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    Thumbs up "Il coraggio di Sharon".


    Dalla prima pagina del "Corriere della Sera" di mercoledì 10 agosto:

    Un'organizzazione sociale non la si cambia cercando di cambiare la testa degli uomini che ne fanno parte, bensì rinnovandone gli statuti e sperando che il resto venga da sé. Così — cito a memoria — scriveva Hannah Arendt negli appunti per un libro sulla Politica che la morte prematura le avrebbe impedito di realizzare. La grande intuizione e il grande coraggio di Ariel Sharon stanno nell'aver rotto, sia nella teoria sia nella prassi, un tabù per i propri concittadini: l'intoccabilità degli insediamenti ebraici nei territori cosiddetti occupati dopo la guerra del 1967.
    L'intuizione risiede nell'aver capito che nessun leader politico israeliano avrebbe mai sciolto questo nodo del contenzioso israelo-palestinese unicamente contando sul consenso dei coloni e sulla compattezza della stessa popolazione di Israele (cambiando, cioè, la testa degli uomini). Persino Rabin, che pur ne aveva piena consapevolezza, non aveva avuto la forza di andare avanti. Il coraggio consiste nell'aver dato avvio al processo del loro ritiro — da Gaza, dalla metà di questo mese, e da una parte della stessa Cisgiordania, in un prossimo futuro — con una decisione volontaristica, quasi personale (sperando, cioè, che il resto venga da sé).
    C'è, inoltre, un terzo elemento che, all'intuizione e al coraggio, aggiunge una nota di moralità politica: il carattere unilaterale della decisione. Che è stata presa senza aver promosso la controparte palestinese a partner dell'impresa. Dunque, non «terra in cambio di pace e sicurezza», secondo l'antica formula negoziale laburista; bensì, la pace e la sicurezza come scommessa finale tutta interna alla politica israeliana, che pone la dirigenza palestinese succeduta ad Arafat di fronte alle proprie responsabilità. O sconfigge il terrorismo come strumento di lotta — sterile sotto il profilo politico, criminale sotto quello morale — o ne esce sconfitta di fronte ai suoi stessi concittadini. L'unilaterale decisione di Sharon apre un processo di revisione strategica, politica e persino morale anche fra i successori di Arafat e, più in generale, all'interno dell'intera classe dirigente, senza la quale non c'è futuro per lo Stato palestinese.
    Sarebbe, dunque, ora che l'Occidente rivedesse il suo giudizio su questo singolare leader israeliano il cui maggiore difetto — come gli rimproverava Ben Gurion — era soprattutto di voler fare sempre di testa sua, anche a costo di sbagliare. E di errori, in realtà, Ariel Sharon ne ha commessi, o gliene sono stati attribuiti, molti in vita sua: da quando, negli anni Cinquanta, era l'irrequieto capo della cosiddetta Unità 101, all'aver sacrificato, nella guerra del Kippur del 1973, troppi uomini per voler entrare a tutti i costi in Ismailia, dopo aver attraversato trionfalmente il Sinai, infine all'accusa — dalla quale è stato assolto dalla Commissione Herzog nel 1983 — di non aver mosso le sue truppe per impedire l'eccidio, da parte dei cristiano-maroniti libanesi, nei campi palestinesi di Sabra e Chatila.
    Ariel Sharon è un uomo di destra che fa cose di sinistra. Forse per questo non è apprezzato dall'Occidente politicamente corretto come meriterebbe. Ma si è conquistato il rispetto e l'ammirazione anche dei suoi avversari in patria. L'auspicio è che, su di lui, si pervenga anche da noi a un giudizio più sereno e corretto.Con onestà intellettuale. Finalmente.


    Piero Ostellino

  2. #2
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    A pagina 11 del quotidiano Il Corriere della Sera del 13 agosto 2005, Nahum Barnea e Shimon Shiffer firmano un articolo dal titolo ...



    " «"Non chiederò perdono ai coloni" Sharon non ha rimpianti»


