Le ultime dichiarazioni dell’on. Francesco Caruso, che ha definito “assassini” Marco Biagi e Tiziano Treu, non rappresentano l’uscita estemporanea di un personaggio fuori dalle righe. E non a caso i partiti dell’estrema sinistra, benché abbiano preso le distanze dal politico napoletano, hanno confermato l’intenzione di organizzare il prossimo 20 ottobre una grande manifestazione sul tema del lavoro e del precariato.Tutti ricordiamo le iniziative dello scorso anno contro la cosiddetta “direttiva Bolkestein” e contro l’idea che un idraulico polacco possa andare a lavorare in Francia o Germania portando con sé i propri contratti e le regole del paese d’origine. Né si può scordare che le “nuove Br” hanno focalizzato la loro attenzione proprio sulla questione del lavoro e della sua liberalizzazione, puntando letteralmente le armi contro quanti hanno proposto modifiche in senso liberale.
Gli statalisti di ogni colore detestano la libertà individuale, ma paiono soprattutto ossessionati dalla contrattazione sul lavoro. Ai loro occhi è orrenda l’idea che qualcuno – invece che restare a casa a far nulla – accetti un posto anche precario e mal pagato. Non si rendono conto che la radice delle difficoltà di quel lavoratore non sta in chi gli offre un posto o nella libertà di farlo, ma nel fatto che – per motivi specifici (scarsa appetibilità sul mercato) o generali (economia in difficoltà) – quel soggetto al momento non è in grado di trovare nulla di meglio. Soprattutto essi non comprendono che l’irrigidimento del mercato del lavoro ostacola la soluzione dei problemi e aggrava proprio la posizione di coloro che a parole si vorrebbe aiutare.
Non c’è malizia, comunque, ma solo la grave incomprensione di fondamentali questioni teoriche. Mentre per i liberali ogni uomo ha il diritto di sottoscrivere contratti di lavoro a suo piacere (a meno che il contenuto dell’accordo non configuri un’aggressione a terzi), quanti temono ogni forma di liberalizzazione continuano a ragionare entro logiche paternalistiche.
Ai loro occhi, imprenditori e dipendenti non sono uomini adulti, nel pieno possesso di sé e in grado di decidere autonomamente del proprio futuro. Soprattutto, essi ritengono – seguendo le tesi di Karl Marx – che ogni cessione di lavoro configuri un rapporto di “sfruttamento”. E poco importa che, almeno dagli anni Settanta dell’Ottocento, la teoria del valore-lavoro su cui il pensatore tedesco aveva costruito la sua analisi sia stata del tutto screditata.
Poiché ignorano il significato più autentico del mercato e dell’economia competitiva, i nemici della liberalizzazione vogliono imporre un castello di regole minuziose che ci dica in ogni momento cosa possiamo fare. Ma in tutte le società dinamiche è necessario lasciare spazio all’iniziativa di quanti sanno trovare modi innovativi di produrre, lavorare, soddisfare il cliente. Dove il mercato è libero da bardature e da interventi statali, infatti, ognuno è portato a mettersi a servire al meglio il prossimo: e quando un’azienda va in crisi ciò avviene proprio perché non ha operato “socialmente”, e cioè perché non ha soddisfatto i clienti.
Un mercato del lavoro ingessato, quindi, rischia d’inibire il funzionamento di un’economia sana e produttiva, davvero al servizio della gente. La regolamentazione asfissiante tanto difesa dagli statalisti, insomma, non si limita a togliere opportunità di lavoro e a moltiplicare la disoccupazione. Ciò che è ancora più grave, essa impedisce alla società di avanzare e guardare al futuro.
di Carlo Lottieri
Da Il Tempo, 17 agosto 2007




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Forse ne nascerebbero generazioni migliori.

