Coloni, contestazione che marcia dagli Usa
I retroscena del contropotere ebraico. Nelle concezioni messianiche l’approssimarsi del redentore «è preceduto da una serie di cataclismi che per la loro potenza e singolarità sembrano dissolvere le stesse leggi della natura, apportando mali e sciagure». Il ruolo del terrorismo
Con l’evacuazione delle ultime colonie in Cisgiordania si è conclusa, in anticipo sui tempi previsti, la prima parte del piano definito dal governo israeliano articolato in tre fasi e preliminare alla realizzazione della “road map”. La seconda fase che riguarda lo smantellamento delle basi militari avverrà nel mese di settembre, infine agli inizi di ottobre le forze egiziane assumeranno il controllo della “strada di Filadelfia”, lungo la frontiera tra la striscia di Gaza e l’Egitto. A questo punto potrà prendere avvio la “road map” stesa nel dicembre 2002 dal “Quartetto” (Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite) e presentata ufficialmente al vertice di Akaba nel giugno 2003. Anch’essa contempla tre fasi: nella prima i palestinesi devono liquidare il terrorismo e gli israeliani impedire la nascita di nuove colonie, la seconda fase prevede la nascita di uno Stato palestinese con frontiere provvisorie che diventeranno definitive, quando, ultima fase, verrà risolta la questione dei rifugiati palestinesi e determinato lo statuto della città di Gerusalemme. Come si vede, nonostante la risolutezza con cui il governo Sharon ha effettuato l’evacuazione delle colonie, quanto è avvenuto in queste settimane rappresenta solo l’inizio di un processo difficile, i cui nemici albergano non solo nei movimenti palestinesi, ma anche all’interno della società israeliana e in ambienti della diaspora ebraica. Infatti la definizione delle frontiere è legata al problema dei rifugiati ed anche allo statuto di Gerusalemme, cioè al ruolo che svolge il territorio nell’orizzonte politico delle due controparti dove la dimensione religiosa ha un ruolo più importante di quanto molti osservatori ritengono. Questo perché, nel corso degli anni è avvenuta una progressiva “islamizzazione” - anche per il crescente attivismo dei gruppi sciiti - delle organizzazioni palestinesi in cui, secondo alcune fonti, cercherebbero di radicarsi cellule di Al Kaida, proprio nell’area di Gaza, e nel contempo nella società ebraica il nazionalismo messianico si è saldato con il nazionalismo di origine laica creando una miscela potenzialmente esplosiva. Su questa seconda realtà poco nota soffermeremo la nostra attenzione perché proprio dopo l’annuncio del piano di disimpegno dalla striscia di Gaza, si è assistito in Israele a un frenetico attivismo di certi ambienti religiosi che ha creato il clima da cui ha tratto alimento l’«isteria collettiva messa in scena (dai coloni), ben organizzata e amplificata dai mass media di tutto il mondo» come ha denunciato in un’intervista lo storico israeliano Zeev Sternhell (Avvenire, 23 agosto). Che si tratti solo di isteria ci sembra però riduttivo se teniamo conto del ruolo svolto da alcuni rabbini nell’organizzare la virulenta opposizione contro Sharon e il suo governo che si è espressa in tre iniziative: la “marcia sulla striscia di Gaza” organizzata il 18 luglio dal “Consiglio dello Yesha”, organo rappresentativo dei coloni di Gaza e Cisgiordania, promotore anche della seconda manifestazione svoltasi a Tel Aviv l’11 agosto con la partecipazione di decine di migliaia di persone. Nel frattempo, il 27 luglio la seconda rete televisiva israeliana aveva diffuso, in prima serata, il macabro rituale della pulsa denura (frustate di fuoco) contro il premier Ariel Sharon: raccolti in un cimitero in una notte di luna piena, una ventina di uomini vestiti di nero, alla luce di torce e candele, ripetevano la formula tratta dalla cabala in aramaico, pronunciata dal maestro della cerimonia, in abito bianco: «Su quest’uomo, Ariel