Kosovo, bombe contro le Nazioni Unite
di Francesca Folda www.panorama.it

Dopo sei anni di governo Onu l'economia è ferma, il conflitto etnico è irrisolto e il malessere esplode. Proprio quando devono iniziare i negoziati e l'Italia assume il comando militare.

Il Kosovo è a una svolta. Ma non nel senso sperato dalle Nazioni Unite. I kosovari albanesi (di religione islamica) avevano accolto la comunità internazionale con entusiasmo, intitolando addirittura a Bill Clinton una delle strade principali di Pristina. Ma dal maggio 1999 – quando, dopo le bombe Nato contro Milosevic, arrivò la missione dell'Onu (Unmik) per governare la regione contesa tra Belgrado e la maggioranza della popolazione albanese – le cose sono molto cambiate. «Via Unmik dal Kosovo!» è la scritta apparsa di recente su molti edifici pubblici.

Ma se i graffitari balcanici non fanno paura, l'escalation di manifestazioni e attentati degli ultimi mesi preoccupa molto di più. Soprattutto gli italiani, che dal 1° settembre assumeranno il comando della Kfor, la forza militare Nato che deve garantire la sicurezza.

A Pristina sono sempre più frequenti le manifestazioni di piazza del Kosovo action network, recentemente ribattezzato Movimento per l'autodeterminazione. Si tratta per lo più di studenti passati dai gesti goliardici, come la delimitazione del quartier generale di Unmik con il nastro giallo usato per i luoghi del delitto («Crime scene, do not cross») del novembre scorso, a slogan via via sempre più aggressivi.

Albin Kurti, 30 anni, focoso leader del movimento (incarcerato dai serbi che lo condannarono a 15 anni per attività terroristica quando ne aveva solo 18 e liberato con l'arrivo delle Nazioni Unite) non è affatto tenero con la comunità internazionale: «Unmik e l'attuale governo sono una massa di criminali» ha dichiarato. Per incitare i suoi fedelissimi non risparmia frasi del tipo: «Non lasciamo a Unmik un attimo di pace».

Così l'Università di Pristina è finita al centro dell'attenzione: se gli studenti di medicina sono i più focosi, i professori di giurisprudenza sono più impegnati a fare politica che a tenere corsi e gli allievi più promettenti (una ventina l'anno) vengono inviati in Egitto e Arabia Saudita per «rifinire» la formazione nelle università islamiche di quei paesi.

Anche il mullah radicale Friu Mazllumi durante la preghiera del venerdì nella moschea di Jeni Mahalla ha più volte incitato i giovani a compiere azioni violente contro la comunità internazionale, tuttavia l'estremismo islamico in Kosovo non è la preoccupazione principale degli 007 occidentali. Secondo gli analisti dell'intelligence a Pristina, il movimento studentesco sarebbe piuttosto sostenuto, anche economicamente, dal Pdk.

Il partito di Hashim Thaqi è infatti finito all'opposizione dopo le elezioni del 23 ottobre scorso seguite dall'accordo a sorpresa tra l'Ldk del presidente Ibrahim Rugova e l'Aak di Ramush Haradinaj, diventato così primo ministro nel governo locale sotto tutela Onu.

I più attenti osservatori internazionali sostengono che mentre a febbraio Haradinaj ha voluto dimostrare la sua «maturità democratica» rassegnando le dimissioni e consegnandosi al Tribunale internazionale dell'Aja che lo aveva incriminato per crimini di guerra, altri potrebbero avere interesse a dimostrare che il Kosovo non è affatto sotto controllo: Thaqi per screditare l'attuale governo; le formazioni islamiche estremiste per continuare la contropulizia etnica contro i serbi; le organizzazioni criminali locali per mantenere il controllo dei traffici di armi e droga favoriti dall'instabilità politica.

Il 2 luglio scorso, tre esplosioni in piena notte hanno «svegliato» anche chi tendeva a sdrammatizzare il malcontento diffuso: le tre bombe hanno colpito il parcheggio del quartier generale di Unmik, la strada davanti alla sede dell'Osce e il palazzo del parlamento. Miracolosamente non si sono contate vittime.

