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    Massimo Teodori
    RADICALI, SOCIALISTI E IL GRANDE VUOTO DELLA RIFORMA LIBERALE
    “Il Riformista” , 30 luglio 2005

    L’accordo in fieri tra lo SDI di Enrico Boselli, i radicali di Marco Pannella e, probabilmente, i nuovi socialisti di Bobo Craxi e Gianni De Michelis per un rassemblement laico-socialista nel centro-sinistra evoca esperienze e problemi della storia dell’Italia repubblicana che è utile richiamare. All’ordine del giorno sono ancora in sofferenza le forze, le proposte e gli obiettivi della riforma liberale nel nostro paese. Verso la metà degli anni Settanta il nuovo vigoroso corso socialista autonomista di Bettino Craxi, sostenuto da un nutrito gruppo di intellettuali riformatori che avevano come riferimento “Mondoperaio”, pareva potere avviare l’Italia verso quella modernizzazione liberalizzatrice nell’economia, nelle istituzioni e nella società che il tumultuoso sviluppo del ventennio precedente aveva invano richiesto. Il leader del PSI, inserito in pieno nel sistema partitico, interpretava la carica innovatrice volta a rompere il sistema bloccato DC-PCI, reso ancora più inamidato dal compromesso storico e dall’unità nazionale necessari di fronte all’attacco dell’eversione nera e rossa. Nello stesso periodo, indipendentemente dai partiti laici e di sinistra ma in qualche modo in consonanza con buona parte del mondo socialista, i radicali di Marco Pannella davano voce, fuori dal sistema dei partiti ma con sbocchi istituzionali, alle grande riforme civili di cui si è soliti ricordare la tappa fondamentale del divorzio, prima strappato al Parlamento nel 1970 dalla maggioranza laico e di sinistra, e poi confermata a larga maggioranza nel paese dal referendum del 1974 con la sconfitta dei clericali di Fanfani e dei neofascisti di Almirante.
    Può sembrare stucchevole continuare a riandare a quella stagione da cui ci divide il tempo interminabile di una generazione, cioè l’oblio della memoria. Così è per chi scrive che, pur avendo partecipato a quelle vicende, rifugge personalmente dalle rievocazioni che hanno il sapore del reducismo nostalgico. Qui tuttavia interessa richiamare l’azione che condussero, insieme e in parallelo, socialisti e radicali nel decennio tra i primi anni Settanta e Ottanta. Si trattò del momento in cui più ci si avvicinò a colmare la grande questione storica dell’Italia contemporanea: la mancanza di un progetto e di una forza politica innovatrice e riformatrice, liberale e socialista democratica, di visione europea e occidentale, laica negli obiettivi e nei metodi, estranea ai vincoli dogmatici e ideologici, capace di affrontare con pragmatismo i nodi di un paese vecchio, incrostato da pregiudizi corporativi e consociativi, e sostanzialmente conservatore pur dietro lo schermo delle palingenesi pseudo-rivoluzionarie e delle nostalgie pseudo-autoritarie. Non ci si stancava mai di riflettere sul fatto che Bettino Craxi e Marco Pannella, ognuno a suo modo, allargavano di fatto l’impatto di quella politica non comunista e filocomunista, non democristiana e filoclericale, non fascista e parautoritaria che era stata sempre ai margini in Italia. Dal 1945 non c’erano riusciti i liberali, gli azionisti e i democratici rinchiusi nello loro sterili parrocchie. Avevano fallito i socialisti, perennemente dilaniati tra le varie scuole di pensiero che li rendevano di volta in volta subordinati al PCI o alla DC. Era stato generoso ma con pochi risultati Peppino Saragat. Aveva coltivato il suo personale orticello di grande mediatore tra le chiese Ugo La Malfa. In definitiva, i laici, i liberali e i socialisti riformatori occidentali avevano sempre preferito le rispettive singolarità e magari i personalismi narcisistici all’unico progetto, cioè all’unità laico-liberal-socialista di fronte a DC e PCI che – teoricamente – avrebbe potuto produrre in Italia modernizzazione europea.
    Ma già a metà degli anni Ottanta, proprio con il primo governo presieduto da un socialista, svanì la speranza o l’illusione che quella massa di cittadini che superava il quarto dell’elettorato nazionale (PSI, PSDI, PRI, PLI, Rad) con punte nelle aree urbane più moderne potesse trovare uno sbocco unitario. Bettino Craxi fu re-ingoiato dalla politica partitocratica nell’esercizio del braccio di ferro con DC e PCI per il potere sotto l’intreccio tra politica e affari. E Pannella, abbandonato il disegno laico-socialista (che allora si indicava come “mitterrandiano”), accentuava la politica della grande testimonianza senza l’ambizione di incidere in profondità sulle istituzioni e sul governo del paese.