    Sharon non chiederà scusa ai coloni. Oggi e domani, nella sua fattoria di Shikmim, lavorerà al discorso alla nazione che sarà trasmesso in radio e televisione lunedì sera. Condividerà il dolore di quanti dovranno lasciare la propria casa. Renderà onore a ciò che hanno realizzato. Augurerà loro fortuna ma non domanderà perdono. Non è stata una settimana facile per il primo ministro e la prossima sarà anche peggiore. A partire da mercoledì, Sharon guiderà lo sgombero dal suo ufficio. È amareggiato, preoccupato, risoluto. «Non ho rimpianti. Avrei agito nello stesso modo, anche sapendo quali dimensioni avrebbe assunto la protesta».
    Ammette che la maggior parte dei membri del Likud gli è avversa. Preferiscono Netanyahu. «Oggi il comitato centrale del Likud non è nelle mani del Likud - dice -. Sono circoli estremisti a controllare il partito. Ex ministri, membri della Knesset, il Consiglio dei Coloni e gruppi radicali interni continuano a incendiare gli animi».
    Per lei il Likud è perso?
    «Questo è da vedere. Il Likud è un partito esteso, importante, con una lunga storia, che sta affrontando un momento di crisi. Non si abbandona la propria casa. Quando qualcuno cerca di portartela via, affronti gli invasori. Io sono parte del Likud».
    Neanche gli abitanti di Gush Katif desiderano abbandonare le loro case, che sono fatte di cemento e non di vincoli di partito. Il messaggio è inequivocabile: Sharon guarda all’interno, non all’esterno, del Likud. Lo interessano poco i sondaggi che danno a un governo di anziani formato da lui, Peres e Lapid 38 seggi parlamentari su 120.
    Pensa di avere possibilità di riconquistare il partito?
    «Credo di sì», risponde, esitante.
    Secondo Netanyahu il disimpegno unilaterale ha precluso qualsiasi possibile accordo ad interim. Perché i palestinesi dovrebbero cercarne uno, quando ottengono tutto gratuitamente?
    «Sto lavorando esattamente a un accordo ad interim. Mi ci sono voluti anni per convincere gli americani ad accettare il mio approccio. Ho raggiunto con loro un accordo apprezzato all’epoca dallo stesso Netanyahu. Preferisco un accordo con gli americani che uno con gli arabi».
    Netanyahu sostiene che nell’ottobre 1998, durante i negoziati di Wye Plantation, nei cinque minuti in cui lui si allontanò dalla stanza lei accettò che i palestinesi avessero un aeroporto a Gaza.
    «Non vigilo sulle visite alla toilette di Netanyahu. Mi riesce difficile credere che sia rimasto in bagno sette anni, da Wye Plantation alle dimissioni che ha consegnato questa settimana. L’aeroporto di Gaza è stato oggetto di discussione per anni. Ora Netanyahu sostiene di non aver concesso nulla ai palestinesi con gli accordi di Wye. Avrebbero ottenuto il 13% dei territori senza dare nulla in cambio.
    «Ricordo l’incontro tra Netanyahu e Arafat a Erez, la calorosa, amichevole stretta di mano fra i due. Io non ho mai stretto la mano ad Arafat».
    Pensa di poter lavorare insieme a Netanyahu in futuro?
    «Ha detto di essere interessato a due cariche. La prima è quella di ministro delle Finanze. Qual è l’altra, ministro degli Affari religiosi?»
    Il popolo arancione dei coloni distingue tra lo Stato e Ariel Sharon. Accetta il primo, che non li ha traditi. È stato invece Sharon, è stata la sua famiglia a vendere il popolo nel cuore della notte.
    «Tutte menzogne. Le critiche non costituiscono un problema per me ma queste sono infondate. Chi parla così si riferisce alla "famiglia Sharon" per creare l’immagine di un clan mafioso. Tenta di ritrarmi come una persona che non agisce per il bene del Paese ma esclusivamente nel proprio, criminale interesse. È una questione molto seria».
    Ha mai pensato al ritiro da Gaza come a un espediente per aggirare un’incriminazione?
    «Assolutamente no. Questa è una delle menzogne più sfrontate e spregevoli. Dietro, c’è una mente diabolica».
    Ne è certo?
    «Assolutamente certo».
    Ha paragonato la campagna dell’ala destra di oggi a quella condotta contro di lei dalla sinistra ai tempi della guerra del Libano. Chi è più malevolo, la destra o la sinistra?
    «Sia l’una che l’altra sanno odiare. Gli ebrei hanno molti talenti, compreso questo. E talvolta amano odiare. I miei genitori non si sono mai lasciati piegare. Forse io possiedo alcuni dei loro geni. Mia madre teneva un’enorme scure sotto il letto. Un giorno gliela chiesi per abbattere un albero in cortile. "Te la porto io", disse. A quell’epoca i figli non entravano nella camera da letto dei genitori. Si chinò e la trasse fuori. Le domandai perché tenesse una scure sotto il letto. Mi rispose: "Perché tu hai preso la pistola per pulirla e non l’hai riportata". Prima di morire, mi disse: "Per anni ti ho raccomandato di non portare rancore ai vicini con i quali abbiamo litigato. Ricorda: l’odio passa di generazione in generazione, fino alla fine dei giorni"».
    Nella battaglia per il controllo del Likud, Sharon porterà con sé l’eredità di sua madre: la riconciliazione e la scure.
    Fino ad oggi, non ha mai spiegato cosa l’abbia portata a decidere il ritiro dall’intera Striscia. Le è apparso un angelo nella notte? Si è trattato di un lungo percorso? Come può un uomo abbandonare un’impresa alla quale ha dedicato anni?
    «Già nel 1988, in una riunione dei ministri del Likud, dissi che avremmo dovuto decidere a cosa rinunciare, altrimenti saremmo stati costretti a tornare ai confini del ’67. Fui violentemente attaccato. Il piano è il risultato della mancanza di un interlocutore palestinese. Pensai che, forse, il disimpegno ne avrebbe generato uno. Nel frattempo, "l’amico" di Netanyahu ha lasciato questo mondo ed è sorta la possibilità di allacciare un dialogo. Ho incontrato Abu Mazen a Sharm-el-Sheikh. L’hotel che ospitò il nostro incontro non esiste più, è stato fatto saltare in aria in segno di solidarietà araba. Mi offrii di coordinare il ritiro. Da allora, la coordinazione è andata avanti. Non siamo ancora alla fase attuativa ma abbiamo raggiunto con i palestinesi un accordo sugli impegni che devono assumere. Mi era chiaro che la manovra non sarebbe stata accettata facilmente. Restando a Gaza, prima o poi avremmo dovuto pagare il prezzo che stiamo pagando ora. Il fatto è che la Striscia non compare nei progetti dello Stato di Israele. Credo che Menahem Begin non avrebbe chiamato la zona che stiamo lasciando "Gush Katif", ma "Terra dei filistei", ci stiamo ritirando dalla "Terra dei filistei". Avevamo un sogno. Anch’io avevo un sogno ma in 37 anni lì poco è cambiato. I coloni hanno fatto molto. Se non fosse stato per loro, oggi non saremmo a Hebron, Gush Etzion, Ma’aleh Adumim, Ariel, Eli, Shilo e Beit El».
    E la valle del Giordano?
    «La aggiunga alla lista. Insieme alle alture che dominano la pianura costiera e l’aeroporto».
    Il suo piano prevede il mantenimento di tutti questi insediamenti?
    «Resterà il blocco. È alla domanda sui confini degli insediamenti che non ho mai risposto. E non perché non conosca le mappe».

    Yediot Ahronot
    "


    Shalom!!!

