Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
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    Le prigioni americane fabbriche di schiavi

    Le prigioni americane fabbriche di schiavi
    Fonte: http://educate-yourself.org/ The Freedom of Knowledge, The Power of Thought
    Link: http://educate-yourself.org/cn/priso...s25jul05.shtml
    Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Olimpia Bertoldini

    Per gentile concessione di RICK STANLEY

    La storia ci insegna che la schiavitù è stata abolita negli Stati Uniti dopo la Guerra Civile. La storia ci ha insegnato qualcosa di sbagliato. La schiavitù non è mai stata abolita negli Stati Uniti. Andiamo avanti, leggiamo la Costituzione. Il tredicesimo emendamento recita cosí: "Né la schiavitù né il servizio non volontario - eccetto che come punizione per un crimine per cui la parte sarà stata riconosciuta colpevole nelle forme dovute - potranno esistere negli Stati Uniti”.
    Ciò significa che se sei stato condannato per un crimine, ti è legalmente permesso di essere uno schiavo.
    Il complesso industriale carcerario è un grosso affare in questo paese, e il governo e le società di capitali americane stanno raccogliendone i frutti. Non solo le società private stanno gestendo le prigioni, ma stanno anche utilizzando i prigionieri come manovali senza pagare loro uno stipendio, una pratica conosciuta come schiavitù.
    Il maggiore gestore privato di carceri si chiama Correction Corporations of America; gestisce oltre 30 prigioni in tutto il paese (un numero che presto si raddoppierà quando ogni prigione di stato del Tennessee diventerà privata).

    Le obbligazioni carcerarie costituiscono un proficuo introito per gli investitori capitalisti. Le seguenti sono solo alcune delle società che usano il lavoro degli schiavi: IBM, Motorola, Compaq, Texas Instruments, Honeywell, Microsoft, Boeing, Revlon, Chevron, TWA, Victoria's Secret, Eddie Bauer, K-mart, J.C. Penny, e McDonald's. I prodotti acquistati dal governo americano vengono comprati dalla UNICOR, che è il nome commerciale delle Federal Prisons Industries. Sí, i prigionieri costruiscono addirittura i banchi per i membri del Congresso.
    UNICOR si vanta sfoggiando sul suo sito web di essere "il primo fornitore del governo." Questo non significa propriamente rendere sicure le strade; significa soldi e disponibilità infinita di lavoro a buon mercato.
    Le agenzie correttive dello stato stanno facendo pubblicità dei loro prigionieri alle società di capitali: "I tuoi dipendenti cambiano in continuazione? Ti preoccupano i contributi per gli impiegati? Non sei soddisfatto dei tuoi fornitori stranieri o offshore? Sei vittima della concorrenza oltremare? Hai problemi a motivare la tua forza lavoro? Stai pensando di espandere il tuo spazio? Allora la Washington State Department of Corrections Private Sector Partnerships fa al caso tuo." Quando Reagan diventò presidente, c’erano 400.000 prigionieri negli Stati Uniti. Oggi il numero supera i 2 milioni. Prima di cominciare a pensare a queste persone "violente", ecco alcuni fatti: nelle prigioni federali solo il 2,4 percento dei prigionieri è in carcere per crimini violenti.

    La California ci ha messo 150 anni per costruire 10 prigioni di stato. Ma lo stato ha costruito 21 prigioni solo negli ultimi 10 anni (nello stesso lasso di tempo é stata costruita solamente un’ università statale) e questa tendenza non si sta fermando.
    Con l’ entrata in vigore della three strikes law*, lo stato ha stimato che dovrà costruire altre 20 carceri nei prossimi 10 anni. Dov’è il razzismo? In California il settanta per cento di coloro che sono stati condannati in base alla three strikes law sono persone di colore. E a livello nazionale il 39 percento degli uomini afroamericani fra i 20 e i 30 anni è in carcere, in libertà vigilata o condizionata. I bianchi costituiscono l’ 82 percento della popolazione del paese, eppure il 72 percento delle persone in carcere è di colore. Quello che dobbiamo fare è svegliarci e renderci conto che non ci sono 2 milioni di persone in prigione per “rendere il paese sicuro”. Sono lí per prestare un servizio – il loro lavoro. Chiamiamoli col loro nome: schiavi.

    * la “three strikes law”, cioè la legge “tre volte e sei eliminato” - termine preso in prestito dal baseball - prevede pene fino all’ergastolo, senza possibilità di libertà condizionata, per chi si macchia di almeno tre reati, anche minori (ndt)
    Fonte: http://educate-yourself.org/ The Freedom of Knowledge, The Power of Thought
    Link: http://educate-yourself.org/cn/priso...s25jul05.shtml
    Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Olimpia Bertoldini
    Ibrahim

  2. #2
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    che schifo..secondo me certe notizie dovrebbero circolare di più...
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  3. #3
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    Originally posted by thematrix
    che schifo..secondo me certe notizie dovrebbero circolare di più...
    aspetta e spera caro thematrix... ma ORAMAI dovresti sapere i giochini che fanno no?
    Ibrahim

  4. #4
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    Predefinito Gli schiavi del terzo millennio

