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    TOSCANA

    Gualtiero Cìola,NOI CELTI E LONGOBARDI

    A chi voglia farsi un'idea di quale doveva essere l'aspetto dei veri Longobardi consigliamo di venire a visitare la Toscana e ad osservare attentamente la gente che incontra per la strada: ci troverà tutta la gamma di umanità che si riscontra dapper, tutto, ma qui, più frequentemente che altrove, nelle regioni ove essi furono di casa, Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli, Emilia-Romagna, si imbatterà in fisionomie, occhi, facce, stature, portamento e carattere, che gli daranno un'impres¬sione quanto mai veritiera della stirpe longobarda.
    Abbiamo notato tutto ciò sin dai nostri primi viaggi che vi compimmo in età giovane ed il fatto non mancò di provocare il nostro più vivo stupore: perché pro¬prio lì, più che nel nostro Trentinò?
    Il tipo biondo longilineo che si incontra con una certa frequenza in Toscana è assai simile a quello che è ancora possibile vedere nei 20 comuni veneti pedemontani di Verona e Vicenza e ciò si spiega col fatto che ambedue provengono dalla stessa matrice.
    Che gli Arimanni abbiano prescelto più spesso ed in gran copia la Toscana quale patria di elezione dimostra come essi non fossero degli sprovveduti perché si accor¬sero della bellezza di queste contrade, delle verdi vallate e delle ubertose colline che prediligevano, delle foreste della Verna, di Camaldoli, di Vallombrosa e dell'Abetone che ricordavano loro le selve germaniche della terra d'origine; anche il mare, da loro non particolarmente amato, fu un elemento positivo in un contesto strategico ed economico: in Toscana, Pisa costituì l'unico porto longobardo importante dell'alto Tirreno, prima che Rotari occupasse quello di Genova.
    Ma quanti dovevano essere questi "barbari" se ce li troviamo un po' dapper¬tutto nel nostro viaggio in Italia ed in Toscana in particolare, ove sosteniamo che se ne stanziarono tanti da costituire un proprio ceppo etnico-linguistico, separato per secoli dalla preesistente popolazione indigena? Un calcolo approssimativo, ma basato su certi dati, l'ha tentato Arturo Galanti ('): «Dato il fatto che la conquista ven¬ne divisa fra 36 duchi e ogni ducato fu suddiviso in 12 sculdascie o comitati, e ogni comitato in 12 decanie, e ogni decania in 12 fare o famiglie, dappoiché ogni fara, essendo rappresentata da un solo arimanno o uomo di guerra, non poteva com¬prendere in media più di 6 o 7 individui, si avrebbe pure sempre, a calcoli fatti, una cifra di circa 400.000 persone, e di questa una settima parte atta alle armi». Però
    (1) A. Galanti, "I tedeschi sul versante meridionale delle Alpi" - R. Accademia dei Lincei, Roma, 1885.

  2. #2
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    se è giusta l'ipotesi della studiosa Alessandra Melucco Vaccaro (z), secondo la quale ogni fara comprendeva 80-100 individui, la cifra diventa enorme e senz'altro esagera¬ta: oltre 4 milioni di anime, ammettendo che la fara raggruppasse un'ottantina di elementi! Il che spazza via la cifra irrisoria con cui gli storici in malafede hanno cer¬cato di circoscrivere e minimizzare il fenomeno che noi, dopo secoli di oscurantismo, cerchiamo di evidenziare.
    Prima di entrare nel vivo dell'argomento c'è un mito da sfatare: quando si par¬la di Toscana ciascuno di noi è portato ad accettare il luogo comune che qui tutto fosse etrusco; nella realtà gli Etruschi avevano già trovato delle popolazioni indigene anche indoeuropee come i Villanoviani, i Celto-Liguri e gli Umbri.
    Anticamente l'area ligure arrivava sino alle zone paludose bagnate dal corso inferiore dell'Arno: l'attuale provincia di Massa con l'intera Lunigiana e quella di Lucca con la Garfagnana erano abitate da tribù certo-liguri; nella parte settentrionale della provincia di Arezzo e nel Casentino si avevano pure delle infiltrazioni liguri. La civiltà etrusca ebbe i suoi maggiori e più rigogliosi centri soprattutto nella parte più meridionale della regione; con la conquista romana le città meridionali e quelle delle coste tirreniche decaddero rapidamente e si vuotarono d'abitanti: ad essi su¬bentrarono numerosi elementi latini immessi nelle colonie fondate dai vincitori, co¬me a Firenze, Pistoia, Siena, Lucca e Pisa.