  3. #3
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    Predefinito Il discorso del premier Sharon alla Nazione Israeliana

    " 16-08-2005
    È grazie alla nostra forza, non per debolezza, che facciamo questo passo”

    Lunedì sera il primo ministro israeliano Ariel Sharon si è rivolto alla nazione con un discorso trasmesso da radio e tv a reti unificate.

    “Cittadini d’Israele – ha detto Sharon – il giorno è arrivato. Stiamo dando inizio al passo più difficile e doloroso di tutti: lo sgombero delle nostre comunità dalla striscia di Gaza e dalla Samaria settentrionale.
    Un passo molto difficile per me personalmente. È stato con il cuore pesante che il governo d’Israele prese la decisione del disimpegno, ed anche la Knesset non lo ha approvato a cuor leggero. Non è un segreto che io, come molti altri, credevo e speravo che potessimo tenere per sempre Netzarim e Kfar Darom. Ma la mutata realtà nel nostro paese, in questa regione e nel mondo hanno reso necessaria una nuova valutazione e un mutamento di posizioni.
    Gaza non può essere tenuta per sempre. Vi vive più di un milione di palestinesi, e raddoppiano il loro numero ad ogni generazione. Vivono in campi profughi incredibilmente stipati, nella povertà e nello squallore, veri focolai di odio sempre crescente, senza speranze all’orizzonte.
    È grazie alla nostra forza, non per la nostra debolezza, che facciamo questo passo. Abbiamo cercato di arrivare con i palestinesi a degli accordi che facessero avanzare i due popoli sulla strada della pace. Questi accordi si sono infranti contro un muro di odio e di fanatismo.
    Il piano di disimpegno unilaterale, che annunciai circa due anni fa, è la risposta israeliana a questa realtà di fatto. È un piano positivo per Israele in qualunque scenario futuro. Stiamo riducendo le occasioni quotidiane di attrito, e le vittime che esso provoca a entrambe le parti. Le Forze di Difesa israeliane verranno rischierate su linee difensive dietro la barriera di sicurezza. Coloro che continueranno a combatterci dovranno fare i conti con tutta la potenza delle nostre forze di difesa e di sicurezza.
    Ora tocca ai palestinesi l’onere della prova. Essi devono combattere le organizzazioni terroristiche, smantellare le strutture del terrorismo e mostrare sincere intenzioni di pace per poter sedere con noi al tavolo negoziale.
    Il mondo aspetta la risposta dei palestinesi: una mano tesa per la pace o il continuo fuoco terrorista. Davanti a una mano tesa in pace, risponderemo con un ramo d’olivo. Ma se sceglieranno il fuoco, reagiremo col fuoco, più severo che mai.
    Il disimpegno ci permetterà di volgere l’attenzione al nostro interno. Cambierà la nostra agenda nazionale. La nostra politica economica sarà libera di dedicarsi al superamento dei gap sociali e di impegnarsi in una effettiva lotta contro la povertà. Faremo progredire l’istruzione e accresceremo la sicurezza personale di ogni cittadino nel paese.
    Le discordie sul disimpegno hanno provocato gravi ferite, un odio amaro tra fratelli, dichiarazioni e gesti di estrema gravità. Io capisco i sentimenti, il dolore e il pianto di coloro che dissentono. Ma comunque noi siamo un’unica nazione, anche quando discutiamo e ci scontriamo.
    Abitanti della striscia di Gaza, la giornata di oggi segna la fine di un glorioso capitolo della storia d’Israele, un capitolo centrale nella storia delle vostre vite di pionieri, di realizzatori di un sogno che hanno portato il fardello della sicurezza e dell’insediamento per tutti noi. Il vostro dolore e le vostre lacrime sono parte inseparabile della storia di questo paese. Quali che siano i disaccordi che ci dividono, noi non vi abbandoneremo e, dopo lo sgombero, faremo tutto ciò che è in nostro potere per ricostruire le vostre vite e le vostre comunità.
    Desidero dire ai soldati delle Forze di Difesa israeliane, agli agenti della polizia israeliana e della guardia di frontiera: state affrontato una missione difficile. Non è un nemico quello che dovete affrontare, bensì i nostri fratelli e sorelle. Sensibilità e pazienza sono l’imperativo del momento. Sono certo che è così che vi comporterete. Voglio che sappiate che l’intera nazione è con voi ed è fiera di voi.
    Cittadini d’Israele, la responsabilità per il futuro di Israele ricade sulle mie spalle. Ho avviato questo piano perché sono giunto alla conclusione che questa scelta è vitale per Israele. Credetemi, il dolore che provo per questa scelta è pari solo alla risoluta consapevolezza che è una cosa che era necessario fare.
    Ci stiamo avviando su una nuova strada che comporta molti rischi, ma anche un raggio di speranza per tutti noi. Con l’aiuto del Signore, possa questa strada essere una strada di unità e non di divisione, di rispetto reciproco e non di inimicizia tra fratelli, di amore senza riserve e non di odio senza fondamento.
    Farò tutto il possibile per garantire che sia così.

    (Da: MFA, 15.08.05)
    "


    Shalom

  4. #4
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    Predefinito

    " Un primo passo verso la spartizione
    Da un articolo di Alex Fishman
    La chiusura del valico di Kissufim è stata qualcosa di più del semplice inizio del ritiro da Gaza. Quando, domenica a mezzanotte, il comandante delle Forze di Difesa israeliane nel sud Dan Harel ha sigillato quel cancello, di fatto ha posto la prima pietra di una cruciale mossa politica con ampie implicazioni storiche. Si tratta del punto i partenza di un lungo viaggio – la cui tappa finale è ancora ignota – volto a istituire confini permanenti per Israele e per lo stato palestinese.
    È un tema che ha dominato l’agenda per decenni. Decine di iniziative diplomatiche – israeliane, americane e di altri – sono emerse e sono state abbandonate. Domenica scorsa, piaccia o non piaccia, il processo si è avviato. Lo storico Piano di Spartizione [del 1947], rivisto e aggiornato per adeguarsi ai tempi, è stato risvegliato. Violento, rabbioso, balbettante, lacerante, ma vivo e vegeto. È il piano di spartizione che segna la differenza fra il ritiro israeliano dalla penisola del Sinai nel 1982 e il ritiro dalla striscia di Gaza del 2005. […]
    Domenica ha avuto luogo anche un altro evento storico, sebbene su scala minore. Il comandante israeliano delle divisione di Gaza Aviv Kochavi con i suoi ufficiali ha operato in cooperazione con il capo della Sicurezza Nazionale palestinese e il suo staff: forze israeliane e palestinesi hanno iniziato a schierarsi su un doppio sbarramento che dovrà impedire attacchi terroristici durante le operazioni di disimpegno.