    Gli schiavi del terzo millennio
    Mandato da Pauler Domenica, 28 Agosto 2005, 05:27.
    Milioni di persone coinvolte nella rete dei traffici umani
    La Conferenza annuale dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) ha preso in esame la piaga del traffico degli esseri umani destinati a lavori forzati che, secondo stime, coinvolge 12,3 milioni di persone. L’incontro dell’OIL che si è svolto dal 31 maggio al 16 giugno presso il Quartier generale dell’Organizzazione a Ginevra, ha dedicato la sessione dell’8 giugno alla discussione su un rapporto inerente questo fenomeno.
    Nel comunicato stampa dell’11 maggio scorso, che annunciava la pubblicazione di questo rapporto dal titolo “Un’alleanza globale contro il lavoro forzato”, il Direttore generale dell’OIL Juan Somavia ha definito questo lavoro come “un piaga sociale che non dovrebbe esistere nel mondo moderno”. Ed ha aggiunto: “Per raggiungere una globalizzazione giusta e un lavoro dignitoso per tutti, è fondamentale sradicare il lavoro forzato”.
    Il rapporto stima che almeno 2,4 milioni di persone sono vittime della tratta di esseri umani. E fornisce inoltre la prima stima mondiale dei proventi generati dallo sfruttamento del lavoro di donne, uomini e bambini vittime di questo fenomeno: 32 miliardi di dollari l’anno, pari a circa 13.000 dollari l’anno per ciascuna vittima.
    Il rapporto inizia precisando la definizione del concetto di lavoro forzato, che non deve essere confuso con le cattive condizioni di lavoro o con un livello salariale inferiore al minimo. L’OIL ritiene piuttosto che il lavoro forzato debba essere identificato sulla base della sussistenza di due elementi: l’imposizione del lavoro con il ricorso alla minaccia di una pena; lo svolgimento forzato del lavoro.

    Le forme che assume il lavoro forzato sono molto varie. Nel passato, la schiavitù o la schiavitù per debiti (bonded labor) era una pratica comune, e persiste ancora in alcuni Paesi, soprattutto in Asia. Forme più moderne sono spesso legate all’immigrazione e al traffico di persone per scopi commerciali, che spesso riguardano donne e bambini coinvolti in attività quali spaccio di droga, accattonaggio, o sfruttamento sessuale. Inoltre, i lavoratori migranti del Medio Oriente e di altri luoghi sono spesso costretti a consegnare i propri documenti di identità, rimanendo vincolati ad una famiglia, con pesanti restrizioni alla libertà di movimento.

    “Stime minime”
    Delle 12,3 milioni di persone coinvolte nel lavoro forzato, 9,8 milioni vengono sfruttate nel settore privato. Altre 2,5 milioni svolgono lavoro forzato per imposizione dei governi o di gruppi militari ribelli.
    Questa è la prima volta che l’OIL ha fatto una stima delle persone coinvolte nel lavoro forzato e una parte del rapporto è dedicato alla descrizione dei metodi utilizzati. Le cifre corrispondono ad una “stima minima”, in cui i dati reali potrebbero essere più alti, afferma il rapporto.
    La maggior parte delle persone coinvolte in questo fenomeno si trova in Asia, con circa 9,5 milioni di lavoratori forzati. Segue l’America latina e i Caraibi con 1,3 milioni. La restante parte è sparsa tra l’Africa subsahariana con 660.000 persone, il Medio Oriente e il Nord Africa con 260.000, i Paesi industrializzati con 360.000 e i Paesi in transizione con 210.000.
    Scomponendo i dati emergono differenze regionali nella composizione del tipo di lavoro forzato. In Asia, America latina e Africa subsahariana, le vittime della tratta di persone sono meno del 20% del lavoro forzato totale. Nei Paesi industrializzati, i Paesi in transizione e nel Medio Oriente e Nord Africa, il traffico di persone assomma a più del 75%.

    Il rapporto osserva che, di fatto, spesso la tratta di esseri umani e l’immigrazione clandestina si sovrappongono. Molti di coloro che poi vengono impiegati in lavori forzati sono immigrati volontariamente e ne diventano vittime durante il viaggio o una volta giunti a destinazione. I principali tipi di lavoro forzato conseguenti alla migrazione sono l’industria del sesso, l’agricoltura, il lavoro domestico e il lavoro nell’edilizia. Essi lavorano tuttavia anche nei settori della ristorazione e nelle piccole imprese che ricorrono allo sfruttamento del lavoro.
    Il rapporto dell’OIL osserva inoltre che mentre il lavoro forzato imposto dallo Stato non rappresenta il problema più rilevante in termini numerici, esso rimane tuttavia motivo di grande preoccupazione. Il tipo di lavoro che esso coinvolge riguarda attività di carattere “antisociale”, come avviene in particolare in Cina attraverso il suo sistema di “rieducazione attraverso il lavoro”. I dati ufficiali del Ministero della giustizia cinese indicano che circa 260.000 persone sono state arrestate grazie a questo sistema, sin dagli inizi del 2004.
    Anche il regime militare del Myanmar è noto per i suoi programmi di lavoro forzato, con numerose denuncie che giungono all’attenzione dell’OIL. Il rapporto accusa il regime di permettere una situazione “in cui le politiche statali consentono alle autorità locali di fare uso e di trarre vantaggio dal lavoro forzato dei poveri”. In Africa, prosegue il rapporto, vi è la preoccupazione per la possibile imposizione del lavoro forzato a scopo di sviluppo.