Già gli scontri del 17 marzo 2004 (19 morti, un migliaio di feriti) in un improvviso ma ben organizzato attacco contro i serbi, avevano provato che in Kosovo ogni scintilla diventa un fuoco. E il prossimo autunno si prospetta più caldo che mai. Il comando italiano della Kfor arriva infatti nella fase più delicata dall'inizio della missione: bisogna avviare i negoziati sullo status definitivo della regione (autonomia o indipendenza dalla Serbia di cui fa ancora ufficialmente parte) e portare avanti il ridimensionamento di Unmik che dovrebbe passare solo a un ruolo di monitoraggio sul governo e le amministrazioni locali.

Senza contare che, come già avvenuto in Bosnia, l'Onu vorrebbe passare la mano (e la patata bollente) all'Unione Europea. Tre sfide, dunque, nell'agenda della comunità internazionale che ha dimostrato di aver sottovalutato (forse dimenticato) il Kosovo, proprio mentre la popolazione fa il bilancio di sei anni di azione Onu: l'economia che non accenna a ripartire, i servizi minimi inesistenti (dall'elettricità, all'acqua corrente tuttora a singhiozzo anche nella capitale), la mancata certezza sui diritti di proprietà.

«Unmik ha dato l'impressione di essere in fase di smobilitazione senza direzione né coesione interna ed è diventato il maggiore obiettivo delle critiche da parte di tutti gli schieramenti». Parola di un inviato molto speciale: l'ambasciatore norvegese Kai Eide che Kofi Annan ha scelto come suo uomo di fiducia per il Kosovo, scavalcando anche Søren Jessen-Petersen, attuale responsabile di Unmik.

Eide è l'autore del rapporto sulla crisi del marzo 2004 fortemente critico nei confronti di Unmik e sta preparando la relazione ufficiale sul raggiungimento degli «standard di democraticità» previsti dalle Nazioni Unite perché si cominci a parlare di indipendenza.

L'inevitabile dichiarazione che quegli standard non sono affatto raggiunti è prevista per fine settembre. Un appuntamento che polizia Onu e militari Kfor si preparano a gestire in termini di ordine pubblico. Il perché lo spiegava lo stesso Eide nel precedente rapporto riservato: «La maggioranza della leadership kosovara albanese considera l'attuale approccio internazionale una politica dello status quo, che potrà solo peggiorare le difficoltà economiche e le condizoni sociali.

Un'opinione condivisa dalla maggoranza della popolazione, alle prese con la disoccupazione al 60-70 per cento e la riduzione tanto delle donazioni internazionali, quanto delle rimesse degli emigrati. Se non si parlerà presto di status» conclude Eide «la frustrazione potrebbe aggravarsi ed esplodere. Gli eventi di marzo dimostrano che gli estremisti sono pronti ad accendere le tensioni interetniche».

Kfor questa volta, però, non si farà prendere di sorpresa: Usa e Gran Bretagna hanno già inviato rinforzi (circa 3 mila uomini). Nuovi piani di sicurezza prevedono fasce verdi, blu e rosse attorno alle enclavi (dove vivono poco più di 100 mila serbi), monumenti ortodossi, palazzi del governo locale e sedi Onu. Se a rischio fosse la zona rossa, ai militari è consentito sparare.

DAGLI SLOGAN AGLI ATTENTATI
Un anno di manifestazioni sempre più dure contro la comunità internazionale
17 novembre 2004: studenti circondano il quartier generale Onu a Pristina. Il leader Albin Kurti dichiara: «Unmik e l'attuale governo sono una massa di criminali».
13 gennaio 2005: bomba uccide un agente nigeriano della forza di polizia internazionale.
15 marzo 2005: agguato contro il presidente Ibrahim Rugova.
27 giugno 2005: studenti in piazza contro le Nazioni Unite.
2 luglio 2005: tre bombe colpiscono il parcheggio di Unmik, la sede dell'Osce e il parlamento kosovaro.
25 luglio 2005: a Mitrovica una bottiglia lanciata contro una pattuglia di Unmik. Gli agenti tentano di arrestare il responsabile e vengono accerchiati dalla folla che poi blocca per ore il ponte che unisce zona serba e zona albanese.
Luglio-agosto 2005: scritte sugli edifici pubblici e manifestazioni contro Unmik a Istog, Malishevo, Vushtri, Suva Reka e Glavnik. Telefonate anonime ai poliziotti kosovari: «Non salite sulle auto con le insegne dell'Onu».