KATRINA HA SPAZZATO VIA NEW ORLEANS
Maurizio blondet
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“Dov’è la generosità internazionale per i sinistrati di New Orleans?”, nota Patricia Sexton di New York, in una lettera al Financial Times: “Almeno qualche parola di simpatia sarebbe gradita”.
Già: per lo tsunami in Asia si è mobilitata la commozione del mondo intero. Per i milioni di americani divenuti profughi in casa loro, da giorni senza cibo né acqua potabile e con i piedi e le loro cose nei liquami, nessuna mobilitazione del buon cuore.
Forse è un segno di quante poche simpatie riscuota nel mondo l’Amministrazione Bush. Forse è la convinzione che gli americani, cittadini del Paese più ricco del mondo, abbiano i mezzi per soccorrersi da sé.
Ma quei disgraziati, per lo più negri, che agitano bandiere e cartelli con la scritta “Aiuto” dai tetti, sono poverissimi. Poveri di un tipo sconosciuto in Europa. Sono rimasti in città perché non hanno un dollaro con cui vivere altrove per qualche settimana.
I bianchi americani in genere non hanno risparmi, ma semmai debiti. Quei negri non hanno nemmeno debiti, per il semplice fatto che le banche, a loro, non fanno credito. È gente che vive quando lavora, con la paga minima (ferma dal 1997) di 5,15 dollari l’ora, poco più di 3 euro; che sopravvive coi “food stamps”, i buoni per l’acquisto di alimenti offerti dalla carità privata o di Stato. Sono i perdenti dell’iper-liberismo di mercato Usa; e il loro numero è cresciuto in questi anni di presunta crescita economica.
Le disparità sociali sono cresciute in modo spietato. L’anno scorso, altri 1,1 milioni di americani sono scesi sotto il livello di povertà: ora sono quasi 37 milioni, su 260 milioni di abitanti. E altri 800 mila americani hanno dovuto rinunciare ad un’assicurazione sanitaria, non potendosela pagare: ormai quelli senza alcuna copertura in caso di malattia sono in Usa 46 milioni, quasi uno su cinque.
Come i privati, così anche lo Stato federale ha un debito enorme, torreggiante, creato dall’Amministrazione Bush: quindi, un’America che vive sopra i propri mezzi oggi non ne ha da parte per l’emergenza. Ma non solo: c’entra l’ideologia liberista. Nel 2000, in un dibattito, fu chiesto al candidato presidenziale Bush cosa avrebbe fatto in caso di una grande emergenza nazionale. Lui raccontò di un’alluvione (microscopica) del fiume Del Rio in Texas, di cui era governatore, e delle poche famiglie alluvionate e disse: “Ho abbracciato quegli uomini e le loro famiglie, piangendo con loro. Questo è ciò che fanno i governatori”. Come dire: per il resto, ci pensi l’iniziativa privata. Non siamo il Paese del “meno Stato e più mercato”? Ora si vedono i risultati.
E si vedono anche in altri particolari. Oggi gli Usa sono a corto di carburanti, a causa dell’alluvione, al punto che sono già in corso rincari enormi della benzina, per la disperazione dei tanti possessori dei grossi “quattro per quattro” da 5 mila di cilindrata. Il fatto sta mettendo in ginocchio un’economia che ha puntato tutto, troppo, sull’automobile e la benzina a basso prezzo. Eppure gli Usa hanno, conservate in antiche miniere di sale, enormi riserve strategiche: 700 milioni di barili di greggio. Ma è petrolio greggio, appunto. Inutile, senza le raffinerie: e almeno nove raffinerie sono sott’acqua. “La raffinazione è l’anello debole”, dice il Financial Times, e spiega perché: la raffinazione ha margini di profitto ridotti, sicché le grandi petrolifere americane hanno preferito investire nell’estrazione, dove si guadagna di più. E tengono poche riserve di benzina, perché l’immagazzinamento è un costo. Tenere alte le riserve non è l’uso più efficiente per il capitale investito.
Nel “libero mercato globale” non sembrava un problema, fino a ieri: le benzine si possono comprare all’estero, da Paesi con costi inferiori. Ma nella tragedia, questa logica del profitto ha tradito: l’efficienza diventa inefficienza, la limatura sui costi si tramuta in rincari e costi traumatici.
Si aggiunga la mentalità “survivalista” che in Usa è un’epidemia: milioni di americani religiosi aspettano l’Armageddon, i tempi ultimi. Li aspettano a piè fermo perché hanno ammassato in cantina, per sopravvivere, un arsenale di mitragliatori e adeguata scorta di proiettili in libera vendita. Ora quelle armi da fuoco sparacchiano contro gli elicotteri di soccorso, e vengono usate per saccheggiare alla disperata. In qualche modo, a New Orleans, sono tutti i nodi irrisolti dell’America a venire al pettine; tutto il modello di vita statunitense, ultraliberista, superconsumista, indebitato e privatizzato che mostra la sua fragilità.
Sì, gli americani hanno bisogno di aiuto. Ma c’è una ragione se il mondo non si commuove della loro tragedia.
Maurizio Blondet




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