    Cause e cure
    Il rapporto osserva che non vi è unanimità di vedute su quali siano le cause del lavoro forzato. Riguardo ai Paesi in via di sviluppo, dove nel settore rurale esistono forme di lavoro forzato e di schiavitù per debiti, il dibattito sulle possibili cause che ne spieghino la persistenza prosegue. Tra le motivazioni addotte vi è il fallimento dei mercati finanziari e creditizi, il sistema agrario e gli iniqui rapporti di potere. Risulta poi ancora poco chiaro fino a che punto il fenomeno della globalizzazione possa aver contribuito al sorgere delle nuove forme di lavoro forzato.
    Nei Paesi in via di sviluppo, la stragrande maggioranza delle vittime del lavoro forzato sono povere. E in molti casi l’imposizione del lavoro forzato può essere legato a forme di discriminazione.
    Negli ultimi anni la comunità internazionale ha tentato di coordinare la propria azione di contrasto allo sfruttamento delle persone. Il 25 dicembre 2003 è entrato in vigore il Protocollo sul traffico di persone, annesso alla Convenzione ONU sulla criminalità organizzata transnazionale.
    A livello regionale, organizzazioni come l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) o la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, hanno fatto dichiarazioni ed elaborato programmi diretti a contrastare il problema.
    Tuttavia, una serie di difficoltà hanno ostacolato questi tentativi. Le definizioni di lavoro forzato e di traffico di esseri umani sono spesso così generiche che i procuratori e i tribunali hanno difficoltà ad identificare queste situazioni nella realtà. Inoltre, leggi diverse talvolta definiscono in modi diversi il lavoro forzato, la schiavitù e la tratta. In altri casi, dove la costituzione dello Stato vieta questo tipo di pratiche, spesso è estremamente difficile riuscire a portare le violazioni in tribunale, a causa della mancanza di leggi specifiche di attuazione dei principi costituzionali.
    In aggiunta, gli immigrati clandestini vittime di queste pratiche sono spesso riluttanti a denunciarle nel timore di essere rispediti nel proprio Paese o comunque di essere licenziati o perdere il salario loro dovuto.

    Il piano d’azione
    Il rapporto dell’OIL conclude con una serie di proposte per il contrasto al lavoro forzato. Anzitutto esso raccomanda di affrontare il problema alla radice, concentrandosi sui problemi di discriminazione, di deprivazione e di povertà. Invita poi a porre rimedio a talune deficienze come la presenza di normative inadeguate e di ispezioni del lavoro troppo deboli o inesistenti. Inoltre esso auspica l’adozione di una normativa chiara e la delega di poteri effettivi agli agenti di polizia.
    Un’altra raccomandazione riguarda la necessità di migliorare il coordinamento, costituendo una sorta di alleanza trasversale contro il lavoro forzato, tra le organizzazioni dei lavoratori e quelle dei datori di lavoro, le agenzie governative, e altri enti internazionali.
    Il rapporto invita infine i Paesi ad adottare programmi globali di riabilitazione delle vittime del lavoro forzato. Senza questo sostegno, avverte l’OIL, le vittime liberate potrebbero ricadere nuovamente in situazioni di lavoro forzato.
    Ibrahim

  5. #5
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    Evidentemente gli USA hanno deciso di copiare la Cina, dove il lavoro forzato dei carcerati è molto diffuso!!

  6. #6
    Neutrino NO-TUNNEL
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    Originally posted by lovecraft
    Evidentemente gli USA hanno deciso di copiare la Cina, dove il lavoro forzato dei carcerati è molto diffuso!!
    non credo, il lavoro forzato esiste da molto tempo negli usa
    Nè DAVANTI Nè DI DIETRO, MA DI LATO

  7. #7
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    Dov'e' lo scandalo?
    Cosa dovrebbero fare in prigione i carcerati?
    Sapete quanto costa un carcerato al Governo?

  8. #8
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    Predefinito Dove sono i veri schiavi?

    Chi dice che nelle prigioni americane i condannati son trattati come schiavi, vuol dire che non conosce le prigioni islamiche-comuniste!

  9. #9
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    Predefinito Re: Dove sono i veri schiavi?

    Originally posted by ivanhoe
    Chi dice che nelle prigioni americane i condannati son trattati come schiavi, vuol dire che non conosce le prigioni islamiche-comuniste!
    Beatissima ignoranza...mettiti d'accordo con il nostro gelataio di fiducia perchè c'è DA LAVORAREEE...




    lol
    Ibrahim

  10. #10
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    Predefinito Re: Re: Dove sono i veri pirla? ...Qui!




    Le prigioni americane sono alberghi a 7 stelle..e gli americani dei veri "signori"....

    L'IGNORANZA IL MALE DI QUESTO SECOLO
    Ibrahim

 

 

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