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Discussione: Gaza: dietro le quinte

  1. #1
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    Predefinito Gaza: dietro le quinte


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  2. #2
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    Predefinito Re: Gaza: dietro le quinte

    Originally posted by Colin
    Il ritiro che non c'è

    http://www.comedonchisciotte.org/sit...rder=0&thold=0
    Ora fra un po' tocca anche ai palestinesi fare concessioni, Sharon ha messo a rischio ache la sua incolumità, i palestinesi non possono pretendere che siano sempre i sionisiti a farle, non è un problema di sharon se quando le facesse Abu Mazen venisse minacciato di morte.

  3. #3
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    Gaza è di per sè una prigione per i palestinesi, stretta fra israele e il deserto,

    Sharon avrebbe fatto meglio a prendersela tutta, trasferire i palestinesi nella west bank e abbandonare quella dandola completamente ai palestinesi...
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  4. #4
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    IL RITIRO CHE NON C'E'
    Postato il Saturday, 27 August @ 21:15:00 CDT di davide

    Israele / Palestina Gaza: dietro le quinte

    DI RAMZY BAROUD

    E’ abbastanza curioso come l’Autorità Palestinese abbia deciso di farsi coinvolgere in un processo che in realtà ha il solo scopo di escluderla, è strano anche il modo in cui il dibattito sul ritiro da Gaza si sia spostato dai reali intenti israeliani alle controversie interne alla Palestina riguardo i dettagli e le decisioni da prendere nel periodo che seguirà l’abbandono degli insediamenti.
    Quando il Primo Ministro Ariel Sharon ha annunciato i propri piani per il ritiro da Gaza e da una piccola enclave del West Bank, ha descritto la sua decisione unilaterale come una scelta obbligata dettata dalla mancata collaborazione da parte dei Palestinesi nel processo di pace, tesi ripetuta meccanicamente dai vertici della destra israeliana secondo la quale questo comportamento ostruzionistico non cambierà nel futuro prossimo.

    Il “ritiro”, al fine di aumentare la sicurezza israeliana, si riduce a una semplice supremazia demografica e non porta quindi a maggiori diritti per i Palestinesi. Le dichiarazioni a riguardo sono sempre state tanto chiare quanto inique: “Israele abbandona Gaza al fine di mantenere una grossa parte del West Bank”, così il Jerusalem Post ha sintetizzato le posizioni dei vertici del governo ebraico. Questo concetto è stato inizialmente espresso dal Capo di Stato Dov Weisglass circa un anno fa, e ripreso in seguito dal Ministro della Difesa e stratega militare Shaul Mofaz, e, secondo il Jerusalem Post, persino da Sharon stesso.

    Coloro che non hanno familiarità con la situazione israelo-palestinese hanno trattenuto il respiro di fronte ai motivi che hanno portato allo sgombero degli insediamenti; chi invece è a conoscenza delle manovre politiche e militari di Israele ha già capito tutto: Sharon sta ancora una volta giocando con la terra, la politica e la demografia, e quindi il solito finale triste attende i palestinesi: la serratura, la chiave e la guardia carceraria; e la scena ormai familiare di Palestinesi tenuti prigionieri ai checkpoint. Certo, gli insediamenti erano e rimangono la problematica principale e rimuoverne 21 da Gaza e 4 dal West Bank evacuando 8.000 coloni si suppone sia una cosa positiva. Ma accettare ciecamente come vere le sopraccitate conclusioni significa dimenticare un’importante lezione che avremmo dovuto apprendere dai rabberciati accordi di Oslo: Israele è molto attento ai dettagli.





    E’ quantomeno strano come il governo israeliano non abbia fatto praticamente nulla per fuorviare l’opinione pubblica sul reale significato del nuovo posizionamento del proprio esercito e dei coloni; non ha neppure voluto nascondere il fatto che Israele manterrà comunque il totale controllo sui confini di Gaza, sulla sua terra, lo spazio aereo e le acque territoriali. Allo stesso modo, non c’è stato alcuno sforzo per negare che l’esercito israeliano avrà ancora il diritto di colpire come e quando riterrà opportuno l’affollata e impoverita striscia di Gaza, assieme alla possibilità di controllare qualsiasi persona o cosa entri ed esca da quest’area. Insomma, lo status di “prigione all’aria aperta” imposto su Gaza dall’occupazione israeliana del 1967 non subirà alcun cambiamento.

