Una riforma dibattuta


di Annachiara Valle


La Conferenza episcopale italiana, con l’approvazione della Santa Sede, ha da poco varato un riordino dell’insegnamento della teologia in Italia che amplia il numero delle Facoltà e adegua i corsi di studi allo stile europeo. Ma non tutti sono entusiasti: il rischio – dicono – è che scada il livello della riflessione teologica.



«Credo che ogni possibilità di sviluppo che si dà alla formazione teologica sia da salutare positivamente. Ci vuole un laicato sempre più colto, competente e adulto e, anche per il confronto tra le diverse fedi, è necessario che ci siano persone molto preparate. Questo riordino della formazione teologica voluto dalla Cei può essere in grado di rispondere a tali esigenze». Il teologo don Giovanni Cereti, docente di Teologia ecumenica al Marianum di Roma e in altri istituti, vede i risvolti positivi della riforma degli studi teologici. Riordino che, già operativo da quest’anno, dovrebbe entrare pienamente a regime con l’anno accademico 2006/2007.

Il Progetto di riordino della formazione teologica in Italia e laNota normativa per gli istituti superiori di scienze religiose, frutto di un lavoro decennale che aveva già prodotto un primo documento nel 2002, sono stati approvati dalla Congregazione per l’educazione cattolica lo scorso febbraio, presentati all’ultima assemblea della Cei a fine maggio e pubblicati in questi giorni. Con essi cambia in modo significativo l’assetto della formazione teologica in Italia. Con risultati non del tutto scontati.

I fautori della riforma sono convinti che il Progetto e la Nota garantiranno una presenza più uniforme e radicata delle Facoltà teologiche sul territorio nazionale e un legame più stretto con le Chiese locali, una maggiore collaborazione con le facoltà laiche e nuovi sbocchi professionali per gli iscritti agli Istituti superiori di scienze religiose (Issr). Chi la critica teme invece una fuga degli studenti dalle Facoltà teologiche agli Issr che promettono minori tempi di studio e un più facile accesso al lavoro, dubita della possibilità di mantenere alto il livello di insegnamento con la moltiplicazione di cattedre e si preoccupa del minore spazio che potrebbe avere la ricerca.


«Un riordino era comunque necessario», sostiene il teologo Nunzio Galantino, docente di Antropologia presso la Facoltà teologica dell’Italia meridionale e membro del Comitato Cei che ha lavorato al documento. Monsignor Galantino spiega che «un’analisi degli Istituti di scienze religiose, nati a metà degli anni Ottanta con lo scopo principale di formare gli insegnanti di religione, ci ha mostrato che, nell’ultimo decennio, la fisionomia degli iscritti stava cambiando. Con la saturazione dei posti di insegnamento, questi istituti erano frequentati sempre di meno e i nuovi studenti, per lo più laici, erano sempre più interessati a una formazione personale o finalizzata all’assunzione di alcuni ministeri all’interno della Chiesa. C’era quindi la necessità di cambiare fisionomia agli istituti per rispondere a queste nuove esigenze». Una seconda motivazione riguarda la necessità di qualificare gli insegnanti di religione nel contesto della riforma scolastica. «Il riordino della scuola italiana», spiega ancora Galantino, «prevede che tutti gli insegnanti abbiano la laurea specialistica. Sarebbe stato un problema continuare ad avere, come ora, insegnanti di religione con il solo diploma».

Infine occorreva inserirsi in una più complessiva riforma europea. L’adesione al cosiddetto "processo di Bologna", cioè a un meccanismo che riconosce validità ai titoli accademici conseguiti in uno dei Paesi aderenti all’accordo – tra cui la Santa Sede –, richiedeva l’adeguamento ad alcuni standard. «Si tratta del cosiddetto 3 più 2, ovvero la divisione dei corsi di studio in tre anni per la laurea breve più i due per la laurea specialistica. Non potevamo restare fuori da questo processo. Con il riordino, adeguando i nostri curricula a quanto richiesto dal resto d’Europa, abbiamo un riconoscimento civile dei nostri titoli di studio», sottolinea Galantino.

In concreto il riordino prevede l’erezione di due nuove facoltà che apriranno le iscrizioni già da quest’anno, una nel Triveneto e una in Puglia. Collegata alle Facoltà teologiche, si svilupperà una sorta di rete di sostegno, «un sistema», si legge nel Progetto, «di presenza di altre istituzioni accademiche, con cui favorire la formazione teologica dei candidati agli ordini sacri (mediante istituti teologici affiliati) e quella dei laici». Gli istituti teologici affiliati quasi sempre coincideranno con i seminari e, al pari delle facoltà, avranno come referente la Congregazione per l’educazione cattolica. È previsto anche un percorso non accademico che ha come referente la Chiesa diocesana e che concederà un riconoscimento con valore "privato" e senza accesso agli Istituti superiori di scienze religiose.

«È interessante notare l’accenno continuo che si fa ai laici e la grande attenzione che si ha nei confronti della loro formazione», sostiene il teologo Carlo Molari, «tuttavia mi sembra che siano presi in considerazione più i servizi pastorali e i ministeri, mentre non si accenna mai all’importanza che deve avere la formazione dei laici riguardo al contributo che essi, attraverso la propria esperienza, possono dare alla riformulazione della dottrina della fede. I laici hanno un’importanza fondamentale nell’annuncio del Vangelo al mondo e la loro formazione deve essere pensata in quest’ottica. Sarebbe stato importante sottolineare tale ministerialità in ordine alla dottrina della fede e alla nuova evangelizzazione e non solo in ordine a ministeri pastorali».

Secondo il teologo, inoltre, è fondamentale tenere alto il livello degli studi: «Abbiamo constatato già in passato», sottolinea Molari, «che il moltiplicarsi delle riviste di teologia, per esempio, ha portato a un abbassamento del livello della riflessione e della ricerca. Potrebbe accadere lo stesso con l’erezione di nuove facoltà».

Secondo altri, però, come spiega Cereti, «più facoltà consentono di mettere alla prova un numero maggiore di insegnanti. Inoltre, con l’inquadramento accademico, c’è la possibilità anche di un migliore riconoscimento della teologia italiana a livello internazionale e di maggiore scambio tra le riviste».

«Alcuni dei timori di chi critica il riordino non sono del tutto infondati», conclude Galantino, «ma credo che molto del suo successo dipenderà dalla serietà di chi avvia e guida le strutture formative, dalla capacità progettuale e dagli investimenti che si faranno».

Annachiara Valle


Jesus - Settembre 2005