    (Da: YnetNews, 15.08.05)
    "


    Shalom

  5. #5
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    Predefinito "Gente d'Israele"....

    ….il libro di una neocon

    Il libro di Ruthie Blum, intitolato “Gente d’Israele” (208 pp., Lindau, 18 euro), è un must per i lettori che desiderano approfondire la conoscenza di Israele, e al contempo, un piacere per chi è già pratico del paese.
    E’ una raccolta di 40 brevi racconti, con una prefazione di Fiamma Nirenstein, e fornisce al pubblico italiano originali osservazioni sulla vita quotidiana israeliana e una descrizione, che trascende gli stereotipi, del minuscolo paese del medio oriente.
    Blum, che si è trasferita in Israele nel 1977, è senior editor e columnist del Jerusalem Post nonché figlia del famoso neocon americano Norman Podhoretz.
    “Il volume è una raccolta di alcuni dei miei pezzi pubblicati sul Jerusalem Post per la rubrica ‘Flipside’ (il rovescio della medaglia, ndt)”, racconta al Foglio:
    “Una serie di istantanee su Israele e il suo popolo. La rubrica voleva mostrare il vero volto di Israele, quello che non ha nulla a che vedere con la politica. Il mio libro è in realtà dedicato alla cultura israeliana”.
    Ruthie Blum sottolinea con forza il rapporto tra cultura e vita quotidiana:
    “E’ la vita di tutti i giorni che ci guida. E questo non vale solo in Israele, ma ovunque: è vero in Iran, in Iraq, a New York e via dicendo. Se devi andare al supermercato a fare la spesa e preparare la cena per la tua famiglia, è questo il tuo pensiero principale. Le piccole cose che si fanno ogni giorno sono quelle che ci guidano, al punto tale che anche quando esplodono le bombe non ci si fa caso”.
    Continua la giornalista:
    “Posso assicurare che questo era verissimo all’epoca degli attentati suicidi in Israele. Per esempio, se ci si recava in un caffè e si ascoltavano le conversazioni delle persone, era molto poco probabile sentire parlare delle bombe, sebbene debba ammettere che i locali erano forse un po’ meno pieni, perché la gente era più restia a frequentare i luoghi pubblici. Quello che si poteva sentire era più o meno: ‘Sono stata a letto con un tipo ieri sera e mi chiedo se domani mi chiamerà…’, oppure ‘Devo andare a un matrimonio la settimana prossima e non so come vestirmi’, o ancora ‘Accidenti, stasera devo preparare la cena per i ragazzi e non ho proprio voglia di cucinare. Penso proprio che ordinerò un pizza’. Questo è il genere di conversazione che chiunque poteva ascoltare perché sono gli argomenti che hanno più presa sulle persone. Ciò non significa che la gente ignorasse quello che le accadeva intorno poiché senza dubbio ne era cosciente”.
    Ruthie Blum ha in mente una parte, soprattutto una parte ben precisa di Israele:
    “Fornisco descrizioni di persone che hanno idee liberali. Di solito, i miei scritti riguardano la parte laica e benestante di Israele, che raramente fa la sua comparsa sulla carta stampata. Chi vive in altri paesi pensa che in Israele tutti ballino la hora (danza folkloristica tradizionale israeliana, ndr) per strada o che le persone vadano in giro con il fucile in spalla. Poi quando arriva qui nota che in realtà nessuno balla la hora, che la gente mangia da McDonalds e parla esattamente degli stessi temi di cui si discute nel resto del mondo”.
    Da questa normalità, secondo la Blum può venire una lezione utile anche agli altri paesi:
    “Ciò che si può apprendere da questo piccolo Stato è che ovunque si vive, si crede che la zona di pericolo sia altrove e che si debba fare attenzione se ci si reca proprio là. Sono cresciuta a New York: davanti a casa mia c’era una strada e quando tornavo da scuola con la metro sapevo che dovevo percorrere il lato ovest di quella strada e non quello est perché da quella parte c’erano più possibilità di essere stuprata o rapinata. Quando si vive in Israele si sentono gli israeliani dire: ‘Ma come si fa a vivere in quegli insediamenti? Come fa la gente ad abitare in posti così pericolosi e ad allevarci i propri figli? Se si vive a Tel Aviv, si sente dire: ‘Ma come si fa a vivere a Gerusalemme? E’ pericolosissimo’. Quello che sto cercando di spiegare è che pensare di tenere sotto controllo i pericoli in cui ci troviamo è un’idea umana, e non politica”.
    Ma dal libro traspare anche un messaggio specifico rivolto ai lettori italiani.
    “Vorrei che si capisse che gli israeliani sono persone come tutte le altre, alle quali stanno a cuore esattamente le stesse cose che premono agli italiani. Per esempio, sposarsi, non sposarsi, avere un figlio oppure no, quale carriera intraprendere, dove andare in vacanza e così via. Il mio messaggio è che la natura umana è molto simile ovunque ci si trovi, ma si tende a dimenticarlo e a guardare gli altri paesi come se fossero su un altro pianeta”.

