza fra le comunità sefardita degli ebrei georgiani a caucasici, di cui non ci siamo occupati perché interessati marginalmente dalle persecuzioni.

    Fu dopo la Guerra dei Sei Giorni che simili processi cominciarono ad avere un chiaro intento politico. Infatti da allora la campagna antisionista divenne chiaramente, e senza vie di scampo, antisemita. Ad esempio ritornò alla carica Kichko, che nel 1968 pubblicò "Giudaismo e sionismo", definito dalla Pravda "il primo e fondamentale trattato scientifico sovietico sull'argomento" (6 Febbraio del 1969). In questo libro Kichko spiega che la religione ebraica insegna l'odio per gli altri popoli e per le altre religioni e perfino insegna che esse devono essere distrutte; e che il sionismo è un'ideologia nazista, un'idra tentacolare collegata a tutte le forze reazionarie occidentali.

    Cominciano ad apparire anche caricature antisemite che vengono affisse nei luoghi di lavoro, di ritrovo e nelle strade (vedi foto). Molta di questa propaganda era mascherata come anti-religiosa o anti-sionista.

    Con la scusa degli attacchi al sionismo in realtà vengono attaccati gli ebrei tout court. Il risultato fu proprio quello di diffondere sempre più il sionismo fra gli ebrei. Infatti molti ebrei, soprattutto i giovani, avevano perso la fiducia nel comunismo come elemento di emancipazione. Per questo tra i dissidenti troviamo tanti ebrei. Si crea così un circolo vizioso: gli ebrei vengono spinti, tramite persecuzioni, all'assimilazione, poi gli viene negata anche questa e quindi gli ebrei tornano indietro, verso l'ebraismo, il sionismo etc; ciò fa aumentare di nuovo le persecuzioni in un crescendo continuo.

    CONCLUSIONI

    Fino a prima della guerra le persecuzioni avevano coinvolto gli ebrei come le altre etnie: di queste campagne raramente si può affermare il carattere specificatamente antisemita. Nel dopoguerra invece il carattere antisemita è evidente.

    Chiariamo la cosa:

    Negli anni '20 si era privato il popolo ebraico di tutta la parte della sua cultura che aveva a che fare con la religione e con gli altri ebrei della Diaspora (risulta chiara l'interdizione dell'ebraico); si era invece promossa la cultura laica, yiddish, ma anche assai più ristretta, che poco aveva a che fare con la cultura internazionalista degli ebrei e che invece esaltava i valori locali degli ebrei ashkenaziti.

    Come per le altre etnie minoritarie negli anni '30 fu scelta l'assimilazione e quindi anche la cultura yiddish cominciò ad essere ostacolata.

    Nel dopoguerra il processo iniziato negli anni '30 arriva alla resa dei conti. Tutte le minoranze devono scegliere l'assimilazione completa. In quest'ottica rientra la persecuzione al "nazionalismo".

    Il fatto che, per motivi di utilità, l'URSS abbia appoggiato la creazione dello stato di Israele non cambiò sostanzialmente le cose, anzi, le peggiorò perché illuse gli ebrei sovietici il cui sentimento nazionale fu risvegliato, facendoli incorrere ancor di più nell'ira del regime.

    Specificatamente antisemita è invece la campagna contro il cosmopolitismo. Essa infatti colpisce proprio gli ebrei assimilati, che quindi avevano fatto quello che il regime voleva. In modo più esteso, è vero, essa colpisce i rapporti con la cultura occidentale. Ma di fatto si risolse in una campagna antisemita, perché gli ebrei non potevano né scegliere la propria cultura ("nazionalismo"), né adattarsi alla cultura del paese, riservata ai "veri russi".

    Riassumendo. negli anni '20 e '30 gli ebrei non soffrirono più delle altre minoranze: dovettero scegliere fra la cultura yiddish, e solo quella, e l'assimilazione. Nel dopoguerra entrambe queste scelte portavano ai GUlag. I successori di Stalin eliminarono il terrore indiscriminato, ma non la persecuzione, la cui forza è testimoniata dall'emigrazione di massa degli ebrei sovietici non appena se ne è presentata l'occasione, e cioè con la glasnost.

    Bibliografia Essenziale:

    FEJTÖ, Gli ebrei e l'antisemitismo nei paesi comunisti, Milano Singer 1962

    EVGENIA GINZBURG, Viaggio nella vertigine, Milano, Mondadori, 1967; Viaggio nella vertigine 2, Milano, Mondadori 1981.

    HAIKO HAUMANN, Storia degli ebrei dell'Est, Mi, Sugarco 1991

    KOCHAN LIONEL, (a cura di) The Jews in the Soviet Russia since 1917, Edited by L. Kochan, Oxford University Press, London-New York-Toronto. Published for the Institute of Jewish Affairs, 1970. Scritti di S. Ettinger, S. Levenberg, J. Miller ... z. Katz.

    NADEZDA MANDELSTAM, L'epoca e i lupi. Memorie, Milano, Mondadori 1971.

    PINKUS BENJAMIN, The Soviet governament and the Jews, 1948-1967: a documented study. Cambridge University Press 1984.

    ALEXANDR SOLGENITSIN, Arcipelago GUlag, vol. I, II, III e IV, Mondandori, Milano 1974.
    "


    http://valentina.duestrade.it/Ebrei_in_URSS.htm

    Shalom

  6. #6
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    Un punto di vista marxista-rivoluzionario conseguente....

    " La questione ebraica


    Con fastidiosa frequenza, coloro che sono favorevoli alla divisione del movimento operaio su linee di nazionalità, di sesso o di razza, tentano di giustificare al loro posizione ricorrendo alla più smaccata demagogia o a un sentimentalismo lacrimoso, appellandosi al triste destino degli oppressi e alle mostruose ingiustizie che soffrono come "prova" della "impossibilità" di unire in organizzazioni comuni neri e bianchi, uomini e donne, protestanti e cattolici, e così via. Questo argomento spurio è confutato dalla storia dello stesso bolscevismo, come dimostra l’atteggiamento di Lenin verso il Bund ebraico. Gli ebrei in Russia erano mostruosamente oppressi da una discriminazione sistematica, costretti a vivere segregati nelle "Zone di insediamento", e soggetti periodicamente a pogrom sanguinosi. Solo una percentuale limitata di ebrei veniva accettata negli impieghi pubblici e nelle scuole statali medie e superiori. Nel 1917 esistevano 650 leggi che contenevano restrizioni nei confronti egli ebrei. Qui vediamo un esempio di oppressione nazionale nelle sue forme più crude e brutali.

    Lenin spiegò sempre come il dovere dei lavoratori fosse di combattere la propria borghesia. Questo significa tutti i lavoratori, fino a quelli delle nazioni più oppresse. Per questa ragione la socialdemocrazia russa aveva sempre respinto la richiesta del Bund. Il fatto che gli ebrei soffrissero della più terribile oppressione non era un argomento valido. Il Bund portava avanti lo slogan dell’autonomia nazionale-culturale, che aveva copiato dal programma di Otto Bauer e degli austromarxisti. Nella situazione degli ebrei russi, questo slogan era ancora più insensato che non nel caso dell’Austria-Ungheria. Con la loro popolazione dispersa e prevalentemente urbana, gli ebrei russi non potevano indicare un territorio chiaramente definito come proprio, che costituisce una delle prime condizioni di esistenza di una nazione. L’idea dell’autonomia nazional-culturale era di riunire la popolazione ebrea dispersa attorno a scuole e altre istituzioni esclusivamente ebraiche. Questa rivendicazione, che Trotskij definì un’utopia reazionaria, avrebbe avuto l’effetto di approfondire la separazione degli ebrei dal resto della popolazione e di aumentare le frizioni e le tensioni nazionali.

    Gli ebrei non possedevano né un territorio comune, né una lingua comune. Molti ebrei in Russia e in Europa orientale parlavano l’yiddish, ma molti altri no. Nei paesi capitalisti avanzati gli ebrei parlavano la lingua dei paesi nei quali vivevano. In realtà, gli ebrei sefarditi provenienti dalla Spagna mantennero lo spagnolo come madrelingua per secoli dopo essere stati cacciati dalla Spagna e dispersi in tutto il Mediterraneo. Dove ne ebbero la possibilità, gli ebrei si assimilarono nella popolazione del paese nel quale risiedevano. Ma il fanatismo e l’oscurantismo della chiesa cattolica medioevale impedirono che questo avvenisse. Gli ebrei vennero esclusi e separati con la forza dalla società. Privati del diritto a possedere la terra, furono costretti a ricorrere ad altri mezzi di sostentamento ai margini della società feudale, inclusi il commercio e il l’usura. La separazione forzata degli ebrei era ancora più smaccata nell’arretrata Russia zarista.

    Anche Lenin trovava delle difficoltà nel definire gli ebrei. La definizione più prossima alla quale giunse fu quella di una speciale casta oppressa, come mostra il seguente passaggio: "Lo stesso vale per la nazione più oppressa e perseguitata, gli ebrei. La cultura nazionale ebraica è lo slogan dei rabbini e della borghesia, lo slogan dei nostri nemici. Ma ci sono altri elementi nella cultura ebraica e lungo la storia degli ebrei. Dei dieci milioni e mezzo di ebrei che vivono nel mondo, poco più di metà si trovano in Russia e Galizia, paesi arretrati e semi-barbari che forzosamente mantengono gli ebrei nella posizione di una casta. L’altra metà vive nel mondo civilizzato, e non sono segregati come una casta. In quei paesi, gli aspetti grandemente progressivi della cultura ebraica si sono fatti sentire con chiarezza: il suo internazionalismo, la sua reattività ai movimenti avanzati dell’epoca (la percentuale di ebrei nei movimenti democratici e proletari è ovunque superiore alla percentuale di ebrei nella popolazione nel suo complesso)." (Commenti critici sulla questione nazionale).

    Anche se gli ebrei mancavano degli attributi di una nazione, e Lenin non li considerava come tali, dopo la rivoluzione d’Ottobre i bolscevichi offrirono loro l’autodeterminazione, garantendo una patria nel territorio del Biribaidjian dove avrebbero potuto emigrare, anche se pochi scelsero di farlo. Questo era infinitamente preferibile alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina, su una terra occupata dagli arabi per oltre un millennio, causando uno spargimento di sangue e guerre senza fine in Medio oriente. L’instaurazione dello Stato di Israele fu un atto reazionario al quale all’epoca i marxisti si opposero. Trotskij aveva avvertito in anticipo che si sarebbe trasformato in una trappola crudele per il popolo ebreo, e la storia dell’ultimo mezzo secolo ha dimostrato come questo fosse vero. Tuttavia, oggi lo Stato di Israele esiste e non si può far tornare indietro le lancette dell’orologio. Israele è una nazione, e non possiamo fare appello alla sua abolizione. La soluzione del problema nazionale palestinese (del quale tratteremo più avanti) può solo essere raggiunta attraverso la formazione di una federazione socialista del Medio oriente nella quale arabi e israeliani possano coesistere nelle rispettive patrie autonome, con il pieno rispetto di tutti i diritti nazionali.

    In Russia i sostenitori del sionismo erano sempre stati una minoranza ristretta. Un numero considerevole dei quadri del movimento rivoluzionario in Russia erano di origini ebraiche, perché gli intellettuali ebrei più avanzati comprendevano come il loro futuro dipendesse da una ricostruzione rivoluzionaria della società. Questa posizione si dimostrò essere corretta. Dopo la rivoluzione d’Ottobre in Russia il popolo ebreo conquistò la piena emancipazione civile e la completa eguaglianza. Erano soddisfatti di questo e per questo motivo furono ben pochi quelli che accolsero l’offerta di un proprio territorio nei confini dello Stato sovietico.
    "

    http://www.marxismo.net/varie/qn_2000/qn_parte_3.htm

    Shalom

  7. #7
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    L'interpretazione di Trotzky dell'antisemitismo stalinista.... con annessi e connessi....

    " Termidoro e antisemitismo

    Trotsky (1937)



    --------------------------------------------------------------------------------
    Scritto il 22 febbraio 1937.
    Tradotto, dalla versione in inglese presente sul MIA, e trascritto da Mishù, Settembre 2000
    --------------------------------------------------------------------------------



    Ai tempi dell'ultimo processo di Mosca io ho osservato in una delle mie affermazioni che Stalin, nella battaglia contro l'Opposizione, ha sfruttato le tendenze antisemite presenti nel paese. Su quest'argomento ho ricevuto una serie di lettere e domande che erano, nel complesso - non c'è ragione di nascondere la verità - piuttosto ingenue. "Come si può accusare l'Unione Sovietica di antisemitismo?", "Se l'URSS è un paese antisemita, esiste qualcosa che ancora si salvi?". Tale era il tema dominante di queste lettere. Queste persone sollevano obiezioni e sono perplesse poiché sono abituate a contrapporre all'antisemitismo fascista l'emancipazione degli ebrei realizzata dalla Rivoluzione d'Ottobre. A queste persone sembra ora che io stia strappando loro di mano un magico talismano. Tale modo di ragionare è tipico di coloro i quali sono abituati a pensare in modo volgare, non dialettico. Essi vivono in un mondo di immutabili astrazioni. Riconoscono soltanto ciò che li soddisfa: la Germania di Hitler è il regno assolutista dell'antisemitismo; l'URSS, al contrario, è il regno dell'armonia nazionale. Contraddizioni di importanza vitale, cambiamenti, transizioni da una condizione all'altra, in una parola, il processo storico reale, sfugge dalla loro fiacca attenzione.

