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    Predefinito Dottrina cattolica e giudaismo

    Da: La Civiltà Cattolica, Roma, 12 ottobre 1922, LXXIII, vol. IV, quad. 1736, pp. 111-121


    LA RIVOLUZIONE MONDIALE E GLI EBREI



    Il mondo è malato. Non siamo noi adirlo: oggi. lo ripetono anche i moralisti da strapazzo: oggi anche la gente più spensierata, spaurita dal turbinoso caos in cui vede precipitare ogni ordine. sociale, si è scossa, si è guardata dintorno chiedendo a se stessa donde e come le sia venuto un tale accesso di follia. Dappertutto i popoli agitati da inesplicabili convulsioni: gli Stati consumati dal debito pubblico: le nazioni affamate dalla carenza dei viveri: i cambi ogni giorno più rovinosi, e l'aggio dell'oro più stemperato; lo squilibrio economico sull'orlo del fallimento. E la turba, tanto più disamorata dei lavoro quanto, più avida di guadagni e di inafferrabili godimenti, pare divertirsi in una ridda tragica di tumulti e di scioperi, aspettando di proclamar domani la repubblica comunista, mentre i politici, i savi delle nazioni si aggirano, sperduti in cerca di una pace che, si risolve in una perpetua delusione. Dove andiamo?

    Ecco la paurosa interrogazione che si ode ripetere da tutte le parti: e di riscontro a questa, un'altra interrogazione mormoreggia nella subcoscienza: Chi conduce? poiché le moltitudini sono mandre e non sanno dove vanno, ma ubbidiscono a qualcuno che le guida o che le spinge. Chi spinge questa barabuffa di partiti, di leghe, di logge, chi guida questo movimento di rivoluzione universale che capovolge la società umana da un confine all'altro del mondo?

    Voci sinistre si levano da più parti ad accusare da sinagoga. Il lupo è, sempre lupo: le colpe antiche accreditano i sospetti nuovi e rinciprigniscono, una, piaga, rammarginata ma non mai guarita. Una mano profana ha tratto pure alla luce dei segreti che portano la marca, del ghetto. Documenti o falsificazioni ? Sarà difficile, come sempre, poter diradare le tenebre in cui si avvolge gelosamente Israele. Il velo del tempio, che Jahve aveva squarciato, i figli di Giuda l'hanno ricucito a fil doppio; ma quello che esso vuol ricoprire non è, più l'arca santa del Signore: è la cassa forte delle sue usure e del suo egoismo. In ogni modo alla sua tenacità nel nascondere noi opponiamo il diritto di frugare e trarre alla luce del sole quello che ci riguarda, quello che tocca i1 bene pubblico del popolo cristiano, a cui far danno per i talmudisti è precetto di legge e merito di religione. A dir vero, già è parecchio tempo che di questi misteri ebraici si discorre, e si scrive in Italia e fuori, e più ancora fuori che in Italia, perché là più che da noi spadroneggia quella razza. Noi abbiamo sinora taciuto di proposito, perché nessuno ci accusasse - come altre volte - quali istigatori partigiani di antisemitismo. Oggi, al punto in cui sono le cose, crediamo essere, parte del nostro compito mettere i lettori a notizia dei fatti che dettero occasione all'inchiesta.

    Principiamo, da quelli che per la vastità del movimento e l'importanza delle conseguenze dominano sopra tutti gli altri.




    I




    La Russia è oggi il campo di battaglia sul quale si disputa l'impero del mondo di domani. Per quanto fitte sieno le tenebre con cui artatamente è circondato quell'infelice paese dalla prepotenza dei tiranni che se ne vogliono impadronire, essi non hanno potuto interamente nascondere il tetro bagliore degli incendi, né strozzare il grido delle vittime straziate, fucilate, trucidate, a capriccio, né soffocare la disperata lotta di un popolo, a cui col ferro, col fuoco, col sangue si volle imporre la delizia del governo comunista. Sono quattro anni che l'Europa stolta o infrollita sta spettatrice di quella distruzione regolata a mente fredda da masnadieri trasformati in capi di Stato, circondati da sicari ben degni del titolo significativo di «guardie rosse », ministri di strage e di terrore. Essa ha dovuto vedere le stesse residenze degli ambasciatori suoi rappresentanti, asilo protetto dal più elementare diritto delle genti, assalite e depredate; maltrattati, feriti, tenuti prigionieri i suoi inviati, disonorate le sue bandiere: la vigliaccheria politica, la connivenza settaria ha dissimulato o sepolto. nel silenzio i foschi misteri del terrore bolscevico. Intanto sono distrutte in massima parte le industrie del paese, morto il commercio: il saccheggio, la dilapidazione hanno mandato in malora ogni ricchezza. In quattro anni la Russia, regione così vasta, così fertile, così abbondevole di ogni cosa, è ridotta all'estremo

    della miseria e alle torture della fame. Si è parlato di milioni

    d: bambini, vite innocenti mietute in fiore dall'implacabile flagello: si parla di altri milioni di vite di sventurati che l'inedia finirà di consumare, se la mano soccorritrice delle nazioni cristiane non sarà pronta a porgere loro un pezzo di pane che li strappi alla morte. È giusto ed è umano che, ciò si faccia e il Vicario di Cristo ne diede egli stesso l'esempio. Ma mentre un profondo sentimento di compassione ci inclina a soccorso di una turba incolpevole per sottrarla a così terribile destino, un movimento altrettanto profondo di indignazione ci strappa un urlo di maledizione contro i ribaldi che hanno travolto quel popolo in tale abisso senza fondo. Si salvino gli infelici, ma si mettano in ferri, si traggano al tribunale, inesorabile, della giustizia i mestatori, i capibanda che per attuare le loro pazze utopie, disertano il paese e assassinano la nazione.

    Chi sono costoro ?




    II




    Il lettore non aspetta, la risposta da noi. Da troppo tempo sono divenuti tristemente famosi anche di qua dell'Alpi i nomi cabalistici degli arruffapopoli che si dànno per fondatori della « Internazionale » comunista moscovita da loro vantata come il paradiso della futura società umana. Ma se, passando oltre, i nomi, noi li guardiamo bene in faccia per riconoscere chi sono, si viene a scoprire questo fatto per lo meno assai strano che il maggior numero, a quello che si dice, dei componenti il corpo dirigente la repubblica comunista in Russia non è di indigeni russi, ma di intrusi « ebrei », i quali però si danno premura di occultare quasi sempre il nome di origine sotto la maschera di uno pseudonimo di colore slavo. In un opuscolo pubblicato nel 1920 dalla Società «Unità della Russia » troviamo, estratto dagli stessi giornali ufficiali « bolscevichi » un lungo elenco nominativo di tutti i membri dei Consigli, delle Commissioni e delegazioni, dei Comitati, Commissariati. Uffici centrali, da cui fu costituito l'organismo dello Stato allo stabilirsi del governo comunista. Quell'elenco venne divulgato in tutte le lingue, in tutti i paesi senza contraddizione: le sue informazioni presentano quel valore che dà loro, oltre la prima Origine, la pacifica notorietà che ne accredita almeno la veracità sostanziale. Ora in quell'elenco sopra cinquecento quarantacinque nomi di membri degli uffici direttivi dello Stato, i cittadini. di stirpe russa sono nulla più che trenta; quelli di razza giudaica sono la bellezza di quattrocento quarantasette: il resto va disperso tra lettoni; finlandesi, tedeschi, armeni, polacchi e le altre genti che già componevano l'impero. D'altra parte la popolazione totale della repubblica russa non conta certamente merlo di novanta milioni di nazionali di fronte a forse quattro milioni di ebrei che fino a ieri brulicavano nel pattume del ghetto, fatti segno al disprezzo comune. Eppure questa infima, minoranza oggi ha invaso tutte le vie del potere e impone la sua dittatura alla nazione. E quale dittatura! 1

    Secondo la Costituzione della Repubblica « sovietista-socialista-federativa russa » del 19 luglio 1918, art. 24-25, , il potere supremo risiede nel Congresso dei soviet, ovvero comitati delle provincie e delle città di tutte le Russie; in proporzione di un delegato per 25.000 votanti nelle città e 125.000 nelle provincie, assicurando così la prevalenza del proletariato operaio, più imbevuta delle idee rivoluzionarie e comuniste, sopra quello delle campagne. Per essere elettori o elettrici bisogna avere diciotto anni (od anche meno con l'approvazione, del potere centrale) e lavorare nella produzione delle cose necessarie alla vita, o nel: servizio domestico per il sostentamento di quelli che lavorano: essere soldati o marinai dell'esercito o della marineria sovietista. Non possono essere elettori coloro che tengono a proprio servizio dei lavoratori salariati: quelli che vivono di rendita e non di lavoro personale: i commercianti e gli agenti commerciali; i monaci e gli impiegati religiosi della Chiesa; gli agenti dell'antica polizia, i membri della famiglia imperiale. L'art. 23 dichiara che « la Repubblica, guidata dal solo interesse delle classi operaie, può privare dei loro diritti gli individui o i gruppi di persone che ne usassero a danno della stessa repubblica socialista». È la legge del sospetto, comune a tutti i governi violenti per far man bassa dei loro avversari.

    Al congresso dei « soviet » per l'art. 28 spetta l'obbligo, di eleggere il comitato esecutivo centrale il quale, secondo l'art. 31, è l'organo legislativo, amministrativo, direttivo della repubblica sovietista. Dal comitato centrale, è poi costituito il Consiglio dei commissari del popolo per l'amministrazione degli affari della repubblica, sotto la sua vigilanza e malleveria.







    III




    Ora fermiamoci ad osservare 2. Noi abbiamo la lista dei membri di questo consiglio dei commissari, che si può comparare al Consiglio dei ministri negli altri governi europei; essa contiene ventidue nomi che ci fanno conoscere gli uomini nelle cui mani sta il destino della nazione. Il primo fra essi è quello del presidente del Consiglio, Vladimiro Illitch Oulianov, conosciuto sotto il nome di Lenin; egli è vero russo ed appartiene alla nobiltà ereditaria. Nato nel 1870 a Limbrisk, studiò diritto ed economia politica, all'Università di Kazan e di Pietroburgo. Da alcuni si dice che la madre sua fosse ebrea: certo egli fu educato nella religione ortodossa. Impigliatosi nella rivoluzione fu imprigionato come socialista, esiliato in Siberia: liberato nel 1900, spatriò, e tornò alla propaganda socialista più ardente. Un fratello di lui venne giustiziato nel 1887 per aver preso parte a una congiura terrorista. Egli stesso è di animo freddamente crudele, di ferrea volontà, audace, risoluto, domina per intelligenza e per disinteresse quelli che lo circondano. Un altro russo è il commissario per gli affari esteri, Cicerin, anch'egli di famiglia nobile, dalla quale aveva ereditato una considerevole fortuna che egli abbandonò per mantener fede alla professione socialista. Sono esempi che si vedono sola in quei paesi. Il terzo è commissario per l'educazione. (come ivi si designa il Ministero della Istruzione pubblica), Lunatciarski, figlio di un consigliere di Stato, ortodosso e propagatore di comunismo fra il clero inferiore. A questi russi si aggiunga il commissario per l'agricoltura, Protian, e quello per gli affari dalle nazionalità, Djongachvili, che sono di origine armena. Gli altri diciassette sono tutti figli d'Israele. Traviamo fra loro colui che dopo Lenin tiene il primo sposto nella repubblica e fu il vero ordinatore dell'esercito «rosso », il Bronstein, detto Trotski, commissario per la Guerra e la Marina. Nata nel 1877 da un giudeo che teneva bottega di speziale nella provincia di Kherson, fin da ragazzo fu un rivoltoso e si fece cacciar dalla scuola per aver profanato orrendamente un'icone. Arrestato più volte, mandato in Siberia, fuggito, ramingo per l'Europa, scrivendo libri e giornali per la rivoluzione. Quando essa scoppiò, stette incerto a qual partito appigliarsi, non sapendo quale fosse per prevalere, e parve pendere verso i « menscevichi » o moderati: oggi egli è bolscevico pazzo e sanguinario. Suo degno compagno di crudeltà feroce è il commissario, per l'Interno, Ovsei Gershon Apfelibaum, detto Zinoviev, ebreo dell'Ucrania, nato nel 1883. Legato d'amicizia giovanile con Lenin, fu con lui in Isvizzera, dove fino al 1917 pubblicavano il giornale Sociat-Democrat; con lui rappresentò i socialisti russi alle famose conferenze di Zimmerwald, di Berna, di Kienthail. Rientrato in Russia con la rivoluzione, quando nel 1918 il governo bolscevico si trasferì da Pietrogrado a Mosca, il Zinoviev rimase a Pietrogrado come presidente di quel comune: a lui si devono imputare gli atti di selvaggia barbarie di cui fu teatro l'infelice città. Dal vedere tale mostro preposto al Ministero dell'Interno si può argomentare quali metodi persuasivi la repubblica voleva adoperare per istabilire il comunismo nel vecchio impero.

    Il Consiglio dei commissari ha un ministro delle Finanze ebreo, Gornkovsky, e va da sé; ne ha un altro per i Culti o, come là si dice, per le religioni, Spitzberg, parimente ebreo, e la cosa si capisce meno; ne ha un altro, ancora ebreo, Anvelt, per l'Igiene sociale, e questa non s'intende punto, date le abitudini di ereditario sudiciume in cui la tribù vive da secoli in quelle contrade. Meglio invece si comprende nel Consiglio la istituzione di un commissariato per il « Soccorso sociale » affidato a una donna, ma essa pure ebrea, Lilina, perché quei soccorsi cadessero in buone mani. Ebrei sono pure i ministri della Giustizia e dei Lavori pubblici. Altre istituzioni repubblicane in mani ebree sono il commissariato per « le terre dello Stato», quello per « il controllo dello Stato», quello per « la ricostruzione », quello per « l'economia », quello per « il rinvio dei rifugiati », quello sopra tutto per « le elezioni» tenuto già , da Moisè Ialomonovitch, detto Ouritski, reso famoso dai brogli e dalle frodi tutte ebraiche con cui aveva preparato le grandi elezioni costitutive della repubblica. Un ultimo commissariato, indice dei tempi e dei metodi, è quello « della Stampa » che naturalmente è di pieno dominio giudaico. Da esso dipende un ufficio giornalistico a cui sano addetti quarantadue scrittori, de' quali uno, solo è russo, Massimo, Gorki, gli altri sono tutti ebrei, come Moch, Kuhn, Eliasson, Kats, Efron, Davidson, e trenta altri. Questi sono i profeti che, dettano il verbo alle turbe proletarie e dirigono la pubblica opinione dalle colonne della Pravda, della Izvestia, della Znamia Trouda, ecc. I giornali antibolscevichi sono stati soppressi. Presso il Ministero degli Esteri una sezione speciale occupa molti stranieri a tradurre in tutte le lingue gli opuscoli di propaganda rivoluzionaria che si spargono nel mondo universo.