    Nonostante ciò, qualcosa è stato ottenuto: per esempio Israele può comodamente sottrarre al proprio incubo demografico un milione e mezzo di abitanti della striscia di Gaza per i quali non sarà più responsabile, mantenendone comunque il controllo assoluto. Inoltre questo ritiro pone fine all’inutile impegno militare israeliano per conquistare un’enclave insignificante, attenua il parere negativo dato dalla comunità internazionale riguardo l’occupazione di Gaza e riduce lo scontento all’interno delle forze armate nonché le inevitabili perdite causate dagli attacchi palestinesi contro gli insediamenti.

    Così, mentre i giornalisti discutono animatamente sul destino delle macerie degli insediamenti ebraici dopo il limitato ritiro israeliano, chiedendosi se gli estremisti rivendicheranno il controllo di Gaza o Mahmoud Abbas saprà “imporsi sui militanti”, viene completamente ignorato un quesito ben più importante: Israele smetterà di essere un occupante dopo che qualche migliaia di coloni saranno spostati in una zona meno vulnerabile non senza prima essere stati riempiti di denaro (circa un milione di dollari per famiglia, un costo che sarà poi coperto grazie alle tasse degli Americani)?

    E’ importante ricordare come il disimpegno pianificato da Sharon è stata la risposta alla “Road Map” proposta da George W. Bush e accettata sia da Israele che dall’Autorità Palestinese nel giugno 2003; per quanto il ritiro da Gaza possa essere stato doloroso, è l’unica via d’uscita a disposizione di Sharon per non rimanere impantanato in qualsiasi tipo di trattativa politica o di impegno reciproco con i vertici palestinesi: Israele agisce nel modo in cui pensa sia più conveniente per sé. La morale è questa.
    Hamas viene dipinto come l’orco cattivo pronto a strangolare i palestinesi moderati che non portano la barba e le loro donne che rifiutano di indossare il velo; il fatto che Israele abbia l’intenzione di mantenere il controllo totale su Gaza e sulle zone del West Bank evacuate, non sembra avere nessuna importanza. Nel frattempo il Muro di Separazione eretto da Israele continua a causare enormi danni alla terra del West Bank, si snoda fino a includere gli insediamenti illegittimi, sfigurandone la topografia e la demografia; per quanto riguarda la parte est occupata di Gerusalemme, beh, in realtà non fa ormai più parte dei territori palestinesi.

    La decisione presa dall’Autorità Palestinese di cooperare con Israele nella gestione del post-ritiro da Gaza (ammettendo quindi implicitamente che la scelta di Sharon sia stata giusta) è quantomeno inopportuna; sarebbe stato sicuramente meglio far sì che l’attenzione della comunità internazionale si concentrasse sull’immediato futuro dei Territori Occupati, ma evidentemente la paura che Hamas possa assumere il controllo della zona ha in qualche strano modo unito gli interessi di Israele e dell’Autorità Palestinese.

    Secondo UPI (United Press International) Saeb Erekat, funzionario palestinese, ha raccontato a dei giornalisti stranieri di un incontro con Sharon avvenuto circa un anno e mezzo fa in cui avrebbe detto al leader israeliano: “Vogliamo collaborare con voi in questo processo. Valuti le conseguenze di ciò che lei definisce una ‘decisione unilaterale’: non vogliamo che gli estremisti palestinesi si impongano a Gaza dicendo che questo è il risultato della loro politica fatta di attentati suicidi e attacchi con razzi (Qassam)”.

    Ciò che forse Erekat ha dimenticato è il retaggio della politica sanguinaria attuata dai diversi governi israeliani che si sono succeduti a Gaza: questa dovrebbe essere una problematica ben più importante e urgente del timore di un’eventuale strumentalizzazione sul ritiro di Israele dall’enclave martoriata.

    Le alte cariche palestinesi hanno anche volontariamente omesso che, se non fosse stato per l’incrollabile risolutezza della loro gente di fronte a ogni tipo di avversità, per la loro resistenza e il loro sacrificio dimostrati sin dalle primissime ore di occupazione circa 30 anni fa, Israele non avrebbe neppure pensato di abbandonare gli insediamenti in questa pittoresca e stupenda zona. Cosa c’è di sbagliato nel fatto che i Palestinesi vogliano sfilare per festeggiare la loro vittoria e incidere sulle rovine di Gaza i nomi dei propri combattenti caduti, celebrando così il loro sacrificio e coraggio? E’ forse la paura che Hamas accresca la propria popolarità e possa ottenere qualche seggio in più alle prossime elezioni? Oppure è il fatto che l’Autorità Palestinese non può rivendicare alcun merito in questo processo, né per la sua perseveranza né per i suoi successi politici?