    Non ci si è ancora scordati, spero, che l'antisemitismo era piuttosto esteso nella Russia zarista tra i contadini, la piccola borghesia cittadina, l'intellighenzia e lo strato più arretrato della classe operaia. La "madre" Russia era rinomata non solo per i suoi periodici pogrom, ma anche per l'esistenza di un considerevole numero di pubblicazioni antisemite che, a quell'epoca, godevano di una vasta circolazione. La Rivoluzione d'Ottobre abolì lo status da esiliati degli ebrei. Ciò, tuttavia, non vuol dire affatto che in un sol colpo essa si sia sbarazzata dell'antisemitismo. Una lunga e persistente battaglia contro la religione ha fallito ad impedire che, ancora oggi, migliaia e migliaia di chiese, moschee e sinagoghe venissero affollate da gente supplichevole. La stessa situazione prevale nella sfera dei pregiudizi nazionali. La legislazione da sola non cambia le persone. I loro pensieri, emozioni e concezioni dipendono dalla tradizione, dalle condizioni materiali di vita, dal loro livello culturale, ecc. Il regime sovietico non ha ancora venti anni. La parte più anziana della popolazione è stata educata sotto lo zarismo. La generazione più giovane ha ereditato molto dalla vecchia. Queste condizioni storiche generali dovrebbero di per sé render chiaro a qualsiasi persona pensante che, malgrado il modello legislativo della Rivoluzione d'Ottobre, è impossibile che i pregiudizi sciovinisti e nazionalisti, e specialmente l'antisemitismo, possano non essere persistiti con forza tra lo strato più arretrato della popolazione.

    Ma ciò non è affatto tutto. Il regime sovietico, in realtà, ha visto nascere una serie di nuovi fenomeni che, a causa della povertà e del basso livello culturale della popolazione, erano capaci di creare, come di fatto è accaduto, un rinnovato sentimento antisemita. Gli ebrei sono una popolazione tipicamente cittadina. Essi comprendono una considerevole percentuale della popolazione cittadina in Ucraina, nella Russia Bianca e persino nella Grande Russia. Il regime sovietico, più di qualsiasi altro nel mondo, ha bisogno di un numero assai vasto di funzionari pubblici. Questi sono reclutati fra la parte di popolazione cittadina più acculturata. Com'è logico gli ebrei risultano occupare un posto sproporzionatamente largo tra la burocrazia, specialmente tra i livelli medi e bassi. Noi potremmo di certo chiudere i nostri occhi innanzi a questo fatto e limitarci a vaghe generalizzazioni riguardo l'uguaglianza e la fratellanza di tutte le razze. Ma una politica da struzzi non ci permetterebbe di avanzare di un singolo passo avanti. L'odio dei contadini e degli operai per la burocrazia è un tratto fondamentale della vita sovietica. Il dispotismo del regime, la persecuzione di ogni critica, il soffocamento di ogni vivo pensiero ed infine la cornice giudiziaria, non sono altro che un mero riflesso di questo fatto basilare. Anche per mezzo di un ragionamento aprioristico sarebbe impossibile non concludere che l'odio per la burocrazia assuma una coloritura antisemita, almeno in quei posti in cui i funzionari ebrei sono una percentuale significante e sono posti innanzi ad un vasto esercito di masse contadine. Nel 1923 io proposi alla conferenza del partito bolscevico ucraino di assumere come funzionari individui capaci di parlare e di scrivere nella lingua delle popolazioni circostanti. Quanti ironici commenti vennero fatti a proposito di questa proposta, specialmente da parte dell'intellighenzia ebraica che parlava e scriveva russo e non aveva intenzioni di imparare la lingua ucraina! Bisogna ammettere che a questo riguardo la situazione è cambiata considerevolmente per il meglio. Ma la composizione nazionale della burocrazia è mutata di poco e, ciò che è assai più importante, l'antagonismo tra la popolazione e la burocrazia è cresciuto in modo mostruoso durante gli ultimi dieci-dodici anni. Tutti i seri ed onesti osservatori, specialmente coloro che hanno vissuto a lungo tra le masse di persone che lavorano assai duramente, portano testimonianza dell'esistenza dell'antisemitismo, non solo di quello vecchio ed ereditario, ma anche della nuova, sovietica, varietà.

    Il burocrate sovietico si sente moralmente in un campo assediato. Egli cerca con tutta la sua forza di rompere questo suo isolamento. La politica di Stalin, almeno per il 50 percento, è dettata da questa situazione. Cioè: (1) la demagogia pseudo-socialista ("Il socialismo è già compiuto", "Stalin ha dato, dà e darà una vita felice al popolo", ecc.); (2) misure politiche ed economiche designate per costruire attorno alla burocrazia un largo strato di nuova aristocrazia (le paghe sproporzionatamente alte concesse agli stacanovisti, ai militari, agli ordini onorari, alla nuova "nobiltà", ecc.); (3) sostenere i sentimenti nazionalisti ed i pregiudizi dello strato più arretrato della popolazione.

    Il burocrate ucraino, se è egli stesso un indigeno ucraino, tenterà inevitabilmente, al momento critico, di enfatizzare il fatto che egli è un fratello del muzhik e del contadino - non una sorta di straniero ed in nessuna circostanza un ebreo. Ovviamente non c'è in tale attitudine - ahimè!- neppure una goccia di "socialismo" o almeno di elementare democrazia. Ma è precisamente questo il nocciolo del problema. La burocrazia privilegiata, paurosa di perdere i suoi stessi privilegi, e conseguentemente completamente demoralizzata, rappresenta allo stato attuale lo strato più antisocialista ed antidemocratico della società sovietica. Nella lotta per la propria auto-conservazione essa sfrutta i pregiudizi più radicati e gli istinti più arretrati. Se a Mosca Stalin allestisce processi per accusare i trotskysti di gettar veleno sugli operai, allora non è difficile immaginare che folle sentiero possa seguire la burocrazia in alcune stamberghe ucraine e dell'Asia centrale!

    Colui che osserva attentamente la vita sovietica, anche se solo attraverso le pubblicazioni ufficiali, scorgerà di tanto in tanto in varie parti del paese spaventosi ascessi burocratici: bustarelle, corruzione, appropriazioni indebite, uccisione di persone la cui esistenza è imbarazzante per la burocrazia, stupri di donne e cose simili. Se noi potessimo tagliare verticalmente all'interno, vedremmo come tali ascessi risultano dallo strato burocratico. Qualche volta Mosca è costretta a ricorrere a processi dimostrativi. In tutti questi processi gli ebrei ricoprono inevitabilmente una vasta percentuale, in parte perché, come abbiamo già detto, essi compongono una grande parte della burocrazia e sono marchiati del biasimo verso di essa, in parte perché, spinto dall'istinto auto conservazione, il quadro dirigente della burocrazia, al centro e nelle provincie, si sforza di deviare l'indignazione delle classi operaie da se stesso sugli ebrei. Questo fatto era noto ad ogni osservatore critico dell'URSS già da dieci anni or sono, quando il regime di Stalin aveva rivelato a mala pena le sue caratteristiche basilari.

    La Battaglia contro l'Opposizione rappresentava per la cricca dominante una questione di vita o di morte. Il suo programma, i principi, i suoi collegamenti con le masse, tutto venne sradicato e messo in disparte a causa della bramosia di auto-conservazione della cricca dominante. Queste persone non si fermano innanzi a nulla pur di proteggere il proprio potere ed i propri privilegi. Recentemente è stato rilasciato un annuncio al mondo intero che il mio figlio più giovane, Sergei Sedov, era sotto accusa per aver tramato contro gli operai. Qualsiasi persona normale concluderà: persone capaci di avanzare tali accuse, hanno raggiunto l'ultimo stadio di degradazione morale. È possibile in questo caso dubitare anche per un solo istante che questi medesimi accusatori siano capaci di incoraggiare i pregiudizi antisemiti delle masse? Precisamente nel caso di mio figlio entrambe queste depravazioni sono unite. Dal giorno della loro nascita, i miei figli portano il nome della loro madre (Sedov). Essi non hanno mai usato nessun altro nome - né alle scuole elementari, né all'università, né nella loro vita matura. Per quanto riguarda me, negli ultimi trentaquattro anni ho portato il nome di Trotsky. Durante il periodo sovietico nessuno mi ha mai chiamato col nome di mio padre (Bronstein), così come nessuno ha mai chiamato Stalin, Dzhugashvili. In modo da non costringere i miei figli a cambiar nome, io, per necessità di "cittadinanza", ho preso il nome di mia moglie (cosa che, per la legislazione sovietica, è perfettamente legale). Però, dopo che mio figlio, Sergei Sedov, è stato accusato di tramare contro gli operai, il GPU ha comunicato alla stampa sovietica ed estera che il nome "reale" (!) di mio figlio non è Sedov ma Bronstein. Se questi accusatori avessero voluto enfatizzare la connessione dell'accusato con me, essi lo avrebbero chiamato Trotsky, poiché politicamente il nome Bronstein non significa niente per nessuno. Ma essi stavano giocando un'altra partita; ovvero, essi desideravano enfatizzare la mia origine ebrea e quella semi ebrea di mio figlio. Mi sono soffermato su quest'episodio poiché esso ha un carattere vitale, seppur affatto eccezionale.

    Tra il 1923 e il 1926, quando Stalin, con Zinov'ev e Kamenev, era ancora un membro della "Troika", le corde dell'antisemitismo venivano suonate con estrema cauzione ed in modo mascherato. Oratori assai istruiti (Stalin già allora tramava furtive battaglie contro i suoi soci) dicevano che i seguaci di Trotsky erano piccoli borghesi delle "piccole città", senza nessuna definizione della loro razza. In realtà ciò era falso. La percentuale di ebrei nelle file dell'Opposizione non era affatto più grande di quella presente nel partito e nella burocrazia. È sufficiente elencare i nomi dei leader dell'Opposizione per gli anni 1923-25. I. N. Smirnov, Serebryakov, Rakovsky, Piatakov, Preobrazhensky, Krestinsky, Muralov, Beloborodov, Mrachkovsky, V. Yakovlev, Sapronov, V. M. Smirnov, Ishtchenko - russi a tutti gli effetti. Radek all'epoca era solo un mezzo simpatizzante. Ma, così come nei processi dei funzionari corrotti e di altri farabutti, così anche al tempo dell'espulsione dell'Opposizione dal partito, la burocrazia ha volutamente enfatizzato i nomi dei membri ebrei di secondaria importanza. Ciò fu discusso piuttosto apertamente all'interno del partito, e, indietro sino al 1925, l'Opposizione vide in questa situazione un lampante sintomo del decadimento della cricca dominante.

    Dopo che Zinov'ev e Kamenev si sono uniti all'Opposizione, la situazoine è cambiata radicalmente in peggio. A questo punto si è creata una grande e perfetta occasione per dire ai lavoratori che a capo dell'Opposizione stavano tre "insoddisfatti intellettuali ebrei". Sotto la direzione di Stalin, Uglanov a Mosca e Kirov a Leningrado hanno portato avanti sistematicamente e quasi completamente allo scoperto questa linea. In modo da dimostrare più nettamente agli operai le differenze tra il "vecchio" corso ed il "nuovo", gli ebrei, anche quando incondizionatamente devoti alla linea generale, furono rimossi dai posti di responsabilità che ricoprivano all'interno del partito e dei Soviet. Non solo nelle campagne, ma anche nelle industrie di Mosca l'accanimento contro l'Opposizione a partire dal 1926 assume spesso un completamente ovvio carattere antisemita. Molti agitatori parlavano sfacciatamente: "Gli ebrei sono nulla". Io ho ricevuto centinaia di lettere che deploravano i metodi antisemiti utilizzati nella lotta contro l'Opposizione. Ad una delle sessioni del Politburo, io scrissi un appunto a Bucharin: "Tu non puoi non sapere che nella battaglia contro l'Opposizione vengono utilizzati metodi demagoghi da Cento Neri (antisemitismo, ecc.)". Bucharin mi rispose evasivamente sullo stesso pezzo di carta: "Esempi personali sono certamente possibili". Io scrissi nuovamente: "Io non sto pensando ad esempi individuali, ma ad una sistematica agitazione portata avanti nelle grandi imprese moscovite. Sarai d'accordo a venire con me per investigare su un esempio di ciò alla fabbrica di 'Skorokhod' (ne conosco altri di tali esempi)". Bucharin rispose: "Va bene, possiamo andarci". Invano ho tentato di fargli mantenere questa promessa. Stalin gli ha categoricamente vietato di farlo. Nei mesi della preparazione dell'espulsione dell'Opposizione, degli arresti, degli esili (avvenuti nella seconda metà del 1927), l'agitazione antisemita assunse un carattere completamente sfrenato. Lo slogan, "Battere l'Opposizione", spesso ha preso l'aspetto del vecchio slogan "Battere gli ebrei e salvare la Russia". La faccenda andò così lontano da costringere Stalin a pubblicare una dichiarazione scritta che affermava: "Noi lottiamo contro Trotsky, Zinov'ev e Kamenev non perché essi sono ebrei ma perché sono Oppositori", ecc. Ad ogni persona politicamente pensante fu completamente chiaro che questa dichiarazione volontariamente equivoca, diretta contro gli "eccessi" di antisemitismo, allo stesso tempo nutriva con completa premeditazione questo sentimento. "Non scordate che i leader dell'Opposizione sono - ebrei". Questo fu il significato della dichiarazione di Stalin, pubblicata in tutti i giornali sovietici.

    Quando l'Opposizione, per affrontare direttamente la repressione, procedette in una più decisiva ed aperta battaglia, Stalin, nella forma di una "burla" assai significativa, disse a Piatakov e Preobrazhensky: "Voi almeno state lottando contro il CE brandendo pubblicamente le vostre asce. Questo prova 'l'ortodossia' delle vostre azioni. Trotsky invece lavora astutamente e senza accetta". Preobrazhensky e Piatakov mi riferirono di questa conversazione con sommo disgusto. Dozzine di volte Stalin ha tentato di contrapporre a me il cuore "ortodosso" dell'Opposizione.