    IV




    Tale è la composizione del primo Consiglio dei commissari del popolo imposto dalla Costituzione della « Repubblica sovietista-socialista-federativa russa ». È la mostra da cui giudicare la balla. Ad imitazione di questo, gli altri consigli direttivi della Stato sono tutti sotto il predominio della sinagoga. Di fatto al Ministero degli Esteri, sopra 17 membri, tredici sono ebrei; in quello degli Interni, sopra 64, quarantacinque; il Ministero della Guerra conta trentaquattro ebrei sopra 43 ufficiali e tra essi nessuno è russo; quello dello Finanze ne conta ventisei sopra 30; quello della Pubblica Istruzione quarantaquattro sopra 53. A questo Ministero è annesso, un corpo dottorale di professori della « Accademia socialista » di Stato, tra i cui membri troviamo il noto giudeo disertore austriaco Radek, di vero nome Sobelsohn, uno dei più istruiti e dei più accorti uomini del partito bolscevico. Egli prese parte al rivolgimento « spartachista » e venne espulso dalla Germania insieme con altri diciannove ebrei. Fu nominato fra gli «alti commissari » di Mosca ed è uno dei migliori scrittori dell'Izvestia. Membro onorario dell'Accademia era pure la famigerata Rosa Luxembourg. Si vede a che cosa è ridotto « l'onore » tra quella gente! Più curioso è il vedere tra i dipartimenti in cui è diviso il Ministero dell'Istruzione una sezione speciale per sovraintendere alle « Arti plastiche » e un'altra intitolata la « Sezione teatrale » tutte, ben inteso, affidate al genio ebraico, e in particolare quella del teatro alla signora O. Z. Rosenfeldt, moglie di quel Rosenfeldt, detto Kamenev, uno dei negoziatori della pace di Brest-Litowsk, divenuto poi presidente del « Soviet » di Mosca, centro della repubblica. A dire il vero, non possiamo difenderci da un senso di amara ironia nel vedere questi allegri legislatori occupati a organizzare le sezioni per il teatro o per le arti plastiche, mentre disertavano il paese con la guerra civile e preparavano un prossimo avvenire di miseria e di fame!

    Senza indugiarci dietro a troppi altri uffici e comitati che pullulavano sotto cento nomi in quella fiera di, vanità democratiche, citeremo ancora il fatto che dei due Comitati centrali esecutivi, sorti dal IV e V congresso dei « soviet » degli operai-soldati-contadini-cosacchi di tutte le Russie, secondo gli elenchi venuti alla luce, il primo era composto, di 34 membri e di essi trentatré erano ebrei, uno solo russo: di esso fu presidente Iacob Mosseivitch Sverdlov, figlio di un farmacista ebreo di Nijni Novgorod. L'altro invece contava 62 membri, dei quali quarantatré circoncisi, gli altri russi, lettoni, armeni, georgiani, czechi, tedeschi, imeretiani. Insomma dal complesso di questi ragguagli risulta chiaro e manifesto un fatto: questa genia che fino a ieri giaceva nei vicoli ciechi; nei più bassi fondi della vita russa; di botto si è scossa e si è impossessata del trono: ieri non era nulla; oggi è tutto ed è dappertutto, e secondo l'istinto delle razze decadute si affretta a sfogare la rabbia del suo trionfo nella paura che duri poco. Come spiegare questo strano rovesciamento di cose, questa irruzione calcolata, sapiente che s'impadronisce a colpo sicuro di tutti gli organi della macchina sociale, così da potersi dire che in Russia - esempio unico - alla nazione slava è imposto il giogo di un'altra nazione, l'ebrea ?




    V




    Né alcuno creda, fidandosi di un'osservazione distratta e superficiale, che il rivolgimento russo sia un episodio sconnesso; una tempesta sollevata dall'incostanza delle passioni plebee come strascico passeggero dei disordini della guerra. No: la repubblica ebrea comunista è l'attuazione di una dottrina: sono i dogmi del vangelo di Marx e di Engels posti a fondamento di un programma sociale: è la teoria comunista messa in esperimento, e noi intendiamo facilmente come nessuno poteva essere più adatto interprete del pensiero di quel pretesi legislatori d'Israele o più esperti esecutori dei loro insegnamenti che gli uomini della stessa razza e delle stesse tendenze. Solo il pervertimento di una fantasia semita era capace di capovolgere tutte le tradizioni dell'umanità e creare una società il cui statuto fondamentale è « l'abolizione di ogni proprietà: la ricchezza non deve appartenere agli individui o a una classe di cittadini, ma alla comunità ». Il buon senso della stirpe ariana non avrebbe mai inventato un codice in cui al Principio di un'autorità sociale sottentrasse un ufficio centrale di statistica «dal quale verrà stabilito quante paia di stivali e di calzoni, quante salsiccie, quanta cera da scarpe, quanto grano, quanto panno dovrà essere prodotto o lavorato ogni anno; lo stesso ufficio fisserà quanti uomini lavoreranno nei campi, nelle fabbriche di salsiccia, nelle officine dei sarti. Tutto il lavoro sarà distribuito in misura corrispondente al bisogno, e la produzione sarà regolata secondo un calcolo preciso fondato sul numero degli strumenti agricoli, delle macchine, dei telai, e sopra la quantità disponibile delle materie prime e dei lavoratori » .

    Queste ed altre fino a ieri si stimavano utopie e facevano sorridere gli uomini seri: oggi quella gente ne ha fatto il modello della sua legislazione. Ha imposto il lavoro obbligatorio sotto la direzione e la vigilanza dello Stato: ha diviso la popolazione in quattro categorie per le distribuzioni alimentari: ha soppresso tutte le scuole, i collegi, le università come centri di infezione borghese. Un decreto, di Lenin ha prescritto « la educazione libera e gratuita delle classi operale » e per diffondere rapidamente i principii comunisti è stata istituita l'Accademia di Mosca, già mentovata di sopra, alla quale, sono inviati da tutte le provincie i giovani operai o contadini che si credono capaci di riuscire agitatori del partito, istruiti e mantenuti per questo fine a spese dello Stato. La repubblica ha soppresso tutti i tribunali ordinari dello Stato, e la giustizia è nelle mani di Commissioni straordinarie con potere di vita e di morte. È superfluo notare che anche i membri del commissariato della Giustizia sono tutti israeliti, ed a capo della Commissione suprema è il sanguinario Trotski.

    Dei grandi principii di libertà di stampa, di associazione o di parola, neppur parlarne: sono diritti che si rivendicano sotto il regime borghese per poter preparare la rivoluzione; ma a rivoluzione fatta, in governo comunista, che si può pretender di meglio? I malcontenti sono nemici dello Stato e vanno repressi severamente. Perciò la repubblica si è circondata di armi o di armati, ha imposto la coscrizione, e non parendole troppo salda e sicura la fede delle schiere paesane, non esitò un momento a rinnegare tutto il vecchio, antimilitarismo venduto ai gonzi e assoldare un esercito di cinesi, lettoni, ungheresi, vecchi prigionieri, profughi, vagabondi d'ogni colore, ai quali prendere servizio era il più sicuro mezzo di trovar dà, mangiare dove si moriva di fame. Tale non era, davvero il caso dei seguaci della sinagoga, e non li vediamo infatti far mostra di sé nel campo militare. L'ebreo non ama la milizia poiché non ha una patria: e quando dovette essere soldato, la rivoluzione lo fece traditore e assassino. Il branco di sicari che commise il feroce eccidio della famiglia imperiale moscovita nella notte del 16 luglio 1918 era comandato da due ebrei, Vaissen e Savarov, ed essi colpirono le vittime: ed ebrei pure erano le due guardie, Youroviski e Laipont, che avendo la custodia dei prigionieri lasciarono penetrare gli assassini. La carneficina inumana suscitò tanto orrore che, almeno per gettare un velo d'ipocrisia sopra i cadaveri, fu nominata una commissione d'inchiesta intorno al misfatto. La commissione, s'intende, ebbe sette ebrei sopra dieci membri. Non sappiamo quale esito l'inchiesta abbia avuto... né se sia mai stata fatta.

    Il governo di Mosca organizzò l'esercito rosso con una disciplina di ferro - né meno ci voleva per dare una coesione a quella razzamaglia di origine disparata - e lo preparò alla guerra di classe che la dottrina marxista predicava come necessaria allo stabilimento della dittatura del proletariato per giungere al comunismo. Il Lenin nella relazione al Comitato esecutivo dei « soviet“» dell'aprile 1918 denunciava ripetutamente: « Sarebbe la più grande stoltezza e la più stupida utopia credere che la transizione dal capitalismo al socialismo sia possibile senza costringimento e senza dittatura... Ogni grande rivoluzione e specialmente la rivoluzione socialista non è possibile senza una guerra civile »“. « Niente pace civile (scriveva già il Liebknecht alla conferenza di Zimmerwald) ma guerra civile, ecco la nostra parola d'ordine ». Il governo bolscevico non indietreggerà dinanzi a qualunque ostacolo gli attraversi la via e nulla risparmierà per il trionfo del suo ideale. « Al comunismo per mezzo della dittatura del proletariato, ecco il grido del partito. Dittatura significa un potere di ferro, un potere che non avrà compassione dei suoi nemici. La dittatura delle classi operaie è un potere di Stato che strozzerà la borghesia e i proprietari ». La bandiera della propaganda comunista porta scritta la formula: «Tutto il potere ai Soviet, la dittatura temporanea al proletariato la socializzazione totale delle attività umane e l'unione universale del proletariato di tutti i paesi ». Perché si osservi bene: il programma del partito comunista « non è solo la liberazione del proletariato di una nazione, ma di tutte le nazioni, giacché è il programma della rivoluzione internazionale. Il rovesciamento dei governi imperialisti a mano armata deve aprire la via alla dittatura internazionale della classe operaia ». E nella stessa Costituzione della repubblica russa all'art. 3 si dichiara che uno dei suoi intenti principali è « la vittoria del socialismo in tutti i paesi ».



    *
    * *




    Per questo noi dicevamo al principio di queste pagine che la Russia è oggi il campo sul quale si decide la sorte del mondo di domani. Abbiamo veduto come di questo campo essi tengano in mano loro il pieno possesso, come si sforzino d'impiantare il più odioso despotismo su quello sciagurato paese e si preparino per movere di là alla conquista dell'universo.


    1Di molti cambiamenti nella legislazione bolscevica si è parlato più volte nella stampa di tutti i paesi: ma è molto difficile di saperne il netto: e non crediamo che le cose siano migliorate.

    2Si ricordi il lettore che i nomi qui accennati sono quelli del primo governo, dato dalla nuova costituzione.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    INTORNO ALLA QUESTIONE DEL SIONISMO

    La singolarità unica del Giudaismo sta in ciò, che esso è, insieme e indissolubilmente, una nazione ed una religione, anche negli stessi giudei increduli, per il messianismo talmudico in essi persistente. Ancora più strano e singolare: il Giudaismo è una nazione equivoca e insieme, una religione equivoca. Nazione equivoca, perché, al medesimo tempo, è se stesso ed è un altro, quante sono le nazioni del mondo, dove si è stabilito: Giudaismo italiano, francese, tedesco, inglese, americano, romeno, polacco, e via dicendo, onde il giudeo gode di due nazionalità. Sembra che rechi vantaggi alla nazione dove risiede - e ne reca di fatto con la sua potenza finanziaria e con il suo ingegno - ma questi vantaggi sono direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente ordinati al sopravvento e dominio della nazione giudaica, detentrice dell'alta finanza e per mezzo di essa del dominio, più o meno larvato, del mondo (1). Religione equivoca, perché, se ha il vanto di essere stata l'unica vera religione - cioè il Giudaismo dell'antico Testamento, figura e preambolo del Nuovo, preparazione quindi del Cristianesimo - è ormai, in realtà, una religione profondamente corrotta: il Giudaismo del Talmud, antitesi del Cristianesimo. In fatti, tutto il valore del Giudaismo era nella sua sola ragione di essere la preparazione all'avvento del Messia: cioè il popolo eletto a conservare il culto del vero Dio e le promesse di redenzione e di regno universale del Messia Re e Salvatore del mondo. Venuto il Messia, in persona di Gesù Cristo, cessò, necessariamente ed automaticamente, il valore del Giudaismo tutt'insieme, e quale "popolo eletto" e quale religione: vos non populus meus, et ego non ero vester , secondo l'energica espressione del profeta Osea ( 1, 9) . Il vero messianismo, spirituale e soprannaturale, onde il Giudaismo era la vera religione e insieme il vero popolo eletto a prepararlo, si è cambiato nel messianismo talmudico, materiale e temporalistico. Sicché ora il Giudaismo in tanto è nazione in quanto si crede eletto al dominio messianico universale, materiale e temporale; ed in tanto è religione in quanto professa tale messianismo. Ecco perché il Giudaismo è una religione profondamente corrotta in quanto è una nazione che si presume eletta, ed è una nazione in quanto è la religione del messianismo corrotto. I messianismo, latente ed operante anche nei Giudei increduli e perfino atei, è essenziale al Giudaismo, come sopra si è detto. Togliete il messianismo e cesserà automaticamente il Giudaismo e la nazione giudaica. Se non che, è impossibile toglierlo dall'anima giudaica, fuori di un miracolo morale della Grazia, e cioè senza la conversione al Cristianesimo. Perciò, dicevamo, che non si può dare soluzione definitiva alla questione giudaica, se non con la conversione di tutto Israele al Cristianesimo. Il che, secondo la profezia di S. Paolo, avverrà negli ultimi tempi. Ma intanto la questione giudaica rimarrà insoluta, perché, come tutti consentono, anche i più benevoli ai Giudei, il messianismo corrotto, e cioè la fatale smania di dominio finanziario e temporalistico nel mondo, è la vera e profonda causa che rende il Giudaismo un fomite di disordini ed un pericolo permanente per il mondo. Non si può dare perciò se non una soluzione relativa e provvisoria, e questa non altra da quella tradizionale, adoperata dai Papi: la carità, senza persecuzioni, e insieme la prudenza con opportuni provvedimenti, quale una forma di segregazione o distinzione conveniente ai nostri tempi: insomma, una ospitalità e convivenza civile, in maniera simile a quella che si usa con gli stranieri. Né può dirsi che ciò sia un trattamento ingiusto verso cittadini di religione diversa, perché è purtroppo un fatto incontrastabile che il Giudaismo non è solo una religione, ma è indissolubilmente anche una nazione, fondate sul messianismo materiale e temporalistico, consapevolmente o inconsapevolmente, ma in ogni modo, inevitabilmente professato e vagheggiato.