    Nel territorio aretino si ebbero poi degli insediamenti di Celti storici: i Biturgi nella piana di S. Sepolcro ed infiltrazioni senoniche nella Val di Chiana e nel terri¬torio di Chiusi.
    La conquista longobarda.
    La massiccia invasione di guerrieri longobardi nella prima fase della conquista era motivata dalla particolare importanza politico-militare della Toscana, come terra di confine verso i domini bizantini e papali; la linea costiera con Pisa, rimase ancora per un certo tempo in mano bizantina. Ducati longobardi furono istituiti a Lucca, a Chiusi, a Firenze, e, pare posteriormente, anche a Pisa. Quello più importante fu il ducato di Lucca, prescelta per ragioni strategiche perché dominava il transito con la Lunigiana e teneva il contatto con il grosso dei possedimenti longobardi nella Val¬le Padana attraverso il passo della Cisa, che prese da. essi il nome di Monte Bardone; ciò conferì alla città un'importanza superiore alle altre, specialmente con la costitu¬zione, secoli dopo, della Marca della Tuscia.
    Intensi insediamenti di arimanni si ebbero nella Lucchesia, Garfagnana, Luni¬giana, nel Pistoiese, nel Senese e nel Chiusino: la toponomastica delle località mi¬nori ce ne dà una conferma. I Longobardi, sempre per motivi strategici, abbandona¬rono la Via Cassia, aprendo il percorso attuale attraverso Radicofani, Siena, la Val¬delsa e Lucca: ciò ebbe come conseguenza il decadimento della città di Chiusi e di


    (2) A Melucco.Vaccaro, "I Longobardi in Italia" - Longanesi, 1982.

  3. #3
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    Firenze e, di contro, il progresso di Siena; essa diventò la via più importante del¬l'Italia Centrale, che, per essere percorsa dai pellegrini diretti a Roma, prese il nome di Romea o Francigena, punteggiata da ospizi e abbazie come quella di S. Salvatore sul Monte Amiata, il più grande centro monastico dell'epoca longobarda, fondato da re Ratchis.
    I maggiori feudatari della Valdelsa e del Chianti appartenevano a famiglie pra¬ticanti la legge longobarda e la salica, come gli Alberti, i Cadolingi, i Guidi, gli Aldo¬brandeschi, i Lotteringi e molti altri.
    Il dominio franco (774-888) non alterò la situazione: i Signori longobardi rima¬sero per lo più al loro posto: se ne aggiunsero solo di Franchi e di altre stirpi ger¬maniche. In questo periodo, a causa dell'aumentata attività dei corsari saraceni la zona costiera si spopola sempre più: Luni, Populonia, Ansedonía si svuotano d'abi¬tanti: il vescovo di Luni si insedia nel castello di Sarzana, quello di Polulonia a Mas¬sa Marittima e quello di Rosselle a Grosseto; la sola a resistere sarà la città di Pisa.
    Anche un autore dell'autorità di Gioacchino Volpe ammette che la Toscana, per la sua posizione, sia stata fra le regioni d'Italia quella più fittamente popolata da Goti, Longobardi e Franchi. In particolare la densità numerica degli stanziamenti arimannici autorizza molti storici a parlare di «Tuscia Longobarda», mentre noi pro¬vocatoriamente ci domandiamo nel titolo, visto che anche l'egemonia politica si tro¬vava nelle mani dei conquistatori, se la denominazione di "Lambardia" non sarebbe più appropriata per la Toscana che per la regione lombarda. Perché "Lambardia"?
