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    Thumbs up Vacilla la teoria della provenienza africana dell'Homo sapiens

    Nuovi fossili e prove del Dna: vacilla la teoria della
    provenienza africana dell'Homo sapiens

    Scoperti in Georgia gli ominidi europei più antichi: erano
    della specie Homo ergaster: 1,7 milioni di anni fa si
    procuravano la carne dalle carcasse degli animali, in
    competizione con le iene. Trovati in Romania i più vecchi
    rappresentanti dell'uomo moderno (homo sapiens sapiens):
    mostrano segni di discendenza dall'uomo di Neanderthal.
    Infine, estratto il Dna dai fossili dei primi indigeni
    australiani: la prova che l'evoluzione umana avvenne in
    luoghi distanti fra loro.

    Popolo "eletto"?

    Queste tre recenti scoperte scientifiche minano la teoria -
    tuttora molto diffusa - secondo cui l'uomo moderno proviene
    dall' Africa. Questa teoria, definita "out of Africa", dice
    che tutti gli uomini moderni provengono da un'unica
    popolazione di homo sapiens sapiens, comparsa in Africa
    circa 150 mila anni fa, come forma di evoluzione dell' homo
    ergaster. Quest'ultimo era anche uscito dall'Africa, più di
    un milione di anni fa, dando vita solo a forme di ominidi
    che si estinsero e vennero sostituite dall'intraprendente
    homo sapiens sapiens di ben più recente origine africana.
    Uno scenario, insomma, molto simile a una migrazione
    "biblica" di un popolo "eletto" di ominidi che prese il
    posto di altri. Con una curiosa coincidenza: tra le forme
    più evolute di homo sapiens sapiens si contano anche
    fossili trovati nell'attuale Israele, in località come
    Qafzeh e Skull.
    Le ultime scoperte, però, sembrano dare ragione all'altra
    ipotesi sulle origini dell'uomo moderno, quella
    "multiregionale": l'homo ergaster sarebbe uscito dall'
    Africa molto prima di un milione di anni fa (e il
    ritrovamento della Georgia ne è una prova) dando origine a
    forme locali più evoIute.
    L'uomo moderno nacque così in modo separato e indipendente
    in Africa, Europa, Asia centro-orientale e Sud-est
    asiatico. I 4, forse 5 tipi, in una certa misura si
    mescolarono anche fra loro, ma restano tracce fisiche e
    genetiche della loro diversità. Se un antenato comune vi
    fu, questo non risalirebbe a 150 mila anni fa (come
    ritengono i sostenitori dell"'out of Africa"), ma a quasi 2
    milioni di anni or sono, sotto forma di homo ergaster.
    Una delle più importanti conferme di questa ricostruzione
    multiregionale è stata la recente ridatazione (con un nuovo
    metodo basato sul decadimento dell'uranio nel tempo)
    dell'homo sapiens di Liujiang, nella Cina del sud.

    Mutazione originaria
    Il precedente metodo, basato sul carbonio 14, lo assegnava
    a 30 mila anni fa. Ora si è stabilito che ne ha almeno 70
    mila, forse anche 130 mila. E questo rende più debole la
    teoria "out of Africa". Ipotesi che ha come pilastro uno
    studio apparso nel 2001 su Science in cui, esaminando il
    cromosoma Y (quello presente solo nei maschi) di 163
    popolazioni (sulla base di 12 mila campioni), dall'Africa
    all' lran, alla Nuova Guinea, aveva messo in luce che le
    tre diverse mutazioni riscontrate derivavano tutte da una
    più antica, originale, avvenuta in Africa. Quindi era
    logico supporre che l'umanità esistente venisse tutta da
    lì.

