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Discussione: la guerra d'etiopia

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    Predefinito la guerra d'etiopia

    LA GUERRA D'ETIOPIA
    1935-36


    Ras Tafari Makonnen, Vicario Imperiale con ambizioni di potere nell'incerto scenario della successione al trono di Menelik, nel 1924 portò gli altri ras con se ad una visita della capitali europee, convinto che il suo paese dovesse evolversi dalla forma feudale che aveva e guadagnare una posizione più civile nel contesto internazionale, La precauzione vuole di non lasciarli a casa pena la sedizione interna. Il mondo occidentale, le tecnologie ormai diffuse, stupiranno questi signorotti di provincia e convinceranno ancora di più il futuro Negus Hailè Selassiè che l'unica possibilità di salvare l'ultimo stato sovrano d'Africa è la modernizzazione o in alternativa essere preda destinata di un vicino. Inizialmente la politica italiana verso l'Etiopia era stata di continuazione di un benevolo protettorato, confermato dal ruolo attivo svolto per agevolare l'ingresso di Addis Abeba nella Società delle Nazioni e da un patto di amicizia della durata di 20 anni che era stato stipulato nel 1928.Hailé Selassié non nasconde la propria diffidenza nei confronti del governo di Roma. Nutre il sospetto che l'aiuto di tecnici italiani preluda alla penetrazione economica. Per sventare la minaccia chiama tecnici da altre nazioni e ostacola, per quanto possibile, gli appalti alle ditte italiane per la costruzione di strade, rallentando anche i rapporti commerciali con l'Italia. Nel giro di pochi anni l'atmosfera si avvelena: secondo la testimonianza di De Bono, Mussolini inizia a meditare l'invasione dell'Etiopia fin dal 1932. Salito al potere nel 1930 il Negus si circondò ben presto di consiglieri Inglesi, Francesi, Belgi, Svedesi per il riordinamento dell'esercito, l'addestramento all'uso delle nuove armi e dell'aviazione. Quel che occorre è il casus belli. La zona dei pozzi di Ual-Ual era stata fortificata dagli italiani per proteggerla dalle frequenti incursioni, e per controllare una ventina di pozzi, risorsa essenziale per le popolazioni nomadi dell'Ogaden, a cavallo tra i due territori. Il possesso della zona, però, non é pacificamente riconosciuto dall'Etiopia e, per la vicinanza al confine con il Somaliland britannico, anche l'Inghilterra era interessata alla questione. Il 24 novembre 1934 una commissione mista anglo-etiopica si avvicina ai pozzi, accompagnata dalla minacciosa presenza di centinaia di abissini armati di tutto punto. Al momento nel fortino si trovano due sottufficiali indigeni e una sessantina di dubat, i quali sollecitano istruzioni al telefono senza cedere la posizione. La tensione sale rapidamente. Arriva il comandante delle bande armate confinarie, capitano Roberto Cimmaruta, il quale si rende immediatamente conto che è meglio fare affluire altre forze sostenute da autoblindo e mettere in allarme l'Aeronautica. Infatti gli abissini pretendono l'abbandono della postazione. A nulla valgono i tentativi di negoziare sul campo una qualche soluzione insieme agli osservatori britannici:: la tensione sale ulteriormente quando i pozzi sono sorvolati dagli aerei italiani. Gli inglesi esprimono una vibrata protesta e se ne vanno. Restano, invece, le bande abissine, guidate da un audace fuoriuscito somalo, Omar Samantar, noto per le sue azioni di guerriglia antiitaliana. Il 5 dicembre, pomeriggio, basta un gesto di scherno, una parola di troppo, una fucilata e scoppia il finimondo. La risposta italiana nella mattina del giorno successivo, è devastante. Il capitano Roberto Cimmaruta fa intervenire i carri veloci e l'aviazione che interviene mitragliando e spezzonando i concentramenti abissini. Gli spezzoni al fosforo decidono la partita: 300 morti fra gli abissini, 21 dubat morti ed un centinaio di feriti fra gli italiani. Mussolini non sente ragione di chiudere diplomaticamente la questione e come sua abitudine alza il prezzo. Il 27 dicembre, ordinata la mobilitazione in colonia e firmato il 7 gennaio 1935 un accordo di desistenza con la Francia (Gibuti) si apre la porta alla guerra. Da febbraio cominciano ad imbarcarsi le divisioni dirette a Massaua e Mogadiscio:

    Corpo d'Armata Santini Corpo d'Armata Maravigna
    Div.Gran Sasso Div. Assietta
    Div. Sila Div.Pusteria
    Div. CC.NN Tevere Div.Sabauda
    Div. CC.NN 1 Febbraio Div. CC.NN 3 Gennaio
    Gruppo Granatieri, Alpini e G.F. X e XV Indigeni e bande
    Carri veloci I V° Carri veloci V°
    Artiglieria e Genio Artiglieria e Genio
    Aviazione e servizi Aviazione e servizi
    °
    Corpo d'Armata Bastico Corpi d'A. Pirzio Biroli Corpo d'Armata Graziani
    Div. Gavinana Div. Cosseria Div. Peloritana
    Div. CC.NN 21 Aprile Div. CC.NN 23 Marzo Div. Libica
    Bande Seraè, Cheren, Hamasen Div. CC.NN 28 Ottobre Camicie nere Libiche
    10° sq. carri veloci Esploratori del Nilo Div. 1a Eritrea Bande caval .Indigena e Squadrone carri v.
    Camicie nere Eritrea Div. 2a Eritrea Battaglioni somali
    Artiglieria e Genio Artiglieria e Genio Artiglieria Libica
    Aviazione e servizi Aviazione e servizi Aviazione e servizi