    A prescindere dai reali scopi che Israele desidera raggiungere con il ritiro da Gaza e da come i Palestinesi vogliono interpretare questa mossa, Gaza è ancora una terra occupata, e rappresenta meno del 4,5 percento del totale dei Territori Occupati nel 1967. La lotta per la conquista della libertà è tuttora strettamente collegata agli sforzi e alle sofferenze dei Palestinesi nel West Bank, a Gerusalemme, e ai milioni di profughi che reclamano a gran voce il proprio diritto di ritornare in patria. Il ritiro da Gaza ha catturato l’attenzione dei media e ha causato diversi sconvolgimenti sia nella politica interna israeliana che in quella palestinese, ma è probabile che in pratica cambierà poco. Questa situazione si evolverà positivamente solo all’interno di un progetto più ampio che veda il ritiro militare completo da Gaza e dal resto dei Territori Occupati, in accordo con le risoluzioni internazionali e basato su intese reciproche tra le due parti. Tutto il resto è solo politica. Come sempre.

    Ramzy Baroud, un esperto giornalista arabo-americano, insegna Comunicazione di Massa presso la Curtin University of Technology. E’ l’autore di Writings on the Second Palestinian Uprising, di prossima uscita presso Pluto Press, Londra.

    Fonte: www.counterpunch.com
    Link: http://www.counterpunch.com/baroud08182005.html
    18.08.05

    Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA GUSMEROLI

    ----

    Applaudite tutti all'ennesima figura di merda di LIBERAL_, il difensore dei sionisti e a parole dei palestinesi

    Quanta vergogna dovrebbe ricoprire questa gente...

  5. #5
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito Re: Re: Gaza: dietro le quinte

    Originally posted by tigermen
    Ora fra un po' tocca anche ai palestinesi fare concessioni


    La fiaba del lupo e dell'agnello

    Secondo tigerman, i palestinesi dovrebbero suicidarsi, visto che resta loro solo la vita...

  6. #6
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    Predefinito Re: Re: Re: Gaza: dietro le quinte

    Originally posted by yurj


    La fiaba del lupo e dell'agnello

    Secondo tigerman, i palestinesi dovrebbero suicidarsi, visto che resta loro solo la vita...
    Perchè, non è quello che già fanno????

    Suicidarsi sugli autobus????

  7. #7
    Hanno assassinato Calipari
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    Predefinito Re: Re: Re: Re: Gaza: dietro le quinte

    Originally posted by Luca_liberale
    Perchè, non è quello che già fanno????

    Suicidarsi sugli autobus????
    Ammetti implicitamente che è l'unica cosa rimasta?

    Come commenti le confische di terra in cisgiordania ad opera di sharon?

  8. #8
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    Originally posted by agaragar
    Gaza è di per sè una prigione per i palestinesi, stretta fra israele e il deserto,

    Sharon avrebbe fatto meglio a prendersela tutta, trasferire i palestinesi nella west bank e abbandonare quella dandola completamente ai palestinesi...
    da gaza i palestiensi non si sarebbero mai spostati. e poi tutti avrebbero parlato di genocidio e bla bla bla. ci sono inoltre piu` palestinesi a gaza che nel west bank, perche` non far spostare gli altri visto che ci siamo ?

    l`unica cosa fattibile al momento e` quella di attendere la risposta dei palestinesi e vedere cio` che hanno veramente in mente di fare. se Al fatah ha intenzione di diventare un interlocutore credibile non puo` fare il soltio gioco delle tre carte, come faceva Arafat, con israele.
    il passo e` fondamentale, ma l`incapacita` degli arabi alla moderazione e la loro indole impressionabile ed instabile mi fa a pensare che ci saranno ancora colpi di scena.

  9. #9
    Hanno assassinato Calipari
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    Se guardate la cartina della west bank (incompleta e grezza, ce ne sono di più di colonie), vedrete come le colonie stanno circondando e facendo a pezzi la parte palestinese.

    Questo dimostra chi è che attacca, ruba e non vuole la pace.

  10. #10
    Hanno assassinato Calipari
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    Ma ora Gaza è una prigione


    www.rainews24.it

    di ALI RASHID
    Un grande senso di liberazione e di preoccupazione ha attraversato il milione e 200.000 palestinesi che vivono a Gaza nel vedere la partenza dei coloni israeliani dal loro territorio.

