di Maurizio Blondet
Un drone – aereo senza pilota, usato dagli americani per lo spionaggio dal cielo – è caduto in Iran, sulle montagne di Alashtar, 350 chilometri a sud di Teheran.
La zona è stata circondata dai militari iraniani (1).
Non si tratta di una novità.
Già nel febbraio scorso Ali Yunessi, ex ministro dell'intelligence iraniana, aveva confermato che "da lungo tempo" gli americani "conducono attività spionistiche nei cieli nazionali" con "strumenti di spionaggio".
Ma la caduta dell'ultimo drone (che pare accidentale, non sarebbe stato abbattuto) segnala di sicuro un'intensificazione di questi voli, che quasi certamente partono dai Paesi vicini (ex-sovietici ed ora "americani"), con uno scopo preciso: identificare quanti più possibili siti sensibili iraniani da bombardare, in vista dell'ormai imminente attacco USA al paese degli ayatollah.
Il timore è che, per "giustificare l'ingiustificabile aggressione, la Casa Bianca abbia bisogno di un 'nuovo' 11 settembre".
Lo ha detto chiaramente Pat Buchanan, columnist e vecchio conservatore (avverso ai neo-con) nella sua rivista, The American Conservative, il primo agosto scorso:
"a Washington non è un segreto che gli stessi personaggi, dentro e attorno all'Amministrazione, che ci hanno portato in Iraq, si stanno preparando a fare lo stesso in Iran. Il Pentagono, agendo su istruzioni del vicepresidente Dick Cheney, ha impartito all' US Strategic Command (STRATCOM) l'ordine di delineare un piano immediato da usare in risposta a un nuovo attacco terroristico tipo 11 settembre su suolo americano. Il piano comprenderà un vasto attacco aereo in Iran, con l'uso di bombe sia convenzionali sia nucleari tattiche. In Iran ci sono più di 450 bersagli strategici, compresi i numerosi siti dove si sospetta progredisca il programma nucleare. Molti dei siti sono corazzati o in profondità nel sottosuolo e non possono essere eliminati da armi convenzionali; da qui l'opzione nucleare. Come nel caso dell'Iraq, tale risposta avverrà anche se l'Iran non sia direttamente implicato nell'atto terroristico diretto contro gli USA. Diversi alti ufficiali dell'Air Force interessati alla pianificazione sarebbero, si dice, agghiacciati dalle implicazioni di quello che stanno facendo, ossia che l'Iran verrà messo nel mirino per un attacco nucleare non provocato. Ma nessuno è disposto a danneggiarsi la carriera ponendo obiezioni".
Le "implicazioni" sono di grande peso: gli USA sarebbero i primi a compiere un attacco atomico contro una nazione che non li minaccia, il che candida i loro capi e i loro militari a finire davanti a un possibile processo di Norimberga per crimini contro l'umanità.
Se succederà, sarà chiaro che esiste uno ed un solo "Stato canaglia".
Per quanto antipatico possa essere il regime degli ayatollah, bisogna riconoscere che esso non ha mai aggredito militarmente nessuno; se mai è stato aggredito da Saddam, che scatenò la sanguinosa guerra contro Teheran per conto (e con armi e fondi) degli americani.
Il programma nucleare iraniano, posto che miri alla costruzione dell'arma atomica (gli osservatori europei tendono piuttosto a scartare questa ipotesi), rientra perfettamente nel modello della deterrenza: che non è un modello offensivo, ma protettivo.
Si tratta di dissuadere eventuali nemici dall'attaccare per primi.
L'Iran è situato vicino a potenti Stati atomici (dal Pakistan alla Russia all'India) e non è garantito da un sistema di alleanze, anzi è isolato.
Ma il tempo corre, e ormai non è solo Buchanan a ventilare l'imminente attacco americano all'Iran.
Anche l'Herald Tribune ha pubblicato (27 agosto 2005) un commento di Amin Saikal (docente di Scienze politiche a Canberra, Australia) elencando tutti gli effetti collaterali della imminente "disastrosa opzione militare" USA.
L'Iran può rispondere all'aggressione in diversi modi, anche non militari.
Può, con mine o anche solo affondando qualche vecchia nave nei punti giusti, bloccare gli stretti di Ormutz, da cui passa praticamente tutto il greggio del Medio Oriente.
Per impedirlo, gli americani non avrebbero altra via che sbarcare truppe in Iran, ossia lanciarsi in una guerra di terra i cui esiti potrebbero essere amarissimi, come dimostra la sciagura irachena.
Teheran potrebbe usare la leva del greggio: un'interruzione o riduzione delle sue esportazioni farebbero schizzare alle stelle il prezzo del petrolio.
Ciò danneggerebbe anche l'Iran, ma vari membri del regime hanno fatto capire che questo sacrificio sarà affrontato, se è in gioco la sopravvivenza della repubblica islamica.
Infine, Teheran potrebbe rendere anche più difficile la vita delle truppe USA in Iraq.
Dato il prezzo alto che l'attacco rischia di costare, la miglior soluzione sarebbe, conclude Saikal, "superare la questione del nucleare iraniano per mettere a fuoco le condizioni che hanno portato gli iraniani a vivere nel costante timore degli USA e di Israele".
Ingenua speranza.
Ma c'è una cosa che può fermare Cheney e i neocon: è una rivolta nelle stesse forze armate americane.
Il dissennato utilizzo degli uomini in divisa in Iraq sta provocando malumori profondi, che si sono già manifestati.
In una recente riunione con i reduci, Bush è stato fischiato dai veterani, in un clima di evidente ostilità (di cui i grandi media non hanno, ovviamente, detto nulla) (2).
Una rivolta militare: sarebbe l'eredità peggiore che l'Amministrazione lascerebbe all'America.
Ma, a questo punto, anche auspicabile.
Solo l'eroismo della disobbedienza può fermare la corsa criminale del regime neocon.
Ma intanto, i tempi del prossimo 11 settembre sembrano essere stati fissati.
I gruppi dissidenti americani richiamano l'attenzione su una quarantina di "esercitazioni antiterrorismo" in corso attorno nei porti USA; cominciata a San Francisco, la mega-esercitazione (denominata PortSTEP) è continuata in settimana a Baltimora; poi proseguirà nelle più varie località, da Chicago alle Isole Vergini alle spiagge della California.
La durata è enorme: si estenderà fino al settembre 2007 (3).
Lo scopo ufficiale dell'azione è "armonizzare e migliorare gli sforzi di sicurezza delle diverse agenzie, ditte e modi di trasporto" su intere "regioni che possono essere coinvolte in un attentato".
Massima segretezza sui particolari.
Ma si sa che a San Juan (Isole Vergini) si simulerà l'attacco ad una nave da crociera, e a Long Beach, California, una atto terroristico che interrompa i commerci navali. Altrove si tratta di osservare la reazione della sicurezza di fronte alla scoperta di un container sospetto, o di affrontare un'esplosione nella rete ferroviaria portuale.
In ogni caso, si simula un evento catastrofico di grandi dimensioni.
L'intera operazione è stata appaltata, come "leading contractor", a una ditta privata, la Universal System and Technologies (Unitech): una misteriosa entità che sembra strettamente collegata al sistema militare-industriale.
di Maurizio Blondet
Note
1) "Drone crashes in Iran", Yahoo News, 27 agosto 2005.
2) Voice of the White House, TBR News, 26 agosto 2005.
3) Joe Fiorilli, "US ports begin new catastrophic terrorist attack drills", Global Security Newswire, 25 agosto 2005.




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