    Con loro si imbarcano oltre 100.000 civili portando la forza complessiva a 300.000 uomini. I civili dapprima impiegati per allargare le zone portuali, saranno poi al seguito delle truppe per tracciare ed allargare le strette mulattiere che si inerpicano sulle ambe. All'epoca solo una ferrovia collegava Addis Abeba a Gibuti ( francese). Il comando delle operazioni viene dato al Gen. De Bono, quadrumviro della prima ora che passa l'estate ad allestire il più grande esercito che si sia mai visto in terra d'Africa. L'Inghilterra preoccupata dalla brutta piega degli avvenimenti invia la Home Fleet nel Mediterraneo ed in risposta ne ha la famosa frase di Mussolini " ...e noi tireremo dritto ".Loro il gesto lo hanno fatto ora possono ritornare a casa. Il 2 ottobre dal balcone di Palazzo Venezia dopo che le sirene e le campane avevano radunato in tutte le piazze d'Italia milioni di persone, Mussolini consegna alla storia la propria dichiarazione di guerra " Con l'Etiopia abbiamo pazientato quarant'anni. Ora basta " Il Negus visti i voltafaccia di inglesi e francesi si era rivolto per le armi a Belgi e Svedesi e sicuramente ai tedeschi offesi per la presunta protezione data dall'Italia all'Austria nel Luglio 1934. Fra gli armamenti che saranno poi catturati c'erano 10.000 fucili Mauser, 36 cannoni antiaerei e 30 anticarro pak 35 tedeschi. I vari Ras riescono a schierare un ugual numero di armati ma sono in difetto di trasporto, logistica, artiglieria e aviazione. Le truppe italiane varcarono il 5 novembre il confine dirigendosi in tre colonne su Axum (la città santa, la città dei cento obelischi), Adigrat e Adua. Qui, il 6, De Bono decise di fermarsi per saggiare l'eventuale reazione avversaria. Questa azione mandò su tutte le furie il Duce che gli mandò personalmente l'ordine di attaccare. Il 2 novembre la Società delle Nazioni aveva intanto decretato le sanzioni contro l'Italia, in pratica un embargo su molti prodotti strategici. Gli effetti di questo embargo oltre che a rafforzare il fronte interno diedero impulso alla già fiorente industria autarchica non bloccando comunque del tutto le importazioni poiché la Germania, gli Stati Uniti e il Giappone non vi aderivano. Dagli Usa comprammo addirittura Caterpillar e Camion Ford, in parte regalatici dagli italiani d'America rappresentati dal sindaco di New York Fiorello la Guardia. Il regime aveva preparato il terreno costituendo negli Usa associazioni tra emigrati che fecero pressione sui congressmen di Roosevelt eletti col peso dei voti degli italo-americani. Il 6 novembre rimesse in moto le armate occupammo Makallè senza peraltro aver visto segno del nemico. Il 15 novembre, stante la lentezza delle operazioni, De Bono viene sostituito dal redivivo Gen. Badoglio. I tempi della sostituzione, comunque lunghi, comportano per ora una pausa nella avanzata. In Italia intanto si era celebrato il Rito della Fede dopo le sanzioni della Società delle Nazioni. "Oro alla patria": migliaia di Italiane aveva donato la loro fede matrimoniale e anche Pirandello offrì la medaglia d'oro del Nobel. Gli abissini stanno preparandosi, come ben si poteva immaginare, a concentrare le forze ed a muovere le prime schermaglie. Il 15 dicembre, al passo Dembeguinà, Ras Immirù attacca una colonna italiana con carri L3 ( detti anche Arrigoni!!! o scatolette per l'esiguità della corazzatura ) del 10° squadrone di cui ha ben presto ragione. Il concentramento del nemico che per noi era la minaccia maggiore fu rallentato nei 30 giorni successivi con attacchi aerei e chimici dopo la specifica autorizzazione che risulta da Mussolini essere stata rilasciata. Le opinioni sull'uso effettivo dell'iprite (vescicante) sono contrastanti sia per la natura del terreno, che non era favorevole, che per la mancanza di maschere da parte italiana. In caso di errori di lancio e per le condizioni sfavorevoli di vento la minaccia si sarebbe ritorta su noi stessi. Sul fronte nord sicuramente venne usato fosgene ( circa 1.000 proiettili o bombe ). Il 20 gennaio Badoglio presa ormai in mano la situazione, vedendo che tutte le scorte erano ripristinate e le comunicazioni con la costa (500 km) in buone condizioni riprende l'attacco. L'impiego di tale massa di uomini, ricordiamo che i civili e gli stessi militari quando non impegnati provvedevano allo sterro o allargamento di camionabili (3.500 km di strade fatte al 41), comporta a livello logistico una organizzazione altamente efficiente, efficienza che viene accresciuta in mancanza di un reale contrasto nemico o diminuita dalla natura e dalla impossibilità di procurarsi sul posto parte delle scorte. Badoglio, prima dell'offensiva, disponeva fra l'altro di mezzo milione di scatolette di carne, 150.000 unità di latte condensato, 150.000 bottiglie di acqua minerale, 99 quintali di marmellata, 500.000 hl di vino, 500 hl di cognac, 700.000 limoni, 450 quintali di frutta secca, 20.000 scatole di frutta sciroppata e 15 milioni di sigarette; il tutto portato sull'altopiano con la teleferica e la ardita ferrovia terminata nel 1911. In successive battaglie prende l'Amba Alagi sconfiggendo Ras Muluighetà e nelle montagne del Tembien Ras Cassa e Ras Sejum. Contrariamente ai voleri del Negus le varie forze si erano presentate divise all'attacco degli italiani permettendo a queste, secondo un antico concetto tattico, di batterle singolarmente. Dalle bocche del legionari all'adiaccio sotto il cielo d'Africa e nelle lunghe marce sotto il sole escono parole e musica della più famosa canzone di quel tempo: Faccetta Nera. Altri due fronti, a cui s'aggiunse la colonna da Assab, erano stati aperti in via precauzionale per impegnare parte delle forze del Negus. Al sud il Gen. Rodolfo Graziani dalla Somalia si muove il 12 gennaio nella zona di Ganale Doria e Daua Parma tenuta dalle forze di ras Destà. Le sue colonne in parte autocarrate (Aosta e Genova Cav.) sono comandate dai Generali Bergonzoli, Nasi e Agostini. Dopo scontri ripetuti entra a Neghelli il 19. Nessuno fino a quel momento aveva capito l'importanza del fronte Sud che poteva destabilizzare la reale continuazione della guerra ( gli inglesi 5 anni dopo rifaranno la stessa strada ). Spostate le forze nell'Ogaden orientale, e perdendo tre mesi preziosi, Graziani muove all'attacco dell' Harrar con obiettivo la ferrovia Addis Abeba Gibuti allo snodo Dire Daua che raggiungerà il 10 maggio 1936. Nell'estremo nord con obiettivo Gondar e Lago Tana si muove il 19 marzo la colonna celere Starace composta dai bersaglieri del 3° reggimento con un battaglione di camicie nere, autoblindo e artiglieria. La colonna, ( 5000 uomini autoportati) che si snodava per 15 km, sfondava foreste di bambù sotto un sole accecante con la temperatura interna delle macchine a 50°. Tratto a tratto, proteggendo sia il grosso degli uomini che gli sterratori all'opera, si avanza per 15-20 km al giorno. Il 1 aprile abbandonati i mezzi negli ultimi chilometri la colonna entrerà a Gondar a piedi dopo 300 chilometri di terra desertica e inesplorata. A sbarrare la strada della capitale non restano che i resti delle varie armate dei Ras e la stessa guardia imperiale del Negus. Vicino al lago Ascianghi per 13 ore si combatte l'ultima battaglia prima di gettare la spugna. E' la fine per gli abissini. Persa Dessie capitale dei Galla ( nemici acerrimi del Negus ) non resta altra strada che l'ultimo treno per Gibuti (2/5). Il 5 maggio Badoglio entra ad Addis Abeba scortato dal Gruppo Battaglioni Nazionali composto da rappresentanti di tutti i reparti. Questa Guardia (definta) personale, costituita un mese prima, comprende il battaglione misto (4 cp) Bersaglieri motociclisti, Granatieri, Finanzieri e S. Marco. La guerra è finita o almeno così sembra. Ras Desta impegnerà ancora per 8 mesi le armate italiane. Il costo di quest'impresa non è mai stato determinato ma si stima arrivò a raggiungere il 12% del reddito nazionale. Diceva Crispi "nelle guerre coloniali le più grandi difficoltà vengono dopo". Badoglio dopo l'inaugurazione di una strada lasciò a Graziani che ebbe a dirgli "Tu non hai tagliato un nastro hai tagliato la corda". Graziani, nominato Viceré, dopo l'attentato del 19 Febbraio 1937, fece altrettanto. La guerriglia qui come in Libia aveva iniziato la sua opera destabilizzante con reazioni altrettanto violente. Nel dicembre del 37 arrivò a Massaua il Principe Amedeo d'Aosta, con immenso sollievo degli Italiani e degli Etiopi. Amedeo d'Aosta portò in Etiopia una atmosfera nuova, illuminata. Cessarono le rappresaglie e si diede inizio a grandissime opere civili. Ospedali, scuole, strade, città. Era stata abolita la schiavitù, annullata la politica feudale dei Ras. Malattie e fame andarono calando. Hailè Selassiè, il Negus, al ritorno definì gli italiani più bravi come costruttori che come guerrieri. Nessuna ritorsione venne attuata col suo consenso. Come terra di ripopolamento del sovrappiù nazionale non funzionò o non ne ebbe il tempo, perché 5 anni dopo l'intera Africa Orientale Italiana era persa.