    Come un altro pianeta
    Blum parla di “un altro pianeta” e questa sua espressione richiama un’affermazione che l’autrice ha sostenuto pubblicamente in merito a suo padre, il saggista Norman Podhoretz: in pratica, lo ha accusato di essere stato rapito dagli alieni a causa delle sue opinioni sul ritiro.
    Qual è il motivo principale del contrasto su questo argomento?
    “Mio padre ritiene che grazie alla guerra di Bush contro il terrorismo, alla neutralizzazione dell’Iraq (sebbene il conflitto non sia ancora concluso) e all’intimidazione di altri paesi per giungere alla democratizzazione, Israele sia oggi in una situazione geopolitica molto più sicura. Quindi ritiene che il pericolo proveniente dal resto del mondo musulmano sia stato essenzialmente sventato e che la coppia Bush-Sharon faccia sì che una mossa come il ritiro sia sicura e non pericolosa per Israele. Non mi convince. Abbiamo assistito a quello che accade quando scade il mandato di un leader. Quindi, anche se credessi, come mio padre, che la combinazione di Bush e Sharon sia una miscela perfetta per assicurare la democrazia ovunque, inclusa l’Autorità palestinese, sono anche consapevole del fatto che tra pochi anni entrambi non saranno più al posto di comando. Allora la domanda è: cosa succede dopo? Non credo che nei prossimi due anni, prima che scada il mandato di entrambi, il mondo intero sarà democratizzato, e penso sia pericoloso puntare tutto su una tale eventualità”.
    Blum è anche preoccupata dal fatto che l’Europa e gli Stati Uniti non condividano obiettivi comuni sul medio oriente: “Dipende: a quale Europa vogliamo riferirci? All’Europa che sarà dominata dai musulmani o a quella radicale? Credo che la natura umana sia più forte della politica.
    L’Europa ha una cultura talmente ricca: musica, arte, letteratura, architettura, e sarebbe una tragedia se diventasse un continente dove tutte queste cose sono cancellate dall’ideologia che diventa dominante. Gli europei hanno sempre scherzato sugli americani per la loro superficialità, per la mutevolezza o per il fatto di non avere gusto in fatto di cucina. Ma sarebbe a dir poco ironico ed estremamente triste se mettessero da parte l’America e abbracciassero una cultura che li vuole solo spazzare via”.

    Amy Rosenthal su il Foglio

    saluti

  6. #6
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    A pagina 7 del quotidiano torinese La Stampa del 24 agosto 2005, Fiamma Nirenstein firma un articolo dal titolo ...............

    " «Gli otto giorni che hanno cambiato Israele -



    LO sgombero sarebbe dovuto durare otto settimane. E' durato otto giorni e si è concluso senza spargimento di sangue. Per l'ebraismo, la creazione è frutto della Parola. Dio creò l'Universo dicendo «Sia la luce»; parlando, creò. E' a partire dall'immensa fiducia nella comunicazione che è nata la democrazia.
    Ieri, si è concluso il disimpegno israeliano da Gaza e da parte della Samaria: è stato, appunto, uno prodigioso evento di democrazia in azione, e lo diciamo nella consapevolezza di chi ha testimoniato la pena senza fondo dei settler. Da quella pena, avrebbe potuto nascere qualsiasi tipo di rivolta, anche la più violenta, e in realtà tutti se l'aspettavano: i media, i politici, la gente che temeva una guerra civile. Essi non hanno perduto solo la propria casa, il proprio lavoro, la scuola dei figli: la parte nazionale e religiosa in fondo aveva ottenuto da tutti i governi un appoggio ai propri progetti.
    Sharon ha chiuso loro la porta in faccia in cambio soltanto della scelta morale di evitare un diluvio demografico che renda Israele minoritaria e quindi proditoria dominatrice; e in nome della creazione di spazi nuovi per la democratizzazione del mondo arabo, in questo caso quello palestinese, come strategia vincente per battere il terrorismo e quindi ritrovare un interlocutore per la Road Map. Un piano astratto, aleatorio, ma indispensabile perché obbligato. Ma la gente del Gush Katif che perdeva tutto senza in cambio niente di concreto, e specie quella convinta della santità della sua missione, poteva impazzire, aggredire, usare le armi. Invece, salvo episodi minori, si è assistito a un gran parlare fra soldati e coloni.
    Ho visto una ragazza che urlava furiosa accusando un soldato di ogni male: «Guardami negli occhi», gli ripeteva infuriata, finché il giovane le ha detto: «Io ti guardo negli occhi, ma devi farlo anche tu». E lei si è calmata.

    Ho visto un comandante spiegare a degli interlocutori piangenti e aggressivi che assicuravano che la ragione era dalla loro: «No, io ho ragione perché vengo a nome dell'ordine e di una legge del Parlamento». Ho visto molti giovani dire ai bambini che gli urlavano «Ti odio», «Ti amo».
    Era il dialogo più estremo che si potesse immaginare, ma era un dialogo di valori, fra culture diverse che si rispettano. Ed era in funzione, come certamente lo è nelle intenzioni di Sharon, della certezza di aver ben combattuto la guerra contro il terrorismo, senza debolezze e senza ferocia. Il sogno sionista ha mantenuto il suo tracciato laico e democratico, ma la religione ha mostrato una presenza molto radicata a chi si illudeva che la modernità l'avrebbe spazzata via.
    Il sacrificio dei settler si è compiuto senza violenza, il rischio preso da Sharon ha oggi davanti molte curve pericolose e la società israeliana è senz'altro spaccata e sofferente: perché tutto questo abbia un senso, occorre che la leadership palestinese raccolga almeno una parte di responsabilità nelle sue mani. La telefonata di Abu Mazen a Sharon è un gesto coraggioso, ma la chiave, ora, si chiama lotta al terrorismo.
    "

    Shalom

  7. #7
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    Sharon vuole riconquistare il Likud

    A pagina 9 del quotidiano torinese La Stampa del 25 agosto 2005, Fiamma Nirenstein firma un articolo dal titolo............


