DI RAMZY BAROUD

E’ abbastanza curioso come l’Autorità Palestinese abbia deciso di farsi coinvolgere in un processo che in realtà ha il solo scopo di escluderla, è strano anche il modo in cui il dibattito sul ritiro da Gaza si sia spostato dai reali intenti israeliani alle controversie interne alla Palestina riguardo i dettagli e le decisioni da prendere nel periodo che seguirà l’abbandono degli insediamenti.
Quando il Primo Ministro Ariel Sharon ha annunciato i propri piani per il ritiro da Gaza e da una piccola enclave del West Bank, ha descritto la sua decisione unilaterale come una scelta obbligata dettata dalla mancata collaborazione da parte dei Palestinesi nel processo di pace, tesi ripetuta meccanicamente dai vertici della destra israeliana secondo la quale questo comportamento ostruzionistico non cambierà nel futuro prossimo.

Il “ritiro”, al fine di aumentare la sicurezza israeliana, si riduce a una semplice supremazia demografica e non porta quindi a maggiori diritti per i Palestinesi. Le dichiarazioni a riguardo sono sempre state tanto chiare quanto inique: “Israele abbandona Gaza al fine di mantenere una grossa parte del West Bank”, così il Jerusalem Post ha sintetizzato le posizioni dei vertici del governo ebraico. Questo concetto è stato inizialmente espresso dal Capo di Stato Dov Weisglass circa un anno fa, e ripreso in seguito dal Ministro della Difesa e stratega militare Shaul Mofaz, e, secondo il Jerusalem Post, persino da Sharon stesso.

Coloro che non hanno familiarità con la situazione israelo-palestinese hanno trattenuto il respiro di fronte ai motivi che hanno portato allo sgombero degli insediamenti; chi invece è a conoscenza delle manovre politiche e militari di Israele ha già capito tutto: Sharon sta ancora una volta giocando con la terra, la politica e la demografia, e quindi il solito finale triste attende i palestinesi: la serratura, la chiave e la guardia carceraria; e la scena ormai familiare di Palestinesi tenuti prigionieri ai checkpoint. Certo, gli insediamenti erano e rimangono la problematica principale e rimuoverne 21 da Gaza e 4 dal West Bank evacuando 8.000 coloni si suppone sia una cosa positiva. Ma accettare ciecamente come vere le sopraccitate conclusioni significa dimenticare un’importante lezione che avremmo dovuto apprendere dai rabberciati accordi di Oslo: Israele è molto attento ai dettagli.










E’ quantomeno strano come il governo israeliano non abbia fatto praticamente nulla per fuorviare l’opinione pubblica sul reale significato del nuovo posizionamento del proprio esercito e dei coloni; non ha neppure voluto nascondere il fatto che Israele manterrà comunque il totale controllo sui confini di Gaza, sulla sua terra, lo spazio aereo e le acque territoriali. Allo stesso modo, non c’è stato alcuno sforzo per negare che l’esercito israeliano avrà ancora il diritto di colpire come e quando riterrà opportuno l’affollata e impoverita striscia di Gaza, assieme alla possibilità di controllare qualsiasi persona o cosa entri ed esca da quest’area. Insomma, lo status di “prigione all’aria aperta” imposto su Gaza dall’occupazione israeliana del 1967 non subirà alcun cambiamento.
Nonostante ciò, qualcosa è stato ottenuto: per esempio Israele può comodamente sottrarre al proprio incubo demografico un milione e mezzo di abitanti della striscia di Gaza per i quali non sarà più responsabile, mantenendone comunque il controllo assoluto. Inoltre questo ritiro pone fine all’inutile impegno militare israeliano per conquistare un’enclave insignificante, attenua il parere negativo dato dalla comunità internazionale riguardo l’occupazione di Gaza e riduce lo scontento all’interno delle forze armate nonché le inevitabili perdite causate dagli attacchi palestinesi contro gli insediamenti.

Così, mentre i giornalisti discutono animatamente sul destino delle macerie degli insediamenti ebraici dopo il limitato ritiro israeliano, chiedendosi se gli estremisti rivendicheranno il controllo di Gaza o Mahmoud Abbas saprà “imporsi sui militanti”, viene completamente ignorato un quesito ben più importante: Israele smetterà di essere un occupante dopo che qualche migliaia di coloni saranno spostati in una zona meno vulnerabile non senza prima essere stati riempiti di denaro (circa un milione di dollari per famiglia, un costo che sarà poi coperto grazie alle tasse degli Americani)?

