Quante leggerezze su San Mercato
Le grandi tragedie provocate dalla natura diventano questioni politiche globali. Dopo la sciagura che ha colpito New Orleans poco ci è mancato che Bush fosse accusato dagli ambientalisti (europei, solo loro) di aver provocato l’uragano Katrina col rifiuto di sottoscrivere il protocollo di Kyoto.
Dal punto di vista dell’analisi politica è notevole l’editoriale di Giovanni Sartori sul Corriere della Sera dal titolo “il mercato non ci salverà”. Il politologo se la prende con gli adoratori di San Mercato che con i suoi automatismi dovrebbe liberarci dai pericoli ecologici quando questo non è vero. Perché siamo ancora dipendenti dal petrolio? Eppure l’allarme sulla sua scarsità e costi risale ad almeno 25 anni fa. Diesel e benzina sarebbero sostituibili da etanolo e piante zuccherine ma non si fa niente: perché? Perché il mercato non sa calcolare il danno ecologico: anzi se surriscaldiamo l’atmosfera il mercato “registra, tutto giulivo, un boom di condizionatori d’aria”.
La critica è divertente ma mi sembra frettolosa. Vediamo perché.
1) San Mercato. In genere chi ha fiducia nei meccanismi di mercato ritiene che l’uomo sia ignorante e fallibile: difficile che sia un fideista. Anche perché l’alternativa al mercato è lo Stato e quindi per rimediare alla sua cecità bisognerebbe presupporre un governo a dieci diottrie. Ma questo è vero? L’esperienza, pure in campo ambientale, dice no. I più grossi disastri ecologici sono stati provocati dal socialismo reale il quale, pianificando, ha devastato l’ambiente più di chiunque altro: lago Aral, foreste polacche e ungheresi e Chernobyl sono lì a ricordarcelo. Se non sbaglio Sartori era nuclearista: che dice della scelta politica dei governanti italiani di abbandonare il nucleare contro il parere della comunità scientifica?
2) Petrolio. Come ha rilevato un giovane studioso, Carlo Stagnaro, nel 1914 il Bureau of Mines USA stimò che le riserve petrolifere sarebbero durate 10 anni. Nel 1939 il Dipartimento dell’interno azzardò 13 anni. Stessi 13 anni predetti nel 1951! Insomma, la notizia della morte del petrolio è esagerata e i suoi prezzi alti sono determinati non da San Mercato ma… dai governi. Tutti i picchi sono storicamente derivati da crisi politiche e non da scarsità di produzione e se si prendono i valori reali degli ultimi 25 anni quello di oggi non è il momento peggiore (raggiunto nel 1981) ed è stato preceduto da un lungo periodo di prezzi bassi.
3) Le alternative. Il miglior propellente per le alternative al petrolio è proprio il suo prezzo elevato, non i sussidi statali. L’etanolo è dispendioso e non sfonda, per utilizzare lo zucchero bisognerebbe provocare un disastro ecologico abbattendo foreste e sostituendole con piantagioni, l’eolico viene rifiutato perché i mulini a vento deturpano il paesaggio ed oggi insieme al solare costituisce meno dell’1% del consumo energetico nazionale. Andiamo a spiegare a Vendola che deve lastricare la Puglia di pannelli e pale eoliche… In realtà è proprio la flessibilità del mercato che fa produrre con il minor dispendio di energia ed inquinamento possibile. Lestatistiche prodotte da studiosi dell’Institute of Economic Affairs mostrano inequivocabilmente una correlazione tra libertà economica e minor dispendio di energia per euro prodotto. In altre parole gli USA hanno bisogno di inquinare di meno per produrre lo stesso euro della Corea del Nord. Se i consumatori preferiscono le auto elettriche, si troverà qualcuno che le fabbrica.
Le storie di successo sulla conservazione di foreste e specie in via di estinzione si verificano spesso quando sono affidate ai privati, non ai burocrati e sono i meccanismi di mercato (tipo l’emission trading) gli strumenti più efficaci oggi utilizzati dalle politiche ambientali.
Sartori ha ragione nel pensare che San Mercato non sia onnipotente, non pretende di esserlo. Certamente, però, non occorre che sia perfetto per funzionare meglio dei governi.
da Il Sole 24 Ore, 4 settembre 2005
di Alessandro De Nicola


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