Povera America
BENEDETTO VECCHI
Dopo Katrina, altre nubi offuscano l'orizzonte degli Stati uniti. Questa volta però i cambiamenti climatici non c'entrano nulla. Con la precisione che lo contraddistingue, il Census Bureau statunitense ha infatti ieri reso noti i dati relativi allo stato dell'unione. Così, dopo aver imposto in tutto il mondo il Washington consensus, il paese guida della globalizzazione economica conosce in patria ciò che è noto in molti paesi tanto nel Nord che nel Sud del pianeta, cioè che il libero mercato e la deregulation del mercato del lavoro producono povertà e un aumento delle diseguaglienaze sociali. I dati resi noti dall'ente statistico americano testimoniano infatti che la povertà è cresciuta ancora per il quarto anno consecutivo, arrivando a coinvolgere oltre il 12 per cento della popolazione censita. Ma al di là delle percentuali è la cifra assoluta che illumina la situazione sociale americana, visto che 1,1 milione di uomini e donne sono da considerare «nuovi poveri» a tutti gli effetti. Il Census Bureau avverte che la maggior parte di loro è concentrata nel Midwest, cioè in quegli stati che hanno votato a maggioranza per l'attuale inquilino della Casa Bianca, e che le minoranze etniche sono le più colpite, eccetto gli asiatici, che invece vedono il loro reddito crescere. L'onda d'urto della crisi della new economy continua così a mietere vittime. Il Census Bureau segnala che i poveri sono 37 milioni, ma non raggiungono ancora la cifra record toccata negli anni Ottanta; e che nel 2004 sono stati creati oltre due milioni di posti di lavoro, concentrati però nei servizi, dove la paga oraria supera difficilmente i 6, 7 dollari. Il comandante in capo, George Bush jr., potrà sempre dire che il peggio è passato e che la locomotiva dello sviluppo economico riprenderà, prima o poi, la sua corsa. Dimenticando di dire che negli Usa il 1,1 milioni di uomini e donne diventati poveri sono gli «effetti collaterali» di una guerra a bassa intensità in corso negli Usa da oltre trent'anni e che giornalisti e studiosi statunitensi non esitano a definire «guerra di classe».


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