  2. #2
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    Predefinito Re: Re: Re: la guerra d'etiopia

    ITALIAN CONQUEST OF ETHIOPIA 1935-1936

    --------------------------------------------------------------------------------

    Italian Preparations for War

    ON SEPTEMBER 28, 1934 the United States Ambassador at Rome, Breckinridge Long, reported to the Secretary of State that rumors were current that Italy contemplated war against Ethiopia and was making extensive preparations to this end. Ambassador Long said he was convinced that preparations of an unusual sort were under way; he considered it quite possible that these preparations related to Ethiopia. A few months later, February 14, 1935, he reported to the Secretary of State that there were indications of general preparation for an extensive campaign in Ethiopia. The Ambassador reported that factories for the manufacture of trucks, tanks, and artillery at and around Milan were working day and night; that supplies and military forces were moving clandestinely; that concerted effort was being made to prevent any information getting out as to the size or general nature of shipments; that troop movements were at night; that embarkation was proceeding from several cities; that he had received reports that 30,000 troops had left Naples, and that the movement under way contemplated the use in Ethiopia of 200,000 or 300,000 troops; and that all of these movements were being camouflaged by the use of the regular merchant marine without using war vessels.

    Italian preparations continued in the spring and summer and the danger of war became acute. Secretary Hull called in Italian Ambassador Rosso on July 10, 1935 to discuss the situation. He informed the Ambassador that the United States was deeply interested in the preservation of peace in all parts of the world. He emphasized the increasing concern of this Government in the situation arising cut of Italy's dispute with Ethiopia and expressed the earnest hope that a peaceful means might be found to arrive at a mutually satisfactory solution of the problem.

    On August 18, 1935 President Roosevelt sent a personal message to Premier Mussolini of Italy, stating that the Government and people of the United States felt that failure to arrive at a peaceful settlement of this dispute and a subsequent outbreak of hostilities would be a world calamity the consequences of which would adversely affect the interests of all nations.

    Ambassador Long cabled the Secretary of State on September 10, 1935 that there remained no vestige of doubt that Italy was irrevocably determined to proceed in Africa. The Ambassador reported that the entire population, both military and civilian, was in complete accord with Mussolini's policies; that the press in every issue gave expression of the national determination to proceed to war and not to tolerate interference from any source. There was every indication of a carefully prepared, well-calculated, "hard, cold, and cruel" prosecution of preconceived plans by the use of an army and navy which were almost fanatic in their idolatry of and devotion to one man and which were worked up to an emotional pitch unique in modern times. Ambassador Long expressed the view that the situation was fraught with dangers for the future as well as for the present.

