Nella Federazione Russa le prossime consultazioni
elettorali, valide per il rinnovo del parlamento,
avverranno solo nel 2007, ma oggi, a oltre due anni di
distanza, è già alta la tensione per quell’evento e
soprattutto per le successive elezioni presidenziali
del 2008.

Il motivo è evidente: la minaccia
“arancione” che, via Georgia, Ucraina e Kirghizistan,
s’avvicina sempre più a Mosca.
Lo scenario, nazionale e soprattutto internazionale, è
profondamente cambiato da quando Vladimir Putin fu
riconfermato, nel 2003, nel suo ruolo di presidente
federale. Dall’invasione dell’Iraq in poi, i rapporti
tra Mosca e Washington si sono fatti tesi, seppur
sotto la cordialità di facciata degl’incontri
ufficiali, e l’Amministrazione Bush ha lanciato
un’offensiva a vasto raggio - politica, diplomatica e
propagandistica - contro la Federazione Russa.
Politica, finanziando le “rivoluzioni colorate” e i
movimenti occidentalisti nello spazio postsovietico;
diplomatica, creando sempre nuovi elementi di scontro
tra Mosca e l’Unione Europea; propagandistica,
aizzando i media imperialisti nordamericani e
collaborazionisti europei contro il “regime di Putin”
e il “revanscismo russo”.
L’attuale condotta di Putin è quanto mai ambigua, e
rispecchia la sua delicata posizione politica nel
contesto russo, in equilibrio tra destra e sinistra,
oligarchia e popolo, eurasiatismo e atlantismo,
liberalismo e autoritarismo. A fronte di un’acuta
diplomazia - che prima ha allungato l’asse
Parigi-Berlino sino a Mosca (anche s’è prevista presto
una rottura, ad opera degli agenti yankee Sarkozy e
Merkel), poi ha stretto un’alleanza d’acciaio con la
Cina, e contatti sempre più remunerativi con India,
Iran e le altre potenze asiatiche - s’è assistito al
miserrimo crollo, con annessa figuraccia, in Ucraina
di fronte all’ingerenza statunitense.
L’opposizione a Putin muove così da due prospettive
opposte: quella dei filoccidentali, e quella di
nazionalisti o eurasiatisti. Da un lato l’Unione delle
Forze di Destra, el’ciniana, Yabloko (”Mela”),
ultraliberale, e il Fronte Civile Unito di Garry
Kasparov, ex scacchista molto vicino a Washington;
dall’altro il Partito Comunista della Federazione
Russa, tradizionale rivale della nuova classe
dirigente, Rodina (”Patria”), nel 2003 schierata con
Russia Unita (il partito di Putin) ma oggi in polemica
con la sua linea liberista in politica economica, e il
Partito Nazional-Bolscevico, recentemente messo fuori
legge con l’accusa di preparare un’insurrezione in
Kazakistan. Naturalmente, le posizioni da cui ognuna
di queste formazioni muove le proprie critiche, è
molto differente. L’SPS (”Unione delle Forze di
Destra”) è espressione dell’oligarchia postcomunista,
non si può dire antinazionale, ma comunque più
interessata ai propri interessi economici che alle
sorti della patria; Yabloko e Kasparov si possono
considerare i procuratori degli USA in Russia; il KPFR
(i comunisti) e Rodina criticano invece la politica
liberista, gli squilibri sociali, e la politica estera
troppo arrendevole. Posizioni a prima vista
inconciliabili, eppure Putin è riuscito nel miracolo
di metterle d’accordo almeno nella richiesta comune di
pluralismo mediatico e libere elezioni (quelle del
2003 sono state da più parti accusate di
condizionamento tramite brogli): basti pensare al
procedimento aperto da KPFR e Yabloko presso il
Consiglio d’Europa, per invalidare le ultime
consultazioni. Ma, per fortuna di Putin, è
praticamente impossibile ch’esse possano schierarsi
compatte anche di fronte agli elettori. A destra, ogni
tentativo d’unità tra i due grandi (si fa per dire…)
partiti e la miriade di movimenti e associazioni che
vi ruotano attorno, è stato frustrato dalla pretesa
d’ognuno di comandare la coalizione: e una formazione
politica che abbia quasi più dirigenti che militanti,
è dura da tenere assieme! A sinistra, i comunisti e i
