...e senza lacrime
L’emergenza Katrina è uno schiaffo a qualsiasi idea di normalità, sono decine se non centinaia, lo sappiamo, i cadaveri da ripescare nell’acqua melmosa, New Orleans, una delle città più belle degli Stati Uniti, è allo stremo e si difende a malapena dagli sciacalli. Eppure, queste notizie devastanti ci spremono al massimo dichiarazioni apodittiche sullo stato del clima. Gli ambientalisti fanno sapere che il protocollo di Kyoto serve, e gli USA subiscono quel riscaldamento globale contro il quale hanno rifiutato di prendere precauzioni. Altri, ai miei occhi di profano scientificamente più attrezzati, rispondono che le cose non stanno proprio così, che gli uragani non sono aumentati per intensità, che purtroppo la natura è madre ma nulla ci assicura che provi per noi materno affetto. Possiamo prevederla, nel migliore dei casi influenzarla, mai controllarla.
Tutto qui? Sì, c’è un po’ di curiosità morbosa, l’insistenza delle telecamere, bolso replay del solido copione dei film catastrofici, campioni di incassi ma di un’altra stagione, prima che il terrorismo globale scavasse nuove paure, monetizzasse altre inquietudini alla cassa dell’entertaintment. Però, rispetto al terribile Tsunami che spazzò il Sud Est asiatico, è surreale il silenzio. Il silenzio di quella grancassa delle buone intenzioni che sono i media. Il silenzio del cellulare, che non ronza proponendoci un sms per donare pochi euro a chi ha perso la casa. Il silenzio non del Papa ma delle tante più minuscole autorità morali, degli spacciatori di carità, che non regalano neanche una parola buona alle vittime di questa tragedia.
Non credo questo confermi l’esistenza di un antiamericanismo sottopelle, persino inconscio, che ci porta a constatare quasi con sollievo che la giustizia dei temporali non fa scontri, che il French Quarter vale il Friuli o l’Irpinia, che insomma persino la bandiera a stelle e strisce si affloscia sotto il peso di forze più potenti. Non credo nemmeno che i risolini di chi saluta con sadico compiacimento la fine anticipata delle lunghe vacanze di Bush, si spieghi in termini che esulano dal normale gioco di antipatie che alla fine è il sale della politica.
Credo ci sia qualcosa di peggio. Che cioè il nostro senso di solidarietà sia talmente falso da lasciarsi piegare da un dato di fatto pure piuttosto discutibile. Gli americani non sono i poveretti del Sud Est asiatico, non sono i tragici protagonisti del quotidiano elenco di storie di morte che ci vengono dall’Africa, sono ricchi. Gli uragani non guardano il 740. Noi sì. Siamo ancora schiavi di un pregiudizio antichissimo: che cioè mentre chi ha poco e perde tutto sia da compatire, da aiutare, da sorreggere, chi ha molto e ne viene privato in fondo in fondo se lo merita. La favela trascinata via da un torrente di fango ci suggerisce lacrime. La casetta con piscina e box doppio, sradicata da un tifone, è al massimo materia da compagnie d’assicurazione.
Non che non ci sia un fondo di verità: un Paese ricco si riprende più facilmente, specie un grande Paese come gli Stati Uniti, ammaccato ma non stravolto da Katrina. Il problema, però, non sono loro. Siamo noi. Noi che siamo tanto orgogliosamente buoni, da calibrare la nostra bontà come uno spot. Noi che ci sentiamo talmente vicini ai deboli, da abbracciare come fratelli e bisognosi d’aiuto solo i deboli doc, quelli col bollino, almeno cinque anni passati sulla strada e addosso gli stracci d’ordinanza. Eccoci, noi buoni, noi maturi, noi illuminati, noi saggi, noi appassionati cantori della lotta alla povertà e alla fame, noi sereni e consapevoli socialdemocratici europei. Siamo talmente aridi, talmente incapaci di pensare l’altro, di identificarci con lui, che proprio quando un dramma risucchia chi ci assomiglia, ci lascia indifferenti.
di Alberto Mingardi


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