    Liberazione perché questa partenza avviene dopo 37 anni di presenza asfissiante ed aggressiva, che ha destabilizzato il territorio e la società. Una minoranza fanatica di 8.000 persone occupavano il 30% della piccola striscia di terra (di appena 360 Km) quadrati, mentre un altro 15% di quella terra veniva utilizzato per i loro spostamenti e la loro sicurezza, e in questo modo si paralizzava tutto il resto. Utilizzavano l'82% delle risorse di acqua, causando enormi danni alla salute, all'ambiente, a tradizioni e costumi millenari: il tutto in nome di Dio e della volontà divina e con i finanziamenti dei governi israeliani di destra e di sinistra.

    Con loro, la vita quotidiana dei palestinesi era una impresa impossibile, una sorta di zig zag permanente in attesa che calasse la sera: e la sera spesso non permetteva sonni tranquilli. Senza lasciare rimpianti, né voglia di vendetta, e senza lasciare un buon ricordo, se ne sono finalmente andati.

    Però c'è preoccupazione. E non riguarda la sfera dei sentimenti e le sensazioni: riguarda le cose sostanziali che hanno a che vedere con la vita materiale e con i simboli.

    Innanzitutto, il ritiro da Gaza è frutto di una iniziativa di Sharon, non concordata con l'Autorità nazionale palestinese, e non è collocabile, per metodo e per contenuto, dentro un piano di soluzione politica e di pace tra i due popoli. Lo sgombero dei coloni è terminato, ma il ritiro dei soldati è previsto per metà ottobre, e Israele ha già dichiarato la sua volontà di mantenere il controllo sulle coste, sul cielo e sui punti di passaggio dei confini con L'Egitto e con la stessa Israele. Impedisce la riparazione dell'aeroporto e del porto che aveva distrutto e non concede il passaggio sicuro tra la striscia di Gaza e la Cis-Giordania.

    In questo modo Gaza si trasforma in una grande prigione ed Israele potrà dire che non ha nessuna responsabilità verso di essa visto che non l'occupa più, ma mantiene una specie di controllo esterno che rientra nelle operazioni ormai di rutine per combattere il terrorismo, e lascia al ANP la responsabilità di gestire l'inferno che essa ha creato.

    Il disimpegno da Gaza è stato accompagnato da una serie di dichiarazioni di Sharon rispetto ad una accelerazione della colonizzazione della Cis-Giordania. Sono già in atto i primi atti concreti in tale senso: il ministero del bilancio ha stanziato 21 milioni di dollari per l'anno in corso e 23 milioni per l'anno prossimo come incentivi a favore di famiglie ebraiche per la colonizzazione dei territori palestinesi occupati nella valle del Giordano. Il piano prevede la colonizzazione di 1.200 Km quadrati in questa zona da parte di Israele, el'insediamento di circa 6.000 coloni al posto di 54.000 palestinesi. Gli ultimatum per le primi 300 famiglie palestinesi sono stati già consegnati: dovranno abbandonare le loro case e le loro case saranno distrutte.

    Altri progetti sono già in corso a Gerusalemme e nel resto dei territori palestinesi, mentre gli edifici delle colonie evacuate nei giorni scorsi nel nord della Cis-Giordania, non saranno trasferiti ai palestinesi, ma saranno trasformati in caserme per l'esercito israeliano.

    Onestamente non è possibile non capire quali sono i limiti della iniziativa di Sharon: è una grande operazione mediatica, alternativa alla road maap che il quartetto aveva elaborato a misura di Sharon ed in violazione del ultimo accordo di Sharm El Shiekh, firmato con con la partecipazione del presedente americano.

    Che si tratta di inganni e d'operazione mediatica gigantesca, lo denunciano anche importanti esponenti politici, accademici e del mondo della cultura israeliani, preoccupati dalla involuzione democratica e morale di Israele a causa della occupazione dei terriotri di un altro popolo ed a causa dei suoi leadr di destra e di sinistra.

    Malgrado tutto, a noi palestinesi non sfugge il significato dello sgombero dei coloni ebrei, nel progetto messianico, arcaico e fuori luogo dove le stesse colonie nelle terre palestinesi non rappresentavano un incedente di percorso, ma un elemento fondativo dello stato nazionale ebraico.

    Quel progetto espansionista ha urtato contro i propri limiti. Molti israeliani manifestano insofferenza per quello che è diventato per loro lo stato di Israele, e non si sono commossi di fronte allo spettacolo messo in scena, anzi hanno sentito disagio e vergona. Il percorso democratico e contrario alla violenza che, con difficoltà, procede in Palestina, darà una mano forte a loro. A nessuno di loro e di noi sono stati d'aiuto le dichiarazione di stima smisurata, rilasciate da ambienti di sinistra per l'iniziativa parziale, unilaterale di Sharon.
    Liberazione 25 agosto 2005
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