    * * *

    Or bene, affinché i giudei possano essere considerati, con perfetta giuridicità, stranieri, viene proposta da alcuni la attuazione integrale del Sionismo, non solo con la costituzione di uno Stato giudaico in Palestina, ma con la possibilità di farvi rientrare, se non la totalità, almeno la massima parte dei giudei, ora sparsi nel mondo. Di questa opinione, propugnata in tutti i modi dal Prof. de Vries de Heekelingen (2), trattammo altra volta, venendo alla conclusione, che l'attuazione integrale del sionismo appare materialmente e moralmente impossibile, sia per la ristrettezza del territorio palestinese, sia per la invincibile opposizione degli Arabi, e sia perché la massima parte dei giudei non si indurranno mai ad andare in Palestina, abbandonando le residenze dove stanno bene (3). La costituzione di uno Stato giudaico, senza la effettiva comprensione dei giudei nel detto Stato, aggraverebbe, anziché scioglierla, la questio giudaica, in quanto all'equivoco della doppia nazionalità si aggiungerebbe un nuovo equivoco: quello di uno Stato la cui massima parte di cittadini ne vivono fuori. Ma vi è di più: uno Stato giudaico in Palestina sarà sempre un fomite di disordine e di perpetua guerra tra i giudei e gli arabi, come si vede al presente. La stessa Inghilterra ora non sa come cavarsi dal vespaio che ha suscitato, prima con la dichiarazione del Balfour sul focolare nazionale giudaico, e con aver favorito l'immigrazione ed invasione dei giudei; ora con la proposta "tripartita" che non contenta nessuno, né i Giudei, né gli Arabi, né i Cristiani. E' noto che il Governo britannico, ammettendo le conclusioni della Commissione d'inchiesta, proponeva la partizione della Palestina in tre parti: uno Stato ebraico, comprendente la maggior parte della Galilea e la fascia costiera della Samaria e della Giudea; uno Stato arabo comprendente l'entroterra della Samaria e della Giudea, più la Transgiordania; un Mandato permanente inglese per Gerusalemme, Betlemme e Nazaret, con un corridoio d'accesso al mare. Inoltre l'Inghilterra si riserbava temporaneamente l'amministrazione di Caifa, Acri e Tiberiade ( Civ. Catt. 1937 III, p. 376). Il XX Congresso Sionista, tenuto a Zurigo nei primi giorni di agosto 1937, sotto la presidenza del Dr. Weizman, presidente dell'organizzazione sionista, accettò in massima la creazione dello Stato ebraico, ma, naturalmente, senza partizioni territoriali, né restrizioni all'immigrazione ebraica (Civ. Catt. ivi, pp. 471-473). Poco dopo, la Commissione dei mandati presso la Società delle Nazioni a Ginevra, ascoltata la relazione del Sig. Ormsby Gore, ministro britannico delle Colonie, si dimostrò favorevole alla proposta dell'Inghilterra, pure stimando per ora inattuabile la creazione dei due Stati, l'arabo ed il giudaico, ed essere necessario un periodo di prova. (Civ. Catt., ivi, pp. 473-474; 567). Di recente, in una lettera del Sig. Ormsby Gore all'Alto Commissario britannico per la Palestina, pubblicata il 4 gennaio di quest'anno, si trattava dei procedimenti per l'attuazione della "tripartizione" ; i quali, secondo l'interpretazione ed i lamenti sionisti, sarebbero ordinati a rimandare il più lontano possibile l'attuazione della proposta tripartizione. Secondo la lettera dell'Ormsby, i procedimenti sarebbero distinti in sette periodi: l) Sarà istituita una "Commissione tecnica" per stabilire i confini della tripartizione ed organizzare le questioni finanziarie ed economiche dipendenti da essa. Nel determinare i confini, si dovrà attendere a due condizioni: a) che in ciascuno dei due Stati, giudaico ed arabo, si abbia sufficiente sostentamento e adeguata sicurezza; b) che ciascuno di essi comprenda il minor numero possibile di persone dell'altro Stato. 2) Il Governo britannico esaminerà le proposte della Commissione e, se le troverà convenienti, le proporrà al Congresso della Lega delle Nazioni. 3) La Lega esaminerà le proposte del Governo inglese e le approverà. 4) Dopo tale approvazione, si istituiranno "nuovi sistemi di governo" nei territori determinati. 5) Se le due parti, giudei ed arabi, si accorderanno, il Governo intavolerà negoziati per i trattati diretti alla costituzione di Stati indipendenti. 6) Prima di stabilire gli Stati indipendenti, si potranno amministrare temporaneamente i due territori, giudeo ed arabo; sotto mandati separati, o sotto un sistema di "cantonizzazione". 7) Finalmente saranno costituiti gli Stati indipendenti.

    * * *

    Quanto tempo ci vorrà a percorrere questi periodi? E ancora non siamo neanche al primo! Così lamenta il sionista Ben Gurion, nel lungo commento che egli fa della lettera dell'Orsmby in un giornale esclusivamente giudaico, The Palestine Post del 9 gennaio 1938. Può esser vero- ed in questo caso prudente - che l'Inghilterra con questi procedimenti voglia prender tempo, perché, ripetiamo, nel presente stato di cose, la stessa Inghilterra non sa da che parte rifarsi, per portar rimedio a tanti guai, trovandosi tra due fuochi: gli Ebrei, come hanno ripetuto a voce e per iscritto migliaia di volte, vogliono prendersi tutto; e gli Arabi vogliono ritenersi tutto. La Commissione, recatasi lo scorso anno a studiare la proposta della ripartizione, vi andò con un disegno prestabilito. Infatti (come confessò il Weizman stesso, per sottrarsi alle accuse dei suoi nel Congresso internazionale di Costanza), appena giunta la Commissione in Palestina, egli ne fu chiamato. Sentitasi proporre la ripartizione in due e un corridoio, si recò subito per aereo a Londra, per parlarne con il "Bureau" centrale sionista; e il giorno dopo ritornava con risposta affermativa. Sarebbe stato questo il primo passo, che doveva poi essere seguito da un secondo più definitivo: una clausola che permettesse agli Ebrei di liberamente entrare in Transgiordania (dove hanno già fatti molti acquisti alla chetichella) e farvi di terre privatamente, come tutti gli altri. Tanto erano certi di arrivare a impossessarsi di tutto. Ma gli arabi non erano tanto semplici da non comprendere ciò che la divisione avrebbe significato in ultima analisi: l'assorbimento graduale. E allora incominciò la reazione, massime quando la Commissione disse di voler sentire dagli Arabi (allorché tutto era già stato determinato col Weizman) che cosa essi ne pensassero, quale rimedio suggerissero, per poi sottoporre tutto a S. M. Britannica, non toccando alla Commissione se non la parte d'informatrice. La ripartizione poi, quale fu proposta, è praticamente impossibile. Come opporre barriere che impediscano l'accesso reciproco in territorio avversario, mentre L'accesso è voluto dalla stessa viabilità attraverso la Palestina ? E poiché ora, immensamente più di prima, Ebrei ed Arabi odiano cordialmente, chi potrà trattenere, massime il basso popolo, di venire alle mani ad ogni incontro ? E di più, vi sono elementi comuni come l'acqua, portata per canalizzazione, la luce, il telegrafo, il telefono, i quali tutti passano e ripassano per i diversi territori. Gli Arabi non fanno allora, come usano già da un anno, rappresaglie ai loro cari vicini? E quando poi vedranno che gli Ebrei, boicottando essi pure a loto volta (come fanno gli arabi con loro) tutto ciò che è arabo, non si serviranno che di importazione ebraica e di mano d'opera ebraica, saranno gli Arabi inclinati a mitigare la loro reazione ? Infatti, come avviene al Parlamento inglese, già esistono due correnti, una pro e l'altra contro la ripartizione. Né l'una né l'altra fa l'interesse sionista. Non quella della ripartizione, perché crea l'opposizione permanente del mondo arabo. Ma neppure l'altra, perché impedisce agli Ebrei di arrivare ad avere un'autonomia che sia un principio del riconoscimento da parte dello Stato, il quale dia loro voce ufficiale tra le nazioni, e come un addentellato, a cui possano a poco a poco appoggiare tutte le altre loro rivendicazioni. Perciò essi preferiscono starsene anche con poco, pur di cominciare in modo autonomo e con personalità politica. Quando tuttavia gli ebrei saranno soli e materialmente separati dagli Arabi, si divoreranno tra di loro: mancheranno di un larghissimo cespite da impiegare i loro prodotti e la loro opera professionale ed artigiana; laddove oggi gli ebrei sono da tutti cercati per avere lavori ben fatti, e nei loro negozi si compra a molto miglior mercato; sicché i Comitati arabi di resistenza dovettero mettere proprie sentinelle per impedire l'accesso dei loro connazionali ai negozi ebrei; tanto sono consapevoli che tutti ci vanno. Come scenderà allora il commercio ebraico! Quindi le crisi, ancora più forti che al presente, renderanno impossibile il vivere agli stessi Ebrei. La condizione presente è quanto mai rovinosa: non vi sono più pellegrini né forestieri. Quindi, mancando questo principale cespite di commercio, le automobili sono stazionarie, i negozi falliscono, gli alberghi si chiudono. Anche tra gli Ebrei è sospesa la costruzione di ogni genere di edifici; perché ognuno si domanda che ne sarà domani; la miseria è estrema, specialmente nella classe borghese di secondo ordine, quella dei dragomanni, negozianti ecc.; di tutti coloro insomma che non osano stendere la mano, come fanno i poveri del basso popolo. Certo è che il governo inglese, il quale ha profuso ogni genere di favori agli Ebrei, non ha fatto nulla per gli Arabi: non istituito una banca agricola, che pure avrebbe rialzato le sorti del dopoguerra; non favorito le industrie; ma ha invece aggravato le tasse, fino ad arrivare, in pochissimi anni, ad accumulare una riserva di sette milioni di sterline. Di più ha rovinato indirettamente il popolo con la eccessiva moltiplicazione delle scuole, le quali strappano la gioventù ai lavori della terra per darle in mano un pezzo di carta che non è di alcun valore, né qui in Palestina dove non si possono moltiplicare gli impieghi, né fuori di Palestina, dove non ha nessun senso. Fu anche questo un mezzo per disamorare l'Arabo della terra e così facilitarne il passaggio, pacifico e silenzioso, all'ebreo. Tutti sono indebitati a più non dire, e se si continua ancora di questo passo, un anno o due, non è impossibile che scoppi una vera rivoluzione; perché la fame non ascolta ragioni.

    * * *

    Quale rimedio si potrà dunque apportare che rimetta l'ordine e la pace in Palestina ? Nessun altro che la partenza degli Ebrei, o almeno la cessazione dei loro progressi e della loro immigrazione, in una parola, il totale abbandono dell'idea di uno Stato ebraico in Palestina. Tra gli stessi Ebrei, ben pensanti e più pratici che idealisti, si riconosce la insostenibilità della condizione presente Perciò occorrerebbe studiare un modo per indurre gli altri Ebrei a cambiar rotta, rinunciando a un possesso integrale e generale della Palestina, quale si propongono come ultimo fine, anche se fanno mostra di accontentarsi di qualche tratto autonomo. Gli Ebrei diranno che hanno fatto spese enormi. Sia pure, e quanto acquistarono in Palestina, resti pur loro; ché gli Arabi si acquieterebbero, quando sapessero con certezza che il pensiero di invadenza totale è abbandonato. L'Inghilterra per la prima ne avvantaggerebbe, perché cessato il sionismo, si troverà in condizione molto più solida e pacifica, mentre già gli ebrei sono in un numero così rilevante da bilanciare l'influenza e attutirne l'orgoglio. Così la pace rientrerebbe in questi paesi. L'India poi e le altre regioni mussulmane sarebbero meglio disposte a mantenere buone relazioni con l'Impero britannico. Tale, in sostanza, è l'opinione di persone, che hanno studiato e se da presso il movimento sionista; e alle loro giudiziose proposte crediamo bene che si dovrebbe porgere dalle opposte correnti una ben considerata attenzione, se si vuole pacificamente risolvere la questione del Sionismo palestinese.

    Note
    (l) Valga un esempio. Il Regime Fascista , in un articolo di fondo (Cremona, 22 gennaio 1938), dopo aver dato la lunga lista dei posti occupati dagli ebrei a Trieste, conclude: Facendo le dovute proporzioni fra i 250 mila cattolici e i 4000 ebrei, si deve concludere che questi hanno i nove decimi (900 per mille!) dei posti in cui si esprime la direzione intellettuale, economica, finanziaria e sindacale di Trieste

    (2) H. de Vries de Heekelingen, Israele, il passato, l'avvenire , Milano-Roma, Tumminelli e C. Editori, 1937-XVI

    (3) La questione giudaica , Civ. Catt., 1937, II, p. 418; 497; III, p. 27
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Da: La Civiltà Cattolica, Roma, 16 luglio 1938, a. 89, vol. III, quad. 2114, pp. 146-153

    La questione dei Giudei di Ungheria
    La questione giudaica in Ungheria è antica da circa tre quarti di secolo e non ha nessuna connessione, né di principi, né di procedimenti con il recente antisemitismo razzista del Nazionalsocialismo e neanche con gli antisemitismi di altre nazioni. Ciascuna nazione provvede alla sua conservazione, difendendosi da elementi perturbatori, secondo lo spirito delle proprie tradizioni, o anche, purtroppo, come nella Germania d'oggi, secondo ideologie inalberate a vessillo di raccolta e risorgimento nazionale. La nazione Magiara ha tradizioni millenarie fondamentalmente cristiane e insieme cavalleresche e leali, mantenutesi vive sino ad oggi, risorte a nuovo rigoglio segnatamente dopo la grande guerra ed il cataclisma giudaico - bolscevico, fortunatamente breve, del 1919, e manifestatesi con una magnifica vitalità nel Congresso Eucaristico Internazionale di Budapest, come abbiamo sommariamente esposto nel nostro periodico (18 giugno, 1938, II, 481).

    L'Ungheria è tuttora una Monarchia cattolica, decorata del titolo di "Apostolica", sin da quando il Papa Silvestro II nell'anno mille, diede a S. Stefano, oltre il titolo di Re, il titolo di "Apostolo", la "Santa Corona" e la Croce simile a quella dei Legati. Nessuno dei Re ha piena autorità se non è coronato con la "Santa Corona", anzi non conta nella lista dei Re di Ungheria, come Giuseppe II, che non fu coronato. Ed al presente, il capo dello Stato è semplicemente Reggente . La Santa Corona non è un emblema, è la monarchia stessa; non appartiene a chi è stato con essa coronato, ma al popolo: essa è il palladio sacro della nazione ungherese ed aspetta il monarca, sulla cui testa potrà essere imposta dall'Arcivescovo di Strigonia, Primate di Ungheria.

    Inoltre l'Ungheria è stata il baluardo della Cristianità contro la invasione turca per 355 anni (1363-1718) e benché a un certo tempo fu quasi del tutto oppressa sotto il giogo ottomano, riuscì a liberarsene, e con sé l'Europa cristiana.