    Il ben noto giornalista radicale tedesco, ex-editore di Aktion, Franz Pfemfert, ora in esilio, mi scrisse nell'agosto 1936:

    "Forse ricordi che molti anni fa io dichiarai su Aktion che molte azioni di Stalin possono trovar spiegazione nelle sue tendenze antisemite. Il fatto che in questo mostruoso processo lui, per mezzo di Tass, è stato capace di 'correggere' i nomi di Zinov'ev e Kamenev rappresenta, di per sé, un gesto di stile tipicamente Streicheriano. In questo modo Stalin ha dato il segnale di 'Via' a tutti i senza scrupoli elementi antisemiti".

    Di fatto i nomi Zinov'ev e Kamenev, sembrerebbe, sono più famosi dei nomi Radomislyski e Rozenfeld. Quali altri motivi potrebbe aver avuto Stalin di far conoscere il "vero" nome delle sue vittime, eccetto quello di far leva sugli umori antisemiti? Tale atto, privo della minima giustificazione legale, fu, come abbiamo visto, similmente compiuto sul nome di mio figlio. Ma, indubbiamente, la cosa più sorprendente è il fatto che tutti e quattro i "terroristi" secondo quanto si dice mandati da me dall'estero, risultano essere tutti ebrei e - allo stesso tempo - agenti dell'antisemita Gestapo! Giacché io non ho mai visto nessuno di questi sfortunati, è chiaro che il GPU ha deliberatamente scelto loro a causa delle loro origini razziali. E il GPU non agisce di sua propria iniziativa!

    Ancora: se tali metodi sono utilizzati nelle alte sfere, laddove la responsabilità di Stalin è assolutamente inquestionabile, allora non è difficile immaginare ciò che accade nel resto della società, nelle fabbriche e specialmente nei kolkhoz. E come potrebbe essere altrimenti? Lo sterminio fisico della vecchia generazione bolscevica è, per qualsiasi individuo pensante, un'incontrovertibile espressione della reazione termidoriana, e nel suo stadio più avanzato. La storia non ha mai visto alcun esempio in cui la reazione che ha seguito l'ondata rivoluzionaria non sia stata accompagnata dalle più sfrenate passioni scioviniste, antisemite su tutte.

    Nell'opinione di alcuni "amici dell'URSS", i miei riferimenti allo sfruttamento di tendenze antisemite da parte di una fetta considerevole della presente burocrazia, rappresentano una maliziosa invenzione costruita allo scopo di lottare contro Stalin. È difficile discutere con "amici" di professione della burocrazia. Queste persone negano l'esistenza della reazione termidoriana. Essi accettano persino i processi di Mosca nel loro valore di facciata. Non esistono "amici" che visitano l'URSS con l'intenzione di trovarvi macchie. Non pochi di essi ricevono speciali pagamenti per la loro solerzia nel guardare solo ciò che viene loro indicato dal dito della burocrazia. Ma disgrazia a quei lavoratori, rivoluzionari, socialisti e democratici che, nelle parole di Pushkin, preferiscono "un'illusione che ci esalti" all'amara verità. Uno deve prendere la vita così come è. È necessario trovare nella realtà medesima la forza per sconfiggere le sue caratteristiche reazionarie e barbariche. Questo è ciò che il marxismo ci insegna.

    Alcuni aspiranti "eruditi" hanno perfino accusato me d'avere "improvvisamente" sollevato la "questione ebraica" e di voler creare qualche sorta di ghetto per gli ebrei. Io posso solo scrollarmi le spalle per compassione. Ho vissuto la mia vita intera al di fuori dei circoli ebraici. Ho sempre lavorato nel movimento proletario russo. Sfortunatamente non ho neppure imparato a leggere la lingua ebraica. La questione ebraica non ha mai occupato il centro della mia attenzione. Ma ciò non significa ch'io ho il diritto di chiudere gli occhi di fronte al problema ebraico che esiste e che richiede una soluzione. "Gli Amici dell'URSS" si sentono soddisfatti con la creazione di Birobidjan. Io non mi soffermerò a questo punto su considerazioni sul fatto se esso sia stato o meno costruito su solide basi, o su che tipo di regime lì esista. (Birobidjan non può far altro che riflettere i vizi del dispotismo burocratico). Ma neppure un singolo individuo pensante e progressista si opporrà al fatto che l'URSS ha designato uno speciale territorio per quei cittadini che si sentono ebrei, che usano la lingua ebraica preferendola a tutte le altre e che desiderano vivere come una massa compatta. È o non è questo un ghetto? Durante il periodo della democrazia sovietica, di migrazioni completamente volontarie, non si sarebbe potuto parlare di ghetti. Ma la questione ebraica, per la maniera in cui la sistemazione degli ebrei è stata portata avanti, assume un aspetto internazionale. Non abbiamo forse ragione nel dire che una federazione socialista mondiale avrebbe reso possibile la creazione di una "Birobidjan" per quegli ebrei che avessero desiderato avere una propria autonoma repubblica come arena della propria cultura? Si può assumere che una democrazia socialista non farebbe ricorso all'assimilazione forzata. Potrebbe tranquillamente darsi che entro due o tre generazioni i confini di una repubblica ebrea indipendente, come di molte altre regioni nazionali, vengano cancellati. Non ho né il tempo né il desiderio di meditare su questo fatto. I nostri discendenti sapranno meglio di noi cosa occorre fare. Io sto pensando ad un periodo storico di transizione nel quale la questione ebraica, come tale, è ancora acuta e richiede adeguate misure da parte della federazione mondiale degli stati proletari. Gli identici metodi usati per risolvere la questione ebraica, che sotto il decadente capitalismo hanno carattere utopico e reazionario (Sionismo), prenderanno, sotto un regime di socialista federato, un significato reale e salutare. Questo è ciò che io volevo evidenziare. Potrebbe un qualsiasi marxista, o persino un qualsiasi coerente democratico, obiettare a ciò?
    "

    Shalom

  8. #8
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  9. #9
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    Predefinito

    " Quando il sindacato si fece stato:
    la strana storia dell'Histadrut



    Salvo Leonardi (*)

    «In cima alla gerarchia dei valori a quel tempo c'erano i pionieri (...). Di lontano ne ammiravo la figura robusta e meditabonda che s'ergeva sui solchi dell'aratro, sui manifesti del Fondo nazionale. Uno scalino più basso dei pionieri stava "la comunità organizzata", composta di coloro che leggevano il Davar in canottiera sui balconi di legno, di attivisti dell'Histadrut, dell'Haganah e dei Servizi Sanitari. Gente in divisa cachi; gente che versava la contribuzione volontaria, che si nutriva di insalata, uova e formaggio fresco. Erano i fautori dell'astensione, della responsabilità, dalla condotta stabile, dello status di lavoratori, obbedienza al partito e olive non piccanti nel barattolo della centrale del latte».

    Amos Oz (2002), da Una storia di amore e tenebra

    1. Premessa
    La storia dell'Histadrut (1), la Confederazione generale israeliana del lavoro, costituisce un'esperienza del tutto peculiare nel panorama sindacale e delle relazioni industriali dei paesi a democrazia pluralista. Pressoché unica nel suo genere, l'Histadrut ha rappresentato un'istituzione molto complessa e - per ragioni che attengono alle origini stesse dello Stato ebraico - dotata di attribuzioni e poteri in larga parte estranei a ciò che la teoria politica e la prassi storica hanno concorso a definire come l'idealtipo del sindacato, del suo modello di rappresentanza sociale all'interno di un sistema connotato da economia di mercato e da libere relazioni industriali.

    Se Inghilterra e Brasile sono al mondo i due casi più significativi in cui - pur se in epoche e realtà geo-politiche diversissime fra loro - l'organizzazione sindacale ha preceduto e preparato la creazione di un forte partito del lavoro di propria emanazione, Israele è il solo caso - a nostra conoscenza - in cui la nascita di un sindacato precede e prepara quella di uno Stato nazionale.

    Negli ormai oltre ottanta anni della sua storia, l'Histadrut è stato molte più cose che un "normale" sindacato. Talmente tante cose da rendere le sua caratteristiche più genuinamente sindacali - a cominciare da quelle nella sfera associativa e negoziale - quasi irriconoscibili. Un vero Stato nello Stato e persino - come vedremo - prima dello Stato. Così almeno fino al 1995. Poi accade qualcosa che muterà per sempre la natura e il destino della potente federazione generale dei lavoratori di Israele (v. infra, §. 6). A partire da quella data infatti, il nuovo Histadrut - spogliato di alcune delle sue tradizionali attribuzioni parastatali - diventa un sindacato come la maggior parte di tutti gli altri, per lo meno di quelli che nel mondo operano entro sistemi che riconoscono la libertà di associazione, il diritto alla contrattazione collettiva, il pluralismo politico. Ma procediamo con ordine.

    2. Le origini
    L'Histadrut nasce ad Haifa, nel dicembre del 1920, ad opera dei primi nuclei dell'emigrazione ebraica in Palestina. Si tratta in prevalenza di intellettuali e giovani lavoratori provenienti dall'Europa orientale, dunque ashkenaziti (2), Ostjuden, sfuggiti - nel corso di tre ondate migratorie - ai terribili pogrom antisemiti scatenati a più riprese nei territori polacchi e occidentali del vecchio impero zarista (3). Sono animati da ideali socialisti e aderiscono alla piattaforma sionista di Theodor Herzl (1860-1904) e Max Nordau (1849-1923), riguardo alla necessità di costituire uno Stato ebraico in Palestina (Eretz-Ysra'el). L'affare Dreyfus da un lato e le reiterate persecuzioni subite nelle regioni orientali dall'altro, hanno fortemente scosso la fiducia di quanti - dalla Rivoluzione francese in poi - avevano riposto le loro speranze nei valori emancipativi di un cosmopolitismo universalista e liberale all'interno dei rispettivi paesi di adozione. Il sionismo, in quella fase, appare a molti come una via di salvezza per un popolo in pericolo, per un gruppo di individui che l'Europa, in un modo o in un altro, stava scacciando via. Un convincimento destinato a trovare una nuova, tragica conferma, negli anni dell'ascesa nazi-fascista nell'Europa degli anni '30 e '40.

    Nel 1896 Herzl pubblica Der Judenstaat e l'anno dopo, a Basilea, viene tenuto il primo Congresso sionista mondiale. L'obiettivo è chiaro: "Il sionismo si propone di assicurare una sede nazionale, garantita e di diritto pubblico al popolo ebraico in Palestina". Una prospettiva che stenterà a fare breccia e proseliti nelle poliedriche realtà della diaspora, siano esse quelle moderniste e secolarizzate dell'Europa occidentale, siano invece quelle tradizionaliste e ortodosse dell'Europa orientale. All'inizio solo una minima parte di quanti lasceranno le loro case e i loro sthetl (4), sotto l'onda d'urto del terrore zarista, opterà per la Palestina, a quel tempo sottoposta al dominio dell'Impero Ottomano. La maggior parte decide di emigrare nell'America del Nord, alcuni in Argentina, altri in Inghilterra. Dei 2.400.000 ebrei che lasceranno in quegli anni i vasti territori della Russia, della Polonia occupata, della Galizia e della Romania, soltanto 40.000 si orienteranno per la Palestina. E' solo dopo il 1924, quando Stati Uniti e Canadà imporranno una svolta fortemente restrittiva alle norme sull'immigrazione, che negli ebrei dell'Europa orientale prende corpo l'opzione per la Palestina (5).

    Nello stesso anno in cui a Basilea si apre il primo congresso sionista, il 1897, a Vilnus, in Lituania, si costituisce il Bund, la Lega degli Operai Ebrei Lituani, Polacchi e Russi. Il suo maggiore ispiratore e ideologo è Vladimir Medem. La stragrande maggioranza dei bundisti si dissocia duramente dalla piattaforma sionista, stigmatizzandola come reazione borghese all'antisemitismo e strumento di divisione e di disorientamento della classe operaia (6). "Sionismo e socialismo - scrivono su un documento - costituiscono una contraddizione in termini". Il Bund considera il fine ultimo del sionismo, e cioè l'ottenere una terra per il popolo ebraico, come "qualcosa di scarsa importanza, che non risolve la questione ebraica, se soltanto una piccola parte del popolo ebraico può essere sistemata in quella terra" (7). Un elemento che rischia piuttosto di distrarre dall'urgenza della lotta anti-zarista, anti-capitalista e contro le tendenze anti-semite delle popolazioni slave. La lotta politica e sociale, per il Bund, deve essere "territorialista", vale a dire rivolta agli obiettivi dell'emancipazione civile, culturale e politica degli ebrei nell'ambito dei paesi in cui sono presenti e organizzati (8). Grande importanza viene attribuita all'autonomia linguistica, a quella che Traverso chiama Yiddishkeit. Un atteggiamento, analogo a quello di austro-marxisti ebrei come Otto Bauer e Karl Renner, che incontrerà negli anni la diffidenza - anche aspra - di altri autorevoli dirigenti marxisti e comunisti, a cominciare dallo stesso Marx (9), anni prima, per proseguire con Pannekoek, Kautsky, Lenin, Trotskij e, con sfumature assai meno drastiche, Rosa Luxemburg. Eredi degli ideali illuministici - in ciò alla stregua dei liberali - i socialisti marxisti giudicano l'assimilazione il fine sostanziale dell'emancipazione. Nemici dell'antisemitismo ma ostili anche a quello che viene ritenuto il principio borghese di una cultura nazionale propriamente ebraica, si ergeranno come fautori strenui dell'internazionalismo proletario e di un integrazionismo socio-politico su basi esclusivamente di classe (10).