    Lambardia da "Lambardi", denominazione con la quale solo in questa regione i Longobardi ed i loro discendenti erano chiamati e conosciuti. Ma esaminando atten¬tamente questo termine ci accorgiamo che esso è il più vicino, foneticamente, al vo¬cabolo originale "Langbardo", "Langbardi", ted. "Langbarde", "Langbarden"; nella cui pronunzia germanica la "g" è muta e non si avverte, per cui gli Italiani intende¬vano la voce così come era universalmente pronunciata in Toscana dai Longobardi medesimi. Ciò dimostra in parte quello che noi andiamo asserendo e cioè che qui i Longobardi e i loro eredi dettero vita ad una vera e propria minoranza etnica e linguistica, che veniva chiamata nella corretta pronuncia con la quale questi Germani tra loro si appellavano; minoranza linguistica sino al X-XI secolo e solo etnica e giu¬
    ridica sino al XIII-XIV secolo (3).
    (3) Una probante testimonianza della presenza dei "Lambardi" fino ai nostri giorni è dovuta alla sensibilità di un nobile tedesco, che, trovandosi nel 1944 nella zona di Montalcino annotava:
    «...io ero ospite di una famiglia di ricchi contadini che affermavano di appartenere alla piccola nobiltà. La casa aveva uno strano aspetto che ricordava la Germania. Era gente molto ospi¬
    tale che non si lamentava mai, una famiglia felice. Il loro livello culturale non era elevato, ma in compenso sembravano estremamente agiati. La figlia, un'adolescente, poteva essere
    scambiata benissimo per una tedeschina a causa delle lunghe trecce bionde». Da "Combattere senza paura e senza speranza" del gen. Frido von Senger und Etterlin - Longanesi, 1968.
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  4. #4
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    In tutti i trattati di storia patria ricorre questo termine per designare, nei secoli posteriori alla caduta del regno longobardo, dei gruppi sociali formati da una piccola aristocrazia rurale che pur avendo perduto la lingua e molti degli usi e costumanze degli avi, si differenziavano dal resto della popolazione per il fatto di discendere dagli antichi arimanni e di praticarne le leggi.
    Dentro alle grandi città il termine di "Lambardi" scompare o quasi, designan¬do esso dei campagnoli di un ceppo non gradito; evidentemente in generale, dopo il loro trasferimento volontario o coatto entro le mura, i Lambardi perdono il loro caratteristico attributo, come se .la città non tollerasse questi uomini atipici per gli ordinamenti comunali e li emendasse da quella loro maledetta appartenenza ad una gente "peggiore dei pagani e saraceni": così li dipingeva la propaganda della Chiesa, il cui potere cresceva a mano a mano che diminuiva quello della piccola nobiltà contadina.
    Incontriamo Lambardi in gran copia «nelle carte toscane della metà dell'XI a tutto il XIII secolo, chiamati dalle piccole terre dove abitano e posseggono: i Lam¬bardi di Vaccule, castello del versante nord dei monti pisani; Longobardi de Bujano, forse Buggiano in Val di Nievole; Lambardi Stagienses e Lambardi de Carmignano nel pistoiese. Molti di più in quel di Pisa, a Massa Pisana, a S. Cassiano, a Riocavo, a Colognole, a Cerigliano, a Fagiano, a Casanova, a Pomario, a Montecchio, a Ponte, a Ghezzano, a Cascina, ecc., tutti castelli di Val d'Arno e di Val d'Era. E nel contado fiorentino sono i Lambardi di S. Miniato, Casanova, Rovezzano, Sommaia, Querci¬nola. Ne brulica tutta la valle dell'Arno, attorno ad Arezzo, cioè a Faitulo, Sassello, nel podere Obertengo, a Poiano, Celle, Caprese, Tulliano, Carpineto, Turrita. E ri¬cordo ancora Stersi, Castel Nuovo, Gambassi, Buriano, Elci, nel senese, nel volter¬rano e nella Maremma; Pantalla, Acquapendente, Fraiano, Loreto, Castellardo ecc., nelle vicinanze di Orvieto e Viterbo. Potremmo, nei documenti editi ed inediti spigolare altri Lambardi a centinaia» (4).
    Nominiamo ancora i Lambardi di Maona, di Buriano, di Dorna (toponimo germ. da "Dorno"= spina), di Casciaula, di Montemagno, di Lamporecchio, di Piuvica, di Anghiari, di Castellina Lombardorum, di Titinanno, di Castiglion Bernardi e di Mon¬te Verdi in Maremma.