    Orologio molecolare

    Circa 15 anni fa, utilizzando il Dna mitocondriale (quello
    presente nei "motori" delle cellule umane), i ricercatori
    misero a punto una sorta di "orologio molecolare" che
    collocava la discendenza africana a circa 150 mila anni fa
    (calcolo confermato dal recente ritrovamento in Etiopia, a
    Herto, di fossili umani dai tratti moderni dell'età di 160
    mila anni). Da 90 mila a 35 mila anni fa, come calcolato
    dall'orologio molecolare, i sapiens sapiens si sarebbero
    sparsi per il mondo, senza peraltro incrociarsi con gli
    altri ominidi in via di estinzione, ma sostituendoli.
    «Questo scenario non appare più corretto perché abbiamo
    estratto e amplificato il Dna di antichi indigeni
    australiani che esclude la loro provenienza dall' Africa»
    dice Alan
    Thorne, antropologo dell'Australian National University.
    I ricercatori australiani sono riusciti a estrarre Dna
    mitocondriale dall'uomo di Mungo (età stimata: 60 mila
    anni) e da altri reperti locali. Hanno fatto un confronto
    con sequenze genetiche africane e riscontrato la presenza
    di mutazioni autonome, il segnale di un'evoluzione
    separata, locale. Per Chris Stringer, del Museo di storia
    naturale di Londra e fondatore dell'ipotesi "out of
    Africa", estrarre Dna da reperti così antichi potrebbe
    comportare "contaminazioni". Occorre ripetere l'esperimento
    per convalidarlo. Inoltre, le mutazioni possono essere
    esistite anche nell'originaria popolazione africana, per
    poi scomparire.
    L'esame anatomico dei fossili sembra però contraddirlo.
    Milford Wolpoff, del Dipartimento di antropologia
    dell'Università del Michigan, ha pubblicato sempre su
    Science un confronto fra sapiens europei, asiatici,
    australiani e africani. Risultato: esistono almeno tre
    origini indipendenti, non si può parlare quindi di una
    provenienza comune africana. In particolare, l'ominide
    australiano dei Willandra lakes avrebbe come diretto
    progenitore l' Homo erectus di Giava. Le forme più recenti
    di questo ominide di Giava risalgono a circa 18 mila anni
    fa, e possono anche essere considerate Homo sapiens
    sapiens. Si potrebbe perciò parlare di evoluzione sul
    luogo.

    Nani per vivere

    Un'altra scoperta a favore dell'ipotesi multiregionale è il
    ritrovamento nell'isola di Flores, 300 miglia a est di
    Giava, di una popolazione fossile di sapiens sapiens pigmei
    (v. Focus n° 146). E probabile che venissero da Giava e che
    la statura sia poi diminuita come spesso avviene per gli
    animali nelle piccole isole.
    «I test genetici rimangono un metodo indiretto per
    ricostruire le origini dell'uomo» spiega il paleontologo
    cinese Wang Wei «mentre le datazioni e il confronto delle
    forme sono metodi diretti. L'ominide cinese più antico,
    trovato a Yanmou, ha 1,7 milioni di anni. E la nostra nuova
    datazione, replicata nel laboratorio australiano della
    Queens University, che sposta a circa 100 mila anni l'età
    dell'uomo di Liujiang, rende ormai difficile sostenere
    l'ipotesi "out of Africa".
    Tutti i fossili umani cinesi hanno una morfologia comune:
    denti incisivi a paletta, fosse orbitali rettangolari e
    faccia piatta,a indicare un'evoluzione continua in Cina da
    1,7 milioni di anni or sono fino ai cinesi moderni».
    Se le cose stanno così, l'umanità ha avuto almeno 3 origini
    (Africa, Europa e Cina), molto probabilmente 4 (contando la
    discendenza australiana dall'uomo di Giava) forse 5 (con
    l'antico uomo di Dmanisi in Asia occidentale). L'evoluzione
    quindi non premiò una sola genìa, ma diversi gruppi di
    ominidi. Senza che contassero specie, sottospecie o razze,
    scelsero in modo indipendente la cooperazione e il pensiero
    astratto come stile di vita: agivano in gruppo per
    procurarsi il cibo, dipinsero figure sulle rocce,
    modellarono oggetti di terracotta, cercarono gli spiriti
    nella natura e tentarono di programmare il loro destino.

    Franco Capone

    FOCUS del 09/2005




    -----------------------------------------


    La guerra delle origini,tratto da INTERNAZIONALE del 19
    gennaio 2001

    Due nuovi studi sul DNA e la morfologia di alcuni resti
    fossili australiani mettono in dubbio la teoria africana
    dell'Eva africana e gettano lo scompiglio fra gli
    antropologi

    SYLVESTRE NUET, LIBERATION, FRANCIA

    L'origine dei moderni esseri umani è più complicata di
    quanto si pensasse". E' la conclusione del commento di john
    Relethford, illustre antropologo newyorchese, a una ricerca
    comparsa il 9 gennaio sulla rivista dell'accademia
    americana delle scienze (Proceedings of the National
    Academy of Sciences, Pnas). E riflette il sentimento
    dominante nella tribù dei paleoantropologi, dopo oltre 15
    anni di accese polemiche su questa disputa dai contorni
    mitici. Polemiche rilanciate, e lasciate senza soluzione,
    da due recenti lavori: quello pubblicato nei Pnas, guidato
    da Alan Thorne, che ha studiato il Dna di fossili umani
    trovati in Australia, e un articolo di Milford Wolpof, un
    antropologo americano, uscito il 12 gennaio su Science.

