DIBATTITO
Il meticciato spesso è solo una parola, perché nella nostra società le culture non si mescolano affatto. Parla il filosofo Brague
Europa, fusione o confusione
«Noi abbiamo paura dell’islam ma pure i musulmani vedono il male dell’Occidente – disprezzo della vita, vergogna del passato, rifiuto del futuro – e temono di lasciarsi trascinare nel vortice»
Da Parigi Daniele Zappalà
«Parlando di meticciato, credo che dovremmo rinunciare a proiettare i nostri sogni di oggi nel passato». Nel dibattito sulle poste in gioco dell'immigrazione, il filosofo Rémi Brague (professore di filosofia araba alla Sorbona) raccomanda più realismo e meno sofismi ispirati a tempi remoti riletti spesso con gli occhi del presente. Ciò anche sull'altra riva del Mediterraneo, dato che «gli intellettuali musulmani dovrebbero guardare di più ai veri problemi delle loro società: miseria, ignoranza, corruzione, dittatura degli individui o delle famiglie».
Professore, c'è chi evoca i rischi del meticciato per l'Europa e chi ne vanta invece i meriti…
«La parola "meticciato" è di moda, come "multiculturalismo". Queste parole servono a dar vita ai sogni politically correct delle nostre buone coscienze attraverso un'insincerità di fondo: trasferire ciò che è propriamente individuale al livello della società. Un meticcio era all'origine il figlio di genitori di razze diverse e per un individuo avere due culture è una fortuna. Ma per una società è una fortuna comporsi di due o più gruppi culturali diversi? Parlare di meticciato, purtroppo, serve spesso a nascondere il vero problema: i gruppi di origine diversa sovente non si mescolano, ma coesistono l'uno accanto all'altro diffidando l'uno dell'altro, guardando la propria televisione, tramandando la propria storia».
Storicamente, le «fusioni» di culture hanno preso interi secoli e spesso a seguito di guerre. La politica ha oggi un ruolo da giocare?
«Il processo oggi è più rapido e la causa principale è pacifica. Essa è demografica ed economica. In Europa, si tratta di colmare il vuoto di manodopera a buon mercato che pagherà le pensioni degli europei. Personalmente, la prima cosa che desidero dai politici è che finiscano di parlare a sproposito di "meticciato", "cultura", eccetera. Un esempio: negli anni '70, la Francia ha permesso che i lavoratori immigrati fossero raggiunti dalle loro famiglie. Si applaudì questo gesto umanitario generoso, ma si trattava anche di permettere che il denaro che queste persone inviavano nel Terzo Mondo e che contribuiva allo sviluppo di quest'ultimo restasse in Francia. Raccomanderei parsimonia di grandi parole!».
Abbiamo dei modelli a cui riferirci per schivare sia il relativismo culturale che il ripiegamento su noi stessi?
«Se per modelli si intendono situazioni storiche, no. Non ne abbiamo e occorre inventare i nostri modelli. Gli esempi del passato che vengono sempre riproposti, o sono falsi, o sono molto brevi e sono perlopiù finiti male. Nell'Andalusia sotto dominazione musulmana, ebrei e cristiani erano cittadini di secondo rango. Gli Almohade li hanno espulsi nel 1148. Alessandria è stata screziata di greci, italiani, inglesi, con cristiani ed ebrei, ma è oggi quasi puramente araba e islamica. Occorre poi parlare della Bosnia? Il problema, naturalmente, non riguarda solo i Paesi dell'islam. Si pensi alla Boemia alla fine dell'Impero austro-ungarico: i tedeschi vi hanno ucciso gli ebrei, poi i cechi hanno espulso i tedeschi».
Le libertà fondamentali di cui l'Occidente è fiero non sono sempre riconosciute nel mondo musulmano. La vera sfida è sull'altra riva?
«È un fatto che nessun Paese islamico abbia oggi ciò che noi chiameremmo una democrazia. Difficile dire se ciò è più legato alla cultura o al sottosviluppo. Se vi è un problema legato specificamente all'islam, viene dal fatto che per quest'ultimo il solo legislatore legittimo è Dio. E non Dio che parla alla coscienza, ma Dio che detta un Libro e invia un Profeta i cui comportamenti sono tutti considerati esemplari».
Vari intellettuali arabi deplorano che il Mediterraneo resti chiuso a livello culturale e ricordano, ad esempio, lo scarso numero di traduzioni da e verso l'arabo…
«La cultura mediterranea è un altro bel sogno. La chiusura delle due rive è - ahimé - reale. Gli europei hanno almeno un vantaggio: sanno di non sapere, sono curiosi delle altre civiltà, e in particolare dell'Islam. In francese, esistono una decina di traduzioni del Corano, e non so quanti libri sull'islam. Sarebbe bene che le università dei Paesi musulmani avessero cattedre dove si studiano seriamente le altre civiltà, non solo l'Europa».
È per le nostre debolezze interne che ci sentiamo vulnerabili verso lo straniero?
«Certo, è unicamente per questo. Ma gli europei non sono i soli ad aver paura. Chi proviene dai Paesi dell'islam e vive in Europa, vi scopre una realtà contrastata; da una parte, prende poco a poco gusto all'atmosfera permissiva dell'Occidente e amerebbe ritrovarla nei Paesi d'origine; dall'altra, tanti scorgono il rovescio della medaglia: disprezzo della vita, vergogna verso il proprio passato, rifiuto di avere un avvenire. E hanno paura di lasciarsi trascinare nel vortice. Tutto ciò offre argomenti a chi rifiuta le idee occidentali».
L'Europa che affronta la globalizzazione, lo fa presentandosi spesso come «post-cristiana». Ci mancano dei riferimenti forti?
«Il guaio è che oggi i modi in cui ci definiamo, e comprendiamo noi stessi, sono spesso o negativi, come "post-cristiano", o vuoti. "Moderno" è in sé una parola vuota, quando significa "recente"; ma la si impiega soprattutto per negare: "moderno" vuol dire "né antico, né medievale; né pagano, né cristiano". Le ideologie del XX secolo, il leninismo e il nazismo, erano esplicitamente anti-cristiane. È paradossale che il disgusto verso queste ideologie si affianchi oggi a un rigetto del cristianesimo, già considerato da esse come il nemico. Occorre che un riferimento culturale sia "forte"? Forse. Ma occorre, prima di tutto, che esso sia almeno positivo!».
Avvenire - 30 agosto 2005




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