    I nostri oppositori obietteranno che questa presunta minoranza abitava quasi solo in castelli ed in piccoli borghi fortificati e noi assentiamo; solo invitiamo i me¬desimi a farsi un viaggetto nella Toscana soffermandosi ad osservare il numero di ca¬stelli e di ruderi ancora visibili; ma se oltre a ciò essi consulteranno delle pubblicazioni specializzate scopriranno ad esempio che tra Firenze e Fiesole esistevano poco meno di duecento castelli... ed allora il conto torna.
    Altra possibile critica potrebbe essere quella relativa alla scarsità di toponimi
    (4) G. Volpe: "Origine e primo svolgimento dei Comuni nell'Italia Longobarda". 304

  5. #5
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    di origine germanica, cosa che noi ammettiamo, non senza ricordare che già in altra parte della nostra opera abbiamo scritto che i Longobardi rispettavano scrupolosa¬mente la toponomastica romana, arrivando al punto di chiamare alla maniera romana anche i borghi e le città da essi stessi fondati. Possiamo tuttavia raccogliere, accanto ad alcuni toponimi, le tracce di numerosi possedimenti e castelli che si chiamarono nella più pura forma germanica, dal nome dell'arimanno o del guerriero capostipite di una nobile schiatta: abbiamo così dei casati che prendono il nome del fondatore vero o presunto, nome che passa non già a borghi e città con denominazione roma¬na, ma solo ai loro beni rustici, che prendono il suffisso germanico in "fingo"-"finga", "engo"-"enga", corrispondente al significato delle proprietà immobiliari celto-roma¬ne in "akum" e "ago". Sorgono così in Toscana, come è possibile riscontrare nei cartulari medievali, centinaia di località poderali con le tipiche denominazioni della Germania: Gerardingo o Gherardingo dalla famiglia dei Gherardenghi, Rolandingo dai Rolandinghi, Suffredingo dai Soffredinghi, Tedicingo dai Tedicinghi, Ubertengo dagli Obertenghi, Upezzingo dagli Upezzenghi; e così Sestinga, Beritinga, Ghisolfin¬ga, Sassinga, la rocca Suidinga, la rocca Flamin,,,a sopra Lucca, l'Abbadia Ardenga e molti altri.
    Facciamoci ora un viaggio attraverso le circe e le contrade più interessanti per il nostro argomento, incominciando dalla città che in epoca longobarda fu di gran lunga la più importante della Toscana: Lucca. L'origine è certamente celto-ligure, come sta a dimostrare la radice del nome: "luk"=luogo paludoso; tra il V e il IV secolo a.C. avrebbe subito una colonizzazione etrusca; però i Liguri recuperano la città all'inizio del III secolo, approfittando della vittoria romana di Sentino (295) sull'esercito con¬federato degli Etruschi Galli, Sabini e Lucani.
    In seguito le tribù apuane si opporranno a loro volta duramente fino all'anno 155 a.C. alla conquista romana, effettuata da una azione combinata della flotta che aveva Pisa come base, e da un numeroso esercito bene organizzato.
    Anche qui i Romani, allo scopo di prevenire ogni possibile tentativo di ripresa delle fiere tribù celto-liguri dell'interno, dedussero varie colonie dislocate strategica¬mente nei punti più nevralgici, creando dei baluardi difensivi ed offensivi contro le incursioni dei bellicosi abitatori della Garfagnana.
    L'ascesa della città a centro politico dominante l'intera regione incomincia già in epoca gotica, sotto il governo di Odoacre (476-489) e di Teodorico (489-526): in tale periodo avviene l'avvicendamento che vede i grandi proprietari latini cedere gran parte delle loro proprietà fondiarie all'aristocrazia barbarica e con esse, la guida poli¬tica della città. E' con i Goti che opera a Lucca il vescovo S. Frediano, il quale fonda la cattedrale di S. Martino e non limita la sua opera alla cura delle anime, ma la esten¬de ai bisogni materiali dei cittadini; nello stesso periodo pare che Lucca battesse per la prima volta una propria zecca. Nel 552 Narsete, dopo una strenua resistenza del presidio gotico, occupa la città.
    Ma già entro il 570 vi arrivano i Longobardi e con essi Lucca si afferma defini¬

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  6. #6
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    tivamente come prima città della Toscana e sede di uno dei più importanti ducati dell'Italia longobarda: ora è data per certa l'esistenza di una zecca longobarda che
    conia i famosi "tremissi" d'oro (5).