    A few days later he pointed out in a despatch to the Secretary of State that the long period of friendly cooperation between Italy and Great Britain had come to an end; he feared that it would be generations before the situation could be cured. The Ambassador said that any estimate of future possibilities must be based on one of two alternatives: first, that sufficient force would be applied to stop Italy's adventure and to impose upon it a definite defeat by arms or, second, that Italy would be successful in attaining its objectives in Ethiopia. In the latter case, he said, there would be nothing but trouble in the future; for if the venture were successful, Italy would be emboldened to proceed to others. Ambassador Long declared that Italy must either be defeated "now" and prevented from realizing its ambitions in East Africa, "or the trouble will continue on through for a generation as an additional irritation to European politics and an additional menace to world peace".

    On September 12, 1935 Secretary Hull made a public statement of the attitude of this Government. He said that the United States desired peace; that we believed international controversies could and should be settled by peaceful means; that a threat of hostilities anywhere would be a threat to the political, economic, and social interests of all nations; and that armed conflict in any part of the world would have adverse effects in every part of the world. He stated that all nations had the right to ask that any and all issues between nations be resolved by pacific means; that every nation had the right to ask that no other nation subject it to the hazards and uncertainties that must inevitably accrue to all from resort to arms by any two. In conclusion, the Secretary said that this Government asked the parties in dispute to "weigh most solicitously" the pledge given in the Kellogg-Briand Pact, which was made by the signatories for the purpose of safeguarding peace and sparing the world the incalculable losses and human suffering that inevitably follow in the wake of war.

    Outbreak of War

    During this period of threatening hostilities the League of Nations was endeavoring to prevent the outbreak of war. The Italian Government, however, refused to be deterred from carrying out its plan for conquest. On October 3, 1935 Italian armed forces invaded Ethiopia.

    With the outbreak of war between Italy and Ethiopia President Roosevelt, in accordance with provisions of the Neutrality Act, issued proclamations putting into effect an embargo on the export of arms, ammunition, and implements of war to the two belligerent nations and restrictions on travel by United States citizens on vessels of the belligerents. Upon issuing these proclamations on October 5, 1935, the President stated that "any of our people who voluntarily engage in transactions of any character with either of the belligerents do so at their own risk".

    The League of Nations, after deciding that Italy had violated its obligations under the Covenant, recommended to its members a number of commercial and financial sanctions against Italy. While sanctions were under consideration, it was reported that the League might ask non-League countries to participate. Thereupon the Secretary of State instructed the United States representatives at Geneva, on October 9, 1935, that he considered it advisable for the League to understand that definite measures had already been taken by the United States in accordance with our own limitations and policies; that these measures included the restriction of commercial and financial transactions with the belligerents; and that we desired to follow our course independently, in the light of developing circumstances. A week later the Secretary again sent instructions explaining the attitude of the United States toward cooperation with other governments or with the League of Nations in relation to the Italian-Ethiopian conflict. He declared that the United States was acting on its own initiative with respect to the war and that its actions had preceded those of other governments. He said that the major policy of the United States was to keep from becoming involved in war that, however, this Government was "keeping thoroughly alive its definite conviction" that it had an obligation to contribute to the cause of peace in every practical way consistent with this policy.

    Secretary Hull, in a radio address on November 6, 1935, stated the position of the United States on the general subject of peace. He conceived it to be our duty and in the interests of our country and of humanity not only to remain aloof from disputes and conflicts with which we had no direct concern, but also to use our influence in any appropriate way to bring about the peaceful settlement of international differences. He said that our own interests and our duty as a great power forbade that we sit idly by and watch the development of hostilities with a feeling of self-sufficiency and complacency when by the use of our influence, short of becoming involved in the dispute, we might "prevent or lessen the scourge of war".

    During this period there was an increase in the export from the United States to Italy of war materials which did not come within the category of "arms, ammunition, and implements of war". There was no statutory authority for stopping these exports. In a statement of November 15, 1935 Secretary Hull said that the people of the United States were entitled to know that considerably increasing amounts of oil, copper, trucks, tractors, scrap iron, and scrap steel, which were essential war materials, were being exported for war purposes. He said that this class of trade was directly contrary to the policy of the Government of the United States.