    "L'Ungheria ha rappresentato sempre - dichiarava nel 1930 il prof. Giacinto Viola dell'Università di Bologna, - la lotta della luce contro le tenebre. Nel compito immenso che essa si è addossato, l'Europa non sempre ha compresa la sua grande missione nella storia della civiltà occidentale e l'ha spesso lasciata sola. Donde ha tratto il popolo magiaro, un pugno di pochi milioni, l'immensa forza di resistenza per salvarsi pur sempre, isola perduta in mezzo all'oceano tempestoso del panslavismo? Il segreto della salvezza dell'Ungheria, della sua resistenza, sta nei suoi valori ideali. Mai la storia di alcun popolo ha dimostrato come la forza degli ideali valga assai più che la forza degli eserciti, come le forze spirituali superino di gran lunga le forze fisiche".

    E quali sono questi ideali e queste forze spirituali? Il Viola li addita nella sua fiamma religiosa e cavalleresca: "L'Ungheria, per 150 di dominazione turca, ha vissuto solo perché ha voluto vivere. Ogniqualvolta, nella storia, si è abbattuta, crivellata di ferite, mutilata, esangue, si è disperatamente riafferrata alla religione, agli eroi della sua storia, ai suoi santi, alla immensa fiamma di civiltà, di aspirazione alle forme superiori di vita, ed è risorta ed ha riedificato lo Stato, ha ricostruito i suoi grandiosi monumenti, nei quali si sente come espressa in forma di arte la grandiosità della sua anima". (1)

    Queste nobili parole del moderno professore sono una eco inconsapevole di altre nobili parole del grande luminare della Storia Ecclesiastica, il Card. Baronio, il quale fece questo splendido elogio della nazione magiara: "Tratta, da una forza miracolosa dal suo antico nido nascosto in fondo all'Asia, questa nazione ha obbedito ad una potenza superiore, che l'ha scelta, guidata, innalzata, e ne ha fatto la più solida e incrollabile fortezza della Cristianità. Erano nati eroi quei guerrieri, che ad un valore terribile accoppiavano una pietà edificante, riportarono vittorie che hanno del miracoloso e, per parecchi secoli, sostennero e protessero i popoli cristiani"(2).

    Una delle tradizioni singolari della nazione magiara è la cavalleresca liberalità verso gli stranieri. Il santo Re Stefano fu il primo a chiamare degli stranieri in Ungheria. Oltre i religiosi che avevano convertito il paese al Cristianesimo, egli fece venire artisti per edificare chiese, coltivatori, artigiani, assicurando loro libertà di conservare i loro costumi ed inviolabilità, non chiedendo loro altro che l'osservanza delle leggi del Regno ed un'imposta per le terre loro concesse. Agli immigrati è dato il titolo di hospites , sacro per i magiari. Quando conquistarono i paesi vicini, Boemia, Polonia, Bulgaria, Bosnia, Moldavia, Valacchia, ecc. non imposero loro né i loro costumi e la loro lingua, ma solo li spinsero a convertirsi al Cristianesimo .

    S. Stefano, pur amando la sua patria e la sua nazione, voleva che essa profittasse di quanto di buono potevano recarle gli stranieri ed i coloni, tenendo un principio singolare, che farà stupire i moderni nazionalisti ad oltranza: unius linguae, uniusque moris regnum imbecille et fragile est , come egli dice in uno dei consigli al figlio Emerico, che giova riportare per disteso: "Gli ospiti e gli stranieri devono occupare un posto nel tuo regno. Accoglili bene e accetta i lavori e le armi che possono recarti; non aver paura delle novità; esse possono servire alla grandezza e alla gloria della tua corte. Lascia agli stranieri la loro lingua e le loro abitudini, giacché il regno che possiede una sola lingua e da per tutto i medesimi costumi è debole e caduco. Non mancare giammai di equità né di bontà verso coloro che sono venuti a stabilirsi qui, trattali con benevolenza, affinché essi si trovino meglio presso di te che in qualsiasi altro paese".

    Questi principi, male intesi e male applicati, segnatamente rispetto ai giudei, sono stati fonte di guai per l'Ungheria. Il liberalissimo e cavalleresco Santo Re da bensì agli stranieri il titolo di ospiti , ma non quello di cittadini , né molto meno di padroni...

    Ora i Giudei, immigrati in Ungheria in più gran numero durante il periodo dei governi liberali, 1860-1914, vi sono divenuti non solo ospiti, ma cittadini (che hanno anche la loro rappresentanza nel Senato) e padroni. Essi sono circa 444 mila, cioè il 5 per cento di tutta la popolazione di nove milioni; e nondimeno, come è stato pubblicato di recente, essi hanno un'altissima percentuale nei posti e nelle professioni dominanti. Nella capitale, Budapest, di poco più di un milione di abitanti, essi sono circa 230 mila, cioè circa un quinto, e naturalmente vi esercitano di più la loro prevalenza.

    Riportiamo dai giornali le statistiche del loro predominio in tutta l'Ungheria:

    "Secondo le statistiche più recenti (quelle del 1930) il 15,4% dei proprietari fondiari sono ebrei come pure sono ebrei un terzo dei proprietari di miniere e di fonderie, mentre il 33,3% degli impiegati di queste industrie sono ebrei. Naturalmente gli operai ebrei in esse occupati sono soltanto il 0,1%. Per quanto riguarda l'industria in generale ed il commercio l'11% degli imprenditori, un terzo della classe dirigente ed un ottavo degli impiegati sono ebrei e l'industria alberghiera è per un quinto nelle loro mani. Particolarmente rilevante è la posizione degli ebrei nel commercio. Su 83.671 commercianti 38.072 sono ebrei; inoltre il 52% degli impiegati commerciali hanno posti direttivi ed il 30,3% di quelli d'ordine inferiore.

    Ma dove gli ebrei occupano veramente una posizione di privilegio è nelle Banche e negli istituti di credito. Su 324 Banche ed Istituti di credito 223 sono nelle mani degli ebrei, e circa il 40% degli impiegati sono tali. Non solo, ma i 20 più potenti capitalisti finanziari ebrei occupano ben 249 posti nei Consigli amministrativi dei vari Istituti di credito, sicché è facile comprendere quanto sia rilevante l'influenza ed il potere del capitale ebreo in Ungheria, e conseguentemente difficile la soluzione della questione ebrea nello stesso Paese. Non parliamo, noi, della percentuale ebrea di medici, ingegneri, avvocati e farmacisti.

    Soltanto nella città di Budapest sono ebrei: il 47% degli avvocati, il 62% dei veterinari, il 37% dei farmacisti, il 40% degli ingegneri. Anche la stampa ha una grande percentuale di ebrei: il 36% dei giornalisti sono ebrei e nella città di Budapest il 67%. Ebrei sono 14 dei 18 quotidiani e 5 dei 6 settimanali; delle 263 tipografie 163 sono ebree e delle 271 librerie 198, mentre su 6 Case Editrici 4 sono ebree (Atheneum - Franklin - Reti - Singer e Wolfner)".

    Ma vi ha, purtroppo, un altro loro predominio, funesto per la vita religiosa, morale e sociale del popolo ungherese, ed è che tutti o quasi tutti i giudei del ceto intellettuale e dirigente non sono credenti, ma liberi pensatori, o rivoluzionari, o massoni e organizzatori della massoneria: anticristiani nella vita morale e nella vita intellettuale; capitalisti nella vita economica sono poi socialisti o filosocialisti nella vita sociale, mantenendo intese con i sindacati socialisti e con i loro capi; in una parola, la loro legge di vita ( e cioè la loro legge morale pratica) è il successo nel mondo per qualsiasi mezzo. La denatalità fra essi (frutto del basso livello morale) è tale, che vanno diminuendo sensibilmente, ed in una quarantina d'anni, come prevede un sociologo, i giudei d'Ungheria (dove ora è loro vietata l'immigrazione) saranno ridotti alla metà. Secondo le statistiche del 1929, date dall'autore (giudeo) dell'articolo Ebrei nell'Enciclopedia Italiana (XIII, p. 328) i giudei erano in Ungheria 520 mila, ora sono ridotti a 444 mila; è questa una forte diminuzione, anche se si supponga la metà per emigrazione.

    In ogni modo, sino ad ora i giudei sono stati i padroni dell'Ungheria come si rileva dalle statistiche sopra riportate. Nella presente ondata antisemita sono diventati meno pretenziosi e corrono ai ripari con mostra di moderazione. Un esempio: un giornale giudaico, Az Est (La Sera) che ha una tiratura quotidiana di 300 mila copie, da anticlericale è divenuto conservatore e perfino filocattolico, lodando il Papa ed il Cardinale Faulhaber nel loro atteggiamento verso il neopaganesimo razzista, chiaro che i cattolici ungheresi non gradiscono tali alleati della Chiesa.

    Un Padre gesuita, predicatore, conferenziere e scrittore, aveva dato intorno alla questione giudaica in Ungheria, su un giornale di destra, una "intervista", che ebbe non poca risonanza. Il direttore, giudeo, di una rivista letteraria distruttiva della religione e della morale, chiese di poter parlare al detto Padre, chiedendogli una "rettificazione". Il Padre, naturalmente si negò, e cercò in tre ore di discussione di illuminare il suo interlocutore, che si professava ateo, e ad ogni argomento opponeva: "sono questioni metafisiche; non possiamo intenderci". Con fermezza e lealtà, il Padre gli dichiarò: "non desisterò dal combattervi sino a quando non avrò spezzato la vostra penna funesta!". Da allora la rivista si e fatto come un pregio di riportare le conferenze di quel Padre, talora quasi alla lettera, specialmente quando egli parla della carità... I giudei, in Ungheria, non sono organizzati tra loro per una azione comune sistematica; basta loro la solidarietà istintiva e insopprimibile della loro nazione per fare causa comune nell'attuare il loro messianismo agognante al dominio della terra ed al possesso dei beni temporali.

    Ad un giudeo commerciante di Vienna, lo stesso Padre, entrato in discorso sull'antisemitismo e le sue ragioni nel popolo ungherese, fece la dimostrazione storica della nefasta prevalenza giudaica nella rivoluzione del 1919, che commise tanti delitti e tanti latrocini: dei 32 commissari del popolo, 27 erano giudei, con a capo Béla Kun. - Io sono un giudeo onesto, contrario ad ogni disordine, replicò il commerciante. - Ebbene, riprese il Padre, voi giudei onesti siete nondimeno solidali con rivoluzionari; tra noi cattolici avviene il contrario, noi non siamo mai dalla parte di quei cattolici che traviano, noi li combattiamo risolutamente; voi invece vi sentite solidali con i vostri correligionari in qualsiasi caso. Il giudeo commerciante chinò il capo in un breve silenzio, e confessò: Padre, avete ragione, però, Padre, das ist bei uns eine Herzenssache! (è per noi una questione di cuore!).

    Simili confessioni non sono rare, quando con lealtà magiara si oppone ai giudei la verità. Il medesimo Padre in una conferenza a giovani studenti di una Scuola Normale, cattolici, protestanti e giudei, sulla concezione della vita, espose, naturalmente la concezione cattolica, e toccando dell'antisemitismo, dichiarò francamente: Come Sacerdote e come ungherese io sono antisemita non per ragioni di razza o di religione, ma perché i giudei non sono veri giudei: essi hanno rigettato Cristo il fiore della loro nazione e dell'umanità intera; essi hanno rigettato la Torah ed il Vecchio Testamento, che preannunziano e preparano Cristo; essi pertanto sono i negatori del vero giudaismo, i veri nemici di se stessi e del mondo: dobbiamo perciò combatterli, come si combatte l'errore e la distruzione. A queste parole si alzò uno studente, pallido in volto, e disse: Padre, io sono giudeo, e vi ringrazio di questa vostra franca dichiarazione: non avevo mai udito siffatta spiegazione dell'antisemitismo e vi confesso che avete ragione.

    L'antisemitismo dei cattolici ungheresi non è perciò né l'antisemitismo volgare fanatico, né l'antisemitismo razzista, è un movimento di difesa delle tradizioni nazionali e della vera libertà e indipendenza del popolo magiaro. Nel "Programma ungherese per il movimento sociale", propugnato dall'Azione Cattolica (nella quale le sono organizzati 250 mila uomini) il IX punto, sulla "soluzione della questione giudaica secondo gli interessi della nazione ungherese", dice: "I giudei, che non hanno accettata sinora la concezione ideale storica della nazione ungherese, non hanno il diritto di influire sulla vita intellettuale del paese, né nella stampa, né nella letteratura, né nella vita artistica. Questo medesimo principio deve essere applicato contro tutti quegli ungheresi che solidarizzano con i giudei. Dobbiamo spezzare il liberalismo distruttore della nostra vita economica, mediante il sistema corporativo, che sottoporrà il capitale all'interesse generale della nazione. Noi esigiamo dal Governo l'interdizione dell'entrata degli stranieri (giudei) nel paese, perché non possiamo ricevere altri mentre i nostri compatrioti non hanno di che mangiare. Esigiamo inoltre che vengano allontanati tutti quelli che sono entrati senza permissione (giudei riusciti ad entrare per favoreggiamenti illeciti) e la punizione di quei funzionari che li hanno aiutati contro le leggi".

    Si vuole, insomma, la difesa della nazione, contro il pericolo presente di una più numerosa invasione giudaica dalla Germania, dall'Austria e dalla Romania, e contro il liberalismo favoreggiatore del giudaismo e del suo nefasto predominio, senza persecuzioni, ma con mezzi energici ed efficaci.

    Sinora l'unica legge di difesa è stata quella del numerus clausus , sancita nel 1922, onde è vietato ai giudei l'ingresso alle Università oltre il numero corrispondente alla loro percentuale del 5 per cento della popolazione.

    Si è preparata intanto una legge, che stabilisce un numerus clausus , nella vita economica, ed un'altra più particolare sulla stampa, onde i giudei non potranno avere oltre il 20 per cento di rappresentanti nelle professioni, nelle banche, nell'industria, nel commercio, nei giornali, ecc. insomma nella vita economica, intellettuale e morale della nazione. Questo numero non è, a dir vero, tanto ristretto in relazione al 5 per cento dei giudei in tutta la popolazione; ma per ora si vuol procedere a gradi, senza persecuzioni, favorendo possibilmente l'esodo pacifico dei giudei dall'Ungheria, che essi hanno "malmenata", ed attuando, rispetto ad essi, l'augurio di Dante: "O beata Ungaria, se non si lascia più malmenare!" (Par. 19, 142-143).