    Accanto a importanti insediamenti arimannici extramuranei localizzati nel trat¬to esterno di sud-ovest e nel tratto nord, attorno all'anfiteatro e teatro romano, che negli antichi documenti sòno indicati coi toponimi di "Selce" e di "trivium peregri¬norum", è certo che la corte regia con la sede della zecca si trovasse nel centro citta¬dino, presso S. Giovanni, circondata da chiese con dedicazioni significative, e le chie¬se di Santa Giulia e di S. Romano, ove si sono ritrovate ricche tombe della prima metà del VII secolo.
    La città si articolava in quartieri nei quali si aveva la ripartizione delle comu¬nità etniche: nel quartiere longobardo le case erano diradate ed intervallate da vigne e orti; il termine di "solario" e "sala", che si rileva in antichi manoscritti, indicano una abitazione signorile estesa a più piani.
    I commerci fioriscono: la presenza di una ricca corte ducale che si è sgrezzata e non è più l'orda barbarica dei primi tempi della conquista, favorisce la ripresa delle attività che contrassegnano nobilmente l'artigianato longobardo nei lavori di orificeria e del rame, a cui si aggiunge, alla fine dell'VIII secolo, la produzione di pregevoli tappeti. Fra gli artigiani si fa menzione di un pittore, Auripert, che aveva ricevuto in dono dal re Astolfo la chiesa di S. Pietro, fondata da un certo Sumuald.
    Il trasporto del grano per via fluviale e marina dalla Maremma è monopolizzato da una ditta intestata a due fratelli: Autpert e Liutpert, che concludono un contratto col duca Wulpert e coi suoi figli; in seguito anche la curia vescovile sarà rifornita dai due industriosi fratelli.
    La presenza in tutto il territorio lucchese di una numerosa e ricca aristocrazia fondiaria longobarda, la quale, una volta convertita al Cattolicesimo, non risparmia danaro per mostrare il proprio zelo di neofiti alla Chiesa romana, promuove la co¬struzione di nuove chiese: nel 721 viene fondato S. Micheletto, nel 771 e 774 S. Dalmazio e S. Maria in Via, che ora non esistono più e l'immancabile chiesa dedicata a S. Michele: oggi S. Michele in Foro; in provincia, nelle diocesi di Pescia, Massa, S. Miniato, Valdelsa e Maremma le chiese di S. Pietro di Castiglione di Garfagnana, di S. Terenzio di Marlia, la pieve di S. Macario.
    (5) Pur incontrandovi numerosi discendenti, a Lucca i Longobardi sono degli illustri sconosciuti: un fornito libraio, dietro nostra richiesta di un'opera sul ducato longobardo di Lucca, ci esi¬bisce quella dell'effunero ducato, sorto all'indomani del Congresso di Vienna; al Museo Nazionale di Villa Guinigi sculture longobarde, fra le quali una croce ariana del VII secolo sono indicate come "sculture del VII sec.": la parola "longobardo" non esiste e pure i gioielli e gli ornamenti d'abito promessi dalla Guida del Touring sono scomparsi: il custode ci spiega che una piccola parte dei reperti è stata trasferita a Firenze, mentre il resto è stato ritirato e giace in un deposito...

  7. #7
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    Dopo la sconfitta di Desiderio, i Franchi lasciano al proprio posto il duca Ta¬chpert, che cambia solo il titolo in quello di Conte, anche se poi i Marchesi di To¬scana torneranno a fregiarsi, a titolo onorifico, del contrassegno longobardo del potere.
    Il periodo carolingio vede l'arrivo di altre schiatte germaniche: Franchi, Ala¬manni, Bavari e Sassoni: in effetti i nomi dei Marchesi di Toscana e dei vescovi ri¬mangono per lungo tempo teutonici. E' sintomatico come in un lessico compilato a Bisanzio poco dopo il 950, Lucca e Siena non sono neppure nominate, mentre lo sono Firenze e Pisa: evidentemente il compilatore del lessico era infastidito dal fatto che tanti Germani abitassero ancora nelle due città ch'egli doveva necessariamente conoscere: cominciava già allora la disinformazione sistematica nei confronti degli argomenti poco graditi.