    Secretary Hull's Conversation With the Italian Ambassador

    Under instructions from his Government, Italian Ambassador Rosso called on the Secretary of State on November 22, 1935. The Ambassador referred to the various statements of the United States Government on the war between Italy and Ethiopia, especially the Secretary's statement of November 15, and said that although these statements applied formally and theoretically to both contending parties, it was well known that their practical result would be actually to impair the freedom of trade only with respect to Italy. The Ambassador said further that the statement of November 15 was contrary to the letter and spirit of the treaty of 1871 between the United States and Italy which accorded freedom of commerce and navigation to each contracting party; that the limitation on freedom of commerce envisaged by the statement of November 15 would constitute an "unfriendly act".

    The Secretary replied emphatically that these trading incidents complained of by the Italian Government were trivial compared with the real problems and deep concern which the war caused the United States; that the Ambassador must realize the resulting awful repercussions that made their immediate appearance in remote parts of the world, and which would give the United States and other nations unimaginable troubles for a generation. The Secretary said that this Government was immensely concerned with the possible spread of war to other countries at almost any time with serious consequences. He said that it was deplorable to see Italy moving forward with a war which it must realize threatened to create terrific problems and conditions so far-reaching that the imagination could not grasp their possibilities. He inquired why these considerations were not in the mind of the Italian Government before it went to war. He reiterated his surprise that Italy was upbraiding this Government because we showed our deep concern and were striving in every possible way to keep entirely out of the war.

    The Secretary took up the Italian complaint that the United States had violated the treaty of 1871 and said that, with both Italy and the United States signatory to the Kellogg-Briand Pact, it was not possible to understand how Italy could go to war and announce to the United States that regardless of this pact we must supply Italy with materials of war or be guilty of an unfriendly act. The Secretary said that the people of the United States were convinced that Italy was under most solemn obligation to keep the peace, and it was incomprehensible to them to find Italy contending that to be neutral the United States must furnish war supplies.

    In this long conversation the Secretary endeavored to impress upon the Ambassador that the United States and other peace-loving nations were greatly pained to see their traditional friends, the Italian people, involved in this war in spite of numerous peace treaties and despite the awful menace to the peace of the world.

    Italy continued the conquest of Ethiopia. By the spring of 1936 Italian military forces had overrun most of Ethiopia and on May 5 Addis Ababa, the capital, fell to the invader. Shortly thereafter, on June 20, the United States terminated the application of the Neutrality Act to the conflicting parties.

    The United States never recognized Italian sovereignty over Ethiopia.
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  3. #3
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    Predefinito Sempre dalla rete

    Italian Dishonesty towards Ethiopia - Wal Wal.

    Wal Wal is located inside Ethiopia, well west of the Italian Somaliland border of the time. The Wal Wal incident occurred in 1934, but as early as 1928, the Italians were moving deep into Ethiopia and establishing military posts. They simply did not respect the treaties they had signed.

    In 1934, the Italians had already been established at Wal Wal for more than 4 years. An Ethiopian force, accompanied by a British survey party reached Wal Wal and encamped near the Italians who were controlling the wells there - the only source of water in the area. There was a tense 3-day standoff, followed by a battle. It was unclear who shot first.

    ________________________________
    Wal Wal
    We are now at a distance of not more than three metres from the Europeans, Our weapons are loaded. We have not yet fired but are ready to do so. Pray that the Lord may grant that we be found alive again.
    - Fitawrari Alemayehu to Atto Metaferia
    December 4, 1934
    ________________________________


    The incident at Wal Wal cost about 150 Ethiopian and 50 Italian casualties. This incident showed with absolute clarity Italy's dishonest intentions towards Ethiopia. However, Ethiopia was in a weak position militarily and did not want to give Italy any excuse to invade. For this reason, Ethiopia only reacted to Italian provactions. It did not actively challenge Italy.

    No doubt, incidents could have happened in the Badime region, but they never took place because the Italians never occupied the area - despite illegally claiming it on maps. During the invasion of Ethiopia in 1935, Italian troops completely avoided the area as it appeared to be largely a trackless wilderness.
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  4. #4
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    Predefinito E ancora...