    Il ramo russo del Bund, originariamente in dissenso col partito socialdemocratico russo e con la rivoluzione bolscevica, confluirà nel 1920 nelle fila del partito comunista sovietico (Kombund), di cui per alcuni anni continuerà a costituire una speciale sezione (Yevsectia) (11). La dirigono Simon Dimanstein e Samuel Agurskj. I bolscevichi procederanno rapidamente alla soppressione della legislazione antisemita in vigore sotto il vecchio regime: qualcosa come seicento leggi restrittive dei diritti civici della popolazione ebraica residente nei territori zaristi. Negli stessi anni, l'ala sinistra del partito sionista, il Poale Zion, fondato nel 1905 in Polonia dall'ideologo ebreo-marxista Ber Borochov, aderisce prima alla piattaforma pacifista di Zimmerwald e poi alla Terza Internazionale comunista. Le simpatie filo-bolsceviche manifestate dalle correnti ebraiche dell'Europa orientale - cresciute nella lotta anti-zarista dei comunisti e dell'Armata Rossa (12) - vengono contrastate da quei settori della diaspora, di orientamento liberale e socialdemocratico, che sono nel frattempo emigrate negli Stati Uniti e in Gran Bretagna (13).

    Le speranze dei sionisti trovano nuovo alimento e impulso, in quel fatale 1917, dalla famosa Dichiarazione Balfour sul "focolare ebraico", con cui la Gran Bretagna - dopo aver ottenuto il mandato sulla Palestina dalla Società delle Nazioni - annuncia la sua intenzione di "favorire l'instaurazione in Palestina di una costruzione nazionale (national home) del popolo ebraico, non appena le circostanze lo avessero consentito". L'accordo Sykes-Pikot, del 1916, aveva già disegnato i nuovi confini della dominazione anglo-francese nei territori mediorientali del vecchio Impero Turco, suggellando - a fine conflitto - il mandato britannico sui territori della Palestina, inclusi quelli dell'attuale Giordania. Durerà fino al 14 maggio del 1948, data ufficiale della nascita dello Stato di Israele.

    Nei ventotto anni che intercorrono fra questa data e quella, nel 1920, della sua costituzione (periodo denominato dello Yishuv, dell'"inseidiamento"), l'Histadrut rappresenterà il più importante terminale organizzativo e logistico dell'emigrazione ebraica in Palestina. Finanziato dall'Organizzazione Sionista Mondiale, guidata dal liberale Chaim Weizmann, e dall'Agenzia Ebraica per la Palestina, l'Histadrut assolve a funzioni che definiremmo pre-statuali, organizzando proprie strutture produttive, cooperative agricole, abitazioni, scuole e ospedali, servizi assistenziali, istituti di credito, aprendo le sue fila a tutti i coloni ebraici che immigrano in Palestina (14). L'attività sindacale in senso stretto, in quella fase, costituisce una preoccupazione del tutto secondaria.

    La proclamazione dello Stato di Israele, nel maggio 1948, rappresenta un'evidente svolta storica per l'Histadrut, che d'ora in poi lascerà che la nuova entità statale rilevi alcuni di quegli ambiti di intervento che fino ad allora erano stati esclusivamente ricoperti dalla Federazione generale dei lavoratori ebrei. Quasi un passaggio di testimone; un caso da manuale - afferma Chermesh - di ciò che nelle scienze sociali è stata chiamata "profezia che si auto-avvera" (15). Autentico pilastro dell'ordinamento del nuovo Stato, non occorrerà alcuna legge per sancire non solo il primato monopolistico ma anche solo la legittimazione formale dell'Histadrut. Esso semplicemente "è" l'organizzazione di tutti i lavoratori ebrei di Israele.

    3. L'ideologia
    L'ideologia dell'Histadrut scaturisce da un peculiare innesto fra socialismo e nazionalismo sionista. Il primo a tentare la sintesi era stato un ex amico ed estimatore di Marx, Moses Hess, che divenuto con gli anni un timorato e ardente devoto della fede giudaica, nonché fautore del risveglio linguistico ebraico (16), si scaglia ora contro quelle tendenze assimilazioniste diffuse fra le élite economiche e politiche dell'ebraismo ashkenazita. Nel suo libro più importante, Roma e Gerusalemme (1899), profetizza una Palestina israelitica, definita come autentico "sabato della storia" (17).

    La presenza di vasti imperi multinazionali nell'Europa centro-orientale, alla vigilia della prima guerra mondiale, impone a tutti i partiti dell'Internazionale socialista un serrato confronto con quelle correnti - diffuse in partiti forti come quello socialista austriaco - che sollevano i temi del riscatto nazionale a fianco della lotta di classe per la trasformazione dei rapporti di produzione e del sistema sociale. Un rapporto decisamente controverso - quello fra nazione e classe - destinato ad infliggere, alla vigilia del primo conflitto mondiale, la più drammatica e durevole delle lacerazioni avvenute in seno al movimento operaio internazionale.

    La versione specificamente ebraica di questa correlazione ideologica fra nazionalismo e socialismo può essere ricondotta ad almeno quattro indirizzi politici e strategici: primato della nazione, socialismo costruttivo, comunitarismo organicista, unità assoluta dell'organizzazione sociale e politica dei lavoratori.

    Il primato della nazione. Per l'Histadrut ed i principali partiti sionisti nessun obiettivo può essere anteposto all'obiettivo primario di edificare una società ed uno stato ebraico in Palestina. Ciò implica due cose: la conquista della maggiore quantità di terra possibile e l'accoglimento del maggior numero possibile di immigrati provenienti dalla diaspora. Al conseguimento di tali fini devono concorrere indistintamente, in uno spirito pionieristico e produttivistico, tutte le classi. Il concetto di nazionalizzazione, da questo punto di vista, non rileva tanto sul piano delle tradizionali implicazioni assunte nel novero delle politiche economiche socialiste, quanto piuttosto in quello coloniale di porre la terra sotto il controllo del popolo ebraico attraverso le sue istituzioni politiche. Si pensi che in Israele, il 92% della terra è di proprietà dello stato.

    Il maggiore teorico di questa linea è David Gordon (1856-1922), la cui dottrina viene raccolta e posta in essere da due pragmatici leader dell'ala destra del sionismo operaio: Berl Katznelson (1887-1944) e, soprattutto, Ben Gurion (1886-1973), primo segretario dell'Histadrut e tra i principali artefici della nascita dello Stato di Israele. "Dalla classe alla nazione", è lo slogan in cui si condensa l'essenza dell'ideologia e della politica di Ben Gurion.

    Restano esclusi, per oltre quarant'anni, gli arabi-palestinesi che lavorano nelle prime colonie ebraiche e nei territori occupati dopo la spartizione ONU del 1947 e la vittoria nella prima guerra arabo-israeliana (1947-49). I laburisti, nel Mapai (18) e nell'Histadrut, restano a lungo irremovibili su questo importante punto. Le ragioni ideologiche di questa esclusione risiederebbero nell'obiettivo di ricreare nell'ambito del nuovo stato una stratificazione sociale interna all'ebraismo, che si caratterizzi per una presenza ed una distribuzione completa in tutte le classi sociali, dalla borghesia al proletariato. Possiamo dire che nella singolare variante sionista dell'ideologia classista, la lotta di classe deve profilarsi come una questione del tutto interna alla comunità ebraica. In linea di massima la manodopera araba non andrà sfruttata, e dunque nemmeno tutelata sindacalmente, bensì soppiantata il più possibile dall'immigrazione ebraica nella regione. Di fatto non sarà così e fino a tempi recenti l'impiego di lavoratori arabi, specie in agricoltura e nelle costruzioni, è stata massiccia. Contro questa autentica discriminazione si batteranno per anni, senza successo, le formazioni minori a sinistra del Mapai: i comunisti (del Maki e del Rakha), i trotskisti del Matzpen e i socialisti di sinistra del Mapam (19). Comunisti e socialisti di sinistra chiedono in sostanza che vi sia un'organizzazione unitaria dei lavoratori ebrei ed arabi, da realizzare con un sistema di piattaforme, con specifiche sezioni nazionali che organizzino la manodopera araba impiegata presso le colonie e i territori israeliani (20).

    Occorrerà attendere dunque gli anni '60 affinché - dopo le prime timide aperture della seconda metà degli anni '50 - venga modificato lo statuto dell'Histadrut, sino ad ammettere nel 1965 i lavoratori arabi all'elezione dei gruppi dirigenti nonché la rimozione, l'anno dopo, del riferimento etnico confessionale all'ebraismo da parte dell'organizzazione. Non più Federazione generale dei lavoratori ebrei, bensì dei lavoratori di Israele. In quegli anni gli iscritti arabi e drusi costituiscono qualcosa come oltre un terzo del totale, a riprova dell'assoluta necessità di rappresentanza avvertita da questi lavoratori.

    Il socialismo costruttivo. Teorizzato in Europa da Hendrick De Man in chiave anti-marxista, questo concetto viene ripreso dall'ebreo-russo, sionista, Nahman Syrkin (1867-1924) (21). L'idea è che il peculiare carattere extra-territoriale del popolo ebraico imponga modi diversi e sperimentali di fusione fra il nazionalismo sionista e gli ideali del socialismo. Lotta di classe e colonizzazione costituiscono, per il sionismo "costruttivista", due obiettivi indissolubilmente correlati. La mancanza di una stratificazione di classe tradizionale, polarizzata fra borghesia capitalista e proletariato, induce a concepire una teoria delle fasi. All'inizio l'elemento sionista dev'essere quello dominante, inclusi gli imperativi della solidarietà nazionale e interclassista; successivamente andrà accentuata la lotta di classe per un governo socialista dei lavoratori. Contro questa prospettiva si batte duramente, uscendo sconfitto, Borochov e la sinistra del Paole Zion (22).

    Come ha scritto Merhav, l'Histadrut assolve ad un duplice ruolo storico: "da un lato deve svolgere tutte le funzioni che spettano a un sindacato, dall'altro ha il compito addizionale di costruire la classe operaia, di formarla fisicamente e ideologicamente, con tutto ciò che questo implica" (23).

    Il comunitarismo organicista. E' proprio in ciò che risiede probabilmente il carattere più peculiare del socialismo costruttivo dell'Histadrut, dei kibbutzim e, più in generale, del movimento laburista israeliano. Una particolare miscela fra i temi nazionali del risveglio spirituale e linguistico, declinati alla maniera organicistica e romantica di un Herder, e quelli del populismo russo, alla Tolstoi, evocativi di un primato morale della campagna sulla città, del duro lavoro manuale su quello speculativo, di una superiorità culturale del lavoratore sui ceti parassitari legati al commercio, alle professioni, alla finanza (24). In perfetta controtendenza con quello che per secoli era stato il tratto dominante - e ora stigmatizzato - delle attività economiche della diaspora ebraica. Borochov aveva descritto la stratificazione sociale della diaspora con la metafora geometrica del "piramide rovesciata". Da ciò discende il corollario dell'assoluto primato del collettivo, in questo caso la nazione ebraica, sull'individuo. Scrive Ben Gurion "Una distinzione fra i bisogni dell'individuo e i bisogni della nazione non ha fondamento nella vita dei lavoratori di Eretz-Yisra'el". L'organizzazione, vale a dire l'Histadrut: "avrebbe abbracciato tutti gli interessi economici, spirituali, culturali e politici dei lavoratori". E così fu: come vedremo meglio più avanti (v. infra §. 4), l'Histadrut è stato al contempo impresa, cooperativa, banca, distribuzione commerciale, ufficio di collocamento, assicurazione sanitaria obbligatoria, sindacato, farmacia, casa di cura, scuola e sistema ricreativo, stampa quotidiana e periodica. Insomma, con il titolo di un libro del politologo israeliano Chermesh, un autentico "Stato all'interno dello Stato" (25).

    L'assoluta unità dell'organizzazione; si tratta di un autentico dogma, comune ad altre correnti del movimento operaio, secondo il quale l'unità organizzativa dei lavoratori, "ad ogni costo e ad ogni circostanza", costituisce una sorta di principio "eterno e sacrosanto, buono e corretto in se stesso, senza mettere in risalto il fatto che una tale unità è possibile solo sulla base di qualche programma concordato che sarebbe vincolante" (26). Da questo punto di vista, l'Histadrut manterrà sempre un profilo dottrinale e politico molto sfumato, giungendo ad aprire le sue fila - a metà degli anni '60 - agli attivisti liberali e della estrema destra di Herut (futuro Likud). La membership è oggi aperta a pressoché tutta la società ebraica, dagli ortodossi dello Shas, all'ultra-destra del Likud, ai socialisti e ai comunisti. Il cemento associativo non risiede nell'adesione individuale ad una determinata piattaforma politica e strategica, bensì nella quantità e nella qualità dei servizi economici e sociali che l'organizzazione è in grado di garantire ai suoi iscritti (27).

    A ben vedere, come è stato rilevato, si è in presenza di una ideologia "chiusa e tribale", fortemente intrisa di suggestioni autoritarie e pre-moderne (28). Un'autentica reazione contro i due grandi tronconi del pensiero politico moderno scaturiti dall'illuminismo: il socialismo, certo, ma anche il liberalismo (29). Un rovesciamento culturale e politico di prospettiva, cruciale per la comprensione di quella originalissima e controversa esperienza di socialismo nazionale che è stato il laburismo israeliano nelle sue due più peculiari istituzioni: il collettivismo kibbutzistico da un lato e il sindacalismo parastatale dell'Histadrut dall'altro.