    Garfagnana. In un articolo della "Stampa" di Torino ci è occorso di leggere una interessante ipotesi per spiegare l'eccezionale robustezza fisica degli abitatori del¬l'alta valle del Serchio, nella quale arzilli vecchietti novantenni lavorano ancora la terra, la causa essendo forse da ricercare - azzarda l'incauto articolista - in una "razza" mantenutasi immune da commistioni; subito dopo questi sembra scusarsi, battendosi il petto per tanto ardire: «Ipotesi un po' impopolari che tirano in ballo (antidemocraticamente) eventuali differenze di razza, e che potrebbero spiegare la longevità con il fatto che i garfagnini possono essere gente di una razza più forte e più sana». Ma ormai era fatta... ed allora il sig. Gianni Moncini scopre che per i Ro¬mani la Garfagnana era Gallia e che quando essi la sottomisero e la assoggettarono oltre che dagli Apuani e dai Friniati, essa era già stata abitata dai Liguri e dai Celti; poi vennero ancora rinforzati da incroci e ibridazioni con invasori provenienti da ol¬tralpe (leggi Germani, ma il giornalista non vuole essere eventualmente tacciato da pangermanista, dopo essere passato per antidemocratico; ammette solo lapidariamen¬te che la valle fu gastaldato longobardo e franco. Infine lo sfogo finale, costi quel che costi: «Che può esserci quindi di male a formulare l'ipotesi che i garfagnini vivono più a lungo perché forse sono di_ un'altra razza?» A noi non consta che il sig. Moncini abbia perso il posto; forse che in Italia incomincia ad essere possibile parlare di "altre razze", oltre a quella mediterranea?
    In effetti anticamente gli abitatori della Garfagnana, come quelli della pianura lucchese appartenevano al ceppo celto-ligure: gli Apuani, di cui rimangono i ruderi di due antichissimi castellieri: uno sotto la Pania di Corfino ed uno presso il Pisa¬nino; essi combatterono una lunga, ostinata guerra contro gli invasori romani, ma non restò loro altra alternativa che quella di essere massacrati o deportati nel Sannio, come avvenne nel 177 a.C.
    Ma nell'alta valle del Serchio molte famiglie fuggite in luoghi inaccessibili sugli Appennini, ritornarono successivamente a ripopolare la Garfagnana, che ancora oggi è abitata da una popolazione che colpisce per la sua gagliardia fisica.
    Lunigiana e Versilia. Come in Garfagnana, anche qui i più antichi abitatori furono di ceppo celto-ligure; i toponimi etruschi, assai rari, si riferivano a stanziamen¬

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  8. #8
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    ti militari che presidiavano queste zone popolate da tribù fiere e turbolente, quelle degli Apuani e dei Sengauni, le cui ripetute incursioni resero praticamente impossi¬bile l'insediamento vero e proprio di una popolazione etrusca.
    Le spedizioni militari degli Etruschi cozzavano contro la consueta tattica dei guer¬rieri Apuani e Sengauni, i quali si ritiravano sulle montagne, che costituivano l'am¬biente più congeniale per combattere a modo loro la guerriglia a base di imboscate; dopo ridiscendevano al piano, attaccando i presidi isolati e razziando il bestiame.
    Gli Apuani vivevano sulle alture, i Sengauni erano stanziati più in alto, a caval¬lo dell'Appennino Tosco-Emiliano: essi abitavano in rocche fortificate chiamate "ca• stola" ("castelum" da non confondersi col latino "castellum"), castellieri preistorici di cui è rimasto il ricordo nella toponomastica: Castellare, Monte Castellare, Monte Castello, ecc. Sulla sommità delle maggiori alture era situato il loro centro sacrale, ove adoravano il sole, innalzando al cielo i "menhirs" di pietre ammonticchiate, alti sino a 5 metri, se non ne esistevano già di naturali, come nel caso della Lunigiana (6).
    Ignorata da queste popolazioni era l'aggregazione cittadina: vi erano solo piccoli "pagi" e "castela", uniti in federazioni; attorno ai pagi ed alle pendici dei "caste¬la" e dei centri sacrali esistevano i pascoli comuni per il bestiame.