    1935-1936 (Italy, Ethiopia)
    During the Italo-Ethiopian War, Italian forces repeatedly attack Ethiopian soldiers and civilians with mustard gas. Italian forces are also reported to use tear gas, sneezing gas, and various asphyxiating agents. Italian leader Benito Mussolini authorizes the use of chemical weapons (CW) on 16 December 1935, with the first attack occurring on 23 December when Italian Air Force planes spray mustard gas and drop bombs filled with mustard agent on Ethiopian soldiers and villagers in the Takkaze fords. The full extent of CW use by Italy during this war is unclear. However, a 13 April 1936 letter from the Ethiopian delegate to the League of Nations to the Secretary-General alleges that Italy made 20 "poison gas attacks," with mustard gas being the agent "most frequently used."
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    Predefinito

    http://www.collezioni-f.it/museo/diario.html


    Il caporale Enrico Lodoli, autore del diario, apparteneva alla Divisione Sabauda, 230° Battaglione di fanteria. È uno spaccato della guerra del 1935, visto dal basso, con cui l'Italia iniziava l'ultima impresa coloniale del secolo, invadendo l'unico lembo di terra africana rimasto disponibile: l'Etiopia.
    L'obiettivo consisteva in una terra aspra e brulla, con poche risorse nel sottosuolo; le zone più ricche erano di difficile sfruttamento.
    I paesi che ci avevano preceduti erano riusciti a trarre dalle loro colonie il massimo vantaggio investendo il minimo indispensabile. L'Italia, al contrario, investì molto in termini di impegno umano e di denaro, per costruire strade, ponti, edifici e aeroporti per non ricavarne nulla e uscire bollata con il marchio di invasore dinanzi alla opinione pubblica mondiale.

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    Originally posted by Felix
    http://www.collezioni-f.it/museo/diario.html


    Il caporale Enrico Lodoli, autore del diario, apparteneva alla Divisione Sabauda, 230° Battaglione di fanteria. È uno spaccato della guerra del 1935, visto dal basso, con cui l'Italia iniziava l'ultima impresa coloniale del secolo, invadendo l'unico lembo di terra africana rimasto disponibile: l'Etiopia.
    L'obiettivo consisteva in una terra aspra e brulla, con poche risorse nel sottosuolo; le zone più ricche erano di difficile sfruttamento.
    I paesi che ci avevano preceduti erano riusciti a trarre dalle loro colonie il massimo vantaggio investendo il minimo indispensabile. L'Italia, al contrario, investì molto in termini di impegno umano e di denaro, per costruire strade, ponti, edifici e aeroporti per non ricavarne nulla e uscire bollata con il marchio di invasore dinanzi alla opinione pubblica mondiale.
    Un mio amico sud-africano era con le truppe alletate che nel 41
    occuparono l'Abissinia.Grande fu la sorpresa di loro sud-africani nel vedere quello che l'Italia stava facendo.L'Abissinia era tutta un cantiere:strade,ponti, ospedali,palazzi.infrastrutture di ogni genere e loro i sudafricani facevano il paragone con quanto poco la Gran Bretagna avesse fatto da loro.

    Solo piu' tardi capirono che la cacciata degli italaini dall'Africa era il preludio alla loro cacciata e si rammaricarono di avere aiutato gli inglesi nel 40-41.

    Sio rifecero offrendoi ai prigionieri italiani di restare in Sud-Africa danbdo loro possibilita' di lavoro alla fine delle guerar come ancora oggi si puoi' vedere in quelle partoi dell'Africa , anche in Kenia.

    Un saluto

  7. #7
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    Predefinito questo discorso è valido anche per il Tibet ?

    Originally posted by Ferruccio
    Un mio amico sud-africano era con le truppe alletate che nel 41
    occuparono l'Abissinia.Grande fu la sorpresa di loro sud-africani nel vedere quello che l'Italia stava facendo.L'Abissinia era tutta un cantiere:strade,ponti, ospedali,palazzi.infrastrutture di ogni genere e loro i sudafricani facevano il paragone con quanto poco la Gran Bretagna avesse fatto da loro.

    Solo piu' tardi capirono che la cacciata degli italaini dall'Africa era il preludio alla loro cacciata e si rammaricarono di avere aiutato gli inglesi nel 40-41.

    Sio rifecero offrendoi ai prigionieri italiani di restare in Sud-Africa danbdo loro possibilita' di lavoro alla fine delle guerar come ancora oggi si puoi' vedere in quelle partoi dell'Africa , anche in Kenia.