    Era stata perduta un’occasione storica. L’altro appuntamento disatteso dai riformatori pragmatici fu tangentopoli. I comunisti, divenuti nel frattempo post-comunisti, non vollero e non seppero trasformarsi in riformatori non-comunisti. Anzi accentuarono i loro vecchi vizi, politici e ideologici, di stampo anti-liberale abbracciando e servendosi senza riserve dell’arma politica del giustizialismo. Anche i laici e i socialisti non vollero e non seppero reagire all’offensiva giudiziaria-moralistica, perché travolti dalle loro prassi inquinate. Occorreva che alla chiamata di corresponsabilità dell’intera classe politica di Bettino Craxi in Parlamento facesse riscontro la volontà di reazione politica anti-giustizialista dei gruppi potenzialmente riformatori, ma ciò non avvenne perché ciascuno cercò la via personale alla sopravvivenza dalle macerie della prima Repubblica. Marco Pannella , fortissimo del patrimonio politico radicale e dell’onestà personale dopo avere opportunamente imboccato la strada alternativa referendaria con Mario Segni, aveva tutte le carte in regola per divenire il leader di un grande schieramento “terzista”.Socialisti, socialdemocratici, liberali non avevano più leader, i giustizialisti comunisti e i loro alleati della sinistra democristiana erano disarmati e, forse, allora si prospettava la possibilità di quel riallineamento dei partiti che era stato sempre ostacolato dalle strutture di potere e dai gruppi dirigenti costituiti che opponevano resistenza a qualsiasi trasformazione. Ma ancora una volta non accadde nulla, e i riformatori liberali rimasero a guardare dando libero corso ai loro nemici. Poi arrivò il bipolarismo con la riforma elettorale maggioritaria ottenuta solo – sottolineo solo – grazie al referendum innescato fuori dai partiti per iniziativa di alcuni riformatori democristiani (Segni, Ciccardini), post-comunisti (Barbera), e laici (Pannella, Massimo Severo Giannini). Molti tra quelli che parteciparono a quelle iniziative ritenennero – continuo a ritenere a ragione – che la democrazia dell’alternanza, favorita se non prodotta dal sistema elettorale non proporzionale, fosse meglio della democrazia consociativa. I socialisti sbandati da tangentopoli erano allora – e in gran parte rimangono oggi – fieri avversari del maggioritario e del bipolarismo per il fatto che tagliava loro quelle gambe che, in effetti, avevano consentito a Craxi con la proporzionale di giocare il ruolo terzista quale Ghino di Tacco. Altri, come chi scrive, di provenienza radicale, democratica, liberale e socialista ritennero che per la democrazia il vantaggio dell’alternanza fosse di gran lunga superiore agli svantaggi che i gruppi più piccoli subivano nel gioco politico-elettorale ingabbiati nelle due coalizioni.
    La speranza, e forse anche l’illusione che ci mosse – nel centrodestra come nel centrosinistra – era che nel sistema binario maggioranza-opposizione le coalizioni potessero finalmente “liberalizzarsi” nei rispettivi ruoli politici. Così i socialisti e i liberali si divisero equamente tra gli uni e gli altri, e i radicali rimasero fuori pur tentando di volta in volta, con prevalenza rispetto all’alleanza berlusconiana, di influenzare i due grandi blocchi con iniziative esterne referendarie che tuttavia persero mano a mano incisività e capacità di produrre risultati. Altri ancora, non pochi riformatori liberali, preferirono pronunziare il “non possumus”, restando estranei o ai margini della politica che nel frattempo si era andata configurando in maniera del tutto diversa dalla prima Repubblica. Ma anche nella nuova forma politica, più che mai i riformatori liberali, di tutte le provenienze e osservanze, risultarono sconfitti.