figlio di Vera Scheinerman, chiediamo agli angeli della distruzione di portare la loro spada». Se è vero che altri rabbini come Alain Michel che appartiene alla corrente Massorti quella più moderata del giudaismo, hanno duramente condannato l’iniziativa, è anche vero che essa ricorda ciò che accadde nel 1995, quando un gruppo di rabbini che considerava il premier Ythzak Rabin un nemico del popolo ebraico per aver ceduto delle terre ai palestinesi, aveva pronunciato contro di lui davanti alla sua casa la pulsa denura, con cui la vittima è condannata a morire entro trenta giorni (secondo altre fonti entro un anno). Trentuno giorni dopo Rabin veniva ucciso. L’attuale clima politico sembra riecheggiare quello di allora, quando a seguito del massacro di 29 fedeli musulmani il 28 febbraio 1994 da parte del terrorista Baruch Goldstein vicino al movimento estremista Kach, il governo Rabin mise fuori legge i movimenti Kach e Kahane Chai e previde dei piani per evacuare una piccola enclave nel centro di Hebron, Tel Rumeida, suscitando forti reazioni da parte dei coloni che ebbero l’immediato sostegno di tre dei più importanti rabbini pro-sionisti che emanarono una sentenza religiosa, in base al quale l’evacuazione era illegale intimando ai soldati di disobbedire agli ordini; era per la prima volta che ciò accadeva nella storia dello Stato israeliano. Inoltre, poiché la decisione era stata presa da un governo che pur avendo 61 voti su 120 alla Knesset, aveva perso la maggioranza ebraica - 5 dei 61 voti erano di deputati arabi - i tre rabbini ritenevano che gli israeliani palestinesi, pur essendo formalmente cittadini dello Stato ebraico, non avevano il diritto di decidere il destino di Eretz Israel. Nell’aprile 1994 dopo una grande mobilitazione dei nazionalisti il governo annunciò l’intenzione di abbandonare il piano di evacuazione di Tel Rumeida, ma la campagna contro l’esecutivo continuò e dopo gli attentati di Hamas che provocarono oltre 80 morti israeliani, alcuni rabbini influenti sollevarono la possibilità di emanare una sentenza religiosa contro il governo accusandolo di din rodef e din moser. Secondo la halakah (norma giuridica che non è espressamente contenuta nella Legge scritta, il Pentateuco, ma è una sua diretta conseguenza) moser è un ebreo sospettato di fornire informazioni ai göyim (non ebrei) o di vendere loro proprietà ebraiche, ciò costituisce un crimine passibile anche della pena capitale, rodef è un ebreo che sta per uccidere un altro ebreo o si fa complice del delitto, in tale occasione ammazzare un rodef è lecito. Din rodef è il solo caso in cui la halakah consente a un ebreo di uccidere un correligionario. Secondo i rabbini, ordinando il ritiro dei soldati israeliani da Gaza e Gerico, autorizzando la costituzione di una polizia palestinese armata e limitando l’azione delle forze di sicurezza per contrastare le iniziative dei palestinesi, Rabin aveva dato la possibilità ad Hamas e al Jihad Islamico di uccidere degli ebrei, quindi le sue mani erano coperte di sangue ebraico. Anche se i rabbini più moderati mettevano in guardia contro la possibilità di dichiarare il governo din moser e din rodef, la proposta fu oggetto di vivaci dibattiti in molte yeshiva (scuole religiose dove si studia la cabala, ma anche vivai del nazionalismo radicale) e negli Stati Uniti dove il rabbino di un’importante sinagoga di New York affermò che «secondo la halakah Rabin merita di morire». L’ultimo episodio della campagna contro il premier fu la pulsa denura pronunciata dai rabbini. Dopo l’assassinio di Rabin, l’istigatore di questa maledizione Avigdor Eskin dichiarò «Questa preghiera non costituisce una condanna a morte per chicchessia, ma l’appello a un intervento divino», però quando venne interrogato, l’omicida Yigal Amir dichiarò «Se certi rabbini non avessero pronunciato queste sentenze halachiche, di cui avevo sentito