    " «Sharon resiste alle sirene del grande centro»



    La violenza dell’antipatia verso Ariel Sharon proprio dentro il suo partito, mentre nel Paese ha ancora la maggioranza dei consensi, è una sorpresa per tutti, ma forse non per lui, che mantiene un volto totalmente indifferente. «Sharon a casa» scrivono gli attivisti del Likud, il partito del primo ministro, sui loro cartelli durante le riunioni intensive del post-sgombero. «La nostra sarà una vendetta politica senza pietà: ti manderemo nella tua Mukata, nel ranch di Havat ha Shikmim a accarezzare le pecore per il resto dei tuoi giorni», gli ha urlato in Parlamento il presidente del partito nazionalista religioso, Effi Eitam. E Uzi Landau, capo dei ribelli del Likud, lo ha trattato niente di meno che di «corrotto, crudele e senza cuore».
    Così la destra tratta Ariel Sharon, dopo il più grande successo della sua vita, la riuscita dello sgombero di Gaza e di parte della Samaria: si prevedevano scontri letali, spargimento di sangue, e una pioggia di missili kassam sui soldati e i cittadini nel Gush Katif: niente di tutto questo è accaduto. Molta disperazione, qualche irrilevante scontro fisico, e un’uscita dolorosa, talora tragica, ma veloce, pacifica e sostanzialmente contenuta nei limiti delle regole democratiche. Ma la regola per cui una scelta di leadership molto coraggiosa costa sempre cara, unita all’ondata emotiva che ha accompagnato la sofferenza dei settler e alle preoccupazioni per la sicurezza di Israele di cui Netanyahu è portabandiera da quando è uscito dal governo, hanno creato una situazione di pericolo per Sharon proprio nel momento in cui la sua popolarità raggiunge vette senza precedenti sul terreno internazionale.
    E di fatto, una ricerca del giornale Ha’aretz di ieri, confermata da un’altra del quotidiano Yediot Aharonot mostrano che nel Likud la sua situazione è grave: faccia a faccia, Netanyahu prende il 47 per cento delle preferenze nel partito, e Sharon solo il 37; Landau, l’altro aspirante a essere prescelto alle prossime primaries prende il 45 contro il 37 di Sharon. In una gara a tre, Sharon è sul filo del rasoio: prende il 30 per cento mentre Landau può contare sul 24 e Netanyahu il 26. In effetti, Sharon ha sempre avuto solo il supporto di un terzo del suo partito per attuare il disimpegno. Adesso, dunque, che cosa può fare il premier, che ormai comincia ad essere accusato anche di avere i suoi 78 anni, per ambire di nuovo al ruolo di primo ministro?
    Se la strada deve essere quella dell’incarico del Likud, non può che fare di tutto perché Abu Mazen seguiti a contenere, come ha fatto nei giorni dello sgombero, le organizzazioni terroristiche e non consenta loro di colpire nei prossimi mesi; e d’altra parte deve fermare con aiuti e abilità straordinari la protesta dei nuovi «profughi» del Gush Kativ, che accusano il governo di averli abbandonati a un destino crudele dopo averli strappati dalle loro case. Oppure, ha altre due strade: andare a una spaccatura del Likud, guidarne la fazione di sinistra e battere la parte di Nethanyahu. O, infine, dare il via a un tsunami politico senza precedenti: abbandonare il Likud e creare, con i laburisti e con il partito laico dello Shinui, una formazione di centro lasciando le estreme al loro destino.
    Ma Sharon è affezionato al Likud, e di certo, col carattere pertinace e duro che lo caratterizza, rimugina in compagnia dei suoi consiglieri una strategia di riconquista di quello che considera a tutti gli effetti il suo partito.
    "