    Non entriamo nei particolari di queste leggi proposte; notiamo solo, che esse sono ispirate alle nobili tradizioni magiare di cavalleresca e leale ospitalità, restringendosi solo al puro necessario, che molti anzi stimano non sufficiente. Un particolare merita rilievo: la legge considera come giudei anche coloro che si sono battezzati dopo il 1 agosto 1919, eccetto gli ex-combattenti. Quella data servirebbe ad ovviare alle conversioni non sincere ed interessate, come quelle che avvennero allora (se ne contano circa 16 mila) al tempo della reazione nazionale ungherese subito dopo la rivoluzione bolscevica e la caduta di Bela Kun. Questa disposizione non incontra l'approvazione di alcuni cattolici, perché sembrerebbe dover porre ostacolo a non poche conversioni sincere; altri rispondono, che, al contrario, gioverà a favorire la sincerità delle conversioni. Non crediamo di nostra competenza intervenire col nostro giudizio su tale questione. Essa potrà venire risolta conforme alle tradizioni cristiane e cavalleresche della nazione, la quale è ora sotto il governo di un uomo di qualità superiori, il Presidente dei Ministri Béla Imrédi, cattolico fervente ed insieme politico avveduto e di mano forte.

    M. Barbera S. I.



    NOTE

    (1) Les efforts culturels de la Hongrie, de 896 à 1935, Budapest, 1935, p. 278

    (2) Citato da E. Horn, Saint Etienne, Paris, 1899, p. V-VI
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito GLI EBREI E LA BIBBIA

    Introduzione

    Cosa sappiamo dell’ebraismo? Quali sono le convinzioni che sono alla base della fede degli ebrei ? Praticamente non sappiamo nulla se non quello che trapela da qualche autore capace di leggere i testi originali in ebraico.

    Gli elementi si trovano nei testi originali o, in molti casi, nei libri moderni scritti in ebraico che sono destinati a un pubblico di specialisti. Cerca invano chi pensa di trovarli in pubblicazioni in lingua vernacolare.

    Un altro equivoco, particolarmente comune tra i cristiani o tra chi è in qualche modo influenzato dalla tradizione e dalla cultura cristiana è che il giudaismo odierno sia una "religione biblica”, e che quindi il Vecchio Testamento occupi nel giudaismo lo stesso posto centrale e la stessa autorità legale che la Bibbia rappresenta per i protestanti, e persino per i cattolici.

    In tale ambito i criteri interpretativi della religione sono fissati rigidamente, dal Talmud piuttosto che dalla Bibbia.

    Occorre ricordare che la fonte prima dell'autorità per tutte le manifestazioni del giudaismo classico e dell'ortodossia contemporanea, è il Talmùd babilonese, mentre il resto, sono testi autorevoli ma supplementari.
    Il sistema legale del Talmùd è globale e rigidamente autoritario ma, al tempo stesso, capace d'infiniti sviluppi senza possibilità di operare alcun cambiamento nei suoi fondamenti dogmatici, copre qualsiasi aspetto della vita ebraica sia individuale che sociale, di solito nei più intimi dettagli, con sanzioni e punizioni per qualsiasi peccato concepibile o infrazione alle regole.

    Il punto di vista classico, e dell'ortodossia contemporanea, é che il significato interpretativo del Talmud , anche quando é contrario al senso letterale dello scritto biblico, é sempre e comunque normativo.

    Forse, addirittura la maggior parte dei versetti biblici che prescrivono obblighi rituali sono “intesi” dal giudaismo classico e dall'ortodossia contemporanea in un senso diverso dal loro significato letterale, o addirittura contrario a quello che gli danno i cristiani o altri lettori del Vecchio Testamento che vedono il testo in sé per sé. La stessa divisione si ha oggi in Israele tra chi è stato educato nelle scuole religiose ebraiche e chi ha frequentato le scuole pubbliche dove s'insegna il semplice significato del Vecchio Testamento.

    I cambiamenti di significato non vanno tutti nella stessa direzione. Almeno dal punto di vista etico. Gli apologeti del giudaismo sostengono che l'interpretazione della Bibbia, cominciò con i Farisei e fu codificata nel Talmud. Gli esempi che seguono dimostrano quanto sia contraria alla nostra la sua interpretazione.

    1 - Cominciamo con il Decalogo. L'ottavo comandamento "Non rubare", (Esodo, 20: 15) è considerato come la proibizione del "furto", è inteso come rapimento, di un ebreo. Il furto della proprietà non è un reato capitale così come il rapimento dei gentili da parte degli ebrei è permesso dalla legge talmudica. Invece, un'altra sentenza virtualmente identica, "tu non ruberai" (Levitico, 19:11), è accettata invece, nel suo significato letterale.

    2 - IL famoso versetto "Occhio per occhio, dente per dente..." (Esodo, 21:24) viene interpretato nel senso di “occhio” = denaro, cioè il pagamento di una multa al posto della rappresaglia fisica.

    3 - Il versetto "Non bollirai l'agnello nel latte della madre" (Esodo, 23:19) è interpretato come il divieto di mescolare qualsiasi specie di carne con il latte o con uno dei suoi derivati. Visto che lo stesso versetto è ripetuto in altri due passi del Pentateuco, la ripetizione come tale è considerata come un divieto agli ebrei di mangiare quella mescolanza di carne e latte, di cucinarla per qualsiasi ragione, di goderne e trarne vantaggio per qualsiasi ragione.

    4 – E’ assai frequente che termini generici come "il tuo simile" o "lo straniero" o persino "l'uomo" assumano un significato esclusivista. IL famoso versetto "ama il tuo simile come te stesso" (Levitico, 19: 18) è interpretato dal giudaismo classico e dall'ortodossia contemporanea come un'ingiunzione ad amare il proprio "simile ebreo" e non il proprio "simile uomo" .
    Analogamente, il versetto “né permetterai che si sparga il Sangue del tuo simile (amico)” (Levitico 16) vuole dire che non sì deve stare a guardare quando la vita di un tuo “simile ebreo" è in pericolo.
    Il generoso precetto di lasciar spigolare il proprio campo e la vigna ai ‘poveri e agli stranieri' (Levitico, 9:10) viene riferito esclusivamente agli ebrei poveri e ai convertiti al giudaismo.
    Le leggi riguardanti i tabù dei cadaveri cominciano con il versetto: “Questa è la legge: quando un uomo sarà morto in una tenda, chiunque entrerà nella tenda e chiunque vi si trovi sarà impuro per sette giorni" (Numeri 19: 16).

    La parola “uomo” (adamo) significa “ebreo” e per questo soltanto un cadavere ebreo è tabù, cioè impuro" e sacro al tempo stesso. Forti di questa interpretazione, i pii ebrei hanno un vero e proprio timore reverenziale, per i cadaveri e per i cimiteri ebraici mentre non hanno lo stesso rispetto per i cadaveri e per i cimiteri non-ebraici. Così in Israele, sono stati distrutti cimiteri musulmani; la costruzione dell'Hilton di Tel Aviv è nel posto dove prima esisteva un cimitero musulmano.

    5 – Infine, consideriamo uno dei più bei passi profetici, la stupenda condanna dell'ipocrisia e dell'arido ritualismo fatta da Isaia e la sua esortazione ad essere umani.
    Risulta evidente da questi esempi che gli ebrei ortodossi, leggono un libro molto diverso dalla Bibbia che è letta dai non-ebrei o dagli ebrei non ortodossi.
    Tale distinzione si applica persino in Israele, anche se i seguaci dei due “orientamenti" leggono il testo ebraico.

    L’esperienza, particolarmente dopo la guerra del 1967, ha ripetutamente confermato l'enorme divario che c'è nella ricezione e comprensione del testo biblico. In Israele e altrove, numerosi ebrei non ortodossi che non conoscono in dettaglio il rituale ebraico, hanno tentato, e tentano, citando i versetti biblici nel loro significato umano, di far ragionare gli ortodossi e la destra israeliana che a questi s’ispira, del loro atteggiamento troppo duro nei confronti dei palestinesi, non hanno nessun effetto su chi segue i principi dei giudaismo classico.
    Se un vuoto comunicativo di questo genere esiste in Israele ove la gente legge l'ebraico e può facilmente ottenere informazioni sulle questioni bibliche, figurarsi quanto sono più profonde le incomprensioni e gli equivoci che si hanno fuori, particolarmente tra chi è stato educato nella tradizione cristiana. Infatti, se i non ebrei leggono la Bibbia nella speranza di capire il giudaismo ortodosso si illudono, più leggono meno capiscono. Il giudaismo considera il Vecchio Testamento come un insieme di formule sacre immutabili, che, recitate, conferiscono grandi meriti ma il cui significato è deciso altrove. La religione degli ebrei ortodossi non ha il valore universale che ha il cristianesimo cioè per tutti ma è specifica per il popolo ebraico.

    STRUTTURA DEL TALMÙD

    Occorre ricordare nuovamente che la fonte prima dell'autorità per tutte le manifestazioni del giudaismo classico e dell'ortodossia contemporanea, è il Talmùd babilonese, mentre il resto della letteratura talmudica, compreso il Talmùd di Gerusalemme, o Talmùd palestinese, sono testi autorevoli ma supplementari.
    Il Talmùd consiste di due parti: la Mishnah e la Gemara.
    La prima è un lucido codice di leggi e consiste in sessantatré trattati raccolti in sei volumi redatti in Palestina a partire dall'anno 200 dell'era volgare e derivati da un materiale legale molto più voluminoso, in gran parte orale, elaborato durante i due secoli precedenti.
    La Mishnah è scritta in ebraico e comprende sezioni dedicate al servizio nel Tempio, purezza rituale, agricoltura, festività, donne, comportamenti degli ebrei tra loro, verso i non-ebrei e verso Dio.
    La seconda parte, la Gemara, molto più lunga e predominante, in gran parte scritta in aramaico, fu completata alla fine del sesto secolo dell'era volgare: è un'esegesi della Mishnah e dei libri biblici con le discussioni di varie generazioni di rabbini a Babilonia, sotto l'impero persiano e nella "Terra d'Israele" durante la dominazione romana.
    La Gemara consiste dunque in due parti parallele, una babilonese, databile tra l'anno 200 e il 500 e l'altra palestinese tra l'anno 200 e una data sconosciuta, assai prima dell'anno 500.
    La Mishnah, è tutta in ebraico, le altre parti del Talmùd e della letteratura talmudica sono scritte in ebraico e in aramaico, lingua questa che predomina nel Talmùd babilonese. Questi testi non si limitano alle questioni legali: spesso le discussioni giuridiche, senza ordine né una ragione apparente, vengono interrotte da una "narrazione", aggadah, mescolanze di storie e aneddoti sui rabbini e la gente comune, personaggi biblici, angeli, demoni, stregonerie e miracoli.

    Per il giudaismo classico sono le parti che riguardano questioni giuridiche e la discussione di casi problematici ad avere la massima importanza.
    È lo stesso Talmùd a definire le varie categorie di ebrei, in ordine ascendente: nel gradino più basso ci sono gli ignoranti, seguono quelli che conoscono soltanto la Bibbia, poi quelli che hanno familiarità con la Mishnah o con l'aggadah e infine la classe superiore, quelli che hanno studiato la parte legale della Gemara e sono in grado di discuterla. Solo questi sono in grado di guidare in ogni cosa tutti gli altri ebrei.
    Il sistema legale del Talmùd è globale e rigidamente autoritario ma, al tempo stesso, capace d'infiniti sviluppi senza possibilità di operare alcun cambiamento nei suoi fondamenti dogmatici. Copre qualsiasi aspetto della vita ebraica sia individuale che sociale, di solito nei più intimi dettagli, con sanzioni e punizioni per qualsiasi peccato concepibile o infrazione alle regole. Per ogni problema le regole sono formulate in forma assolutamente dogmatica e non possono esser messe in questione. L'unica cosa che può esser messa in discussione all'infinito è l'elaborazione e con essa la definizione pratica delle regole.

    Prendiamo alcuni esempi. Nello Shabbat non è permesso "alcun genere di lavoro". Il concetto di lavoro è definito applicabile a 39 generi di lavoro, né uno più né uno meno. La scelta è dogmatica e non ha nulla a che fare con la maggiore o minore durezza del lavoro. Lo scrivere è uno dei lavori proibiti. Alla domanda: "Quanti caratteri si devono scrivere perché s'incorra nel peccato di scrivere durante lo Shabbat?" La risposta è: "Due".
    Un altro dei lavori proibiti è la macinazione del grano. Dal divieto si deduce che per analogia, esso è esteso anche all'esercizio della medicina durante lo Shabbat. E questo per impedire che non si commetta peccato nel macinare gli ingredienti per le pozioni. Per quanto possa essere assurdo, quello che è stato stabilito rimane tale, una volta per sempre.
    Una delle forme di lavoro proibite durante lo Shabbat è il raccolto. Questo divieto è esteso, per analogia, all'atto di spezzare il ramo di un albero e, di conseguenza, è proibito cavalcare qualsiasi animale; così è anche vietato andare in bicicletta per l'analogia con l'andare a cavallo.
    Un ultimo esempio per illustrare come si segue lo stesso metodo anche in casi del tutto teorici. Quando c'era il Tempio, il sommo sacerdote poteva solo sposare una vergine, sebbene durante quasi tutto il periodo talmudico non ci fosse né il Tempio né il sommo sacerdote. Tutte le scuole del giudaismo classico si sono dovute misurare con centinaia di problemi di questo genere e il prestigio dei sapienti talmudici derivava dalla loro abilità di analisi, perché dentro questo formalismo dogmatico c'è sempre posto per continui sviluppi, anche se solo in una direzione, e infatti fu così fino all'ultima redazione del Talmùd.

    Il periodo talmudico finisce intorno al 500 dell'era volgare e il periodo del giudaismo classico, comincia nell'anno 800. Pochissimo si sa di questo periodo. A partire dall'anno 800 in poi esistono precise informazioni storiche. Nel frattempo, la società ebraica era cambiata profondamente: in ogni caso, non ne facevano più parte i contadini.

    LE DISPENSE

    Come abbiamo visto il sistema talmudico è assolutamente dogmatico e non consente alcun rilassamento delle sue regole neppure quando le nuove condizioni storiche le riducono all’assurdìtà. Contrariamente ai testi biblici, nel Talmùd il significato letterale è fuori discussione e nessuno è autorizzato a interpretarlo in modo diverso dal canone.
    Nel periodo del giudaismo classico divenne impossibile per le classi dominanti ebraiche i rabbini e i ricchi, continuare a servirsi di numerose leggi.
    Proprio nell'interesse di queste classi di potere, venne introdotto il metodo delle dispense così da conservare la lettera della legge per poi distorcerne lo spirito e l'intenzione. La causa prima della degradazione del giudaismo nella sua epoca classica fu proprio questo sistema delle dispense (heterim).
    Alcuni esempi di come funziona il sistema.