parlare, considerando Rabin come un din rodef mi sarebbe stato molto difficile uccidere. Un tale assassinio deve essere sostenuto religiosamente. Se non avessi avuto questo appoggio e se non rappresentassi un certo numero di persone, non avrei agito» (Ehud Sprinzak, Brother Against Brother: Violence and Extremisme in Israeli Politics from “Altalena” to the Rabin Assassnationi. New York, The Free Press, 1999, p. 277) Per quanto riguarda la pulsa denura lanciata contro Sharon, uno dei rabbini responsabili della maledizione contro Rabin, ha dichiarato lo scorso settembre «Se dei rabbini dicono che deve essere organizzata una “pulsa denura”, io sono pronto a farla subito (...). Ci sono persone che vogliono Sharon morto... io sono tra queste» (Newsweek, 4 ottobre 2004). Come non bastasse a metà dello scorso maggio la stampa israeliana rivelava che era stato scoperto un complotto per far saltare il Monte del Tempio, luogo sacro non solo per gli ebrei, ma anche per i musulmani: diversi elementi erano stati arrestati e avevano confessato di progettare un attentato con un missile anticarro contro il complesso delle moschee, dopo l’attacco avrebbero lanciato bombe a mano contro le forze di sicurezza israeliane e, per evitare di essere catturati si sarebbero suicidati.(Haaretz, 17 maggio). Non sembri un paradosso l’attentato al Monte del Tempio, una simile azione si inserisce nella tradizione nazionalista-apocalittica alimentata soprattutto da due movimenti, il Gush Emunim, (“Partito dei credenti” espressione del movimento dei coloni) e il Kach (“Così”) partito radicale fondato dal rabbino Meir Kahane, per essi, con gli accordi di Camp David firmati il 17 settembre 1978, Menhaem Begin che prima era stato salutato entusiasticamente come il primo politico di destra diventato capo del governo dopo l’interrotta egemonia dei laburisti, diventava un traditore, in quanto il trattato con l’Egitto prevedeva la restituzione dei territori del Sinai e l’avvio di un piano di autonomia per i palestinesi della striscia di Gaza. Alla vigilia della data ultima per il ritiro (aprile 1982) giunsero nel Sinai centinaia di studenti delle yeshiva in appoggio alle famiglie dei coloni che dovevano essere evacuate, creando anche altre due colonie; alla protesta si unirono dei membri della Knesset. Ma Begin non cedette e, sostenuto dall’allora ministro della difesa Ariel Sharon, inviò 20.000 soldati che evacuarono i coloni. La conseguenza più grave di questi aventi fu la nascita nel 1978 di un movimento clandestino ebraico Jewish Underground i cui membri provenivano dall’area sionista radicale e in particolare dal Gush Emunim. Si trattava di un fenomeno le cui radici risalivano alla creazione stessa dello Stato di Israele nel 1948 quando si delinearono due tendenze nel campo religioso: gli haredi (ultra-ortodossi) anti-sionisti e i religiosi pro-sionisti come appunto il Gush Emunim o il movimento Kach. Per gli haredi il sionismo e lo Stato di Israele costituiscono una ribellione contro Dio, infatti la distruzione del Secondo Tempio nel 70 d.C. e il conseguente esilio (galut) del popolo ebraico sono punizioni divine, un messaggio del cielo per cui gli ebrei che non osservano la Legge non meritano uno Stato, soltanto quando si saranno completamente pentiti e rispetteranno strettamente i comandamenti, allora Dio perdonerà il suo popolo e gli offrirà la redenzione, con la venuta del Messia, un redentore meta-storico che cancellerà tutte le sue miserie e sofferenze. Ma questa venuta non può in alcun modo essere accelerata. La fondazione dello Stato israeliano pur essendo considerata peccaminosa, non ha tuttavia mai indotto gli haredi a compiere azioni cruente contro gli altri ebrei anche quelli laici il cui sangue è sacro. Si sono limitati a strappare manifesti considerati osceni, come le pubblicità dei bikini, o compiere qualche atto di forza contro gli oppositori.