    Un saluto

    La tua è la stessa giustificazione che i maoisti danno all'occupazione del Tibet, anche il Tibet prima dell'occupazione era un paese arretrato (forse più dell'etiopia), tutte le , i ponti gli ospedali, le scuole rigorosamente bilingue, le strade degne di tale nome e le altre infrastrutture, sono state cosruite dai cinesi, che hanno debellato l'analfabetismo che prima riguardava ben oltre il 90% della popolazione, e la tubercolosi di cui il tibet deteneva il triste primato di morti, peraltro anche i cinesi, che ben ricordano i massacri dovuti alla guerra dell'oppio e all'invasioone giapponese hanno i loro buoni motivi per sostenere che un Tibet, in mano ai lama, alleati degli americani e dei giapponesi, sarebbe stato il preludio della loro cacciata, ma tutto questo non basta per giustificare l'invasione del Tibet.
    Non si possono criticare alcuni imperialismi, e giustificarne altri, l'imperialismo va sempre condannato.
    ONORE AGLI ETIOPI CHE HANNO RESISTITO ALL'INVASORE ITALIANO

  8. #8
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    c'è un piccolo particolare, anche tu sei italiano. Quindi affermazioni come "onore agli abissini" suonano antipatriottiche, oltre che disoneste e stravaganti.

    Noi siamo arrivati tardi alla spartizione coloniale. Abbiamo subito batoste umilianti (Adua), e siamo rimasti con lembi di terra desertica praticamente inutili. Da ricordare che allora si considerava normale che una potenza europea avesse delle colonie; persino il piccolo Belgio ne aveva una grandissima, il Congo.
    Nel 1934-35 si presentò finalmente l'occasione storica di avere anche noi uno spazio coloniale decente, e la cogliemmo. Ci fu una guerra, combattuta lealmente, e con grandi sacrifici (7 mesi di combattimenti, altro che Iraq!), e la vincemmo. Come tutte le guerre, ci furono morti da entrambe le parti durante le operazioni, ed altri morti dopo la vittoria, per la necessaria opera di pacificazione del territorio. Non fu una campagna particolarmente cruenta, considerando che di lí a pochi anni Francia ed Olanda avrebbero scatenato guerre coloniali sanguinosissime in Algeria, Indocina ed Indonesia (la prima causó quasi un milione di morti...).
    Dal 1936 ci impegnammo seriamente a sviluppare il territorio abissino portandolo dal medio evo alla modernità con forti investimenti economici. E perdemmo alla fine quella terra ormai nostra, a causa di una guerra ímpari contro l'allora maggior potenza imperiale del pianeta, l'Inghilterra.
    Il senso del nostro intervento in Etiopia è tutto qui.

    saluti

  9. #9
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    Originally posted by Ferruccio
    Un mio amico sud-africano era con le truppe alletate che nel 41
    occuparono l'Abissinia.Grande fu la sorpresa di loro sud-africani nel vedere quello che l'Italia stava facendo.L'Abissinia era tutta un cantiere:strade,ponti, ospedali,palazzi.infrastrutture di ogni genere e loro i sudafricani facevano il paragone con quanto poco la Gran Bretagna avesse fatto da loro.
    infatti il livello economico di etiopia e somalia è notevolmente più alto che in sudafrica...

    La somalia in particolare,che gli italiani hanno amministrato fino al 1960 è uno dei paesi più disgraziati d'africa....

  10. #10
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    Predefinito Re: questo discorso è valido anche per il Tibet ?

    Originally posted by Spartaco
    La tua è la stessa giustificazione che i maoisti danno all'occupazione del Tibet, anche il Tibet prima dell'occupazione era un paese arretrato (forse più dell'etiopia), tutte le , i ponti gli ospedali, le scuole rigorosamente bilingue, le strade degne di tale nome e le altre infrastrutture, sono state cosruite dai cinesi, che hanno debellato l'analfabetismo che prima riguardava ben oltre il 90% della popolazione, e la tubercolosi di cui il tibet deteneva il triste primato di morti, peraltro anche i cinesi, che ben ricordano i massacri dovuti alla guerra dell'oppio e all'invasioone giapponese hanno i loro buoni motivi per sostenere che un Tibet, in mano ai lama, alleati degli americani e dei giapponesi, sarebbe stato il preludio della loro cacciata, ma tutto questo non basta per giustificare l'invasione del Tibet.
    Non si possono criticare alcuni imperialismi, e giustificarne altri, l'imperialismo va sempre condannato.
    ONORE AGLI ETIOPI CHE HANNO RESISTITO ALL'INVASORE ITALIANO
    Guarda che io nel Tibet ci sono stato e per un mese girandolo parecchioL'unica cosa che oi cinesi hanno fatto e' una discoteca a Lhasa per corrompere lo spirito tibetano.I cinesi non erano nel
    Tibert di andarano negli anni cinquante per fare dispetto aigli
    indiani iche avevano cacciato i portoghesi da Goa.

    Il paragone con l'impresa italiana in Etiopia non e'fattibile.
    Sta il fatto che dopo il 41 il Negus gli italiani cerco' di tenerseli buoni e non li mando' via.

 

 
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