    1) PRESTITO AD INTERESSE
    Prestito ad interesse. Nel Talmùd si proibisce severamente, pena gravi sanzioni, che un ebreo pretenda gli interessi se fa un prestito ad un altro ebreo. Mentre per le leggi talmudiche esigere il massimo profitto per un prestito fatto a un gentile è un dovere religioso, una serie di regole dettagliatissime proibisce tutte le forme di interesse derivante da un prestito fatto a un ebreo da un altro ebreo. Nel XVI secolo fu introdotto un marchingegno per giustificare i prestiti ad interesse tra ebrei: la heter’isqa, la “dispensa per i rapporti di affari".
    L'idea era di presentarla non come un prestito ma come un “investimento" del creditore nell'attività commerciale del debitore, salvando così la lettera della legge. Nella stipula si fissavano le due somme quella dell’investimento e quella della restituzione comprensiva del compenso. In pratica, si tratta di prendere il testo della dispensa scritto in aramaico e del tutto incomprensibile alla maggioranza degli ebrei, affiggerlo nella stanza dove avviene la transazione e il prestito ad interesse tra ebrei diventa perfettamente legale e irreprensibile. Copie di questo testo sono in tutte le banche israeliane.

    2) L’ANNO SABBATICO
    L'anno sabbatico. Secondo la legge talmudica, che a suo fondamento Levitico, 25, la terra ebraica in Palestina dev'esser lasciata incolta ogni sette anni. Per il Talmud nell'anno sabbatico è vietato fare qualsiasi lavoro agricolo, compresa la raccolta delle messi.
    È documentato che la legge fu rigorosamente rispettata per quasi un millennio, dal quinto secolo precedente l'era volgare fino alla scomparsa dell'agricoltura ebraica in Palestina. Comunque, verso il 1880, con le prime colonie ebraiche in Palestina quella legge divenne un problema.
    Cosi i rabbini, inventano un’altra dispensa. Ecco come funziona. Poco prima dell'anno sabbatico il ministero degli interni israeliano consegna al rabbino capo un documento nel quale gli si trasferisce legalmente la proprietà di tutta la Terra d'Israele, sia privata che pubblica. Forte di questo diritto, il rabbino capo va da un non-ebreo e gli vende tutta la Terra d'Israele e in un atto separato, il “compratore” s’impegna a “rivendere" la terra subito dopo la fine dell'anno sabbatico. La transazione si ripete ogni sette anni, di solito con lo stesso "compratore”.

    3) LA MUNGITURA DURANTE LO SHABBAT
    Anche la mungitura è stata proibita in tempi post-talmudici. I rabbini avevano scoperto un vecchio precetto che permetteva di “vuotare” le mammelle gonfie delle vacche anche durante lo shabbat per alleviarne la sofferenza ma a condizione che il latte dovesse essere sparso al suolo. Il problema viene così risolto.
    La mattina dello Sbabbat. Un pio allevatore va nella stalla e mette un secchio sotto le mammelle delle vacche senza con questo infrangere alcun divieto. Poi va in sinagoga a pregare. A questo punto, arriva un altro pio collega che, entrato nella stalla, scopre con sorpresa che i secchi sono tutti pieni di latte. Allora, li porta in un posto fresco e anche lui, come gli altri va alla sinagoga. Così tutto è a posto.

    4) SEMINAGIONI MISTE
    Dispense analoghe furono concesse dai rabbini sionisti riguardo al divieto, che ha a fondamento nel Levitico, 19: 19 di “Non seminare due specie diverse di piante nello stesso campo”.
    L'agronomia moderna ha dimostrato che, per il foraggio, la seminagione mista dà rendimenti migliori. I rabbini inventarono subito il tipo adatto di dispensa: un coltivatore ebreo semina il campo per lungo con una sola specie di semente e, più tardi, un suo collega, “che non sa nulla" del precedente, semina il campo per largo, ovviamente con l'altra specie.

    5) SOSTANZE LIEVITATE
    Durante i sette giorni di Passover (Pesach), agli ebrei è vietato mangiare e tenere presso di sè sostanze lievitate. Come al solito, fu escogitata una dispensa per cui tutte queste sostanze sono fittiziamente vendute a un gentile prima della festività e ricomprate automaticamente subito dopo.

    6) IL GOY DELLO SHABBAT
    Le più elaborate dispense sono forse quelle che riguardano il Goy (gentile) dello Shabbat. Come si è visto prima l’arco delle attività vietate durante lo Shabbat è stato esteso continuamente.
    Persino il banale problema umano di desiderare una tazza calda di thè nel pomeriggio dello Shabbat diventa un problema. Comunità composte esclusivamente di ebrei ortodossi sarebbero stati senza soluzione, almeno per otto o dieci secoli, se non fosse stato per l'aiuto dei non-ebrei.
    Oggi, nello Stato d'Israele, tutto ciò è ancora più vero visto che molti dei servizi pubblici, come l’acqua, il gas e l'elettricità rientrano in questa categoria. Il giudaismo classico non sarebbe sopravvissuto neanche un settimana senza la possibilità di servirsi dei non ebrei.
    Per esempio, il Talmùd vieta agli ebrei di godere della luce di una candela accesa da un gentile a meno che questi non abbia avuto bisogno della luce prima che l'ebreo entri nella stanza.
    Anche qui la dispensa risolve il problema. Prima di tutto, c'è il metodo dell"'accenno", legato alla logica legale secondo cui una domanda peccaminosa perde tutto il biasimo se è posta con tatto. Come regola l'accenno dev'essere "oscuro", anche se, in casi di estrema necessità è permesso fare un accenno "chiaro". "Qui fa freddo" oppure “Qui è buio". Normalmente basta un accenno "oscuro” come per esempio: "Qui si starebbe meglio se fosse più caldo". Un servitore gentile, che non capisce questi “accenni oscuri" rischia di essere licenziato.
    Il secondo metodo è seguito nei casi in cui non è un servizio occasionale ma un lavoro regolare, di routine, da effettuarsi senza la continua supervisione degli ebrei, il metodo si chiama "inclusione implicita" (hayla'ha). Il gentile è assunto "per l'intera settimana o per l'intero anno" senza che nel contratto si faccia menzione del sabato o dell'anno sabbatico. In realtà poi, il gentile lavorerà solo di sabato, come quando viene assunto per spegnere le candele nella sinagoga dopo la preghiera della vigilia dello Shabbat e, nella moderna Israele, per controllare il flusso degli acquedotti o il livello dei bacini idrici.

    ASPETTI SOCIALI DELLE DISPENSE

    Occorre ricordare gli aspetti sociali di questi ed altri casi simili. La caratteristica predominante delle dispense, e del giudaismo classico che si fonda su di esse, è l'inganno prima di tutto ai danni di Dio, se è lecito servirsi di questo termine per designare un essere che viene ingannato con tanta indifferenza dai rabbini che si considerano più astuti di lui. Non concepibile contrasto più profondo tra il Dio della Bibbia, particolarmente quella dei grandi profeti, e il Dio del giudaismo classico. Quest'ultimo è simile più al Giove dei romani spesso ingannato dai suoi fedeli. Parallelo all’inganno di Dio è l'inganno degli altri ebrei soprattutto nell’interesse della classe dominante ebraica. Come c'era da aspettarsi non sono mai state concesse dispense nell'interesse specifico degli ebrei poveri. Per esempio, agli ebrei che soffrivano la fame i loro rabbini non dettero mai la dispensa per mangiare i cibi proibiti sebbene quelli kosher fossero di solito molto più costosi.
    Malgrado tutto, gli ebrei religiosi onesti, sono certamente la maggioranza.

    ORTODOSSIA E INTERPRETAZIONE
    struttura teologico-legale del giudaismo classico

    LA CABALA

    IL giudaismo biblico è monoteista. Invece, quello classico (800 – 1796 d.C) si è allontanato decisamente dal monoteismo del periodo biblico.
    Lo stesso si può dire delle dottrine dominanti nel giudaismo ortodosso contemporaneo, diretta continuazione del giudaismo classico.

    La decadenza del monoteismo cominciò con la diffusione del misticismo ebraico e della Cabala, sviluppatosi nel Xll e Xlll secolo, che, verso la fine del XIV, finì col prevalere in quasi tutti i centri del giudaismo.
    L'illuminismo ebraico, nato dalla crisi del giudaismo classico (dopo il 1796), dovette combattere più di ogni altra cosa il misticismo, ma nella tarda ortodossia ebraica, specialmente tra i rabbini, l'influenza della Cabala finì per predominare.

    Per esempio, il movimento Gush Emunim si ispira, in larga misura, alle idee cabalistiche che è importante conoscere e discutere per due ragioni. Prima di tutto, è impossibile capire i seri articoli di fede del giudaismo alla fine del suo periodo classico senza quelle idee e, di conseguenza, l'importanza che hanno nella politica contemporanea, come quadro concettuale cui si ispirano i politici, i religiosi e gran parte dei leader del Gush Emunim e per l’influenza indiretta che esercitano sui leader sionisti di tutti i partiti, compresi quelli di sinistra.

    Secondo la Cabala, l’universo è regolato non da un solo Dio ma da diverse deità (Sefirot), emanate da una remota Causa Prima.
    Il sistema può essere così spiegato per sommi capi. Dalla Causa Prima, emanarono (o nacquero) prima un dio maschio chiamato "Sapienza" o "Padre" e poi una dea chiamata "Conoscenza" o "Madre".
    Dal connubio di questi due, nacque una coppia di dei più giovani: il Figlio, chiamato anche "Faccia piccola" o "il Santo benedetto" e la Figlia, chiamata "Signora", o Matronit; di derivazione latina, Shekhinah, "Regina" e cosi via.

    Le due giovani deità dovrebbero essere sempre unite ma devono fare i conti con le macchinazioni di Satana che, in questo sistema concettuale, è un personaggio importante e, soprattutto, indipendente. La creazione (Libro della creazione", Sefer Yesirah) fu compiuta dalla Causa Prima per permettere alle due giovani deità di essere unite ma, a causa della caduta, rimasero ancor più separate.
    La creazione del popolo ebraico ebbe lo scopo di ricucire la frattura causata da Adamo e da Eva e, per un momento, quello scopo fu raggiunto sotto il Monte Sinai: il dio maschio, il Figlio, incarnatosi in Mosè, si unì alla dea Shekhinah. Disgraziatamente il peccato dell'adorazione del Vitello d'oro provocò la disunione delle deità, ma il pentimento del popolo ebraico rimediò in qualche modo alla spaccatura.

    Nella storia ebraica, sulla falsariga della Bibbia, qualsiasi incidente è presentato come il risultato dell'unione o della disunione della coppia. La conquista ebraica della Palestina, con lo sterminio della Terra di Canaan o la costruzione del primo e del secondo tempio, sono fatti propizi all'unione delle due giovani deità mentre la distruzione dei due templi e l'esilio degli ebrei dalla Terra santa sono i segni esterni non soltanto della disunione divina ma anche di un vero e proprio "prostituirsi dietro a deità straniere".

    Dovere degli ebrei pii e credenti è di ricostituire, con la preghiera e le opere religiose, la perfetta unità divina nella forma dell'unione sessuale tra le deità maschile e femminile.
    Per questo, prima degli altri rituali che ogni ebreo devoto deve compiere molte volte al giorno, si recita questa formula cabalistica: "Per amore dell'Yihud (parola ebraica che vuol dire l'unione nella intimità) del Santo benedetto e della sua Shekhinah.

    Anche le preghiere del mattino hanno lo scopo di promuovere questa unione, pur temporaneamente e, nel loro significato mistico, certe parti della preghiera corrispondono ai vari momenti dell'unione. Nell'interpretazione dei cabalisti, ad altre preghiere e ad altri atti rituali viene attribuito il potere d'ingannare i diversi angeli, immaginati come deità minori dotate di un certo grado d'indipendenza, o di propiziarsi Satana.
    IL credente adora Dio col promuovere la divina unione del Figlio e della Figlia mentre, nell'altra vi è lo scopo di impedire a Satana di perseguitare la divina Figlia.

    Questi e tanti altri esempi dello stesso genere rivelano gli aspetti essenziali del sistema concettuale e la sua importanza per capire il giudaismo, sia nel periodo classico che nella sua resurrezione politica all'interno del sionismo contemporaneo.
    Infine, oggi, tutto questo ha grande importanza in Israele, e in altri centri ebraici. Formule come la "Legge di Gerusalemme", le motivazioni ideologiche del movimento Gush Emunim, l'incoraggiamento alla discriminazione verso i non-ebrei che vivono in Palestina, l'atteggiamento fatalistico verso le aperture di pace offerte dagli Stati Arabi, questi e molti altri aspetti della politica sionista che sorprendono tante persone di buona volontà che hanno una visione falsa del giudaismo classico, diventano più chiare se viste alla luce di questo sfondo storico.

    Da quanto detto sopra sono da confutare certe erronee affermazioni che si trovano in quasi tutti i lavori dei non-ebrei sul giudaismo, specialmente quelli che divulgano formule alla moda come la tradizione giudaico-cristiana” o "i comuni valori delle religioni monoteistiche".

    (RIDUZIONE da STORIA EBRAICA E GIUDAISMO – il peso di tre millenni – ISRAEL SHAHAK).