    Shalom

  8. #8
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    Gerusalemme. Il sistema politico israeliano è in fermento per il dopo-ritiro e si prepara già per le prossime elezioni. Gli equilibri di potere all’interno dei due principali partiti (Likud e Laburisti) e gli scontri personali per la leadership politica iniziano a farsi sentire.
    La probabilità di elezioni anticipate è alta, rimane da stabilire se avverranno entro l’estate del 2006 o se, invece, a causa delle dinamiche interne al Likud, si profili un voto anticipato entro dicembre.
    Il primo passo lo potrebbero fare i laburisti. Shimon Peres nonostante l’età si candida alla guida del partito. L’ex premier Ehud Barak ha invece presentato la sua candidatura lo stesso giorno in cui Benjamin Netanyahu si è dimesso da ministro delle Finanze, sfidando il premier e leader del Likud, Ariel Sharon.
    Ieri, i laburisti hanno dichiarato che con ogni probabilità lasceranno la coalizione entro novembre per presentarsi come alternativa al Likud. I tempi sono brevi.
    A ritiro concluso gli interessi dei due principali partner di governo divergono. La battaglia per il bilancio rischia di essere rimandata al dopo elezioni e una data per il voto potrebbe essere concordata tra i partiti entro la fine dell’anno. Se il conto alla rovescia per le elezioni dipende largamente dalla longevità della coalizione e della capacità di approvare il bilancio 2006, la lotta all’interno del Likud potrebbe portare a un ulteriore anticipo del voto. Che il disimpegno non sia piaciuto a parte del Likud non è un mistero, ma Sharon si ritrova ora più isolato di quanto si aspettasse visto il successo dell’operazione e i benefici politici che Israele ne trarrà.
    I sondaggi danno il premier perdente nelle primarie per la leadership del partito sia contro Netanyahu sia contro l’altro sfidante, Uzi Landau. La fronda anti-sharoniana formata da Netanyahu, dal presidente del Parlamento, Reuven Rivlin, e dalla lobby dei coloni sta cercando di riunire il comitato centrale del Likud per anticipare le primarie, sfruttando il momento emotivo post-disimpegno per defenestrare Sharon.
    Se la manovra riuscisse, il Likud si priverebbe del leader che gli ha fatto riguadagnare la forza elettorale perduta sotto Netanyahu e che è riuscito a vincere due elezioni consecutive.
    Sharon potrebbe considerare la possibilità di lasciare il Likud, specie in base a recenti sondaggi: se il premier formasse un suo partito, otterrebbe 34 seggi (quattro di meno di quelli conquistati con il Likud nel 2003) contro i 23 del Likud sotto Netanyahu, se Sharon si alleasse con il partito centrista Shinui otterrebbero insieme 54 seggi, contro i 20 di Netanyahu.
    Questi dati mostrano il dilemma del Likud: da un lato l’ideologia tradizionale del partito, molto più a destra delle posizioni di Sharon, che ha cercato di ostacolare il premier, dichiarandosi contraria a uno Stato palestinese nel 2002 e bocciando il disimpegno da Gaza in un referendum interno nel 2004, dall’altra parte l’elettorato che ha dato a Sharon e al Likud le due vittorie del 2001 e del 2003, guidato da posizioni centriste, lontane da quelle di Landau e di Netanyahu. Sharon vinse le elezioni spostando il partito al centro, dove la maggior parte dell’elettorato si trova tuttora, mentre Netanyahu lo riporterebbe a destra, rischiando di relegare il Likud in un limbo politico.
    Sharon esita a lasciare il partito e serba in mano alcune carte: la più poderosa potrebbe essere quella di sciogliere il Parlamento e convocare elezioni anticipate in tre mesi.
    La mossa, costituzionalmente ineccepibile e politicamente giustificabile in caso di crisi di governo causata dall’uscita dei laburisti e delle divisioni interne al Likud, potrebbe permettere a Sharon di conservare la guida del partito, sperando che il lavoro nelle sezioni, fatto dal figlio Omri, porti a risultati favorevoli nella composizione della lista elettorale, donandogli una nuova vittoria a breve termine e un partito su cui contare.
    I giochi politici sono dunque aperti. Israele si prepara, mentre le ruspe finiscono di demolire le case abbandonate a Gaza, ad affrontare una lunga e incerta stagione elettorale. Salvo sorprese, non ci sarà un rilancio del processo diplomatico e nulla potrà muoversi fino a dopo le elezioni israeliane che si profilano all’orizzonte.

    Da il Foglio

    saluti

  9. #9
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    Sharon leader anche per la sinistra israeliana

    A pagina 18 del Corriere della Sera del 30 agosto 2005, Davide Frattini firma un articolo dal titolo ........

    " «La sinistra israeliana ora sogna Sharon»




    Dal generale al capitano. Dal capo del Likud al ribelle del partito. Dal premier a chi lo vorrebbe essere. Nel giorno in cui ha promesso agli israeliani «farò di tutto per portare la pace», Ariel Sharon è andato alla guerra con Benjamin Netanyahu e ha rodato lo slogan che userà nella sfida per la guida della destra: «Bibi è un pericolo per Israele» ha ripetuto in una lunga intervista al Canale 10. Eha elencato: «Bibi non regge sotto stress», «Bibi è facile al panico», «Bibi non ha i nervi saldi». Il primo ministro ha ricordato che la scelta di lasciare il governo alla vigilia del ritiro da Gaza è una tipica Bibi-decisione: «Abbandona sempre quando il gioco si fa duro, non è adatto a governare, certo non a governare un Paese unico come questo».
    Liquidato a parole il rivale nel Likud (Netanyahu dovrebbe anunciare oggi la candidatura alle primarie previste per la fine dell'anno), Sharon ha delineato le prossime mosse diplomatiche e il futuro della road map. Ha escluso un altro disimpegno unilaterale come quello nella Striscia, ma ha annunciato che non tutte le colonie in Cisgiordania verranno mantenute: «Lo sgombero di Gaza è stata una mossa in una sola fase. La mappa e i confini definitivi saranno disegnati solo nell'ultima tappa dei negoziati. Manterremo il controllo dei sei grandi blocchi che hanno una continuità territoriale con Israele, gli altri insediamenti potranno essere smantellati». Secondo Maariv, sarebbe imminente l'evacuazione delle 15 famiglie che si sono installate nella zona del mercato di Hebron.
    A 77 anni Sharon è pronto a correre per un terzo mandato e sa — come ha scritto Gideon Levy su Haaretz —che questa volta si gioca un posto nei libri di storia. «Voglio consentire ai cittadini israeliani di vivere in tranquillità, in pace e in sicurezza. Siamo uno Stato forte, armato e abbiamo un popolo coraggioso» ha detto il premier nell'intervista televisiva, la prima concessa dopo le operazioni a Gaza. Ha dedicato un solo passaggio (indiretto) all'incrimazione del figlio Omri per finanziamento illecito: «Qualcuno ci vuole screditare, ci chiama la "famiglia Sharon", come se fossimo legati a Cosa Nostra».
    Il primo ministro sa che, se non riuscirà a trovare sostegno nel Likud, dovrà presentarsi alle elezioni con un nuovo partito. Il Jerusalem Post ha raccolto le voci di due deputati laburisti — rimasti anonimi — che hanno lanciato la proposta di offrire a Sharon la guida della sinistra. Un'idea che sembra provocatoria oggi, ma potrebbe rappresentare quello che gli analisti politici hanno ribattezzato il «Big Bang», una coalizione di centro che metta insieme Sharon, Shimon Peres e Tommy Lapid.
    Chi è venuto allo scoperto è Ophir Pines-Paz, ministro degli Interni e leader della nuova guardia laburista. «Non siamo interessati a nuove elezioni. Dobbiamo sostenere questo governo perché il ritiro da Gaza ha dato una nuova spinta al processo di pace. Sharon ha dimostrato di essere un vero leader e credo che il presidente palestinese Mahmoud Abbas rappresenti un buon partner dopo che ha pubblicamente sconfessato il terrorismo».
    Anche Haaretz in un editoriale ha invitato il il partito di Shimon Peres a non lasciare il governo a novembre, quando il Parlamento si riunirà dopo la pausa estiva: «I laburisti non hanno niente di meglio da offrire agli elettori se non continuare a sostenere il primo ministro». Era stato Eitan Cabel, segretario del Labour, ad annunciare nei giorni scorsi che la formazione si stava preparando al voto anticipato.
    In un discorso dall'Arizona, il presidente George Bush ha elogiato il coraggio di Sharon e ha invitato Abbas a dimostrarne altrettanto contro il terrorismo.
    "