    Un processo che si consuma nell'arco di un trentennio, attraverso un duplice strattone impresso, da destra, all'evoluzione politica del movimento operaio ebraico. Il primo consiste nel postulare una sorta di rivincita dei legami nazionali su quelli universalistici ed economico-sociali della tradizione post-illuminista. Con questa scelta il sionismo imprime, di fatto, una cesura profonda con la cultura politica dei settori maggioritari e non-sionisti della diaspora (il Bund, la social-democrazia europea di un Blum, un Adler o un Hilferding; il bolscevismo sovietico, coi suoi numerosi e influenti dirigenti ebrei (30)). Il secondo, questa volta tutto interno alle correnti del sionismo, si realizza fra la seconda e terza 'Aliah (1904-23), quando i filoni teorici e partitici più legati al socialismo della Seconda e della Terza Internazionale verranno liquidati e posti ai margini del mainstream politico dello Yishuv prima e del futuro Stato d'Israele poi. Quando nell'inverno del 1920 i due principali partiti politici allora presenti in Palestina - l'Ahdut Haavoda e l'Hapoel Hatzair (31) - decidono di darsi una struttura unitaria nel campo del lavoro e dell'economia, e cioè l'Histadrut, i valori egemoni sono quelli testé descritti. Le formazioni della sinistra socialista (il Poale Zion, l'Hashomer, il Gdud (32), le varie frazioni comuniste) - ispirate dal maggiore teorico di un sionismo marxista, Ber Borochov - sono ormai battute. Uno slittamento progressivo a destra della politica ebraica in Palestina, destinato a culminare - nel 1930 - con la costituzione del Mapai, frutto di una fusione politica fra le organizzazioni del sionismo operaio e correnti nazionaliste, organiciste e anti-socialiste. Nel 1968, a seguito di un ennesimo processo di fuoriuscite e fusioni, il Mapai si trasformerà nell'attuale Partito laburista d'Israele (Haavoda).

    4. Oltre il sindacato
    In assenza di un vero apparato statuale e con un capitale privato cronicamente al di sotto delle necessità indotte dall'immigrazione, l'Histadrut ha dovuto per anni surrogare questa duplice anomalia, facendosi carico di una molteplicità di ruoli e funzioni nel campo economico e sociale. Una "differenziazione funzionale", per dirla alla Luhmann, necessaria a far fronte alla complessità di un ambiente esterno non altrimenti riducibile secondo i più consueti canali istituzionali (33).

    Le attività produttive e le politiche per il lavoro. Sin dalla sua nascita, all'alba degli anni '20, l'Histadrut crea e possiede numerose aziende e società di costruzioni (Solel Boneh), un migliaio fra cooperative di produzione e di consumo (34), una banca (Hapoalim), moshavim e kibbutz. In questi ultimi lavora il 3% circa della popolazione totale del paese. E' poi lo stesso sindacato che provvede a gestire il collocamento a favore di occupazioni stabili e ben tutelate. Dal 1923, una holding - l'Associazione generale cooperativa del lavoro (Hervat ha'Ovdim - HHO) - coordina l'insieme delle attività produttive che fanno capo all'Histadrut. Si tratta di un autentico pilastro dell'economia israeliana, capace di coprire fino a un quarto dell'occupazione nazionale e dell'intero Pil nazionale, con un controllo quasi monopolistico di un settore cruciale come l'agricoltura. Se a ciò si aggiunge il settore pubblico strettamente inteso, otteniamo un quadro nel quale il settore privato ricopre poco più del 50% dell'intero Pil nazionale. L'Histadrut riveste dunque, in proporzioni davvero ragguardevoli, la duplice veste di datore di lavoro e di organizzazione sindacale dei lavoratori.

    L'assistenza sanitaria (Kupat Holim Klalit): il Fondo generale per le malattie è una creatura di Histadrut e risale al 1923. Obbligatoria dal '37 per tutti gli iscritti, assicura per decenni non meno del 70% della popolazione israeliana. Il 40% del totale delle entrate del tesseramento sono destinate al Fondo. La centrale sindacale gestisce anche ospedali, cliniche ostetriche, istituti di convalescenza, e persino farmacie. Nel '94, dopo anni di aspro dibattito politico e parlamentare alla Knesset, l'allora governo laburista guidato da Itzak Rabin - di concerto col nuovo Histadrut di Chaim Ramon - viene convinto a varare una legge di riforma del sistema sanitario nazionale, con cui si pone fine all'amministrazione sindacale, per altro pesantemente indebitata, di questo ramo cruciale del welfare. La legge entrerà in vigore il 1° gennaio del 1995.

    La sicurezza sociale. Histadrut amministra fondi pensione dei lavoratori, basati sui contributi di questi ultimi e dei loro datori di lavoro. Possiede inoltre una catena di case di riposo piuttosto economiche e concede mutui particolarmente convenienti per l'acquisto della casa. Il 20% circa del bilancio viene normalmente destinato a finalità di questo tipo.

    L'attività sindacale. Rappresenta un'attività fra le altre già menzionate, in quanto l'obiettivo di una società equa e solidale - nell'ideologia di quel movimento - deve attraversare non solo i rapporti di lavoro ma l'intera struttura del sistema sociale, economico, politico e culturale. Il nuovo Histadrut è oggi una confederazione che organizza una trentina di organizzazioni sindacali, di rango sia settoriale che di mestiere; in qualche caso in base al tipo di datore di lavoro (dipendenti statali e civili delle forze nazionali di difesa sono realtà occupazionali molto significative). A livello locale operano 78 strutture e in azienda vige il sistema del single channel, con delegati eletti dal personale - non importa se iscritti o meno al sindacato - sul modello dei consigli d'azienda.

    La contrattazione collettiva, disciplinata da una legge organica del 1957, si svolge a più livelli; quello nazionale - interconfederale e settoriale - è di due tipi: quello fra l'Histadrut e l'Ufficio di Coordinamento nazionale delle organizzazioni economiche nel settore privato, e fra la stessa centrale sindacale e il Governo nel settore pubblico. I contratti nazionali di settore sono 25 mentre quelli aziendali o di posto di lavoro si contano nell'ordine delle centinaia. L'efficacia dei contratti collettivi siglati si estende indistintamente a tutti i lavoratori coperti, non importa se ebrei, palestinesi o di altra provenienza. Il sistema decisionale interno è molto verticistico ed ogni iniziativa di settore, soprattutto in occasione di scioperi, passa prima per il vaglio del centro federale.

    Già istituzione in sé, l'Histadrut ha sempre contrastato ogni altra ipotesi di interventismo legislativo sulle relazioni industriali, invocando quel principio di abestention of law a suo tempo teorizzato da un maestro del diritto del lavoro moderno, l'ebreo tedesco (trapiantato in Inghilterra) Otto Kahn-Freund. Una linea condivisa dal partito laburista ma avversata invece dal Likud, fautore di un assoggettamento del sindacato alla legislazione, come nel caso della proposta sull'arbitrato obbligatorio (35).

    In caso di scioperi, piuttosto ricorrenti nei settori pubblici, l'Histadrut è stato a lungo in grado di mettere a disposizione una "cassa di resistenza" per i lavoratori che hanno interrotto, col lavoro, anche la percezione del loro reddito.

    Altri servizi. Fra questi i più rilevanti sono probabilmente quelli legati alla formazione professionale (l'Histadrut ha una sua rete di scuole chiamata Amal), all'associazionismo di tipo culturale e ricreativo, società sportive (fra cui l'Apoel, una dei maggiori club calcistici del paese) e organizzazioni giovanili, alle associazioni per la tutela dei consumatori. Alla fine degli anni '90 viene chiuso lo storico quotidiano, Davar, fondato dal padre della patria Berl Katznelson e di proprietà del sindacato.

    L'insieme di tutte queste funzioni - articolate organizzativamente in dieci divisioni tematiche e funzionali - ha richiesto un apparato imponente, per il coordinamento del quale l'Histadrut ha per anni disposto di non meno di 4.000 funzionari, occupati direttamente alle proprie dipendenze fra sedi centrali e periferiche. In questa cifra non sono computati quanti lavorano presso le cooperative di produzione, nei fondi per l'assistenza malattie e in quelli previdenziali, il personale delle scuole e degli ospedali, nonché quanti lavorano volontariamente presso le strutture sindacali locali. Dopo il brusco ridimensionamento succeduto negli anni '90, per le ragioni che si possono vedere nel paragrafo che segue, l'Histadrut ha dovuto tagliare oltre la metà del suo apparato, riducendolo a meno di 2000 fra dirigenti politici, funzionari e impiegati. Il numero di sindacati affiliati, a livello nazionale, è stato ridotto - attraverso numerose fusioni - da 44 a 30 nell'arco degli ultimi 12 anni.

    5. La membership
    Dal punto di vista giuridico l'Histadrut rappresenta un'associazione volontaria a cui ci si iscrive, formalmente, sulla base di una libera decisione individuale. L'iscrizione avviene direttamente alla confederazione e solo in seconda istanza si diviene iscritti ad una specifica federazione di settore.

    Prima della legge del '95 sulla riforma del sistema sanitario nazionale, l'iscrizione al sindacato e quella al fondo generale malattie era pressoché contestuale e concomitante. In vero si poteva aderire al fondo senza prendere la tessera sindacale, ma rimanendo in ogni caso tenuti al pagamento di una quota extra-associativa di sostegno al sindacato. L'irrisoria differenza fra tale contributo (lo 0,7% del salario mensile sino ad un determinato tetto di reddito) e quello dovuto al tesseramento (0,9% sino ad un determinato tetto di reddito) favoriva ulteriormente l'opzione associativa. La quota associativa poteva tuttavia essere calcolata con criteri di proporzionalità rispetto al reddito e, attraverso complessi sistemi di misurazione, variare fra il 5% e il 5,5%, assicurazione sanitaria inclusa. Il versamento poteva avvenire direttamente tramite conto bancario o attraverso una trattenuta del datore su delega del lavoratore.

    Va poi aggiunto che i lavoratori non iscritti di un azienda in cui il sindacato ha negoziato un accordo collettivo sono comunque tenuti a pagare una quota che noi definiremmo di adesione contrattuale, pari all'1% della retribuzione. Le quote associative, quelle contrattuali e i contributi esterni confluiscono tutti presso l'amministrazione centrale della federazione, eloquentemente intitolato "Tax Bureau". Da tale ufficio si possono dunque ricavare i dati sulla membership, malgrado siano sempre rimasti piuttosto confusi e incerti nella loro enormità.

    Un sistema aperto all'iscrizione di ogni categoria di cittadini, e non solo di lavoratori, con canali e modalità di iscrizione tanto diversificati, ha fortemente dopato - fino al '95 - i dati effettivi sul tesseramento. Si pensi solo all'anomalia di un'organizzazione sindacale che fino al 1995 si permetteva di calcolare il tasso di iscritti non sulla popolazione lavorativa attiva, bensì sul totale della popolazione maggiorenne. Nel 1977 si raggiunse quota 65%. In nessun paese al mondo vi è mai stata una percentuale della popolazione totale tanto alta iscritta a un sindacato. Fra i soli salariati il tasso di sindacalizzazione è stato per decenni intorno al 90%. Va tuttavia aggiunto che, da alcune indagini empiriche condotte da studiosi israeliani (36), sarebbe risultato come assai spesso molte persone non fossero neppure a conoscenza della loro affiliazione all'Histadrut.

    Al fine di eleggere gli organismi dirigenti dell'organizzazione si procedeva ad identificare gli aventi diritto al voto fra i paganti le quote associative e i contributi sindacali/contrattuali. In questo modo diventava possibile calcolare il dato percentuale, oltre che assoluto. In ragione dell'enorme potere accumulato dall'Histadrut, l'elezione dei suoi organismi dirigenti è sempre stato un evento politico di primaria importanza in Israele. Ogni corrente di partito interna al sindacato aveva l'interesse a denunciare il massimo numero di iscritti fra i propri simpatizzanti, con effetti evidentemente distorsivi sul totale effettivo degli iscritti. Alcuni dati, dunque.

    Iscritti e tasso di sindacalizzazione 1981 1985 1989 1994 1998
    Aventi diritto al voto nei congressi (V.A.) 1.471.846 1.494.717 1.446.838 1.573.174 627.405
    % della popolazione (18+) 61 58 51 47 n.p.
    % degli occupati n.p. n.p. n.p. 52 29

    Fonte: R. Nathanson, G. Zisser.

    Nel 1994, l'ultimo anno di grazia prima che fosse abrogato per legge il controllo sindacale sull'assistenza sanitaria, gli iscritti ad Histadrut rappresentavano l'88% del totale di quanti ad esso pagavano una qualche forma di contributo. Di tutti gli iscritti solo una parte minoritaria aveva preso la tessera sindacale attraverso i tradizionali canali legati alla rappresentanza collettiva e negoziale nei luoghi di lavoro. L'entità esatta di questo nucleo che possiamo definire autenticamente sindacale emergerà con sconvolgente chiarezza dopo l'estromissione di Histadrut dall'assistenza sanitaria. Si passa allora, in soli quattro anni, dal 47% della popolazione maggiorenne nel 1994, al 29% di quella lavorativa del 1998. Ancora nel 1994, prima del tracollo, gli iscritti al sindacato fra i lavoratori erano stimati nel 52% del totale della popolazione lavorativa.

    Le percentuali più alte si raggiungono nei comparti dell'elettricità e delle risorse idriche (91%), nel pubblico impiego (70,4%), nei trasporti e nelle comunicazioni (60,7%); i livelli più bassi di sindacalizzazione riguardano invece le costruzioni (12,6%), il commercio, il turismo e la ristorazione (21%).

    Oggi gli iscritti ad Histadrut sono 650.000, poco meno del 30% circa dei lavoratori dipendenti attivi, il 25% dei quali appartenenti al settore privato e il 50% ai settori pubblici. Si tratta di una cifra inferiore alla metà del totale degli iscritti dichiarati agli inizi degli anni '80, con qualche leggero e incoraggiante segnale di ripresa negli ultimissimi anni.

