Uno degli argomenti che con maggior vigore militano contro una gestione statalistica delle risorse idriche risiede nel fatto che essa richiede un ampio ricorso alla burocrazia, la quale ha dimostrato sotto molti aspetti, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, di essere piuttosto un elemento aggravante del problema che un contributo alla sua soluzione. Il primo aspetto negativo di una gestione delle risorse idriche eccessivamente burocratizzata è il fatto che questa è inevitabilmente troppo centralistica, sia dal punto di vista politico, sia da quello amministrativo. La centralizzazione implica infatti che coloro i quali, all'interno delle strutture burocratiche, hanno potere decisionale, specialmente di spesa, si trovano fisicamente e mentalmente troppo lontani dai luoghi che sono oggetto delle loro scelte, e allo stesso tempo le persone coinvolte da queste scelte sono troppo lontane perché i decisionmakers possano tenere conto di ciò che hanno da dire.
L'esperienza ha inoltre dimostrato che la gestione pubblica dell'acqua ha spesso limitato o impedito l'accesso e persino la conoscenza delle tecnologie più avanzate in questo settore, e che, al tempo stesso, la sperimentazione interna ai Paesi che soffrono di siccità è minima o inesistente. Una ricerca della World Health Organization ha evidenziato come in 32 città asiatiche su 50 la dispersione dell'acqua supera il 30%. In America Latina, la dispersione dell'acqua estratta dalle strutture pubbliche va dal 40 al 70%. Altre fonti attestano che nei Paesi in via di sviluppo la perdita di acqua è mediamente pari al 40%.
Una delle conseguenze della scarsa competenza tecnologica con cui il problema della siccità viene affrontato in un sistema a gestione pubblica è la difficoltà nel misurare l'acqua utilizzata dai consumatori. Uno studio dell'Asian Development Bank ha mostrato come in 50 città asiatiche si riesca a rilevare soltanto il consumo della metà degli abitanti. Questo, naturalmente, rende difficile se non impossibile attribuire all'acqua un prezzo, ma induce anche a importanti riflessioni sulle differenze rispetto a una gestione privatistica. È a tutti evidente che la sopravvivenza di un'azienda privata dipende dal fatto che le entrate siano superiori alle uscite. Questo implica che le aziende siano fortemente motivate a monitorare il consumo dei propri clienti, dal momento che, in caso contrario, non si avrebbe nessun metro di misura sul quale fissare i prezzi del bene venduto. È altrettanto evidente che, senza entrate sufficienti, un'azienda privata non può investire in nuove infrastrutture, o mantenere in funzione quelle già esistenti, nel qual caso finisce per innescarsi un circolo vizioso in cui sempre meno persone hanno accesso a un'acqua di sempre peggiore qualità.
In maniera analoga, l'insufficiente o inesistente capacità di misurare il consumo idrico tipica dei sistemi a gestione pubblica implica una mancanza di incentivi, per le strutture burocratiche preposte alla distribuzione dell'acqua, a raggiungere quanti più consumatori possibile. Mentre un'azienda privata che opera sul mercato ottiene un guadagno supplementare ogni volta che «conquista» un nuovo cliente, e quindi cerca di raggiungere il massimo numero possibile di consumatori dei suoi prodotti o servizi (l'acqua, in questo caso), le burocrazie dipendono, per la loro sopravvivenza, dall'allocazione (a propria volta stabilita burocraticamente) di fondi pubblici. Analogamente ad altri operatori del settore pubblico, esse dipendono da un budget determinato a priori. Se non spendono tutti i soldi a loro destinati, generalmente accade che l'anno successivo si vedano ridotti i fondi erogati. Ne consegue che le strutture burocratiche non hanno alcun incentivo a ridurre i costi e a realizzare quel surplus dal quale dipende invece la sopravvivenza delle compagnie private. Non è un caso che, nel tentativo di magnificare l'operato delle varie strutture pubbliche, si faccia quasi sempre riferimento all'entità dei fondi stanziati anziché ai risultati ottenuti. Le burocrazie che spendono tutti i soldi loro destinati sono piuttosto incentivate a chiedere erogazioni più consistenti, indipendentemente dalla qualità del lavoro da esse svolto.
Un altro grave fattore di debolezza dei sistemi di gestione delle risorse idriche basati sulla burocrazia statale è naturalmente l'impossibilità del calcolo economico, ovvero l'incapacità, da parte delle burocrazie, di prevedere il bisogno e la domanda, dal momento che esse, proprio perché dipendenti da un budget predeterminato, non hanno accesso a quell'enorme quantità di informazioni riguardo ai prezzi, alla domanda, ai cambiamenti nelle abitudini e nelle preferenze dei consumatori di cui possono invece disporre le compagnie private che operano sul mercato.
Soprattutto nel Terzo Mondo, poi, la gestione statalistico-burocratica dell'acqua fa sì che le imprese di proprietà statale cerchino abitualmente di avvantaggiare i politici stessi e i loro sostenitori. La corruzione è alquanto diffusa nei Paesi in via di sviluppo, e gli interessi dei «produttori» di acqua è spesso privilegiato rispetto a quello dei consumatori poveri. Molto spesso, i politici si dimostrano preoccupati unicamente di compiacere quei gruppi di interesse dai quali dipende la loro rielezione: nel caso del settore idrico, sovente, questi gruppi non coincidono con quelli che maggiormente necessitano di fornitura d'acqua, ma con lobbies appartenenti ai ceti medi urbani o di grandi proprietari terrieri riuniti e bene organizzati. Può anche succedere che classi politico-burocratiche corrotte mantengano deliberatamente in vita sistemi economicamente inefficienti ma che si rivelano per loro politicamente vantaggiosi. È quello che accade, tipicamente, quando il prezzo dell'acqua è tenuto artificialmente basso al fine di accrescere la domanda. Spesso, nei Paesi poveri, i proprietari terrieri beneficiano largamente di questi provvedimenti, perché quando il prezzo dell'acqua scende, i prezzi agricoli salgono. In questo modo, i politici possono blandire i grandi possidenti e nello stesso tempo esercitare su di loro un forte controllo.
di Giorgio Bianco
da http://www.ragionpolitica.it/


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