Diverso il discorso del Gush Emunim le cui origini teologico-politiche si basano sugli scritti di due rabbini, Abraham Itzhak ha-Cohen Kook, il primo rabbino alla testa degli insediamenti ebraici in Israele, per il quale «i sionisti erano senza saperlo i veri emissari di Dio» e suo figlio Zvi Yehuda Kook. Per i seguaci del Gush Emunim il sionismo secolare, di colorazione socialista, era un movimento che «annunciava l’inizio della redenzione venuta dal cielo (...) il sionismo ha un ruolo nel piano messianico, è essenziale e sacro. C’è una missione dell’ebraismo che soltanto il sionismo può assolvere. Ma una volta compiuto il suo destino, sarà esaurito insieme al secolarismo, e apparirà la sua religiosità latente». In una simile prospettiva di redenzione gli accordi di Camp David costituivano un grave arretramento, che «doveva avere cause più profonde della debolezza di Begin. Poteva forse essere un segnale diretto del cielo a indicare che era stato commesso un affronto maggiore, un errore responsabile di questo disastro politico. Solo un più grave atto dissacrante poteva spiegare le dimensioni del disastro: la presenza, sancita dal governo israeliano, di “infedeli” e del loro tempio (moschea di Omar) sul Monte del Tempio, il sito ebraico più sacro, il luogo dove era stato costruito il primo e il secondo tempio e dove sarebbe stato costruito il futuro terzo tempio». (E. Sprinzak, The Emergence of the Israeli Radical Right, Comparative Politics, vol. 21, n. 2 (gennaio 1989, p. 176). In base a queste considerazioni nasceva il movimento ebraico clandestino Jewish Underground i cui membri avrebbero partecipato ad azioni terroristiche contro i sindaci delle città palestinesi come Naplouse o Ramallah e progettato nel 1984 un piano per distruggere il sito sacro dei musulmani, progetto che non si concretizzò per l’opposizione di tutti i rabbini. Non è da escludere che ci sia stata la regia di elementi vicini allo Jevish Underground anche dietro l’omicidio di Rabin, come peraltro traspare dalle dichiarazioni del suo assassino, e altre azioni violente come l’uccisione avvenuta il 4 agosto di quattro arabi da parte di quello che Sharon ha definito «un terrorista ebreo assetato di sangue che ha voluto colpire dei cittadini innocenti», ordinando ai servizi di sicurezza di indagare su questo crimine con assoluta priorità. Peraltro che il movimento clandestino goda ancora di appoggi influenti lo dimostra un’intervista fatta lo scorso dicembre al rabbino Yisrael Ariel, già membro del “Movimento per fermare il ritiro dal Sinai” e uno dei più accesi difensori del Jewish Underground, che, riferendosi al ritiro da Gaza, ha dichiarato: «Oggi dobbiamo chiederci perché Dio ci ha fatto tutto ciò? Perché dopo due decenni siamo di fronte nuovamente a una crisi di questo tipo? (...) Dirò solo: come possiamo rimanere inerti quando il Creatore, il Santo, non ha una dimora dove collocare la sua shekhina (presenza divina)? (Haaretz, 31 dicembre 2004).
L’obiettivo dell’opposizione armata al governo Sharon è quindi duplice: quello politico, sabotare definitivamente ogni accordo tra Israele i palestinesi e gli altri paesi arabi; quello religioso, poiché il Monte del Tempio è una fonte di energia e di vitalità, deve essere distrutto per togliere ogni forza agli arabi, si tratta di una tematica che era già presente 25 anni fa negli scritti del rabbino Yeshua Ben Sasson che identificava nel Monte del Tempio la sorgente da cui i nemici di Israele traevano la loro forza.
Nelle concezioni messianiche l’approssimarsi del redentore «è preceduto da una serie di cataclismi che per la loro potenza e singolarità sembrano dissolvere le stesse leggi della natura, apportando mali e sciagure» (David C. Rapoport, Messianic Sanctions for Terror, Comparative Politics, vol. 20, n. 2, gennaio 1988, p. 208). In questa prospettiva un gruppo terrorista, o anche un singolo individuo potrebbe, di fronte ad eventi dissonanti rispetto alla profezia, cercare di provocare esso stesso le catastrofi; in tale logica rientrerebbe la distruzione del Monte del Tempio per le sue drammatiche conseguenze a livello mondiale.
Augusto Zuliani




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