    6. L'establishment politico e la svolta del 1994-95
    Histadrut non è solo il movimento che ha creato le infrastrutture economiche e istituzionali su cui è stato successivamente edificato lo Stato ebraico, ma è stato e rimane un soggetto politico di primaria grandezza anche dopo il 1948. Un autentico cardine dell'establishment, laburista e ashkenazita, che per oltre settant'anni ha dominato la politica israeliana. Il suo potere è stato enorme, orientando ampie fasce dell'elettorato e condizionando le leadership e le politiche del partito laburista al governo. Per anni, per decenni, i segretari generali della federazione del lavoro - uomini come Ahron Becker, Yitzhac Ben-Arhon, Yeruham Meshel, Israel Kessar - sono stati considerati gli uomini politici più potenti d'Israele ed è sintomatico che l'edificio dove ha sede il quartier generale di Histradut, a Tel Aviv, venga comunemente indicato con l'ironico appellativo di "Cremlino".

    Per la vastità della sua base associativa di riferimento, l'Histadrut riconosce al suo interno un articolato pluralismo su base politica di partito. Le elezioni ai suoi Congressi, tenute generalmente ogni quattro anni, costituiscono una prova politica generale per tutti i partiti israeliani, alla stregua del voto per la Knesset e per le municipali. Fra le varie correnti interne, quella legata al Partito Laburista (Haavoda, ex Mapai) è stata per oltre settanta anni maggioritaria. Sempre al di sopra del 50%. In alleanza con la corrente del Mapam (oggi Yachad), la sinistra operaia del Histadrut poteva raccogliere, nei primi anni '70, il 60% di delegati e posti di comando.

    Le principali roccaforti sono da sempre costituite dal vasto settore cooperativo e del pubblico impiego. Alle elezioni per il Congresso del 1994 avviene il crollo: i laburisti smottano al 32,6%, con una erosione del consenso a vantaggio delle correnti, sia di sinistra che di destra. Queste ultime avevano ottenuto il diritto di entrare a far parte dell'Histadrut durante la seconda metà degli anni '60. Ai liberali si erano alleati, in una coalizione bianco-blu, i militanti dell'estrema destra dell'Herut, oggi Likud, erede del revisionismo aggressivo e fascistoide del carismatico leader ucraino Zeev Jabotinsky (1880-1940) (37). Il blocco Likud-liberali (Gahal) diviene, a partire dalla metà degli anni '70, la seconda forza politica interna all'Histadrut. I consensi maggiori li raccoglie nel settore privato dell'economia.

    Se il 1977 - con la prima volta al governo, da sola, della destra di Beghin e Shamir - costituisce il principale tornante della vita politica israeliana, il 1994 lo è per la vita della potente centrale sindacale del paese.

    Artefice di questa svolta è senza dubbio Chaim Ramon, il giovane dirigente laburista che sui temi sindacali aveva appena rotto col Premier Rabin di cui, sino al febbraio di quell'anno, era stato Ministro della sanità. I capi laburisti e dell'Histadrut avevano infatti sbarrato la strada al suo progetto di legge per l'abrogazione del controllo sindacale sul fondo di assistenza sanitaria e la sua nazionalizzazione. Sconfitto nel governo e nel partito, Ramon si lancia alla conquista del sindacato e vince. In poche settimane - insieme ad Amir Peretz, altro laburista dissidente - forma una propria corrente e contro il candidato ufficiale del Labour (Abrham Abarefeld) ottiene il 46% dei consensi, vincendo il congresso di Histadrut. Subentra al vecchio leader laburista Israel Kessar. La guida del sindacato passa per la prima volta nella storia ad un rassemblement politicamente composito e post-ideologico, chiamato Ram. La sua piattaforma prevede maggiore trasparenza nella vita degli apparati sindacali, il rientro dei enormi debiti di gestione del welfare sindacale, la vendita della maggior parte delle aziende agricole e industriali e delle banche di proprietà sindacale, la chiusura del quotidiano Davar, e soprattutto - come non gli era riuscito di ottenere in seno al governo di cui era ministro - la fine della gestione sindacale del fondo assicurativo malattie. Una linea che incontra la resistenza dei settori più tradizionalisti del Labour e del sindacato, laddove le correnti a destra e a sinistra del partito laburista in seno ad Histadrut si coalizzano intorno alla necessità di rifondare il sindacalismo israeliano, restituendo Histadrut alle naturali funzioni di un corpo intermedio che nella dialettica sociale con l'impresa rappresenta e organizza il lavoro dipendente.

    La nuova maggioranza intende imprimere una discontinuità radicale con la storia di Histadrut. Per dare un segno alla svolta si decide innanzitutto il cambiamento del nome in New Histadrut. Alla stessa stregua si mutano i nomi di tutti gli organismi dirigenti, nonché la loro composizione numerica e i criteri di nomina. Viene raddoppiato il numero dei partecipanti alla Convenzione generale (l'equivalente di un Congresso nazionale) - da 1501 a 3001 - e dotato quest'ultimo del potere di eleggere direttamente il Segretario generale, la cui designazione era stata in passato decisa dal Comitato esecutivo centrale.

    Nel novembre 1995, dopo l'assassinio di Rabin, Ramon accetta di tornare nuovamente nel partito laburista e al Governo, come Ministro degli Interni nel gabinetto di transizione guidato da Shimon Peres. Quando lascia la guida dell'Histadrut all'attuale Segretario Amir Peretz, Ramon è già divenuto uno dei leader più popolari della sinistra israeliana e contende a Ehud Barak, perdendo, la successione alla guida del partito. Il "marocchino" Peretz (38), dal canto suo, diviene il maggiore interprete della linea riformista inaugurata dal suo predecessore e procede con lo snellimento organizzativo della Confederazione. Malgrado i forti contraccolpi sulla membership, la base resta coi riformatori. Fuori dal Labour ma questa volta di intesa con esso, Peretz raccoglie nel 1998 un plebiscito personale, qualcosa come il 78% dei voti al Congresso. In occasione dell'ultimo, svolto nel maggio del 2002, la sua corrente - pur restando ampiamente maggioritaria - ha subito una consistente flessione, attestandosi a livello del 62,2%.

    Il sistema sindacale israeliano, come del resto molti altri nel mondo occidentale, non prevede alcuna incompatibilità fra il ricoprire alte cariche in seno all'organizzazione e la candidatura ai vertici di un partito politico e all'elezione in Parlamento. Come tutti i suoi predecessori, l'attuale Segretario dell'Histadrut è membro della Knesset, dove si è fatto eleggere fra le fila della sua piccola formazione politica, denominata Am Ehad, che detiene 3 dei 120 seggi che compongono il Parlamento israeliano.

    7. Crollo e rinnovamento
    A metà degli anni '90 - nel terremoto demografico, sociale e politico che investe Israele - maturano dunque le condizioni per uno dei tracolli associativi più clamorosi nella storia del sindacalismo internazionale. In uno suo studio comparativo del 1998 sulla sindacalizzazione nel mondo, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stimava in un 77% circa la perdita di iscritti al sindacato israeliano fra il 1985 ed il 1996 (39). Un dato orientativo, una stima approssimativa ma ritenuta realistica, visto che fino al 1994 il tasso di sindacalizzazione risultava difficilmente estrapolabile secondo i consueti criteri di calcolo (percentuale degli iscritti sul totale della sola popolazione lavorativa dipendente attiva).

    In nessun paese al mondo vi è stato uno smottamento di queste proporzioni. Nemmeno nei sindacati dei paesi che in quello stesso arco di tempo conoscono la caduta dei sistemi del socialismo reale e, con essa, la fine di ogni coazione monopolistica in favore dei sindacati di regime (40). E in effetti non sono poche le analogie che avvicinano - pur nella diversità sostanziale dei rispettivi regimi politici - l'esperienza del sindacalismo israeliano a quello dell'ex blocco socialista. Solo nelle tre repubbliche baltiche, e segnatamente in Estonia (- 71%), ci si avvicina al dato israeliano.

    Le proporzioni dello smottamento dell'Histadrut non sono nemmeno quelli stimati dagli studiosi scandinavi nell'eventuale ipotesi di un'abrogazione del sistema Ghent vigente in quei paesi, dove il sindacato gestisce i fondi contro la disoccupazione (41). Un valore aggiunto che gli studiosi hanno stimato nell'ordine di 15-20 punti percentuali (42). Una cifra tutt'altro che irrisoria ma di sicuro assai inferiore a quel 77%, che è un'obiettiva enormità.

    Immaginava Ramon una ricaduta tanto drammatica della sua pur condivisibile battaglia in seno alla sinistra israeliana? Come abbiamo visto, era stato proprio lui a stigmatizzare la patologica ipertrofia funzionale assunta dal sindacato israeliano nelle sue poliedriche vesti di proprietario di industrie, kibbutz e banche, erogatore di assistenza sociale e sanitaria, tutore degli interessi dei lavoratori dei rapporti di produzione. Una sorta di declinazione in salsa kosher del noto slogan cofferatiano "a ciascuno il suo mestiere". Era possibile pagare un prezzo meno devastante allo snellimento dell'elefantiaco apparato burocratico e parastatale dell'Histadrut? E' tutta colpa di quella riforma o c'è stato anche dell'altro? In Israele se lo chiedono ancora in molti fra quanti, nel sindacato e nel partito laburista, rievocano - non senza nostalgia - gli anni in cui Histadrut era un autentico colosso del sistema sociale e politico del paese.

    In un quadro internazionale in larga parte segnato da tendenze anche molto marcate al declino sindacale, il dato israeliano spicca su tutti per via: a) della sua entità; b) del sua repentinità; c) del suo non essere determinato da un cambiamento radicale dell'ordinamento politico.

    Si è già detto dell'entità del calo stimato dall'ILO: - 77%. Il calcolo effettuato dall'ILO si riferisce ad un intero decennio, quello fra il 1985 ed il 1996. Un arco di tempo già relativamente contenuto se commisurato ad una perdita del 77% di iscritti. In realtà sappiamo che quell'esito si è determinato in uno spazio temporale ancora più ridotto. Se è infatti vero che una significativa tendenza alla contrazione era già in atto da qualche decennio, possiamo con certezza affermare che essa precipita proprio nell'ultimissima fase del periodo rilevato dall'ILO.

    Le cause di questa caduta non dipendono, come in altri paesi, dal cambio di regime politico. Vi è stato indubbiamente un secco ridimensionamento istituzionale e ciò è un fatto. Ma tale ridimensionamento è il frutto maturo di una duplice tendenza, a) quella storica e di lunga durata che quasi ovunque ha visto trasferire dalle mutue sindacali allo Stato l'amministrazione della sicurezza e dell'assistenza sociale; b) i drastici mutamenti intervenuti di recente nel tessuto profondo della società israeliana. Spiegazioni che attengono alle peculiarità antiche e recenti di quel paese e che sono questa volta improponibli nella comparazione con altre realtà nazionali. Solo in Israele si è infatti verificato - nell'arco di un decennio o poco più (e proprio quello che qui stiamo trattando) - un terremoto socio-demografico di portata tanto vasta. Ci limitiamo qui solo a suggerire i titoli degli eventi che hanno letteralmente terremotato la società israeliana a cominciare dall'arrivo di un quinto circa della popolazione dai paesi dell'ex Unione Sovietica (43), sradicato e generalmente poco incline a riconoscersi nelle organizzazioni sociali e politiche della sinistra. Decenni di politica formalmente egualitaria - ad opere delle forze politiche e sociali del laburismo - non sembrano avere inciso troppo sulla complessa piramide sociale dello Stato di Israele. Vecchie e nuove discriminazioni sociali si sono intersecate con la complessa composizione etnico-religiosa del paese. La vasta comunità sefardita, che costituisce oggi il 54% della popolazione ebraica di Israele ha dato in questi anni un forte segno politico al risentimento nutrito durante le decennali discriminazioni subite ad opera dell'establishment ashkenazita e laburista del paese. La vittoria politica della destra e dei partiti ultra-ortodossi è un riflesso, chiaro e documentato, dei comportamenti elettorali di questo segmento della società. A un gradino ancora più basso della gerarchia sociale si collocano da sempre cittadini arabo-israeliani (44), un milione di persone condannate di fatto all'emarginazione ed ora al sospetto terroristico da parte delle istituzioni e del resto della popolazione. L'estenuante conflitto nei territori occupati ha prodotto una gravissima crisi economica anche in Israele. Pil, produzione industriale e consumi privati sono ormai in grave caduta, mentre gli stanziamenti per i coloni e la difesa assorbono quote enormi della spesa pubblica. Nel 2003 la disoccupazione è salita a quote 11,2%, i salari hanno perso potere d'acquisto e il numero degli indigenti, specie fra gli anziani, è salito in modo preoccupante. Alcuni studi hanno stimato nel 22% del totale le famiglie che soffrono oggi di "insicurezza nutrizionale" (45). Le risposte del Likud sono state quelle della privatizzazione di vasti settori dell'economia pubblica e del vecchio welfare state laburista, col corollario della precarizzazione dei rapporti di lavoro e la riduzione della copertura dei contratti collettivi.

    Tutto ciò ha modificato radicalmente le condizioni strutturali, oltre che le culture politiche, dominanti nella lunga stagione novecentesca in cui l'Histadrut aveva contribuito a fondare e consolidare lo Stato di Israele.

    A ciò va' evidentemente aggiunto il maggiore fattore di precipitazione della crisi: la fine di quel particolare modello di gestione del welfare che al sindacato attribuiva la prerogativa esclusiva di amministrazione di un istituto cardinale dell'assistenza sociale: l'assicurazione in caso di malattia. Un bene di evidente rilevanza pubblica ed interesse universale. Il venir meno di questa rendita di posizione ha evidentemente privato il sindacato di un formidabile incentivo selettivo alla membership, indicendo a rompere gli indugi fra quanti non si vedevano più sufficientemente rappresentati e tutelati dal parastato sindacale. Esso aveva certamente intorpidito l'autonomia e l'intraprendenza di un sindacato non di rado attanagliato - agli occhi dei propri iscritti - in imbarazzanti conflitti di interesse.