    Bibliografia essenziale:
    David Banon - il Messianismo
    Israel Shahak - Storia ebraica e giudaismo
    Israel Zoller - Talmud – Il libro delle Benedizioni
    J. Meinveille - Influsso dello gnosticismo ebraico
    Alessandro Nangeroni - la Cabbala
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Leon de Poncins
    Il problema degli ebrei al Concilio Vaticano II


    Presentazione

    Uno dei cambiamenti più dirompenti introdotti dal Vaticano II nella dottrina cattolica è certamente quello relativo all’insegnamento della Chiesa sul popolo ebraico. Fino a quarant’anni fa, infatti, tutti i teologi, poggiando saldamente sui Vangeli, sull’insegnamento dei Padri della Chiesa e sul Magistero ecclesiastico di quasi duemila anni, ritenevano che con la venuta di Gesù Cristo e con l’avvento della Nuova Alleanza suggellata con il Suo Sangue, il nuovo Israele di Dio non fosse più il popolo dell’Antica Alleanza, ma tutti gli uomini chiamati a far parte della Chiesa cattolica mediante il battesimo. Era inoltre opinione comune che gli ebrei contemporanei del Salvatore e quelli vissuti in seguito (nella misura in cui condividevano il «crocifiggilo» dei loro padri) fossero deicidi, ossia che si fossero macchiati del peggiore delitto: l’uccisione del Figlio di Dio e il rifiuto della Sua messianicità e divinità. Questo era ciò che credevano tutti i cattolici almeno fino al 1965, quando con l’approvazione del documento conciliare Nostra Ætate venne introdotta una nuova dottrina secondo la quale gli ebrei non erano affatto responsabili della morte di Gesù (addossata ingiustamente ai romani, semplici esecutori materiali della crocifissione), e che dunque non dovevano più essere ritenuti come maledetti da Dio per il loro enorme peccato. Proseguendo su questa linea di pensiero e di azione si andò ben oltre proclamando ancora in vigore l’Antica Alleanza tra Dio e il suo popolo 1, e dunque sostenendo di fatto che Dio non aveva rigettato Israele a causa del suo rifiuto di Cristo e della salvezza offerta dalla Redenzione da Lui operata sul Calvario 2; che l’antisemitismo era un sentimento alimentato nella popolazione dall’insegnamento cristiano preconciliare 3, e che tale sentimento sarebbe poi sfociato nella feroce persecuzione degli ebrei messa in atto dal nazismo e nell’Olocausto, di cui, dunque, la Chiesa sarebbe responsabile. Ed ecco che i massimi rappresentati della Sposa di Cristo, senza macchia e senza peccato, si sono prostrati e hanno chiesto perdono ai successori di Caifa per il delitto commesso da «popoli cristiani» (!?), fomentati nel loro odio verso gli ebrei da una lettura «distorta» dei Vangeli e dall’eccessiva foga di alcuni oratori cristiani dei primi secoli. Sta di fatto che questo documento conciliare - leggere per credere - non è corredato da alcuna nota, e questo perché questa strampalata tesi imposta ai fedeli di tutto l’orbe cattolico poggia sul nulla! Non un solo passo della Sacra Scrittura, non un solo Santo, non un solo Papa - almeno fino al 1962 - ha mai sostenuto una simile teoria. Al contrario, come risulta dalla lettura di questo agevole scritto, tutti i Santi, tutti i Padri della Chiesa e tutti i Papi hanno ribadito con fermezza la dottrina tradizionale. Ciononostante, tranne qualche voce fuori dal coro «politicamente scorretta» e quindi messa subito a tacere, il popolo cristiano, lentamente avvelenato con altre nuove dottrine partorite dal Concilio (ecumenismo, libertà religiosa, ecc...), ha accettato passivamente questo diktat e si è allineato con le novità. Al di là di ogni calcolo umano, di ogni volontà di compromesso e di qualsivoglia disegno di pace terrena, noi crediamo che ogni tradimento della verità evangelica sia un tradimento della fede che abbiamo ricevuto nel battesimo e che vogliamo conservare intatta fino alla nostra morte, anche se ciò comportasse l’incomprensione dei nostri fratelli e persino la persecuzione da parte di alcuni di essi, certi come siamo che presto il Signore ristabilirà la verità nella sua pienezza.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

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    I
    Nostra Ætate

    Il 20 novembre 1964, l'assise dei Vescovi, Arcivescovi e Cardinali di tutto il mondo, riuniti in Concilio a Roma (3ª Sessione), presentò uno Schema riguardante l'atteggiamento e la posizione della Chiesa cattolica a riguardo degli ebrei e dell’ebraismo. Dietro un'innocente apparenza di unità ecumenica, di carità cristiana, di filiazione spirituale comune e di riconciliazione delle chiese, questo Schema sottintendeva un fatto di una portata gravissima, poiché asseriva implicitamente che da 2.000 anni a questa parte la Chiesa si era sbagliata, e che doveva quindi riparare e rivedere completamente il suo contegno verso gli ebrei. Questo obiettivo soddisfaceva la potente propaganda condotta in quegli anni dai portavoce delle grandi organizzazioni internazionali ebraiche (B'nai B'rith 1, Congresso Mondiale Ebraico, ecc...), che miravano ad ottenere una «revisione ed una purificazione» dell'insegnamento cristiano a riguardo dell’ebraismo, propaganda che riassumeremo in seguito brevemente. Questo Schema suscitò subito alcune violente reazioni nel mondo musulmano e tra i cattolici di rito orientale. Giovanni XXIII (1881-1963) pensò che, essendo quest'argomento di una portata politica e dottrinale molto grave, richiedesse una matura riflessione; rifiutò quindi di ratificarlo e rimandò la decisione alla successiva ed ultima Sessione del Concilio, la cui riapertura era stata fissata per il 14 settembre 1965 2. Riassumiamo ora brevemente i fatti, poiché è necessario conoscerli per afferrare il significato reale di questo problema, certamente uno dei più gravi trattati dal Concilio. 99 Padri conciliari votarono «no», 1.651 «sì», e 242 votarono «sì», ma «con riserva». Lo Schema, d'altra parte, era provvisorio; nella 4ª Sessione del 1965 avrebbe avuto luogo lo scrutinio definitivo. Nel corso delle Congregazioni generali, i Vescovi orientali intervennero per dire che erano contrari al fatto stesso di una Dichiarazione conciliare riguardante gli ebrei. Ecco un estratto della Dichiarazione Nostra Ætate inerente questo tema, votata dai Padri conciliari il 20 novembre 1964: «Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici, e con un fraterno dialogo. E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo. E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo. La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque. In realtà, il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto e sostiene, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. II dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell'amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia» 3. A prima vista, questa mozione sembrerebbe conforme alla dottrina perenne della Chiesa, la quale, pur cercando di tutelare la comunità cristiana proteggendola dalle influenze ebraiche, ha sempre condannato tutte le persecuzioni. Anche uno scrittore ebreo in buona fede come Max I. Dimont, affermava: «Se lo avessero desiderato, i Papi e i sovrani del Medioevo avrebbero potuto togliere gli ebrei dalla circolazione, ma non lo fecero. Quando, per ragioni sociali, economiche e anche religiose, la presenza degli ebrei diventava indesiderabile, li cacciavano senza massacrarli. La Chiesa insegna che ogni essere umano ha un'anima, e che ad un uomo non basta quasi tutta una vita per salvare la propria. Solamente quando la religione perse tutta la sua influenza sull'uomo avvenne che un popolo occidentale potè freddamente concepire lo sterminio di milioni di esseri umani con il semplice pretesto che per essi non vi era spazio sulla terra» 4. In realtà, la mozione votata a Roma, dimostrò da parte di molti Padri conciliari una profonda misconoscenza dell’ebraismo. Sembra che essi si siano attenuti solo all'aspetto umanitario del problema, presentato abilmente dai portavoce dell'ebraismo mondiale e da una stampa completamente animata da elementi israeliti.
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    II
    Origini delle riforme proposte al Concilio

    Infatti, all'origine delle riforme proposte al Concilio onde modificare la condotta e la dottrina secolari della Chiesa verso l’ebraismo e verso la Massoneria, vi furono diverse personalità ed organizzazioni ebraiche: Jules Marx Isaac (1877-1963), Label Katz, Presidente del B'nai B'rith, Nahum Goldmann (1895-1982), del Congresso Mondiale Ebraico, ecc... Tra le personalità ebraiche sopracitate, ve n'è una che ha svolto un compito preminente: lo scrittore Jules Isaac, un ebreo d'Aix-En-Provence, ex-ispettore generale della Pubblica Istruzione Francese, autore di testi classici e dell’Histoire de France (Ed. Malet-Isaac), nonché membro del B’nai B’rith. Durante il Concilio, dove aveva trovato appoggio tra i Vescovi progressisti, Jules Isaac è stato il principale teorico e promotore della campagna contro l'insegnamento tradizionale della Chiesa in materia di ebraismo. Vediamo ora la posizione che egli assunse per far prevalere la propria tesi. Dopo la perdita della moglie e della figlia, morte in un campo di concentramento nazista, egli dedicò i suoi ultimi vent'anni di vita allo studio critico dei rapporti tra l'ebraismo ed il cristianesimo, e consacrò a questo studio due libri importanti: Jésus et Israël, pubblicato nel 1946 e ristampato nel 1959; Genèse de l'antisémitisme, pubblicato nel 1948 e ristampato nel 1956. Ecco il nocciolo della tesi sostenuta dall'Isaac: bisogna finalmente farla finita con l'antisemitismo, il cui risultato è stato il massacro degli israeliti europei ad Auschwitz e in altri campi di sterminio durante la Seconda Guerra mondiale. L'«antisemitismo cristiano», a base teologica, è l'antisemitismo più temibile 5. Infatti, l'atteggiamento dei cristiani verso gli ebrei e verso l’ebraismo è stato sempre fondato sul racconto della Passione tale quale è stato riportato dai quattro Evangelisti, e sull'insegnamento che ne hanno fatti i Padri della Chiesa: in particolare, San Giovanni Crisostomo, Sant'Ambrogio, Sant'Agostino, San Gregorio Magno, Sant'Agobardo, ecc... Jules Isaac ha tentato di demolire questa base teologica fondamentale, contestando il valore storico dei racconti evangelici e screditando gli argomenti avanzati dai Padri della Chiesa per preservarla dall'influenza degli ebrei, accusati di nutrire intenzioni sovversive contro l'ordine cristiano 6. Subito dopo la guerra, egli cominciò ad organizzare riunioni nazionali ed internazionali con personalità cattoliche filosemite favorevoli alla sua tesi. Nel 1947 7, dopo incontri di questo genere tra ebrei e cattolici, nei quali figuravano da parte ebraica personaggi come Edmond Fleg (1874-1963) e Samy Lattés, e dalla parte cattolica filosemiti come Henri Irénée Marrou (1904-1977), Padre Jean-Guinolé-Marie Daniélou (1905-1974); nominato Cardinale nel post-Concilio da Paolo VI nel 1969 (N.d.R.) e Padre Vieillard, membro della Segreteria Episcopale. Isaac redasse una relazione, stilata in diciotto punti, sulla «Revisione dell'insegnamento cristiano nei confronti di Israele». Nello stesso anno, egli fu invitato alla Conferenza Internazionale di Seelisberg, in Svizzera, alla quale parteciparono settanta persone provenienti da diciannove Paesi diversi, tra cui Padre Callixte Lopinot, Padre Démann, il Pastore Freudenberg ed il Gran Rabbino Jacob Kaplan (1895-1994). La Conferenza adottò in sessione plenaria i «Dieci punti di Seelisberg», i quali proponevano alle chiese cristiane le necessarie misure da prendere per emendare l'insegnamento religioso nei riguardi degli ebrei. In seguito, con il Gran Rabbino di Francia, con gli ebrei Edmond Fleg e Léon Algazi, e con alcuni amici cattolici come Henri Marou, Jacques Madaule, Jacques Nantet, oltre ad altri amici protestanti come il professor Lovsky e Jacques Martin, egli fondò la prima Amitié Judéo-Chrétienne («Amicizia ebraico-cristiana»), seguita presto dalla fondazione di altre «Amitiés» ad Aix, a Marsiglia, a Nimes, a Montpellier, a Lione, ed infine a Lille, dove egli ottenne la protezione del Cardinale Achille Liénart (1884-1973) 8. Più tardi, egli fondò anche altre associazioni similari nell'Africa del Nord. Nel 1949, egli entrò in relazione con alcuni membri del clero di Roma che fecero in modo che egli potesse essere ricevuto in udienza privata da Pio XII (1875-1958), presso il quale perorò la causa del giudaismo, chiedendogli espressamente di prendere in esame i «Dieci punti di Seelisberg». Nel 1959, Jules Isaac tenne una conferenza alla Sorbona sulla necessaria revisione dell'insegnamento cristiano nei confronti degli ebrei, che terminò con un appello alla giustizia e all'amore per la verità a Giovanni XXIII. Poco dopo, egli si incontrò con molti prelati della Curia romana, ed in particolare con il Cardinal Eugene-Gabriel-Gervais-Laurent Tisserant (1884-1972), con il Cardinale André-Damien-Ferdinand Jullien (1882-1965), con il Cardinale Alfredo Ottaviani (1890-1979), con il Cardinale Augustin Bea (vedi foto a lato; 1881-1968) 9, e il 13 giugno 1960, fu ricevuto da Giovanni XXIII, al quale chiese la condanna «dell'insegnamento del disprezzo» e gli consigliò la creazione di una sotto-commissione incaricata di studiare tale problema. Più tardi, Jules Isaac «ebbe la gioia di sapere che le sue proposte erano state prese in considerazione dal Papa e trasmesse per lo studio al Cardinale Bea», il quale creò allora, all'interno del Segretariato per l'Unità dei Cristiani, un gruppo di studiosi con l'incarico specifico di esaminare i rapporti tra la Chiesa ed Israele. Nel 1964, la questione fu sottoposta al Concilio, per sfociare poi finalmente nella votazione del 20 novembre 1964.
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    III
    Jules Isaac e l'insegnamento Cristiano

    Jules Isaac ha consacrato due libri per criticare ed abbattere i due pilastri dell'insegnamento cristiano in tema di ebraismo. Nella prima di queste due opere - Jésus et Israël - pubblicata nel 1949 (di 596 pagine), e ristampata nel 1959 10, Jules Isaac critica gli Evangelisti, e specialmente San Giovanni e San Matteo. «Lo storico ha il diritto e il dovere - il dovere assoluto - di considerare i racconti evangelici come testimonianze faziose (contro gli ebrei), con questa aggravante circostanza: che essi sono gli unici testimoni e tutti e quattro vanno nella stessa direzione; noi non abbiamo né testimonianze ebraiche (di un certo valore), né testimonianze pagane per confrontarle con le prime e confutarle. Ora, in nessuna altro documento è più evidente e più accentuato il partito preso dagli Evangelisti; per contro, in nessun altro caso l'assenza di documenti non-cristiani è più deplorevole come lo è per tutto ciò che riguarda la storia della Passione [...]. Tuttavia, è chiaro che tutti e quattro gli Evangelisti hanno avuto la stessa preoccupazione, ovvero quella di ridurre al minimo le responsabilità romane, al fine di aggravare quelle ebraiche [...]. D'altra parte, il partito preso presenta sfumature diverse: Matteo oltrepassa di molto non solo Marco e Luca, ma forse anche Giovanni. Bisogna stupirsene? I fratelli nemici sono i più accaniti; ora, Matteo è giudeo, fondamentalmente giudeo, il più giudeo degli Evangelisti. Secondo una tradizione che sembra fondata, egli scrisse “in Palestina e per i palestinesi”, per dimostrare, rifacendosi all'Antico Testamento, che Gesù Cristo era veramente il Messia predetto dalla Sacra Scrittura [...]. Ma tutto questo è stato storicamente provato? È lecito dubitarne. Non è affatto sorprendente constatare che dei tre sinottici, il più parziale sia Matteo, e che il suo racconto della Passione sia il più tendenzioso; per il momento, il più imparziale - o il meno imparziale - è Luca, il solo Evangelista non ebreo, il solo proveniente dai “gentili”. L'accusa cristiana contro Israele, l'accusa di deicidio, accusa di crimine - essa stessa criminale - è la più grave, la più nociva, e la più iniqua. Gesù Cristo è stato condannato al supplizio della Croce, supplizio romano, da Ponzio Pilato, procuratore romano [...]. Ma i quattro Evangelisti, unanimi su questo punto, affermano che Gesù Cristo è stato consegnato nelle mani dei romani dai giudei; solo sotto l'irresistibile pressione degli ebrei, Pilato, desideroso di presentare Gesù innocente, lo condannò al supplizio. Dunque, non sui romani, semplici esecutori, ma sugli ebrei incombe la responsabilità del delitto; essa pesa su di loro, di un peso soprannaturale che li schiaccia [...]. Solo Matteo (Mt 27, 24-25) sa e dice che il procuratore Pilato si lavò le mani, secondo il costume ebraico, per sgravarsi della responsabilità del sangue innocente costretto a far versare. Solo Matteo nota anche che “tutto il popolo” esclamò: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. Marco, Luca e Giovanni non sanno niente, e non dicono niente né dell'abluzione delle mani, né della terribile esclamazione. Questo versetto, che ha fatto tanto male, e che è stato sfruttato a danno del popolo ebraico per tanti secoli e da tanti autori cristiani, si trova solamente nel Vangelo di Matteo, avvicinandosi così ai vangeli apocrifi, e non corrispondendo per nulla alla verità storica» 11. In breve: dal racconto della Passione rivisto e corretto da Jules Isaac, gli Evangelisti appaiono come menzogneri matricolati, dei quali il più velenoso è senza dubbio Matteo. «A lui la palma per aver lanciato con mano sicura il dardo avvelenato che non si può più estrarre» 12. Jules Isaac conclude affermando perentoriamente: «Mai il genere tendenzioso di un racconto, mai la preoccupazione “a carattere dimostrativo” appare con maggior evidenza, un'evidenza che prorompe e culmina in questi versetti (24-25), generando convinzioni in ogni spirito libero. No, Pilato non si è lavato le mani secondo il costume israelita. No, Pilato non ha sfoggiato la sua innocenza. No, la folla ebraica non ha esclamato “il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” [...]. Perchè insistere oltre? La ragione è chiara. Lo è per tutti gli uomini di buona fede. Direi: lo è anche davanti a Dio stesso» 13.
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    V
    Quello che Jules Isaac esigeva dal Concilio

