Lavoro nero, dati shock. La Cgil si rimobilita
Sindacati. Ieri, a Bari, Guglielmo Epifani ha presentato il Rapporto Ires 2005 sull'economia sommersa. Un fenomeno in crescita che non va tollerato
Alessandro Genovesi*
Il lavoro nero rappresenta uno dei principali problemi dell'Italia Colpisce milioni di uomini e donne nella loro dignità di lavoratori e nella loro sicurezza, danneggia la parte sana del sistema produttivo ed è la causa maggiore di evasione fiscale e previdenziale. Contrastare l’economia sommersa è la premessa per aumentare il livello di democrazia e cittadinanza nel nostro paese, per qualificare il sistema produttivo, rendere più moderno e giusto il sistema fiscale e quindi il sistema di protezione sociale recuperando ingenti risorse, più equilibrato e trasparente il mercato, combattere l’illegalità diffusa.
Per farlo, occorre fare i conti con un modello di sviluppo che nel nostro paese, a fronte di un costo del lavoro tra i più bassi in Europa, si caratterizza tanto per imprese che competono (o potrebbero competere) sulla qualità dei prodotti e dei processi, quanto per attività che, dato il nuovo contesto di competizione globale e la nuova divisione internazionale del lavoro, non possono più sopravvivere basando la propria strategia sulla riduzione ulteriore dei costi. Contrastare il lavoro nero vuol dire allora concentrare gli sforzi politici ed economici verso quelle realtà imprenditoriali e di sistema esistenti, le cui potenzialità potrebbero sopportare oggi i costi di un ritorno alla legalità, domani – più in generale e grazie a interventi mirati – permettere un consolidamento in chiave di maggiore qualità nel prodotto e nei processi. Per questo, la lotta al lavoro nero necessita di interventi strutturali sapendo agire tanto sull’eccezionalità quanto sul consolidamento dei sistemi economici locali, qualificando il sistema infrastrutturale in molte zone del paese, implementando modelli e dinamiche di sviluppo partendo dal basso, estendendo tutele e diritti per milioni di persone, aumentando la qualità dei sistemi produttivi e del sistema fiscale, rendendo più funzionali gli assetti istituzionali e delle Pubbliche amministrazioni. a livello nazionale e locale. Contrastare il lavoro nero in Italia richiede, infine, una politica di medio-lungo periodo attenta alle specificità, alle dinamiche territoriali e settoriali, coerente nei suoi passaggi e nelle proposte. Con la consapevolezza che anche il “mercato sommerso” tende a evolversi, accompagnando in maniera parallela l’evoluzione del mercato del lavoro più in generale.
Di tutto questo ha discusso ieri la Cgil, che a Bari – presso l'Hotel Excelsior, con le conclusioni del segretario generale Guglielmo Epifani – ha presentato il Rapporto Ires 2005 sull'economia sommersa curato da Agostino Migale (sui dati del Rapporto si sono confrontati Bersani, Bonanni, Bresso, Canapa, Errani, Treu e Vendola, presidente della Regione Puglia.
I numeri del Rapporto Ires parlano da soli. Il lavoro sommerso rappresenta tra il 15,6% e il 17,1% del Prodotto interno lordo (stima Censis) per un valore minimo di 160 miliardi di euro annui e per un’omissione di versamenti fiscali e contributivi pari a circa 70 miliardi di euro di base imponibile Irap (in grado di fornire un gettito di circa 2,5 miliardi), 1,6 miliardi di euro come base imponibile Irpeg (per un totale di circa 800 milioni di gettito), versamenti previdenziali e assicurativi omessi per circa 16 miliardi di euro. I limiti della politica portata avanti dal governo, visti in funzione del contrasto all’economia sommersa, sono enormi. In un contesto che ha visto in soli tre anni l’emanazione di ben tre condoni (fiscale, preventivo, edilizio), lo svilimento del ruolo della magistratura, lo stravolgimento di normative fondamentali come quella ambientale e quella sui lavori pubblici, abbiamo assistito ad una vera e propria cancellazione di ogni politica seria di contrasto al lavoro nero, che si intrecciasse con una più generale qualificazione dei sistemi produttivi locali. L’idea di concepire l’impresa come un soggetto avulso dal suo contesto produttivo e territoriale, ha prodotto il fallimento della legge 383/01 che in due anni, a fronte di enormi benefici automatici, ha visto emergere meno di 4 mila lavoratori.
Occorre allora ragionare su un “percorso” di riforme ed interventi che sanciscano quattro ben determinati livelli di azione per quella che noi definiamo una vera e propria strategia contro il lavoro nero, un piano di legislatura che ne aggredisca i principali nodi. Di qui gli interventi proposti dalla Cgil. una politica per l’emersione finalizzata a quelle imprese che per potenzialità e caratteristiche possano mantenersi e consolidarsi in un regime di piena legalità. Occorre passare dal concetto di emersione al concetto di accompagnamento verso il consolidamento e la qualificazione, selezionando i tessuti produttivi in grado di reggere “l’emersione” e accompagnando, al contempo, i lavoratori e le imprese destinate al fallimento, verso nuovi settori; un nuovo sistema di relazioni con le Pubbliche amministrazioni e tra le imprese in grado di permettere un circuito trasparente e legalitario nella dinamica degli appalti, delle forniture, del franchising e del distacco; una politica di presidio del territorio e di efficace repressione verso quei soggetti che, nonostante politiche attive e mirate, persistano nell’illegalità, attraverso una profonda riforma dei servizi ispettivi.
Si tratta di un piano di legislatura che per la Cgil dovrà articolarsi in proposte precise, ad ampi raggio: un fondo per i piani locali di emersione e per la ricostruzione delle carriere previdenziali dei lavoratori coinvolti; nuove norme su appalti, franchising, distacco; nuovi strumenti di controllo; norme di solidarietà fiscale tra imprese coinvolte nello stesso ciclo produttivo; rimodulazione degli incentivi per favorire modalità cooperative tra le aziende; strumenti di accesso al credito e accompagnamento burocratico; automatismi tra permesso di soggiorno e denuncia da parte di lavoratori clandestini di datori che assumono a nero. Insomma, c'è molto da fare.
* Cgil nazionale




Rispondi Citando