    Il berlusconismo, specialmente nell’originario progetto-versione del “partito liberale di massa”, rappresentò per alcuni aspetti una speranza. La speranza che una forza nuova, non impigliata nelle scorie del passato e sospinta dai ceti più moderni e svincolati del paese, specialmente al Nord, potesse avere interesse a dare una scossa liberalizzatrice al paese svecchiando lo Stato, aprendo l’economia e dando libero coso ai diritti individuali, allo Stato di diritto e alla giustizia giusta. Quel misto di secolarizzazione modernizzante e di individualismo aggressivo non privo di limiti, appariva a taluni come una novità nel panorama italiano sempre così ingessato dalle tradizioni di partiti legati a vecchi schemi e poteri. Dal lato opposto la riorganizzazione dello schieramento di sinistra e di centro-sinistra, con i postcomunisti teoricamente non più egemoni dopo la fine dell’Unione Sovietica, lasciava intravedere la possibilità di una vigorosa rimonta dei riformatori liberali, i vincitori storici del mondo post-ideologico. Il bipolarismo ha rappresentato tra il 1994 e il 2001 una speranza anche per coloro che non condividevano del tutto le leadership e gli orientamenti dei due poli condizionati dalle estreme, i leghisti e i clerico-populisti da una parte e i neo-comunisti e neoglobalisti dall’altra. Ma anche questo passaggio della mai nata “seconda Repubblica” doveva dimostrarsi disastroso per tutti i riformatori liberali.
    Nel centrodestra prendevano sempre più vigore le tendenze antiliberali di stampo statal-centralista o catto-clericale. Non mi riferisco qui al peso dei gruppi dirigenti, cosa che pure è importante, quanto piuttosto alle politiche pubbliche espresse nella gestione peraltro ampiamente maggioritaria del governo nazionale. Di più il governo Berlusconi non riusciva a portare a termine quelle grandi riforme di stampo moderno e liberale che pure aveva promesso. Certo, la situazione interna e internazionale dopo l’11 settembre imponeva notevoli vincoli, ma purtuttavia i risultati, valutati secondo il criterio della riforma liberale, restano molto lontani dalle aspettative. Ancor più deludente si presenta il bilancio del centro-sinistra. Qui il peso dei nuovi Ghino di Tacco massimalisti poneva una pesante ipoteca sulle questioni essenziali della politica estera ed economica mentre il residuo peso di settori del mondo cattolico congiunto alla tradizionale timidezza dei postcomunisti non facevano decollare una chiara politica di espansione dei diritti civili. Insomma, nel centrodestra come nel centrosinistra, il bipolarismo invece di portare l’aumento del “tasso liberale e riformatore” in entrambe gli schieramenti, aveva causato l’effetto contrario.

    Un’analisi disincantata della forza del riformismo liberale porta oggi ad amarissime conclusioni. Nello schieramento berlusconiano i riformatori non contano nulla, né come gruppo, tendenza e proposta né individualmente come influenza personale. I liberali e i socialisti, per non parlare di qualche raro ex radicale, che sono confluiti dentro Forza Italia, non hanno molta influenza, per usare un eufemismo. Personalità politiche (Biondi, Martino, Cicchitto) che pure nella prima Repubblica avevano avuto qualche ruolo, sono silenti o assuefatti a una passiva gestione del potere. Né riescono a esprimere qualcosa di politicamente più significativo nell’ambio della maggioranza i repubblicani di Giorgio La Malfa e i socialisti di Gianni De Mchelis che hanno scelto il centrodestra in maniera legittima e altrettanto se non più opportuna di quelli che optarono per l’altro schieramento. Certo, gli antichi leader laici e socialisti della prima Repubblica conservano appieno la loro dignità personale nel centrodestra, ma si ha l’impressione che vengano utilizzati nel centrodestra quasi come figurine di un presepe che deve essere “multiculturale” senza tuttavia realizzare una corrispondente politica che potrebbe derivare solo dall’incontro tra diversi sul terreno liberale. Evocare oggi come numi tutelari del “partito unico” grandi personalità per lo più appartenenti al glorioso universo antitotalitario – H.Arendt, Orwell, Furet, Nicola Chiaromonte – mi pare sia come appendersi in casa oleografie di antenati comperati al mercato delle pulci scegliendo le facce più belle con tanto di baffi. E preferisco non parlare di quanti hanno abbracciato - non se per convinzione o piuttosto per realpolitik – progetti e posizioni antiliberali con la scusa che occorre una re-interpretazione del liberalismo o di una nuova laicità.
    Un discorso altrettanto desolato riguarda il centrosinistra disseminato sia di presenze individuali, sia di gruppi politici provenienti dalla tradizione laica, liberale e socialista. Senza volere dare valutazioni presuntuose o affrettate, il ruolo dello SDI in termini di efficacia politica mi pare fin qui assai scarso di fronte al vigoroso peso del sistema bertinottian-cossuttian-verde-correntonesco. E, purtroppo, le coraggiose analisi e prese di posizioni dei riformisti diessini non sono finora riuscite a convertire il vertice postcomunista, troppo impigliato nei vecchi equilibrismi e nei vecchi miti “unitari” della sinistra.