    Da questo punto di vista la vicenda dell'Histadrut - della sua storica ascesa e del suo repentino declino - deve indurci a qualche riflessione sulle conseguenze negative che possono in lontananza incombere su un sindacato che ha ecceduto sulla via della propria istituzionalizzazione, ponderandone con equilibrio le sue conseguenze più istruttive per i nostri paesi e per i nostri sindacati.

    Il venir meno di alcune confortevoli rendite burocratiche indurrà certamente i militanti e i dirigenti dell'Histadrut a cercare nella rappresentanza sociale e negoziale del mondo del lavoro il principale fondamento della propria legittimazione e del proprio potere. E questa è certamente una sfida carica di nuovi stimoli e nuove opportunità per rifondare il sindacalismo israeliano.

    Importanti segnali si colgono sin d'ora, a questo riguardo, nella direzione di un nuovo impegno in favore della contrattazione collettiva, dalla rappresentanza delle donne lavoratrici, del lavoro atipico e della formazione sindacale. Durissime, ad esempio, le reazioni dell'Histadrut alle ultime due leggi finanziarie presentate dal governo Sharon, contro il taglio della spesa sociale a favore dei piani militari in difesa degli insediamenti colonici.

    Un elemento cruciale che potrà qualificare il segno organizzativo e democratico del New Histadrut riguarda i lavoratori arabi. Dal '66 sono ammessi in seno alla federazione ma il loro statuto giuridico e sindacale è rimasto a lungo marginale e discriminato rispetto ai colleghi di lavoro di appartenenza ebraica. La loro presenza nei gruppi dirigenti dell'organizzazione è a tutti i livelli minima. La situazione si è ovviamente aggravata negli ultimi anni. Giudicati "minacce potenziali", i lavoratori arabi sono esclusi da interi comparti produttivi, ritenuti cruciali per la sicurezza nazionale. Non solo il settore degli armamenti, ma anche l'industria elettrica - per fare un esempio - è divenuta off limits per questi cittadini dello Stato di Israele. A ciò si devono aggiungere i continui blocchi dell'immigrazione transfrontaliera palestinese. Circa 130.000 lavoratori (46), il cui tradizionale e cruciale apporto nei settori dell'agricoltura e dell'edilizia, è stato progressivamente rimpiazzato da nuovi immigrati, molto precari, provenienti da altre regioni dell'Europa sud-orientale e dall'estremo oriente asiatico. I lavoratori palestinesi transforntalieri sono oggi stimati fra i nove e i dieci mila, a seconda dei giorni, coi continui blocchi ai valichi. Di questi, circa 6.000 sono occupati nell'area industriale di Heretz, considerata area militare dagli israeliani; una sorta di parco industriale considerato zona franca, su territorio palestinese, ma con capitale israeliano.

    Le condizioni umane e lavorative in cui versa oggi la popolazione palestinese sono divenute insostenibili. La disoccupazione, a Gaza e nella West Bank, raggiunge picchi del 70 e dell'80%. Percentuali analoghe riguardano le famiglie che vivono in condizioni di forte indigenza. I danni dell'occupazione sull'economia palestinese sono ingenti e stimati dal PGFTU nell'ordine dei sei milioni di dollari al giorno. Quasi 40.000 abitazioni sono state distrutte negli ultimi anni; 200.000 le piante di ulivo estirpate. Ora, con la costruzione del muro, la situazione economica è destinata solo a peggiorare, con nuovi espropri di terreni agricoli e distruzioni di case.

    L'Histadrut - che per altro non è mai risuscita a distinguersi per una autonoma visione politica sugli insediamenti dei coloni nei territori occupati nel '67 - dovrà sapersi accreditare, oltre ogni dubbio, come sindacato genuinamente democratico e combattere queste pratiche discriminatorie. Una scelta che potrebbe avere riflessi importanti, oltre tutto, sul terreno dell'organizzazione e della sempre più esigua base associativa. Con la segreteria di Amir Peretz, l'Histadrut ha fatto qualche passo a favore dei lavoratori palestinesi transfrontalieri, in prevalenza braccianti e carpentieri, impiegati all'interno di Israele. Un paio di intese di cooperazione, nel marzo 1995 e nel febbraio 1997, sono state a riguardo raggiunte col sindacato palestinese (PGFTU) (47). Sponsorizzate dalla Cisl Internazionale, tali intese hanno fatto molta fatica a divenire operative, specialmente nella striscia di Gaza, dove più duro è stato lo scontro tra le formazioni palestinesi e le forze israeliane di occupazione. Appositi uffici legali seguono, per l'Histadrut, la tutela dei lavoratori transfrontalieri, specie nell'assicurazione sociale per le giornate di lavoro perse a causa della chiusura dei territori. Le denunce più frequenti riguardano la violazione del minimo salariale (in Israele previsto per legge), con discriminazioni che, a parità di lavoro, abbattono il salario dei palestinesi fino al 40%. Quegli accordi hanno anche previsto il trasferimento al PGFTU della metà delle quote sindacali versate dai lavoratori transfrontalieri all'Histadrut. Il sindacato palestinese lamenta da un po' di tempo l'interruzione dei trasferimenti promessi. Il grave deterioramento dei rapporti israelo-palestinesi, con la seconda intifada, ha prodotto ripercussioni anche sul terreno dei rapporti intersindacali fra le due comunità (48).

    Evidentemente non basta, non può bastare a rendere meno avvilente la loro condizione umana oltre che lavorativa. Al di là delle relazioni industriali, l'Histadrut dovrà da questo punto di vista politico, mostrare un più deciso impegno a favore dei negoziati di pace coi palestinesi

    Dal punto di vista strettamente sindacale il problema maggiore, d'ora in poi, sarà quello di arrestare gli altri fattori di crisi che pure hanno concorso alla gravissima crisi che ha investito l'Histadrut. Al di là della fatale riforma del sistema sanitario. Occorrerà anzi evitare che essa divenga un alibi per spiegare la propria incapacità o impossibilità di arrestare un declino generato su più fronti. Emancipato dalle vecchie culture e pratiche organicistiche e statualistiche della fase pionieristica del sionismo, il sindacato israeliano potrà d'ora in poi rivolgersi e concentrarsi sull'autonomia e la dialettica del suo ruolo sociale e politico. Di sicuro non potrà mai più tornare sui livelli associativi di un tempo. Ma non è nemmeno detto che il nuovo status dell'Histadrut - più autenticamente sindacale - rappresenti necessariamente una sciagura. Anzi, quello che si è perso in quantità può forse recuperarsi in una migliore qualità dell'essere e del fare sindacato.

    Roma, 17 maggio 2004


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    Note
    *. Dottore di ricerca. IRES Nazionale; s.leonardi@ires.it.

    1. Dal 1994 "New Histadrut"

    2. Letteralmente sarebbe il ramo "tedesco" della diaspora ebraica, divenuto nei secoli il riferimento più ampio di tutte le comunità presenti nell'Europa centro-orientale: Lituania, Polonia, Galizia austriaca, Bucovina, Romania, Ungheria. Agli inizi del XX secolo la metà della popolazione ebraica mondiale, più di 5 milioni, viveva nei confini dell'impero zarista, nelle cui regioni occidentali gli ebrei arrivavano a costituire fra il 10 e il 25% della popolazione. Per farsi un'idea, si pensi che a Vilnus - detta anche "la Gerusalemme del Nord" - vi erano un'ottantina di sinagoghe e scuole talmudiche. Gli ashkenaziti hanno sviluppato e parlano fra loro la lingua yiddish; un dialetto tedesco di origine medievale. Si distinguono dai sefarditi o "spagnoli", provenienti dalle comunità del Mediterraneo occidentale e del Maghreb. Entrambe le correnti hanno prodotto una ricca cultura artistica, letteraria e musicale. Gli ebrei sefarditi riuniscono elementi tradizionali raccolti lungo le loro peregrinazioni e parlano una variante ebraico ladina del castigliano.

    3. Si tratta delle c.d. 'Aliah, letteralmente "salite", ma che stanno a significare la migrazione, il ritorno dalla diaspora verso Israele. Si è soliti distinguere fra una Prima 'Aliah, 1882-1902; una Seconda 'Aliah, 1904-1914; una terza 'Aliah, 1919-1923; una quarta, 1924-1928; una quinta - tedesca - fra il 1932 e il 1939, etc., sino alle ultime, nel corso dell'ultimo decennio del Novecento, legate agli arrivi dall'ex Unione Sovietica.

    4. Tipici villaggi ebraici dell'Europa centro-orientale, spazzati via dalla furia nazista durante la seconda guerra mondiale.

    5. Tra le due guerre la popolazione ebraica in Palestina raggiunge la quota dei 340.000 abitanti. Alla fine del 1947, alla vigilia dell'indipendenza, la popolazione ebraica nella regione aveva raggiunto quota 600.000.

    6. Sull'argomento suggeriamo, fra i tanti, N. Weinstock, Storia del sionismo, Salmonà&Savelli, 1970-75, 2 vol.; P. Merhav, Storia del movimento operaio in Israele: 1905-1970; La Nuova Italia, 1974; A. Moscato (a cura di), Sionismo e questione ebraica.. Storia e attualità, Roma Sapere 2000, 1983.

    7. VI Congresso del Bund, 1905; in Ber Borochov, Class struggle and the Jewish Nation: selected essays in Marxist Zionism, a cura di M. Cohen, Transaction Books, 1984.

    8. Sulla questione ebraica il VI Congresso del Bund formula i seguenti obiettivi: 1) piena uguaglianza civile e politica per gli ebrei; 2) possibilità garantita dalla legge alla popolazione ebraica di impiegare la sua lingua madre nei rapporti coi tribunali, le istituzioni dello stato e le amministrazioni governative, le autonomie locali e regionali; 3) l'autonomia culturale nazionale; v. H. Minczeles, Histoire générale du Bund, un mouvement révolutionaire juif, Denoël, 1999.

    9. Nota la critica, feroce e discutibile per gli accostamenti, che nella Questione Ebraica (1843) Marx muove al giudaismo. Rispondendo a Bruno Bauer, che aveva teorizzato l'emancipazione degli ebrei come emancipazione dalla religione, Marx rincara la dose e dopo aver identificato il giudaismo col denaro e l'egoismo, elabora da un lato la sua critica della teoria borghese dei diritti dell'uomo e dall'altro la tesi secondo la quale: "L'emancipazione sociale dell'ebreo è l'emancipazione della società dal giudaismo".

    10. Sul rapporto fra marxismo, questione ebraica e nascita di Israele, v. A. Léon, La conception materialiste de la question juive (1942), Ed. de l'Aaargh, 2003; U. Avineri, Israele senza sionisti, Laterza, 1970; E. Traverso, Les marxistes et la question juive, Ed. Kimé, 1998.

    11. Sull'argomento suggeriamo J. Fraenkel, Gli ebrei russi fra socialismo e nazionalismo, Einaudi, 1990 e E. Carr, La rivoluzione bolscevica (1917-1923), Einaudi, 1971.

    12. Nel biennio rivoluzionario 1918-20 saranno più di 1.500 i pogrom antisemiti scatenati dall'esercito bianco in Ucraina e Polonia, con oltre 100.000 morti. A dimostrazione di quanto pervicace fosse l'atteggiamento anti-semita delle popolazioni slave di quei tempi, anche nel campo rivoluzionario, Enzo Traverso ricorda come Trotsky in persona dovette provvedere alla punizione di tre reggimenti dell'Armata Rossa, accusati di avere organizzato dei pogrom, cercando in tutti i modi d'impedire che simili episodi si ripetessero in futuro (op. cit.).

    13. Ad esempio la Jewish Socialist Society, costituita in America nel 1912, sui principi e gli obiettivi del riformismo socialdemocratico.

    14. L'altra gamba dell'espansionismo ebraico nella regione è rappresentata dall'Haganah, l'organizzazione militare di difesa, nata nello stesso periodo a sostegno degli insediamenti colonici e per l'organizzazione dell'immigrazione clandestina. I membri dell'Haganah sono volontari, uomini e donne, lavorano nei kibbutz e militano nell'Histadrut. Armati, proteggono gli insediamenti ebraici dalle incursioni arabe, sempre più insistenti via via che la presenza dei coloni diviene più massiccia e pervasiva, nel corso degli anni '30. Le più violente si registrano nel 1929, quando l'intera popolazione ebraica di Hebron viene trucidata, e poi di nuovo nel 1936, quando la guerriglia degli irregolari arabi contro case e villaggi colonici diviene più sistematica e organizzata. Alla fine del primo conflitto arabo-israeliano (1947-49), l'Haganah, forte di 80.000 membri, diviene il nucleo del nuovo esercito israeliano (Tsahl). Una decisione di Ben Gurion, che decreta lo scioglimento delle formazioni terroristiche e di estrema destra dell'Irgun e del Lehi, responsabili di gravi attentati e omicidi, come quello del Ministro inglese per il Medioriente Moyne, l'esplosione di un intero ramo dell'Hotel King David, con oltre 80 morti, l'assassinio dell'incaricato delle Nazioni Unite, il Conte svedese Folke Bernadotte, l'eccidio di 250 civili nel villaggio arabo di Der Yassin. Sul conflitto arabo-israeliano vedi, fra i tanti, M. Rodinson, Israele e il rifiuto arabo: settantacinque anni di storia, Einaudi, 1979; B. Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo sionista 1881-2001, Milano, Rizzoli, 2002.

    15. R. Chermesh, A State within a State. Industrial relations in Israel: 1965-1987, Greenwood Press, 1989.

    16. In quegli stessi anni, Ben-Yahoudah ha intrapreso il titanico sforzo di rifondare la lingua ebraica, da secoli congelata nei soli testi sacri e soppiantata dall'uso corrente dell'Yiddish fra gli askhnaziti e dal ladino ed altri dialetti fra i sefarditi.