    Nel 195 la flotta romana fece scalo nel "Portus Lunae", nel golfo della Spezia: ciò insospettì e provocò la reazione delle tribù: le federazioni liguri misero in campo un grande esercito che devastò tutta la pianura tra la foce della Magra e quella del¬l'Arno, battendo ripetutamente le legioni romane. Ma nel 185 i Romani ritornarono in forze per mare e per terra: fu allora che molti Apuani vennero deportati nel San¬nio; quelli fuggiti sulle montagne, essendo scarsa la colonizzazione romana, ritorna¬rono e ripopolarono i luoghi rimasti privi di abitatori. Nel 177 fu dedotta la colonia di Luni, che trasse il nome dal preesistente "Portus Lunae"; la parte migliore del¬1' "ager publicus" fu assegnata a cittadini romani, le zone più povere ed impervie furono lasciate ai Liguri, che spesso dovettero pagare un fitto per quello che prima era loro pieno possesso.
    Con le invasioni barbariche alla fine dell'Impero, l'economia cittadina perdette ogni importanza, acquistandone invece la campagna, ove sorsero rocche e castelli ("castra"), sedi di quanto restava dell'assetto giuridico e amministrativo del moren¬te Impero: fu dal V al principio del VII secolo che sorsero la più parte dei "castra" lunensi e versiliesi, come "Surianum", l'attuale Filattiera ed il "castrum Aginulfi", oggi Castello di Montignoso, oltre ad una quantità di rocche minori che presero il nome dei barbari che le occuparono e le presidiavano.
    I Goti si stanziarono in numero considerevole in Lunigiana e in Versilia: di loro sono rimaste tracce considerevoli, delle quali le più importanti sono costituite
    (6) Dato che quasi ogni rito pagano ha la sua trasposizione nel culto cristiano, diremo che gli antichi menhirs sono i progenitori degli odierni campanili.
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  9. #9
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    dal "Castrum Uffi", presso l'attuale Valdicastello, ed "Uffiano", non lontano da Ca¬sola in Lunigiana.
    I Longobardi apparvero alla metà del VII secolo: le due circoscrizioni furono rette da due Giudicarie, con a capo un gastaldo; con l'occupazione franca la "judica¬ria" cambiò nome e divenne un "comitatus", la cui sede fu trasferita da Surianum a Luni.
    A Luni l'abitato longobardo si raccoglieva attorno alla cattedrale: si è rinvenuta la pianta di una tipica abitazione longobarda col basamento in pietre a secco che doveva avere un alzato ligneo, simile a quelle ritrovate a Invillino (Udine) e a Castel¬seprio (Varese). La Versilia, alla fine del IX secolo fu assorbita dal comitato di Lucca e cessò di esistere come organismo giuridico-amministrativo autonomo. Nel comitato Lunense compare nel 938 quel conte Oberto che darà vita ad uno dei più nobili casati nobiliari liguri e toscani. Contro la minaccia saracena il territorio costiero sarà organizzato nel X secolo in "marche", che riusciranno a neutralizzare quel terribile nemico.
    Per Pistoia è da escludersi l'origine etrusca: la zona ove doveva sorgere la città fu abitata da popolazioni celto-liguri; il sorgere della città romana deve essere messo in relazione proprio alla vittoria del console Gaio Flaminio sui Liguri Friniati.
    Dopo aver subito l'occupazione gotica, durante la quale la città ebbe un vescovo ariano accanto a quello cattolico, arrivarono i Longobardi che si insediarono in gran numero entro le sue mura, oltre che nelle località circostanti della Valdinievole; Pi¬stoia fu elevata al rango di città regia dagli arimanni, i quali lasciarono tante tracce nelle leggi e nelle consuetudini, che alcune ne sono sopravissute sino ai nostri giorni: il "piede di re Liutprando" fu una unità di misura legale usata per lunghissimo tem¬po; nei contratti nuziali certe tradizioni giuridiche sono ancora operanti pur risalen¬do a quei tempi.
    Nella città ebbe sede un gastaldo nominato direttamente dal re, indipendente dai duchi di Lucca e Firenze; la circoscrizione e la diocesi fu ordinata a "judicaria pistoiese". Colonie di "Lambardi" sopravissero sino al XIV secolo in diversi punti del territorio pistoiese, come a Sambuca, a Tizzana, e a Carmignano; reliquie inte¬ressanti compaiono pure nella toponomastica minore.
