VOCI DAL QUARTO REICH
di Maurizio Blondet
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GAZA - Un giorno d'estate del 2002, nella striscia di Gaza.
Partono colpi di mortaio contro un insediamento israeliano.
Interviene una pattuglia corazzata dell'esercito israeliano.
«I nostri ordini erano: ammazzate chiunque vedete per la strada», racconta Assaf, parà israeliano.
Assaf vede un giovane tra i 20 e i 30, disarmato, che cerca di sgusciare lontano dai carri armati.
Gli spara da 70 metri, lo vede cadere.
Non era la prima volta che Assaf uccideva civili inermi.
Ora, ha deciso di parlare con l'organizzazione ebraica «Rompere il Silenzio», formata da soldati che vogliono informare l'opinione pubblica israeliana di quel che i loro comandi ordinano di fare.
«Non credo sia legale», dice Assaf (1).
Non lo è.
Nelle dichiarazioni pubbliche, il glorioso Tsahal (esercito israeliano) dice: «i soldati non useranno le armi e la forza per danneggiare esseri umani non combattenti o prigionieri di guerra, e faranno tutto il possibile per evitare di ledere la loro vita, il loro corpo, la loro dignità e la loro proprietà».
Nella pratica, le cose sono diverse.
Un altro soldato, Moshe (nome falso: per evitare persecuzioni), ha raccontato che durante il corso di addestramento come sergente lui e gli altri compagni sono stati istruiti, anche con pressioni psicologiche, ad uccidere disarmati.
A Jenin nel maggio 2003, le istruzioni preventive erano di sparare su bambini e ragazzini disarmati.
Vero che ragazzini spesso si arrampicano sui mezzi cingolati israeliani, e qualche volta hanno rubato un'arma.
Ora, le istruzioni erano di aspettare che un bambino si arrampicasse, e poi sparargli per ucciderlo.
Moshe ha assistito all'assassinio di un palestinese di 12 anni, «o forse di 8, ci sono state discussioni sulla sua età».
Fatto è che il ragazzino si è arrampicato su un portatruppe, ed è stato fulminato da un cecchino israeliano.
Chi sarà stato il morto?
L'Osservatorio sui Diritti Umani palestinese dà due nomi per maggio 2003.
Il giorno 14, un tredicenne di nome Diya Gawadreh è stato ucciso da un proiettile preciso.
Il 22, Kamal Amjad Nawada, 13 anni, è stato colpito da soldati israeliani ed è morto il 27.
Secondo il gruppo umanitario ebraico B'Tselem, dei 3269 palestinesi uccisi dallo Tsahal, circa 1700 erano civili e 654 minorenni.
Durante la prima intifada le regole d'ingaggio erano scritte; nella seconda intifada non ci sono che regole d'ingaggio segrete.
Ufficiali e soldati possono «interpretarle» liberamente.
Così, nel maggio 2004, dopo vari attentati contro la truppa ebraica, l'armata, capeggiata dal generale Dan Harel, ha condotto una vasta operazione per «fare piazza pulita dei terroristi».
Secondo Rafi, un soldato dello Shaldag (unità di elite) lo scopo dell'operazione era la pura vendetta: «gli ufficiali ci hanno detto chiaro di ammazzare quanta più gente possibile».
Sparare, fu ordinato espressamente, a chiunque sia per la strada, o su un balcone o su un tetto: poi diremo che stavano piazzando esplosivo al nostro passaggio o che osservavano i nostri movimenti dall'alto.
Anche se disarmati, fu precisato.
E così sono stati assassinati Asma Moghayyer, 16 anni e suo fratello Ahmed, 13, mentre raccoglievano la biancheria appesa sul terrazzo di casa loro.
Uccisi, come hanno appurato i giornalisti, con un colpo singolo in testa.
Più un'altra dozzina di innocenti, sui cinquanta uccisi forse come combattenti (o «terroristi», nella lingua armata israeliana); senza contare le migliaia di palestinesi cacciati dalle loro abitazioni, e le decine di case abbattute.
Rafi ricorda quell'operazione come «un caos» basato «sull'uso indiscriminato della forza» e dice: «Gaza era diventata il poligono libero per i nostri cecchini».
Eli, sergente dei parà, ricorda una missione nel campo profughi di Askar a Nablus del novembre 2002.
Prima dell'alba.
Trovano un solo uomo all'aperto, che quando li vede cerca di scappare.
Era Mohammed Al-Natour, 24 anni, il musaharati del campo: l'uomo che nel mese di Ramadan batte sul tamburo per svegliare la gente, in modo che prenda cibo prima che sorga il sole.
Sparatoria: finito il tradizionale musaharati e silenziato il suo tamburo.
Avi ha raccontato di un assassinio ad Hebron, il 13 ottobre 2000.
Un uomo che stava scaricando un grosso pacco dalla sua auto, viene colpito alla schiena.
Si chiamava Mansur Taha Ahmed, di 21 anni, negoziante, che lascia moglie e tre figli.
La scena è stata persino ripresa da un membro dell'intelligence.
«Ma da noi i panni si lavano in famiglia», ha detto Avi.
«Il comandante ha fatto sparire la videocassetta ed ha consegnato il soldato [assassino] per 35 giorni».
Un ufficiale che vìoli la «purezza delle armi» israeliana ordinando questi assassinii viene punito con una multa di 100-200 shekel, massimo 35 euro.
Tutti i soldati che hanno «rotto il silenzio» hanno detto che la motivazioni di questi assassinii era di «punire collettivamente i palestinesi» degli «atti terroristici suicidi» che «mettevano a rischio la sopravvivenza d'Israele».
Quasi tutti, benché scossi, hanno ammesso che rifarebbero quello che hanno fatto. Dopotutto, hanno solo «eseguito ordini».
La scusa dei militari nazisti, e che non fu accettata a Norimberga.
Ma, come si vede, le analogie col nazismo non si fermano qui.
Come la truppa di Hitler ricevette mano libera nell'Est europeo, in operazioni che erano pogrom e massacri indiscriminati; la voglia di «punizione collettiva» dei palestinesi; la parola «terroristi» per definire ufficialmente i guerriglieri partigiani, anche quelli che compiono azioni militari contro la forza occupante.
Tutto quadra.
Voci dal Quarto Reich.
Maurizio Blondet
Note
1) Conal Urquhart, «Israeli soldiers tell of indiscriminate killing by armi and a culture of impunity», Guardian, 6 settembre 2005.




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