Una chiesa, un’occupazione, un ricatto
di Redazione/ 02/09/2005
Conclusa l’occupazione della chiesa di San Tommaso Beckett a Verona da parte di un gruppo di rom, rimane inaccettabile il modo in cui il dolore delle persone viene strumentalizzato. E la legalità “va a farsi benedire”…
L’occupazione della chiesa di San Tommaso Beckett a Verona si è conclusa. Le famiglie di rom di origine rumena che da tre giorni bivaccavano dentro il luogo di culto hanno deciso di sospendere la loro protesta seguita ad un’ordinanza di sgombero del Comune. Sfollati da una struttura pubblica, ormai chiusa, dovevano essere trasferiti in una nuova realtà, destinata però soltanto agli immigrati in regola. Da lì la decisione di attirare l’attenzione in un modo tutto speciale, sostenuti dai centri sociali cittadini e da alcune associazioni. Il parroco don Carlo Vinco si è visto costretto ad aprire le porte e la chiesa si è trasformata in un dormitorio. Ieri, l’epilogo al termine di una trattativa serrata tra Comune, questura e occupanti che ha portato al rilascio di 23 nuovi permessi di soggiorno e all’espulsione di diversi irregolari. Una pagina di vita italiana, in cui ragioni umanitarie si sono intrecciate alla tentazione di strumentalizzare ogni cosa, facendo del rispetto della legalità un semplice gingillo. Situazioni presentatesi altre volte, per esempio qualche anno fa, quando a Firenze fu occupato addirittura un simbolo come piazza del Duomo.
Al di là dei singoli casi, è significativo notare la leggerezza con cui dei luoghi sacri possano essere ridotti a scenario di veri e propri ricatti. Non mi dai il permesso di soggiorno? Non mi garantisci ciò che mi spetta? Io ti occupo una chiesa e guai se ti scandalizzi. Esasperazione legittima per chi si confronta con certe storture della nostra legislazione pronta a considerare lo status di un immigrato nell’ottica di semplice forza lavoro; atteggiamenti subdoli per chi spesso specula su certe situazioni.
L’idea che l’occupazione della chiesa di Verona sia stata suggerita e magari incitata dalle realtà dei centri sociali dimostra tutta la bassezza dell’operazione, il poco coraggio nel portare avanti seriamente battaglie civili, la totale mancanza di rispetto non solo della sensibilità religiosa, ma anche delle istituzioni, luogo ideale per rivendicare istanze e diritti. Invece no; lontani anni luce dall’idea di occupare sedi di partito piuttosto che edifici pubblici o piazze, i manifestanti e i loro ispiratori ancora una volta non hanno trovato di meglio che mettere in mezzo la chiesa. La legalità va così a farsi benedire, una parrocchia si ritrova a gestire situazioni più grandi di lei e attivisti più o meno motivati a godere di una buona occasione di pubblicità.
In mezzo, il dolore di tante persone con sogni e desideri di integrazione, ma anche la necessità di rispettare delle regole. Regole che possono essere più o meno condivise, ma che tuttavia rimangono legittime (almeno fino ad una loro eventuale abrogazione). Un punto fermo irrinunciabile, a meno che da oggi si decida di accettare di buon grado anche l’anarchia.
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