    Dopo un decennio di bipolarismo il grande vuoto liberal-socialista-laico è divenuto ancora più grande: quindi il punto più dolente della storia d’Italia continua ad essere proprio questo. E’ in tale prospettiva che occorre interrogarsi oggi sull’operazione che dovrebbe vedere ricongiunti, almeno dal punto di vista elettorale, i diversi tronconi socialisti e i radicali. Il carico di responsabilità di una simile operazione, se vuole andare al di là della tattica elettorale per superare la soglia del 4% - che pure è obiettivo meritevole -, è assai gravoso. Ho cercato di ripercorrere la storia dei fallimenti e delle delusioni che dalla “terza forza” degli anni Cinquanta all’ipotesi craxian-pannellaiana degli anni Settanta ha segnato l’Italia repubblicana. Certo non sono così illuso da ritenere che nella palude odierna il progetto socialista-radicale possa fare il verso ai progetti del passato quando, tutto sommato, i rapporti di forza, anche per la minoranza non comunista e non democristiana, erano ben altri. Oggi le forze sono molto modeste: SDI, Nuovo PSI e Radicali italiani rappresentano, al meglio, sì e no il 5% dell’elettorato, per lo più dilaniato tra lo stare con gli eredi della palude clerico-fascista o con quelli degli aguzzini giustizial-comunisti. Ma questo è quel che la dissennatezza di noi tutti offre sul mercato politico.
    Personalmente sono sempre stato favorevole al maggioritario bipolare e anche oggi ritengo che il sistema debba essere salvaguardato. Ma ciò non mi mette al riparo dall’essere assalito dal dubbio che in questo sistema politico-elettorale le istanze, le proposte e soprattutto le realizzazioni riconducibili alla riforma liberale sono divenute sempre più difficili. Da antiproporzionlista, incallito ma non ideologico, comincio a comprendere che le pressanti richieste proporzionaliste di personaggi come Gianni De Michelis non sono avanzate solo per ragioni di bottega ma anche su basi politiche. Ma non è certo questo il problema in discussione oggi con l’alleanza socialista e radicale. Sul tappeto, a me pare, è se l’operazione politico-elettorale, con tutti i vincoli dell’attuale sistema, debba essere considerata solo come un calcolo – ripeto legittimo – di alcune botteghe di partito, o invece debba cominciare a proporsi come ripresa di quel discorso sul grande vuoto della riforma liberale che nei precedenti passaggi dell’Italia repubblicana non è mai stato colmato.
    A me pare che in questa prospettiva socialisti e radicali debbano guardarsi dai molti pericoli che li assediano. Non certo quello della collocazione nel centrosinistra piuttosto che nel centrodestra perché, a stare ai fatti e non alle intenzioni, complessivamente da una parte e dall’altra gli ambienti sono sostanzialmente refrattari. Quando parlo di pericoli mi riferisco a quelli intrinseci ai diversi gruppi dirigenti che sono all’opera. I Socialisti Democratici Italiani si sono da tempo adagiati sotto l’ombrello diessino e prodiano e non sembrano così ansiosi di riassumere quel vigore, diciamo così “autonomistico” che caratterizzò la migliore stagione di Bettino Craxi. Gli amici di Gianni De Michelis e di Bobo Craxi sembrano prigionieri di quello che rischia di essere un mito nostalgico se non confrontato con la realtà d’oggi, e cioè la priorità assoluta dell’unità socialista, anche se si risolve soltanto mettendo insieme piccoli spezzoni di micro-organizzazioni. Per suo conto Marco Pannella ha coltivato in questi anni il mito della solitaria funzione salvifica che lo ha indotto a puntare sul piccolo gruppo, cosa che potrebbe ripetersi domani in Parlamento con l’elezione tramite centrosinistra. Tutti, socialisti organizzati e non, e radicali non paiono darsi carico del fatto che, al di là dei rispettivi piccoli gruppi, esiste nel paese qualcosa come dieci milioni di elettori (che un tempo votavano socialista, liberale, laico) che per lo più sono allo sbando, insoddisfatti dei due schieramenti ma alienati anche dalle nuove piccole organizzazioni militanti.
    E’ questo il grande vuoto che hanno lasciato le due alleanze del centrodestra e del centrosinistra e che rischia di non essere colmato neppure dall’operazione socialista-radicale se si risolve solo in un escamotage elettorale. Enrico Borselli, Gianni De Michelis, Bobo Craxi, Marco Pannella ed Emma Bonino hanno tutti sufficiente esperienza e lucidità politica per sapere che possono mettere in cantiere un’operazione politica di ben maggiore respiro politico del puro accordo elettorale, se riescono ad andare al di là delle loro botteghe. Questa è la sfida che sta loro di fronte. Il grande vuoto della riforma liberale nella storia d’Italia serva da monito.

    il Riformista
    30 luglio 2005

  2. #2
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