    Da dove veniamo? Più esattamente, quali sono i rapporti di
    parentela tra gli esseri umani moderni e la pletora di
    uomini fossili scoperti in tutto il mondo? Da oltre 15 anni
    i paladini di due ipotesi si contrappongono.

    Origine africana

    Secondo la prima ipotesi, l'uomo moderno deriva da una
    "speciazione" - nel gergo dei biologi, la comparsa di una
    nuova specie - che ha separato nettamente la sua
    popolazione di origine dagli altri ominidi. Questa ipotesi
    è diventata nota con la fortunata teoria della "Eva
    africana" proposta nel 1983 dal genetista americano Alan
    Wilson. Secondo Wilson, l'analisi della diversità del Dna
    mitocondriale (trasmesso dalla madre) delle popolazioni
    attuali dimostra che discendiamo tutti da una piccola
    popolazione africana di circa centomila anni fa, che si
    diffuse in tutto il mondo prendendo il posto degli altri
    uomini preistorici. A sostegno di quest'idea sono giunti
    altri studi, in particolare quelli sul cromosoma Y,che
    hanno postulato un "Adamo" anch'esso africano. Problema:
    gli ultimi calcoli dei genetisti lo collocano in un'epoca
    più recente, meno di cinquantamila anni fa, cosa che non
    deve aver facilitato l'incontro tra i due progenitori.

    Il modello multiregionale

    La seconda ipotesi suppone che, da un milione e mezzo di
    anni a questa parte, i vari tipi umani - Homo erectus,
    neandertaliensis, sapiens - siano stati interfecondi; di
    conseguenza possono essere avvenuti scambi di geni tra le
    popolazioni. Il nomadismo avrebbe consentito una
    progressiva mescolanza su scala mondiale... anche se è
    un'idea poco compatibile con gli sbalzi climatici degli
    ultimi centomila anni. E' il modello cosiddetto
    "multiregionale". Uno dei suoi fautori è Milford Wolpof,
    dell'Università di Chicago, che ha nuovamente studiato nel
    dettaglio le caratteristiche di ossa fossili di uomini
    preistorici dell'Australia e dell'Europa orientale. Il suo
    obiettivo era scoprire indizi di una continuità regionale
    che legasse popolazioni distanti oltre centomila anni. I
    dati raccolti portano i ricercatori a concludere che "la
    diversità degli uomini moderni non può avere avuto
    esclusivamente origine da una singola espansione del
    popolamento nel tardo Pleistocene".

    Il gruppo diretto da Alan Thorne, invece, usa il Dna delle
    ossa fossili per mandare all'aria la storiella dell'Eva
    africana. I ricercatori hanno analizzato un segmento di Dna
    mitocondriale di dieci uomini fossili australiani, il più
    antico dei quali, l'uomo del lago di Mungo, ha 6omila anni.
    Sorpresa: nel Dna mitocondriale dell'uomo di Mungo c'è un
    elemento presente soltanto nel cromosoma 11 (ossia nel Dna
    nucleare) degli esseri umani attuali e dei fossili
    australiani. Questa radicale distinzione implica che l'uomo
    di Mungo non può discendere dai mitici "Adamo ed Eva
    africani", ma gli altri fossili si. Il bello è che, per
    quanto questo individuo sia il più vecchio del gruppo dei
    dieci australiani, la sua morfologia gli conferisce
    decisamente l'aspetto di un uomo moderno. Viceversa, alcuni
    fossili più recenti, risalenti a circa 15mila anni fa,
    mostrano una corporatura più robusta, con tratti simili a
    quelli di uomini più antichi. Alan Thorne, con malcelata
    ironia, conclude quindi che "Eva era australiana". Tuttavia
    secondo André Langaney, del Musée de l'Homme, "questo
    lavoro dimostra soprattutto che non bisogna interpretare
    ogni nuovo albero genealogico dei geni umani che si riesce
    a costruire come se fosse l'albero genealogico degli esseri
    umani". Spesso i ricercatori non resistono alla tentazione
    di saltare incautamente da dati disparati e lacunosi a
    speculazioni azzardate, ma che "hanno più possibilità di
    essere pubblicate in una rivista prestigiosa", sottolinea
    con malizia un genetista. (C.B.)
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
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