    17. Sulla figura di Hess, ma anche su quella di Ben-Yahoudah e di altri importanti padri del sionismo, v. B. Litvinoff, La lunga strada per Gerusalemme: 1789-1948, Net (1969), 2000.

    18. Partito dei lavoratori di Eretz Yisra'el, nato nel 1930 dalla fusione dei due maggiori tronconi politici del sionismo operaio (Ahud Haavoda e Hapoel Hatzair), divenuto - nel 1968 - Partito laburista (Haavoda).

    19. Anti-sionisti e filo-sovietici i primi, non raccoglieranno mai più del 2% nei congressi dell'Histadrut. Ben più influente il Mapam, (Partito Operaio Unificato), nato nel 1948 da una scissioni di sinistra del Mapai e a lungo seconda forza dietro il Mapai. Dopo il '69, per pochi anni, sua alleata nel governo frontista del paese. Dopo una infinità di micro scissioni e fusioni, l'ultima lo scorso anno col partito socialdemocratico di Beilin (il padre del recente processo di Ginevra), ha preso l'attuale nome di Yachad (Insieme).

    20. Negli anni '40 e 50 i lavoratori arabi si organizzano nell'Unione Operaia Araba Palestinese, sponsorizzata dal Mufti di Gerusalemme, e nel Congresso degli Operai Arabi (1945-59), una confederazione sindacale di ispirazione comunista. Entrambe le organizzazioni si scioglieranno agli inizi degli anni '60, quando l'Histadrut aprirà le sue fila anche ai lavoratori arabi.

    21. La questione ebraica e lo stato socialista ebraico (1898). Sul ruolo di questo pensatore all'interno del movimento sionista, v. J. Fraenkel, cit.

    22. Per questa formazione: "Nessun socialismo e nessuna liberazione sono possibili senza lotta di classe (..). E' soltanto una pericolosa utopia pensare che la Palestina possa essere diversa da tutti gli altri paesi e che in essa possa sorgere una specie di colonizzazione libera da elementi capitalistici"; B. Borochov, Il socialismo del Paole Zion, in Merhav, op. cit.; p. 68.

    23. Op. cit.; p. 191

    24. Ai fini della realizzazione sionista, il partito dell'Hapoel Hatzair, co-fondatore dell'Histadrut e del Mapai (futuro partito laburista) attribuiva importanza solo ai lavoratori dei campi. Scrive Sternhell: "Al posto dell'individualismo borghese, il socialismo nazionalista presentava l'alternativa dello spirito di gruppo e di fratellanza; al posto dell'artificialità e della degenerazione della grande città promuoveva la naturalezza e la semplicità del villaggio. Incoraggiava l'amore verso la terra natia e il suo paesaggio. Questi valori divennero il fondamentale patrimonio spirituale del movimento laburista"; Nascita di Israele.. Miti, storia, contraddizioni. Baldini&Castaldi, 1999; p. 53

    25. R. Chermash, op. cit.

    26. P. Merhav, op. cit.; p. 39.

    27. "Il mantenimento del consenso interno e l'obbedienza alle istituzioni esistenti erano considerate le uniche condizione sine qua non. (..). All'interno dell'Histadrut - prosegue Sternhell - nacquero dunque una peculiare sfumatura di conformismo, una quotidiana pressione sociale, un'autoritarismo e una sensibilità nei confronti dei bisogni di tutti i membri dell'organizzazione"; op. cit; p. 252

    28. Ibidem; p. 108

    29. Nella prefazione di quella sorta di Buddenbrook della letteratura ebraica che sono I fratelli Ashkenazi di Israel Singer, Claudio Magris annota: "Forse non è un caso che la grande critica conservatrice rivolta da destra nei confronti della società industriale annovera, tra i suoi critici più tipici e radicali, rappresentanti, intellettuali e scrittori d'origine israelita: sono uomini come Kraus, Friedell, Boroch o Roth (..) a lanciare un grido d'accusa contro il disordine dei valori, contro la manipolazione commerciale del mito, contro la disgregazione di una gerarchia unitaria edarmoniosa di tutti gli elementi dell'esistenza, contro la frantumazione delle "qualità" del borghese europeo, ormai soltanto settoriali e non umane". Una visione "apocalittica che vede l'éra tecnologica come una fine del mondo" e che si esprime nella critica mossa alla società capitalistica, da un'angolazione opposta, e s'affianca per esempio ad Adorno nel denunciare l'irrazionalità della totalità del mondo industriale, nel quale la razionalità dei singoli particolari viene esasperata a spese di un globale principio unificatore"; Una parabola ebraica della decadenza borghese, prefazione a I. Singer (1970), op. cit., Longanesi, 2004; p. II.

    30. Si stima che alla vigilia delle purghe staliniane, sino alla metà anni '30, non meno del 10% dei quadri dello Stato e del partito bolscevico fossero ebrei. Percentuale che saliva sino al 20-30% in Ucraina e Bielorussia. E ciò a fronte di una popolazione che non arrivava all'1%; E. Traverso, op. cit.; v. anche M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, 1985. Erano ebrei dirigenti del calibro di Trockij (all'anagrafe Laibele Bronstein), Kamenev (Lev Rosenfeld), Zinovev (Lev Radomlyskij), Vera Zasulic, Eugenj Probrazhensky, Jakov Sverdlov (primo Presidente dell'URSS), Maksim Litvinonv (Meir Wallach), Karl Radek (Sobelshon), Lev Mechlis (segretario di Stalin), Enoch Gersenovic Jagoda, capo della famigerata polizia politica CEKA, poi OGPU, e della NKVD, Lazar Kaganovic (Moiseevic Lazar), persecutore stalinista e antisemita fra i più spietati del regime.

    31. Rispettivamente l'Unità dei lavoratori e Il giovane lavoratore.

    32. Rispettivamente, l'Operaio di Sion, il Guardiano, il Reggimento.

    33. R. Chermash, A State within a State, cit.; p. 239.

    34. Enormi quelle del Tenuva, legate all'agro-industria

    35. v. R. Chermash, op. cit.

    36. R. Nathanson, G. Zisser, Union responses to a changing environment: the New Histadrut, ILO Geneve, 1999

    37. Costituito a Parigi, nel '25, intorno al nucleo dell'organizzazione giovanile sionista Betar, il movimento revisionista si batterà violentemente contro il mandato britannico nella regione, propugnando un modello di Stato autoritario e corporativo, apertamente ispirato al fascismo mussoliniano. Avversario strenuo sia dell'Histadrut che dell'Haganah, proverà a contrapporvi una propria Federazione Nazionale del Lavoro, e milizie di irregolari. Al suo "revisionismo" si ispirano apertamente i raggruppamenti dell'estrema destra dell'Irgun e del Lehi, della famigerata banda Stern, formazioni paramilitari che fra il 1937 e il 1948 praticheranno la lotta armata e terroristica contro l'autorità mandataria britannica, le delegazioni delle Nazioni Unite, i civili arabi durante la guerra del 1947-49. Sono le organizzazioni in cui militano due giovani destinati a divenire i futuri capo della destra politica (prima come Herut poi come Likud) e di governo: Menahem Begin e Yitzak Shamir. Nel 1977 infatti, con una shockante virata nella vita politica israeliana, i revisionisti del Likud eredi di Jabotinski e della banda Stern, vincono le elezioni e per la prima volta mandano i laburisti e i loro alleati di centro-sinistra all'opposizione.

    38. Nato nel 1952 a Bougade ed emigrato in Israele all'età di 4 anni, è il secondo segretario generale dell'Histadrut a non essere di origini askhenazite. Fra i suoi predecessori, Israel Kessar era yemenita.

    39. Secondo dati di fonte ILO (Il lavoro nel mondo, Ginevra,1998), fra il 1985 ed il 1996, la sindacalizzazione sarebbe diminuita del 19,2% in Austria, del 37,2% in Francia, del 17,6% in Germania, del 33,8% in Grecia, del 27,7% in Regno Unito, del 50% in Portogallo e ancora, del 42% in Argentina, del 16% in Giappone, del 21% negli Stati Uniti. "Solo" una flessione del 7,4% per i sindacati italiani. A questo significativo blocco di paesi deve poi aggiungersi, sempre secondo i dati ILO, il tracollo nella maggior parte dei paesi dell'ex area di influenza sovietica. Vantano un saldo positivo, con tassi considerevolmente superiori alla media europea, il Belgio e soprattutto i paesi scandinavi. Si tratta di realtà accomunate dal cosiddetto "sistema Ghent", in base al quale sono le organizzazioni sindacali a gestire l'assicurazione contro la disoccupazione finanziato pubblicamente. Come è stato rilevato, questo modello non solo fornisce al sindacato un potente incentivo selettivo alla membership, ma consente anche di trasformare conseguenze economiche e sociali negative come la disoccupazione, in vantaggi organizzativi per il sindacato. Su questi temi ci permettiamo di rinviare al nostro Lavoro, sindacato e classi sociali, su "Riv. giur. lav." n. 2/2001 (ora su www.ires.it; relazioni industriali/pubblicazioni)

    40. O. Carmi, Israel, in R. Blanpain (edited by), "Non-Standard Work and Industrial Relations", Bulletin of Comparative Labour Relations, Klewer, no. 35/1999.

    41. Si tratta di un sistema di assicurazione in caso di perdita del lavoro, attraverso fondi gestiti dai sindacati e finanziati pubblicamente. Prende il nome di Ghent (o Gand) dal nome della cittadina fiamminga in cui, nel lontano 1901, vide la luce per la prima volta. Oggi rimane in uso in quattro paesi europei - Belgio, Danimarca, Svezia e Finalndia - nei quali, non a caso, il tasso di sindacalizzazione è di gran lunga il più alto fra i paesi industrializzati; v. B. Ebbinghaus, J. Visser, The societies of Europe. Trade Unions in Western Europe since 1945; Macmillan, 2000; A. Kjellberg, The Multitude of Challenges Facing Swedish Trade Unions in J. Waddington, R. Hoffman (eds), "Trade Unions in Europe: Facing Challenges and Searching For Solutions", ETUI (European Trade Union Institute), Brussel 2000.

    42. B. Western, Between class and market: postwar unionization in the capitalist democracies; Princeton Univ. Press; 1997. Studi finlandesi hanno stimano in non meno del 10% l'effetto di perdita che si verificherebbe sul terreno della sindacalizzazione qualora il sindacato perdesse ogni controllo sull'assicurazione di disoccupazione. Analoghi studi svedesi nella prima metà degli anni '90 valutavano la differenza nell'ordine del 25%. Oggi constatiamo lo scarto che esiste fra la sindacalizzazione media dei paesi scandinavi col Ghent e la Norvegia che invece non lo ha: una distanza compresa fra i venti e i trenta punti percentuali in meno. Stesso discorso se si vuole paragonare il dato belga, in cui vige il Ghent, con quello della vicina Olanda o ancor più con la per molti versi affine Francia, che ne sono entrambi privi.

    43. Si calcola che nel decennio compreso fra il 1990 ed il 2000 giungono in Israele, dai territori dell'ex Unione Sovietica, oltre 860.000 immigrati. Un numero enorme se paragonato ai 6 milioni di abitanti residenti nel paese. E' stato notato che è come se in Italia arrivassero 8 milioni di "oriundi" con il diritto di voto e a carico del nostro fisco W. Goldkron, Cinque tribù per quattro Israele, su "Limes - La Terra Stretta", n. 1/2001

    44. Si tratta dei discendenti di quei 150.000 arabi che a seguito della sconfitta del primo conflitto arabo-israelinao del 1947-49, non abbandonarono le loro case, scegliendo di restare all'interno dei confini occupati durante la controffensiva ebraica. Da allora sono considerati parte integrante dello Stato ebraico.

    45. Studio dell'Istituto Brookdale, citato in J. Algazy, Questi israeliani che hanno fame, in "Le Monde Diplomatique", ott. 2003

    46. Il dato è del settembre 2000, prima dell'inizio della seconda intifada; il 55% era fornito di permesso regolare laddove il rimanente 45% era composto di clandestini.

    47. Nato ai primi anni '80 nei territori occupati, ha rimpiazzato la vecchia organizzazione sindacale palestinese, organizzata a Tunisi dall'OLP negli anni '70.

    48. In una recente intervista rilasciata a "Rassegna Sindacale" (aprile 2004), Efrhaim Zilony, responsabile nazionale dell'Histadrut per gli affari economici e sociali, ha commentato: "Abbiamo firmato un accordo e abbiamo mostrato buona volontà. In nessun paese in Europa, neppure in Italia, se sei immigrato - poniamo dal Marocco - versi le quote al sindacato marocchino. Non esistono obblighi del genere, né leggi. È stato solo un segno di buona volontà. D'altronde se noi dell'Histadrut abbiamo a che fare con i lavoratori arabi in Israele, siamo noi i rappresentanti che assicurano loro i diritti: non a Gaza o in Cisgiordania, ma in Israele; siamo noi che assicuriamo eguali diritti e salari in Israele, perché altrimenti sul lungo periodo sarebbero colpiti anche i lavoratori israeliani". Argomentazioni non certo prive di efficacia e che tuttavia inducono ad almeno due ordini di considerazioni; la prima - cruciale - è che il Marocco (per restare all'esempio di Zilony) non è da quasi 40 anni sotto occupazione militare italiana; la seconda è che la parità dei diritti e dei salari è tutt'altro che assicurata ai cittadini e alle cittadine d'Israele, e meno che mai ai lavoratori transfrontalieri palestinesi.

    "

    http://dex1.tsd.unifi.it/juragentium...n/leonardi.htm


    Shalom

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    Karl Marx sulla questione ebraica.....


    http://www.marxists.org/italiano/mar...oneebraica.htm

 

 
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