nazionalpatriottici, a distanza d’anni, si scambiano
ancora reciproche accuse: gli uni tacciando gli altri
d’essere una creazione del Cremlino per sottrarre loro
voti, gli altri biasimando gli uni perché incapaci
d’attrarre l’elettorato con un messaggio considerato
troppo imperniato sul mero “nostalgismo”. Una spinta
decisiva all’associazionismo potrebbe darla però la
forte “barriera all’ingresso” nel parlamento: 7% come
risultato minimo per avere rappresentanti alla Duma di
stato! Una simile percentuale è senz’altro alla
portata del KPFR, ma tutti gli altri, da soli,
rischierebbero di restarne fuori (rischio che si
trasforma quasi in certezza per soggetti come Yabloko
e il Fronte Civile Unito). Ma una cosa è certa: uniti
o divisi, i partiti d’opposizione non potranno
minacciare la supremazia di Russia Unita. Non a caso
Solovëv, dirigente comunista, ha recentemente proposto
un boicottaggio generale delle elezioni, prendendo a
pretesto la mancanza di pari condizioni in campagna
elettorale e il pericolo di brogli; tale soluzione è
comunque piuttosto improbabile, perché non convincente
neppure per molti esponenti dell’opposizione, seppure
un boicottaggio generale metterebbe in serio imbarazzo
Putin coi suoi amici anglosassoni ed europei.
La questione 2008 è ancora più calda. Putin ha
esaurito due mandati consecutivi, termine dopo il
quale, secondo la costituzione, gli è impossibile
ricandidarsi. La situazione è differente da quando
El’cin, ormai vecchio e screditato, si trovò Putin
stesso come successore e si ritirò nella sua
dača, presumiamo, a coltivare la propria passione
per le bevande alcoliche. L’attuale Presidente gode
ancora, non ostante tutto, d’un grande credito presso
la popolazione, ma non ha al suo fianco nessun uomo
della levatura necessaria ad esserne il delfino.
Inoltre, la minaccia “arancione” impone, per
salvaguardare lo stato, la massima stabilità
istituzionale. Perciò si sono già formulate
innumerevoli ipotesi sul 2008: modifica costituzionale
e ricandidatura di Putin; riunificazione con la
Bielorussia ed elezione di Putin a presidente della
nuova formazione statale; passaggio ad una repubblica
parlamentare, con Putin quale primo ministro;
candidatura a presidente d’un prestanome, con Putin a
governare nell’ombra in attesa di potersi poi
candidare legalmente per il terzo mandato. In
quest’ultimo caso, è già circolata una ridda di nomi
di possibili successori di Putin, che vanno da
semisconosciuti uomini di paglia fino all’energico
Sergej Ivanov, oggi ministro della difesa. Impossibile
prevedere quale ipotesi diverrà realtà. Ciò che però
nessuno ha il coraggio d’escludere, è la possibilità
di una “rivoluzione colorata”.
A detta d’alcuni esperti, grande protagonista di
quest’ipotetico e drammatico scenario estremo,
potrebbe essere proprio il Partito
Nazional-Bolscevico. Dopo l’addio di Aleksandr Dugin,
suo fondatore e primo ideologo, il movimento è stato
condotto da Eduard Limonov verso posizioni sempre più
ambigue, che aleggiano indistintamente tra socialismo
e liberalismo, eurasiatismo e piccolo-nazionalismo,
antiatlantismo e filoccidentalismo. Plausibilmente,
Limonov potrebbe essersi consegnato nelle mani dei
suoi vecchi amici statunitensi (durante il periodo
comunista, Limonov fuggì esule a New York), in cambio
d’ingenti finanziamenti e sostegno politico
(emblematiche le buone parole avute dalla famiglia
Glucksmann per il PNB). Molto popolare tra i giovani
per il suo estremismo spettacolarizzato e, invero, per
alcune giuste battaglie (come l’ultima in difesa dei
benefici sociali ai veterani), nonché già abituato ad
agire in semiclandestinità e al limite della legge, il
partito di Limonov potrebbe ben adattarsi alla messa
fuori legge, e anzi trarne un ulteriore vantaggio per
abbattere Putin e consegnare - volontariamente o
inconsciamente - la Russia nelle mani dei suoi nemici.

Daniele Scalea