E’ importante ricordare come il disimpegno pianificato da Sharon è stata la risposta alla “Road Map” proposta da George W. Bush e accettata sia da Israele che dall’Autorità Palestinese nel giugno 2003; per quanto il ritiro da Gaza possa essere stato doloroso, è l’unica via d’uscita a disposizione di Sharon per non rimanere impantanato in qualsiasi tipo di trattativa politica o di impegno reciproco con i vertici palestinesi: Israele agisce nel modo in cui pensa sia più conveniente per sé. La morale è questa.
Hamas viene dipinto come l’orco cattivo pronto a strangolare i palestinesi moderati che non portano la barba e le loro donne che rifiutano di indossare il velo; il fatto che Israele abbia l’intenzione di mantenere il controllo totale su Gaza e sulle zone del West Bank evacuate, non sembra avere nessuna importanza. Nel frattempo il Muro di Separazione eretto da Israele continua a causare enormi danni alla terra del West Bank, si snoda fino a includere gli insediamenti illegittimi, sfigurandone la topografia e la demografia; per quanto riguarda la parte est occupata di Gerusalemme, beh, in realtà non fa ormai più parte dei territori palestinesi.

La decisione presa dall’Autorità Palestinese di cooperare con Israele nella gestione del post-ritiro da Gaza (ammettendo quindi implicitamente che la scelta di Sharon sia stata giusta) è quantomeno inopportuna; sarebbe stato sicuramente meglio far sì che l’attenzione della comunità internazionale si concentrasse sull’immediato futuro dei Territori Occupati, ma evidentemente la paura che Hamas possa assumere il controllo della zona ha in qualche strano modo unito gli interessi di Israele e dell’Autorità Palestinese.

Secondo UPI (United Press International) Saeb Erekat, funzionario palestinese, ha raccontato a dei giornalisti stranieri di un incontro con Sharon avvenuto circa un anno e mezzo fa in cui avrebbe detto al leader israeliano: “Vogliamo collaborare con voi in questo processo. Valuti le conseguenze di ciò che lei definisce una ‘decisione unilaterale’: non vogliamo che gli estremisti palestinesi si impongano a Gaza dicendo che questo è il risultato della loro politica fatta di attentati suicidi e attacchi con razzi (Qassam)”.

Ciò che forse Erekat ha dimenticato è il retaggio della politica sanguinaria attuata dai diversi governi israeliani che si sono succeduti a Gaza: questa dovrebbe essere una problematica ben più importante e urgente del timore di un’eventuale strumentalizzazione sul ritiro di Israele dall’enclave martoriata.

Le alte cariche palestinesi hanno anche volontariamente omesso che, se non fosse stato per l’incrollabile risolutezza della loro gente di fronte a ogni tipo di avversità, per la loro resistenza e il loro sacrificio dimostrati sin dalle primissime ore di occupazione circa 30 anni fa, Israele non avrebbe neppure pensato di abbandonare gli insediamenti in questa pittoresca e stupenda zona. Cosa c’è di sbagliato nel fatto che i Palestinesi vogliano sfilare per festeggiare la loro vittoria e incidere sulle rovine di Gaza i nomi dei propri combattenti caduti, celebrando così il loro sacrificio e coraggio? E’ forse la paura che Hamas accresca la propria popolarità e possa ottenere qualche seggio in più alle prossime elezioni? Oppure è il fatto che l’Autorità Palestinese non può rivendicare alcun merito in questo processo, né per la sua perseveranza né per i suoi successi politici?

A prescindere dai reali scopi che Israele desidera raggiungere con il ritiro da Gaza e da come i Palestinesi vogliono interpretare questa mossa, Gaza è ancora una terra occupata, e rappresenta meno del 4,5 percento del totale dei Territori Occupati nel 1967. La lotta per la conquista della libertà è tuttora strettamente collegata agli sforzi e alle sofferenze dei Palestinesi nel West Bank, a Gerusalemme, e ai milioni di profughi che reclamano a gran voce il proprio diritto di ritornare in patria. Il ritiro da Gaza ha catturato l’attenzione dei media e ha causato diversi sconvolgimenti sia nella politica interna israeliana che in quella palestinese, ma è probabile che in pratica cambierà poco. Questa situazione si evolverà positivamente solo all’interno di un progetto più ampio che veda il ritiro militare completo da Gaza e dal resto dei Territori Occupati, in accordo con le risoluzioni internazionali e basato su intese reciproche tra le due parti. Tutto il resto è solo politica. Come sempre.

Ramzy Baroud, un esperto giornalista arabo-americano, insegna Comunicazione di Massa presso la Curtin University of Technology. E’ l’autore di Writings on the Second Palestinian Uprising, di prossima uscita presso Pluto Press, Londra.

Fonte: www.counterpunch.com
Link: http://www.counterpunch.com/baroud08182005.html
18.08.05