    Dopo aver letto i libri di Jules Isaac, di Josué Jéhouda, di Rabi, di Elia Benamozegh (1822-1900), di Albert Memmi e di altri autori ebrei contemporanei, si comprende benissimo la manovra e il tranello tesi ai Padri Conciliari. «La Chiesa - scrive Jules Isaac - è la sola colpevole; i giudei sono completamente innocenti, scevri da ogni responsabilità, che ricade quindi unicamente sulla Chiesa, il cui ammaestramento è la sorgente inesauribile dell'antisemitismo, quello stesso antisemitismo che ha fermentato lungo i secoli per poi sfociare nel luogo maledetto: Auschwitz. Solo la Chiesa, perciò, deve compiere un atto di riparazione emendando e rettificando il suo millenario insegnamento». Dopo queste rimostranze, Jules Isaac passò alle realizzazioni pratiche. Egli domandò, o piuttosto, pretese dal Concilio le seguenti assicurazioni:

    La condanna e la soppressione di ogni discriminazione razziale, religiosa o nazionale nei confronti degli ebrei;
    La modifica o la soppressione delle preghiere liturgiche riguardanti gli ebrei, e in particolare quelle del Venerdì Santo;
    L'affermazione che i giudei non sono affatto responsabili della morte di Cristo, la cui responsabilità cade sull'intera umanità;
    La soppressione o l'annullamento di quei passi evangelici che riportano il cruciale episodio della Passione, e in particolare quello di San Matteo che Jules Isaac tratta freddamente da menzognero e da falsario;
    Che la Chiesa confessi di addossarsi tutti i torti che da duemila anni persistono in uno stato di guerra latente tra ebrei e cristiani e altri uomini;
    La promessa che la Chiesa avrebbe assunto in futuro, in modo definitivo, un atteggiamento di umiltà, di contrizione, e di perdono verso gli israeliti, o, infine, che essa avrebbe fatto ogni sforzo per riparare il torto causato, emendando e rettificando il suo insegnamento tradizionale secondo le sue direttive.
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    VI
    L'«amicizia ebraico-cristiana»

    Malgrado l'insolenza del suo ultimatum, e a dispetto della sua virulenta requisitoria contro i Vangeli e contro l'insegnamento dei Padri della Chiesa - il quale trova il suo fondamento nelle parole stesse di Cristo - Jules Isaac incontrò proprio a Roma, presso i Prelati moderni, potenti appoggi, a cominciare dai numerosi adepti dell'«Amicizia ebraico-cristiana». Nel numero del 23 gennaio 1965, il settimanale Terre de Provence, pubblicato ad Aix, pubblicò il resoconto di una conferenza tenuta da Mons. Robert de Provenchères, Arcivescovo di quella diocesi, all'«Amicizia ebraico-cristiana» in occasione dell'inaugurazione del «Viale Jules Isaac», episodio che aveva avuto luogo la mattina stessa. L'articolo in causa esordiva in questi termini: «Una densa folla si è stipata nell'anfiteatro Ziromski per ascoltare la conferenza che Mons. de Provenchères doveva tenere, nel quadro dell'”Amicizia ebraico-cristiana” sul seguente tema: “Il Decreto conciliare sui rapporti tra i cattolici e i non-cattolici”. Il Decano Palanque ricordò dapprima la commovente cerimonia che aveva avuto luogo in mattinata alla “Montée Saint-Eutrope” in presenza del sindaco, il signor Mouret, del signor Schouraki e del signor Armand Lunel, Presidente degli amici di Jules Isaac. In questa riunione, che verteva sullo Schema conciliare della 3ª Sessione del Concilio, venne ancora una volta evocata la figura di Jules Isaac. Mons. de Provenchéres ha presentato una documentazione di prima mano, avendo egli stesso partecipato al Concilio. In seguito, esprimendogli la nostra riconoscenza per il suo gesto, gli si cedette la parola. Mons. de Provenchéres rivelò quanto la sera di quella memorabile giornata di festa egli fosse felice di rendere la sua testimonianza, giacché i lavori conciliari gli avevano procurato una grande gioia. Parlando di Jules Isaac, egli disse che fin dal primo incontro, nel 1945, provò un senso di stima profonda verso lui, stima rispettosa che ben presto si colorò con una sfumatura d'affetto. Lo Schema conciliare sembrò essere la ratifica solenne di quella che fu la loro conversazione. L'origine di tale Schema si doveva ad una richiesta di Jules Isaac al Vaticano, esaminata da più di 2.000 Vescovi. Questa iniziativa fu presa da un laico e da un laico ebreo. Mons. de Provenchéres osservò allora che spesso i grandi atti storici cominciano da dei fatti e vengono consacrati in seguito; così [...] l'incontro di Jules Isaac con Giovanni XXIII fu il segno della nascente amicizia ebraico-cristiana. [...] Mons. de Provenchéres fece in seguito una relazione particolareggiata del ruolo svolto da Jules Isaac a Roma nella preparazione del Concilio. Poi, il Decano Palanque, ringraziando Mons. de Provenchéres, rilevò il ruolo che il Vescovo di Aix aveva svolto per il felice cammino di questo Schema» 35. E poiché in questo capitolo trattiamo dell'«Amicizia ebraico-cristiana», è molto interessante vedere con quale altezzosa e sprezzante ironia ne parli Josué Jéhouda, uno dei capi spirituali dell'ebraismo contemporaneo 36: «L'espressione corrente “ebraico-cristiana”, che indica l'origine giudaica del cristianesimo, ha falsato persino il corso della Storia universale a causa della confusione che provoca negli spiriti. Abolendo infatti le distinzioni fondamentali tra il messianismo ebraico e quello cristiano, essa congiunge due nozioni radicalmente contrastanti. Mettendo esclusivamente l'accento su “cristiana” a discapito di “ebraico”, essa fà scomparire il messianesimo monoteista, dottrina valevole su tutti i piani del pensiero, e lo riduce ad un messianismo prettamente confessionale, preoccupato come il messianesimo cristiano della salvezza individuale dell'anima. L'espressione “ebraico-cristiana”, qualora designi provenienza comune, è senza dubbio la più letale nozione. Si fonda infatti su una “contradictio in adjecto”, ed ha inoltre falsato il corso della Storia. Essa unifica in una sola espressione, due nozioni inconciliabili, e vuole dimostrare che non c'è differenza tra giorno e notte, tra caldo e freddo, o tra nero e bianco; essa porta dunque una rovinosa confusione sulla quale tuttavia si tenta di edificare una civiltà. Il cristianesimo offre al mondo un messianismo limitato [...]; persino Spinoza, il pensatore più lontano dal monoteismo storico d'Israele, scrive: “A riguardo di quello che certe Chiese affermano circa l'assunzione della natura umana da parte di Dio, confesso che il loro sembra un linguaggio assurdo come di chi affermasse che un cerchio si sia rivestito della natura di un quadrato» 37. «L'esclusivismo dogmatico che la cristianità professa deve infine cessare [...]. La testardaggine cristiana pretende di essere la sola erede d'Israele e propaga l'antisemitismo. Questo scandalo presto o tardi deve terminare: prima finirà e prima scomparirà il clima di menzogna nel quale si avvolge l'antisemitismo» 38. Questo si chiama parlar chiaro; ma andiamo avanti: «Il cristianesimo si fonda su una fede scaturita da un mito che si riallaccia alla storia ebraica, e non ad una sua precisa tradizione trasmessa dalla Legge scritta e orale, come lo è invece per Israele»39. «La cristianità pretende tuttavia di portare nel mondo il “vero” messianismo che cerca di convertire tutti i pagani, ebrei compresi. Ma finché persiste il messianismo monoteista d'Israele, anche allo stato virtuale, il messianismo cristiano si presenta tale qual'è in realtà, ovvero un'imitazione che si dilegua alla luce del messianismo autentico» 40. Sembra che i cristiani abbiano dato prova di una certa ingenuità precipitandosi con entusiasmo nel tranello dell'«Amicizia ebraico-cristiana», ma bisogna temere che anche in questo caso, ancora una volta, essi non siano state vittime del tutto innocenti della doppiezza talmudica. Quando Jules Isaac e gli altri capi dell’ebraismo vennero a Roma, furono sollecitati di non ricordare questi passi presenti nei loro scritti; parlarono di carità cristiana, di unità ecumenica, di filiazione biblica comune, d'«Amicizia ebraico-cristiana», di lotta comune contro il razzismo e di martirio del popolo israelita. Hanno avuto partita vinta, poiché i 1.651 Vescovi, Cardinali, Arcivescovi e Padri Conciliari hanno approvato la riforma dell'insegnamento cattolico conformandolo alle direttive di Jules Isaac. I capi delle organizzazioni ebraiche non hanno detto al Papa e ai Vescovi: «I vostri Evangelisti sono bugiardi patentati. I vostri Padri della Chiesa sono falsari ed ingiusti perché hanno sparso nel mondo l'odio contro gli ebrei e hanno scatenato la barbarie della “Bestia”. Essi sono stati i precursori di Hitler e di Streicher, e sono quindi i veri responsabili di Auschwitz e dei sei milioni di ebrei vittime del nazismo». Queste accuse si possono leggere chiaramente nei libri di Jules Isaac, libri che sono in vendita in tutte le librerie, ma, come sembra, i Padri conciliari non li hanno mai letti, come non hanno mai letto i libri di Jéhouda, di Benamozegh, di Rabi, di Memmi e di tanti altri. No, Isaac e i capi delle grandi organizzazioni ebraiche non hanno detto con Josué Jéhouda, uno dei maestri del pensiero ebraico contemporaneo: «Il vostro monoteismo è un falso monoteismo, una bastarda e falsificata imitazione del solo vero monoteismo, quello ebraico, e se il cristianesimo non ritorna alle fonti ebraiche, esso è condannato senza rimedio». Essi non hanno detto con quella gloria del pensiero ebraico contemporaneo che è il rabbino di Livorno Elia Benamozegh: «La religione cristiana non è che una falsa religione sedicente divina. Per lei e per il mondo non c'è altra via di salvezza che ritornare ad Israele» 41. Essi non hanno detto con Memmi: «Per gli ebrei, la vostra religione è una bestemmia e una sovversione. Per noi, il vostro Dio è il diavolo, ossia il concentrato del male sulla terra» 42. Essi non hanno detto con Rabi: «La conversione dell'ebreo al cristianesimo equivale al tradimento e all'idolatria perché implica la grande bestemmia, ovvero la credenza nella divinità di un uomo» 43. Essi sono stati molto abili nel non spaventare Roma manifestando con chiarezza il loro pensiero, riuscendo così ad avere dalla loro parte un certo numero di prelati. Tutto ciò costituisce una storia piuttosto insolita. Com'è possibile che diversi Vescovi progressisti che, nella loro opposizione al cattolicesimo tradizionale (qualificato come «integrismo»), siano arrivati a servirsi di tutte le armi, comprese quelle avvelenate dall'odio ebraico contro i cristiani? Ciononostante, si può giustamente supporre che essi costituissero una minoranza. Ma allora, come spiegare il successo degli ebrei in questo frangente? Esso deve la sua fortuna alle due seguenti ragioni:

    La maggioranza dei Padri conciliari ignorava il ruolo svolto dalle organizzazioni ebraiche e da Jules Isaac nella preparazione dello Schema; essi, d'altronde, non avevano mai letto le opere di quest'ultimo;

    Presi nel loro insieme, i Padri conciliari conoscevano male la questione ebraica, e si lasciavano facilmente ingannare dalle disquisizioni giudaiche, molto abilmente presentate con sottili e temibili «argomentazioni» del genere di quelle di Jules Isaac.

    Comunque siano andate le cose, la manovra fu condotta con grande abilità, e riuscì. La votazione lo conferma: 1.651 Padri ritennero che il racconto della Passione, secondo la versione di Jules Isaac, era da preferirsi a quella di San Giovanni e di San Matteo. Questi 1.651 Vescovi, Arcivescovi e Cardinali ammisero che l'insegnamento di San Giovanni Crisostomo, di Sant'Agostino, di San Gregorio Magno, di Sant'Ambrogio e di Sant’Agobardo doveva essere emendato e rettificato secondo le ingiunzioni di Jules Isaac, di cui lo scrittore ebraico Rabi, recentemente affermava che il suo libro Jésus et Israël è stata «l'arma da guerra più indovinata contro quell'insegnamento cristiano particolarmente nocivo» 44, ossia l'insegnamento codificato dai summmenzionati Padri della Chiesa. Modificando la liturgia del Venerdì Santo e sopprimendo, fra l'altro, la «preghiera degli improperi», questi 1.651 Vescovi diedero ragione a Jules Isaac che, parlando di questa preghiera, disse: «Non è facile dire ciò che in essa maggiormente colpisca: se la sua bellezza o la sua iniquità» 45. Apparentemente, i Vescovi hanno creduto che l'iniquità di questa preghiera superasse la sua bellezza 46. In poche parole, il voto del 20 novembre 1964, dietro le apparenze della carità cristiana, della riconciliazione delle Chiese e dell'unità ecumenica, è un'altra tappa nella via del cedimento, dell'abbandono del cristianesimo tradizionale, e del ritorno all’ebraismo.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 
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