PROTAGONISMO UMANITARIO
Postato il Saturday, 27 August @ 06:414 CDT di davide

DI MASSIMO FINI
Il "pasticciaccio" sollevato da Maurizio Scelli (l'ennesimo da quando siamo in Iraq a fare, sia pur mascherandola con altri nomi, qualcosa che storicamente non sappiamo e non siamo portati a fare: la guerra) ha la sua causa originaria nel fatto che da tempo la Croce Rossa Italiana non fa più solo la Croce rossa ma anche molte altre cose che nulla hanno a che vedere con la sua funzione istituzionale. Da che esiste, cioè dalla metà dell'Ottocento, la Croce Rossa Internazionale, articolata nelle varie sezioni nazionali, ha un solo compito: raccogliere e curare i feriti di guerra, e i malati in guerra, che non possono essere assistiti dai rispettivi Paesi. Punto e basta. Per questo è sempre stata rispettata da tutte le forze combattenti, anche in guerre durissime, per la vita e per la morte, come fu il secondo conflitto mondiale.

Proprio per mantenere la neutralità, essenziale al suo compito, la Croce rossa è sempre stata un organismo anonimo del quale non si sapevano i nomi né di coloro che la guidano né degli operatori sul campo. Invece da quando è in Iraq la Croce rossa italiana (ma non quella internazionale o le sezioni degli altri paesi) non ha fatto altro che debordare dai propri compiti.Così fin dall'inizio del conflitto la Croce rossa italiana si è trasformata in una sorta di caravanserraglio i cui convogli imbarcavano giornalisti, volontari, dilettanti allo sbaraglio "and all sort of men", mettendo in tal modo a grave rischio la vita dei propri operatori perché i guerriglieri iracheni potevano legittimamente pensare che in quella folla variopinta si nascondessero anche delle spie e degli agenti segreti. Questa confusione ha provocato, sia pur indirettamente, la morte di Baldoni. In seguito la nostra Croce rossa si è messa a smaniare e a trafficare, spinta certamente anche dal governo italiano, per farsi intermediaria nella liberazione di ostaggi.

Cosa che esula completamente dai suoi compiti e che era osteggiata, giustamente, dai nostri servizi di intelligence cui è stata più di danno che d'aiuto.

Sarebbe però diminutivo addossare tutte le responsabilità all'evidente narcisismo del commissario straordinario Maurizio Scelli. Nel "pasticciaccio" giocano la loro parte anche la degenerazione complessiva della cultura e della società italiana dove, per smania di protagonismo, per l'avidità di apparire sui media, nessuno, a cominciare dal cattivissimo esempio dato dalle più alte cariche istituzionali, nessuno sa più stare al proprio posto (basterebbe pensare, ma è solo l'ultimo episodio, alle recenti dichiarazioni del Presidente del Senato Marcello Pera) e il fatto che è ormai nostra inveterata abitudine, nelle zone e nelle situazioni di guerra, tenere contatti ambigui, nascosti e sotterranei con coloro che dovremmo combattere (accadde anche in Libano, col generale Angioni). E per far questo si è disposti a servirsi di tutto, anche della Croce rossa, intaccandone l'immagine e la sacrale neutralità. Per cui non hanno torto gli americani che, a proposito del "caso Scelli" hanno commentato, sprezzantemente: "Sono questioni solo dell'Italia". Purtroppo è così.

E il fatto paradossale è che ciò che oggi viene rimproverato a Scelli, non è di aver trasformato la Croce rossa italiana in un "prêt à porter" buono per tutti gli usi, ma di aver curato quattro terroristi, o presunti tali, feriti. Questo è quanto la Croce rossa, italiana o no, doveva fare comunque senza proporlo come contropartita di uno scambio improprio. Perché il compito della Croce rossa è esattamente quello di curare i feriti, di qualunque fazione combattente, senza chiedersi se sono amici o nemici. Perché la Croce rossa non ha né amici né nemici, ma, nel rispetto della propria neutralità, solo feriti di guerra da assistere.

Massimo Fini (www.massimofini.it)
Fonte:www.gazzetino.it
27.08.05