    Shalom

  10. #10
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    Inizia la sfida politica tra Netanyahu e Sharon

    A pagina 14 del Corriere della Sera del 31 agosto 2005, Davide Frattini firma un articolo dal titolo..........


    " «Netanyahu alla guerra per abbattere Sharon»


    Il duello Ariel Sharon-Benjamin Netanyahu è cominciato da poche ore ed è già «una delle zuffe più sporche e violente che Israele abbia mai visto». Gli analisti e i giornali sono sicuri: il calendario che potrebbe portare da qui alle elezioni anticipate il 21 febbraio sarà segnato da scontri in cui «i due combatteranno fino a quando non scorre il sangue, fino alla morte». Politica.
    Netanyahu, 55 anni, vuole contendere al premier la guida del Likud. E ha già ottenuto una prima vittoria: il 26 settembre i 3.000 membri del comitato centrale del partito si riuniranno per decidere la data delle primarie, che potrebbero tenersi attorno al 22 novembre. Se l'ex ministro delle Finanze vince la sfida (i sondaggi gli danno il 46,9 per cento contro il 30,5 di Sharon), Israele andrà al voto nove mesi prima della scadenza fissata (novembre 2006) e sarà la quinta chiamata alle urne in 10 anni. «L'uomo che ha ottenuto la nostra fiducia, ha poi voltato le spalle al partito — ha detto Netanyahu, che ha lasciato il governo per protesta alla vigilia del ritiro da Gaza —. Ha abbandonato i principi della destra, ha scelto un percorso differente, quello della sinistra, ha sorpassato le colombe laburiste. Dobbiamo ristabilire le basi che ha ribaltato».
    Il leader dei ribelli vuole giocare tutta la partita in pochi mesi. Netanyahu sa di dover attaccare Sharon finché l'abbraccio dei coloni è ancora caldo, sa di dover convincere i parlamentari della destra prima che la rabbia contro il premier si raffreddi. «Come l'uragano Katrina, la tempesta nel Likud ha raggiunto un'intensità senza precedenti — ha scritto ieri Ben Caspit su Maariv —. Come Katrina, potrebbe distruggere tutto. Bibi fa impazzire ministri e deputati ventiquattr'ore su ventiquattro. Lui che di solito richiama dopo un paio di settimane, adesso parla con tutti due-tre volte al giorno». Il messaggio è già pronto, è lo slogan della sua campagna interna. «Il partito ha bisogno di un leader che possa riunificarlo, vi porterò alla vittoria e formerò il prossimo governo», proclama Bibi, che è stato primo ministro tra il 1996 e il 1999.
    Anche i consiglieri di Sharon hanno cominciato i giri di telefonate. Per ricordare che nelle ultime elezioni (gennaio 2003) Sharon ha portato la formazione da 19 a 40 seggi alla Knesset. E per far capire che con Netanyahu una ventina di parlamentari rischierebbe la poltrona. «Non ho mai visto un suicidio collettivo commesso con così tanta gioia», ha commentato il ministro Meir Sheetrit, tra i fedeli del premier. «Come balene che si vanno a spiaggiare» hanno commentato gongolando dall'opposizione. Ehud Barak ha lanciato un appello perché i laburisti approfittino della crisi nelle file avversarie e superino le divisioni interne per appoggiare Shimon Peres.
    Su Maariv, Nadav Eyal ha immaginato con una ventina di giorni d'anticipo la scena che si svolgerà al comitato centrale. «Ariel Sharon in piedi, silenzioso, fronteggia i turbolenti membri del Likud. Lo insulteranno e lui rimarrà in silenzio. Lo cacceranno e lui diventerà un regale, moderato primo ministro. Un capitano equilibrato di fronte all'estrema destra. Questo è lo scenario da sogno per i consulenti del premier: non ci sarebbe modo migliore per annunciare la creazione di un nuovo partito e cominciare la campagna elettorale».
    Gli uomini di Sharon ancora ieri hanno ripetuto che il leader israeliano vuole affrontare Netanyahu e potrebbe rinunciare allo scontro solo se i sondaggi dimostrassero che la battaglia è persa. «Certo non si lascerà infilare nei corrales, i recinti dove viene spinto il bestiame prima della macellazione e da dove non si torna indietro», hanno commentato utilizzando una delle espressioni preferite dal premier-ranchero.
    Che a 77 anni potrebbe scegliere di fondare una nuova formazione di destra che imbarcherebbe i fedeli del Likud come Ehud Olmert, Tzipi Livni, Shaul Mofaz (se non decide di correre contro Netanyahu) e figure come l'ex capo dello Shin Bet Avi Dichter o il rabbino Melchior.
    Dopo l'intervista di lunedì sera in cui Sharon aveva definito Netanyahu «un pericolo per Israele», ieri è toccato a Olmert andare all'attacco: «Bibi vuole rigettare il Paese nell'isolamento diplomatico, boicottato economicamente, in disaccordo con gli Stati Uniti, l'Europa e il resto del mondo».
    "

    Shalom

 

 

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