    Durante il dominio longobardo nell'VIII secolo, la prosperità dei signorotti di stirpe arimannica favorì l'espandersi della diocesi oltre le mura della città con la co¬struzione di monasteri e di chiese, come quella di S. Pier Maggiore e S. Andrea, la abbazia di S. Bartolomeo in Pantano e di S. Michele Arcangelo in Forcole, di S. Salvatore all'Acqua e 1' "Hospitium" di "Pratum Episcopi" (Spedaletto) sull'Appen¬nino, in vicinanza del passo della Porretta, tipica istituzione longobarda, ideata per motivi politici e commerciali, oltre che caritatevoli.
    L'avvento di Carlomagno segnò per Pistoia l'inizio della decadenza; scarso fu l'afflusso di Franchi, rimanendo saldamente la nobiltà longobarda al comando della cosa pubblica; l'istituto della giudicaria rimase immutato; solo gli "scabini", giudici

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    popolari scelti tra i cittadini più illustri furono eletti dal conte.
    Firenze si popolò per la prima volta per merito di Cesare che nel 59 a.C. volle compensare i suoi veterani con assegnazioni di terra: la centuriazione della città è ancora visibile nella piana nord-occidentale e nei toponimi prediali di origine roma¬na: anche "Florentia" è un nome indubbiamente romano: si trattava comunque di un piccolo centro agricolo.
    I diffusori del Cristianesimo pare fossero Greci e Siriaci arrivati in città nell'età imperiale: S. Miniato è infatti un nome greco-orientale.
    Durante la guerra gotica Florentia decadde, mentre assunse importanza Fiesole per la sua migliore posizione strategica. In epoca longobarda essa fu sede di una "curtis regia", segno dei vasti possedimenti feudali dei re longobardi e più tardi pare certo anche di un ducato; interessante potrebbe essere lo studio dei luoghi ove ebbe¬ro sede la corte regia, il palazzo ducale ed il quartiere longobardo, che a Firenze, come in ogni città della Longobardia ci deve essere stato; né si può sbagliare a cer¬care tutto ciò sulle alture delle città che ne sono provviste. Così a Fiesole, entro il vecchio perimetro delle mura sono state scoperte due necropoli longobarde: una in via Riorbico ove le 27 tombe erano state deposte all'interno del tempio romano e una seconda in Piazza Mino, presso la cattedrale: dato che non vi erano armi, ma solo ceramiche, vetri, ornamenti muliebri, cinture, ecc., si pensa che le salme fossero femminili o si riferissero ad un periodo assolutamente pacifico. Sempre in epoca longobarda San Giovanni divenne il patrono della città; mentre declinava il culto di S. Miniato e di S. Reparata, fu introdotto quello di S. Michele Arcangelo: almeno quattro chiese furono intitolate a questo santo nazionale dei Longobardi ariani.
    Dalla signoria arimannica Firenze passò a quella franca, che ci ha lasciato a ricordo il "bargello" ("barigildus"), funzionario della giustizia franca, magistrato di polizia, ed il palazzo che ne ha preso il nome.
    Prato deve la sua prima fondazione proprio ai Longobardi che nell'VIII secolo costruirono un borgo fortificato su una piccola altura ove il Bisenzio lascia la valle omonimi e scorre nella piana per versarsi nell'Arno: dai cornioli che vi abbondavano si chiamò Borgo al Cornio; era retto da uno scabino ("skapins"), un funzionario tut¬tofare dipendente dal gastaldo di Pistoia.
    Un altro borgo viene fondato successivamente da una nobile famiglia che farà parlare di sè: gli Alberti, fedelissimi dell'Impero, che costruirono un castello intorno al quale sorsero nuove case: Borgo al Prato; così intorno all'anno 1000 Prato è for¬mata da due parti aventi diversa origine: la longobardica più vetusta e l'albertesca risultante da una investitura feudale.
    L'industria tessile laniera per la quale la città è diventata famosa deriva dalle primitive "gualchiere" (dal logb. "walkian"): folloni tessili ad acqua i cui magli bat¬tevano i tessuti di lana per rassodare a pressione la stoffa che se ne ricavava.
    Arezzo e la sua provincia.
    Dal molto filo da torcere che gli antichi Aretini dettero ai Romani, sembra di
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